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Archive for the ‘4 Mediattivismo’ Category

Mediattivismo 037

Migranti: provate a vivere un giorno senza di noi 03.12.2009

Non volete immigrati tra i piedi? Benissimo: provare per credere. Nadia Lamarkbi, giornalista francese, ha lanciato l’idea su Internet: cosa succederebbe se il paese si svegliasse domani senza stranieri? Nadia ha aperto una pagina Facebook, titolandola: “Un giorno senza immigrati: 24 ore senza di noi”. Risposta immediata: subito 33.000 le adesioni. L’appuntamento è per il 1° marzo 2010. Quel giorno, in Francia (e non solo) sciopereranno infermieri, bidelli, taxisti, operai, spazzini, baby sitter, lavapiatti e badanti.

«Quello che sembrava uno sfogo provocatorio è diventata un’iniziativa concreta», osserva Luca Galassi su “PeaceReporter”. Una protesta indipendente da qualsiasi gruppo (politico, sindacale, religioso). «Secondo gli organizzatori – continua Galassi – in questo modo la società francese si renderà conto della vera ricchezza dell’immigrazione». Oltre agli stranieri, si chiamano a raccolta tutti i cittadini pienamente consapevoli dell’apporto dell’immigrazione sull’economia e sulla società francese, invitando in piazza chiunque voglia «porre fine alle discussioni nauseabonde sull’identità francese».

Da Parigi, aggiunge “PeaceReporter”, si stanno organizzando sulla rete con un blog dedicato, diversi gruppi territoriali, un forum. «Confidano in un effetto valanga». Yassine scrive su Facebook: «La Francia non ha mai mancato un’occasione con la storia, la Francia non è Sarkoland, saremo in tanti». Mimoun: «E’ l’unica lezione che gli immigrati possono dare a questa società che non riconosce la loro utilità». Soraya: «Non dimentichiamo che i lavoratori sans-papier hanno i lavori più ingrati, tutti i segmenti della popolazione devono essere mobilitati, a partire dai più bisognosi».

Una giornata, ricorda Galassi, che ricorrerà a tre anni esatti dall’entrata in vigore in Francia del “codice di ingresso e soggiorno degli stranieri”, una legge aspramente contestata perchè rappresenta «una visione utilitaristica dell’immigrazione oltreché selettiva, basata su criteri economici».

L’iniziativa ha anche un precedente storico negli Usa, dove il 1° maggio del 2006 centinaia di migliaia di persone di origine ispanica boicottarono tutte le loro attività: lavoro, scuola e consumi. In 600.000 scesero allora in piazza a Los Angeles e in 300.000 a Chicago, con manifestazioni dalla California a New York al grido di «Se ci fermiamo noi, si fermano gli Stati Uniti».

L’eco del ’sans papiers day’ d’Oltralpe ha raggiunto anche l’Italia, e grazie a Facebook si sta diffondendo a macchia d’olio, aggiunge Galassi. «Gli iscritti hanno superato il migliaio, ma l’effetto domino del social network porterà sicuramente alla causa della manifestazione in terra nostrana numeri di gran lunga superiori, considerato che l’iniziativa è prevista tra tre mesi». Chi volesse aderirvi, può incollare sulla barra degli indirizzi la url: http://www.facebook.com/group.php?v=wall&ref=search&gid=208029527639#/group.php?v=wall&ref=nf&gid=208029527639 (info: www.peacereporter.net).

http://www.libreidee.org/2009/12/migranti-provate-a-vivere-un-giorno-senza-di-noi/

Dalla rassegna di http://www.caffeeuropa.it/

Copenhagen

Il Corriere della Sera parla di una “rivolta degli emergenti” alla conferenza sul clima. Il gruppo dei 77 con la Cina ha sostenuto che la presidenza danese stava cercando di uccidere Kyoto, mettendo fine al meccanismo sulla base del quale gran parte dei Paesi ricchi – ma non gli Stati Uniti – prendono impegni precisi nel taglio delle emissioni, mentre quelli in via di sviluppo sono sollecitati a ridurli ma non vincolati a farlo. E lo stesso quotidiano descrive “il gioco ambiguo della Cina, superpotenza alleata dei poveri”, la cui mano sarebbe dietro al boicottaggio africano. La Repubblica: “Il summit scopre la grinta dei poveri: ‘Niente accordi sulla nostra pelle’. L’Africa minaccia di andare via e finalmente viene ascoltata’. L’inviato a Copenhagen racconta anche come il surriscaldamento minacci la vita dei popoli indigeni: gli abitanti di foreste e zone fredde sono a rischio per i cambiamenti climatici. Anche su La Stampa: “L’Africa si ribella: ‘Dateci più aiuti o ce ne andiamo’”.

Obama avverte le banche americane “Vogliamo recuperare aiuti pubblici” 14.12.2009

Il presidente: chiederemo indietro ogni singolo centesimo concesso

NEW YORK
Poche ore dopo avere ricordato di non essere finito alla Casa Bianca «per aiutare un gruppo di ricchi banchieri di Wall Street», il presidente degli Stati Uniti Barack Obama li ha oggi esortati a fare molto di più e a prendere impegni straordinari per il rilancio dell’economia, essendo stati salvati grazie al denaro pubblico.

Spiegando che è sua intenzione recuperare gli aiuti dei contribuenti «fino all’ultimo cent», Obama lo ha detto ai principali banchieri Usa al termine di un ’verticè convocato alla Casa Bianca, un incontro da lui stesso definito «franco e produttivo». La frase, piuttosto critica, nei confronti degli stessi banchieri, era stata pronunciata in una intervista per la trasmissione “60 minutes” della Cbs, in onda ieri. Nel corso dell’intervista il presidente si era detto convinto che alcune delle banche avevano anticipato i rimborsi degli aiuti pubblici per liberarsi da qualsiasi vincolo e garantirsi il pagamento di lauti bonus alla fine dell’anno. Oggi Obama non ha ripetuto le parole di “60 minutes” e non ha avuto neppure i toni particolarmente duri del suo consigliere David Axelrod, secondo cui «la gente non è pronta a tollerare una situazione in cui i banchieri organizzano una festa, fanno pagare il conto agli altri e quindi si distribuiscono elevati bonus rifiutando di prestare denaro».

Ricordando la decisione, annunciata poche ore prima, della Citibank, pronta a restituire allo Stato circa 20 miliardi di aiuti, Obama ha detto: «ci aspettiamo che altri seguano l’esempio». In realtà tutte le grandi banche o quasi hanno annunciato mega rimborsi: restano sotto il controllo pubblico il colosso assicurativo Aig e quelli automobilistici General Motors e Chrysler. Al ’verticè della Casa Bianca non c’erano tutti i banchieri: mancava il numero uno di Citicorp, Vikram Pandit, ma visto l’annuncio odierno del rimborso era scusato. Non sono giunti a Washington a causa della nebbia, ma hanno partecipato all’incontro per videoconferenza tre altri ’pesi massimì: il presidente e Ceo di Goldman Sachs Lloyd Blankfein, i suoi colleghi di Morgan Stanley e di Citigroup John Mack e Dick Parsons. Erano tutti e tre sullo stesso aereo, non si sa se privato o di linea. Al termine dell’incontro Obama ha parlato per circa 5 minuti. Alle banche il presidente Usa ha detto che, visto gli aiuti «eccezionali» ricevuti, «ora che sono di nuovo in piedi ci aspettiamo da loro un impegno straordinario per aiutarci a ricostruire la nostra economia».

Obama ha infine criticato l’atteggiamento dei banchieri nei confronti della riforma delle regole finanziare appena varata dalla Camera dei Rappresentanti, ora al vaglio del Senato. «Ci sono grosse differenze – ha detto il presidente – tra quello che sento qui alla Casa Bianca», con i banchieri che appoggiano la riforma mentre i lobbisti delle banche al Congresso fanno di tutto per affossare il nuovo provvedimento.

http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/esteri/200912articoli/50375girata.asp

Approvato a larga maggioranza il parere della sesta Commissione che critica duramente il ddl 14.12.2009

“In contrasto con più principi costituzionali avrebbe effetti devastanti”

Il Csm boccia il processo breve “E’ incostituzionale ed è amnistia”

ROMA – Il ddl sul processo breve “è in contrasto con più principi costituzionali ed è un’amnistia per reati “di considerevole gravità”, a cominciare dalla corruzione. Con queste motivazioni il plenum del Csm ha approvato a larga maggioranza il parere della sesta Commissione che, di fatto, ha bocciato il disegno di legge del governo dopo quasi cinque ore di dibattito.

L’approvazione è avvenuta nel corso di una seduta straordinaria. Contrari i laici del Pdl; a favore hanno votato invece i togati di tutte le correnti, i laici del centro-sinistra, il vice presidente Nicola Mancino. Il parere ha messo in luce misure “dannosissime” che rischiano di avere per la giustizia l’effetto di uno “tsunami”.

La relazione che Palazzo dei Marescialli invierà al ministro della Giustizia contiene numerose critiche, alcune molto dure, all’impianto della norma che, secondo i consiglieri, non solo avrà l’effetto di un'”inedita amnistia processuale” per reati di “considerevole gravità”, a cominciare dalla corruzione e dai maltrattamenti in famiglia, e rischia di portare alla “paralisi” l’intera attività giudiziaria.

Ma il ddl sul processo breve determinerà anche “un incremento dei danni finanziari a carico dello Stato”. La critica di fondo è che introducendo termini perentori per la conclusione di ognuno dei tre gradi di giudizio (due anni ciascuno, sei in tutto), al di fuori di “un’ampia riforma di sistema e di misure strutturali organizzative”, di fatto si renderà “impossibile l’accertamento” della fondatezza dell’accusa “per intere categorie di reati”, che è invece la “primaria finalità “di ogni processo. Ecco i principali rilievi di Palazzo dei Marescialli

Incostituzionalità. Il ddl “non appare in linea con l’articolo 111” (giusto processo), nè con l’articolo 24 (diritto alla difesa) visto che “privilegia il rispetto della rapidità formale” ma non garantisce “che il processo si concluda con una decisione di merito”. E non è tutto: “depotenzia lo strumento processuale e irragionevolmente sacrifica i diritti delle parti offese” attraverso il quale lo Stato esercita la “pretesa punitiva”.

Rischio amnistia sopratutto per corruzione. Si “rischia di impedire del tutto l’accertamento giudiziario” e dunque di “vanificare la lotta alla corruzione”, visto che questo reato – che tra l’altro “incide anche sull’affidabilità economica del Paese è già stato pesantemente condizionato dai nuovi termini di prescrizione” previsti dalla ex Cirielli. Ma c’è di più: il ddl è in “netto contrasto con i principi sanciti dalla Convenzione dell’Onu contro la corruzione”.

Irragionevole disparità di trattamento. Il Csm ne segnala più d’una, come la scelta di “riservare le nuove disposizioni al solo giudizio di primo grado”: così si riconosce “ad una categoria di imputati e di parti civili, casualmente identificati il diritto alla celerità processuale che dovrebbe essere, viceversa, garantito a tutti”. “Irragionevole e discriminatoria” è anche l’esclusione dei recidivi, che oltretutto porterà a “un’assurda proliferazione dei processi, capace da sola, di favorire la paralisi dell’attività giudiziaria”. “Discutibile”, inoltre, la “parificazione fra le ipotesi di delitto punite assai gravemente con le contravvenzioni in materia di immigrazione”.

Maggiori danni finanziari per lo Stato. Il ddl determinerà il loro “significativo aumento” visto che farà “lievitare” le domande di indennizzo previste dalla Legge Pinto, quando la giustizia è troppo lenta, riducendo da tre a due anni il termine utile per la celebrazione dei processi e non si accompagna alcuna specifica previsione di spesa, come imporrebbe l’art 81 della Costituzione.

Mancino. “Anziché avere certezze, abbiamo l’estinzione dei diritti, non la certezza della pena”, ha sottolineato il vicepresidente del Csm, Nicola Mancino, spiegando il suo voto favorevole al parere. “Ho l’impressione – ha aggiunto Mancino – che anziché avere un’accelerazione, alla fine ci sarà un allungamento dei tempi dei processi, la loro estinzione e la riproduzione di conseguenze in campo civile con un ulteriore aggravio”. Il numero due di Palazzo dei Marescialli, inoltre, ha ribadito che il Csm “non ha poteri di bocciatura: trasmetteremo il parere al ministro che può farne l’uso che vuole. Ma mi chiedo: chi ha paura dei pareri?”.

http://www.repubblica.it/2009/12/sezioni/politica/giustizia-21/csm-processo-breve/csm-processo-breve.html

L’analisi e la proposta degli economisti della New economics foundation (Nef)
“Collegare gli stipendi al contributo di benessere che un lavoro porta alla comunità”

I banchieri? Un danno per la società “Vale di più l’operatore ecologico” 14.12.2009

di CRISTINA NADOTTI

Vale più un addetto alle pulizie, soprattutto se in ospedale, che un banchiere. In più, il secondo crea anche problemi alla società. Sembra tanto l’affermazione fatta da un qualsiasi avventore di bar e invece è la conclusione della ricerca elaborata dal think tank della New economics foundation (Nef), un gruppo di 50 economisti famosi per aver portato nell’agenda del G7 e G8 temi quali quello del debito internazionale.

Il Nef ha calcolato il valore economico di sei diversi lavori, tre pagati molto bene e tre molto poco. Un’ora di lavoro di addetto alle pulizie in ospedale, ad esempio, crea dieci sterline di profitto per ogni sterlina di salario. Al contrario, per ogni sterlina guadagnata da un banchiere, ce ne sono sette perdute dalla comunità. I banchieri, conclude il Nef, prosciugano la società e causano danni all’economia globale. Non bastasse questo, valutano ancora gli economisti impegnati in un’etica della finanza, i banchieri sono i responsabili di campagne che creano insoddisfazione, infelicità e istigano al consumismo sfrenato.

“Abbiamo scelto un nuovo approccio per valutare il reale valore del lavoro – spiega il Nef nell’introduzione alla ricerca – . Siamo andati oltre la considerazione di quanto una professione viene valutata economicamente ed abbiamo verificato quanto chi la esercita contribuisce al benessere della società. I principi di valutazione ai quali ci siamo ispirati quantificano il valore sociale, ambientale ed economico del lavoro svolto dalle diverse figure”.

Un altro esempio che illustra bene il punto di partenza del Nef è quello della comparazione tra un operatore ecologico e un fiscalista. Il primo contribuisce con il suo lavoro alla salute dell’ambiente grazie al riciclo delle immondizie, il secondo danneggia la società perché studia in che modo far versare ai contribuenti meno tasse.

“La nostra ricerca analizza nel dettaglio sei lavori diversi – si legge ancora nell’introduzione – scelti nel settore pubblico e privato tra quelli che meglio illustrano il problema. Tre di questi sono pagati poco (un addetto alle pulizie in ospedale, un operaio di un centro di recupero materiali di riciclo e un operatore dell’infanzia), mentre gli altri hanno stipendi molto alti (un banchiere della City, un dirigente pubblicitario e un consulente fiscale). Abbiamo esaminato il contributo sociale del loro valore e scoperto che i lavori pagati meno sono quelli più utili al benessere collettivo”.

La ricerca, infine, smonta anche il mito della grande operosità di chi ha lavori ben retribuiti e di grande prestigio: chi guadagna di più, conclude il Nef, non lavora più duramente di chi è pagato poco e stipendi alti non corrispondono sempre a un grande talento. Eilis Lawlor, portavoce della Nef, ha voluto però precisare alla Bbc: “Il nostro studio vuole sottolineare un punto fondamentale e cioè che dovrebbe esserci una corrispondenza diretta tra quanto siamo pagati e il valore che il nostro lavoro genera per la società. Abbiamo trovato un modo per calcolarlo e questo strumento dovrebbe essere usato per determinare i compensi”.

http://www.repubblica.it/2009/12/sezioni/economia/mestieri-valore-nef/mestieri-valore-nef/mestieri-valore-nef.html

Solare dallo spazio? Dalla fantascienza alla scienza 11.12.2009

Di Alessandro D’Amato (su http://www.giornalettismo.com/)

Una nuova prospettiva per l’ambiente: per la prima volta al mondo in California è stato approvato un progetto per la realizzazione del primo impianto ad energia fotovoltaico situato in orbita

Sembra fantascienza, e in effetti ricalca un’idea uscita da un libro di Isaac Asimov, il quale nel 1941 (nel suo romanzo Reason) immaginava una stazione spaziale che raccoglieva energia e la inviava al nostro pianeta.

Eppure è tutto vero: entro il 2016 diverrà operativo il primo parco solare orbitante intorno alla Terra; l’impianto, che sfrutterà una tecnologia inedita creata da ingegneri aerospaziali che hanno lavorato per la Boeing e per la Nasa, genererà una potenza di 200 megawatt.

Ma come sarà resa fruibile? L’energia solare raccolta nello spazio verrà convertita in onde a radiofrequenza, che verranno irradiate ad una stazione a terra vicino a Fresno, in California. Le onde radio saranno poi trasformate nuovamente in energia elettrica e immesse nella rete elettrica. Per rendere meglio l’idea considerate che la Tv satellitare funziona più o meno allo stesso modo, anche se il suo fine non è quello di genererare energia.

“A livello concettuale, i vantaggi di questo progetto sono significativi”, ha detto Michael Peevey, presidente della California Public Utilities Commission, nel corso di una conferenza tenutasi al scorsa settimana. “Questa tecnologia potrebbe offrire un accesso illimitato nel tempo a una fonte inesauribile di energia pulita, e mentre non c’è dubbio che ci saranno molti ostacoli da superare, sia di tipo regolamentare che tecnologico, è altrettanto difficile mettere in discussione l’audacia del progetto”.

Ma come è nato il progetto? L’idea parte dalla Solaren, una start up della California del Sud, che si occuperà della progettazione, costruzione e messa in orbita dei componenti per l’impianto di energia solare.
Inoltre venderà l’energia elettrica generata alla Pacific Gas and Electric – la maggiore società distributrice nel Nord della California – nell’ambito di un contratto di 15 anni. Se i piani verranno rispettati, nel 2016 ci sarà la prima casa illuminata con energia proveniente direttamente dallo spazio.

La Solaren, fondata da ingegneri veterani della Hughes Aircraft, della Boeing e Lockheed, utilizzerà una tecnologia innovativa protetta da un brevetto proprietario: costruirà uno specchio fluttuante gonfiabile di un km (0,62 miglia) di diametro denominato Mylar che raccoglierà la luce nello spazio; poi l’energia verrà concentrata su uno specchio più piccolo e i raggi, a loro volta, verranno raccolti da moduli fotovoltaici.

Poter aprire, gonfiandolo come un palloncino, lo specchio in orbita risolverà i problemi che fin a ora avevano reso impossibile la realizzazione di un impianto simile. Infatti Gary Spirnak, direttore esecutivo di Solaren (con esperienze nella progettazione e nell’organizzazione dei voli effettuati dallo Shuttle per la United States Air Force) ha spiegato che “il problema principale per poter rendere economicamente redditizio un parco solare nello spazio è quello di abbattere al massimo il peso della struttura per ridurre il numero di lanci di razzi” e ha continuato “Al momento attuale bisogna riconoscere che realizzare un impianto di energia solare nello spazio costa qualche miliardo di dollari più di un parco fotovoltaico terrestre e genera una quantità equivalente di energia elettrica”.

E allora perché continuare?
Un particolare interessante è che la quantità di energia da sfruttare è immensamente maggiore: se non ci sono condizioni atmosferiche sfavorevoli a ostacolare l’approvigionamento, praticamente l’unico impedimento è il sopraggiungere dell’oscurità.
Per far capire meglio Spirnak spiega: “Calcolate che un solo chilometro di banda di orbita terrestre geosincrona genera un flusso di energia solare in un anno (circa 212 terawatt-anno) pari a quasi la quantità di energia contenuta in tutte le note riserve recuperabili di petrolio convenzionale oggi sulla terra (circa 250 TW- anno)”.

Insomma, una fonte inesauribile tutta da sfruttare una volta superati i problemi iniziali: tutto lascia prevedere che questo sarà solo il primo di una serie di progetti analoghi.

http://green.liquida.it/energie-alternative/solare-dallo-spazio-dalla-fantascienza-alla-scienza.html

nel testo approvato dalla Commissione Bilancio

Finanziaria, il governo mette la fiducia Ma Fini contesta: «Scelta deprecabile» 15.12.2009

L’annuncio del ministro Elio Vito accolto da applausi, poi la maggioranza attacca il presidente della Camera

ROMA – «Pongo la questione di fiducia sull’approvazione dell’articolo due della legge finanziaria nel testo licenziato dalla commissione Bilancio». L’annuncio del ministro per i Rapporti con il Parlamento Elio Vito è stato accompagnato dagli applausi dei deputati della maggioranza. Applausi che il presidente Gianfranco Fini ha commentato così: «Sono bene augurali».

FINI CONTRO – Ma poi Fini ha bacchettato la maggioranza: «La decisione del governo di apporre la questione di fiducia è legittima ma riveste carattere politico perché attinente esclusivamente ai rapporti tra maggioranza e governo. Ed è per tale motivo che la presidenza della Camera ritiene deprecabile la decisione del governo perché impedisce all’Aula di pronunciarsi sugli emendamenti». Da parte delle opposizioni, spiega infatti Fini, «gli ostacoli all’approvazione sono stati inesistenti».

REAZIONI – Posta la fiducia, si comincerà a votare mercoledì alle 12. Il voto finale sul provvedimento è previsto per giovedì. Nell’attesa non sono mancate le reazioni alle parole di Fini da parte della stessa maggioranza. A cominciare dal ministro leghista Roberto Calderoli: «Dalla presidenza della Camera ci si attende l’applicazione e il rispetto dei regolamenti e della Carta Costituzionale e non certo valutazioni sul fatto se sia deprecabile o meno una richiesta di fiducia, la cui valutazione di merito spetta all’esecutivo, in quanto la richiesta di fiducia è finalizzata proprio a verificare il rapporto fiduciario intercorrente tra la maggioranza e l’esecutivo». Parole di critica a Fini anche da Giancarlo Lehner, deputato del Pdl: «Fini, a questo punto, da un lato si staglia nitidamente come capo di tutte le opposizioni, parlamentari ed extraparlamentari, dall’altro marca la sua separazione dal Pdl. Gli auguro un ottimo proseguimento nel campo opposto». Contro Fini anche Osvaldo Napoli, vicepresidente del Pdl: «Il presidente della Camera indica scelte politiche che non gli competono. La sua posizione è insostenibile. Lui non dirige più i lavori d’Aula, ma detta scelte che spettano al governo. Neppure può scambiarsi per il leader dell’opposizione». Critiche anche da Sandro Bondi, coordinatore del Pdl: «La decisione e soprattutto la valutazione espressa dal presidente della Camera sono destinate a non aiutare l’apertura di un clima politico nuovo di cui l’Italia ha bisogno». La sintesi di tutto ciò si trova nella nota dei capigruppo di Pdl e Lega Fabrizio Cicchitto e Roberto Cota, che hanno sottolineato che la questione di fiducia appartiene «alla competenza e alle valutazioni del governo e della maggioranza» tanto da essere una scelta «certamente del tutto fisiologica e naturale». Parole che il ministro dell’Economia Giulio Tremonti condivide «pienamente». Conversando a Montecitorio con parlamentari della maggioranza, Tremonti avrebbe confidato di «riconoscersi pienamente ed esclusivamente nel testo della nota congiunta dei capigruppo».

L’OPPOSIZIONE – Sul fronte del Pd, Dario Franceschini rileva: «Nella maggioranza ci sono problemi politici irrisolti che emergono puntualmente. E la fiducia è l’unico modo per tenere insieme questa maggioranza». Secondo il segretario Pier Luigi Bersani «le osservazioni di Fini sono più che motivate». Più volte, aggiunge, abbiamo detto «che vanno raccolti gli elementi di disagio e di proposta che vengono dal Paese e che il Parlamento sia messo nelle condizioni di lavorare. Invece tutto viene messo a tacere con continui voti di fiducia. Così non si può andare avanti. Siamo di fronte a una situazione ingestibile».

http://www.corriere.it/economia/09_dicembre_15/finanziaria-fiducia-governo_640e5402-e968-11de-ad79-00144f02aabc.shtml

La farsa della pace 16.12.2009

MICHELE BRAMBILLA

Com’era facilmente prevedibile, siamo già qui a officiare il funerale del «normale e civile confronto» invocato dal Capo dello Stato, Giorgio Napolitano. Il «normale e civile confronto» in Italia rientra a pieno titolo fra tutte le più belle cose cantate da Fabrizio De Andrè: vivono solo un giorno, come le rose.

Un giorno in cui s’è dato sfoggio a tutta quella retorica che è lì, nel vocabolario dei politici, sempre pronta a essere riesumata. La retorica per la quale la condanna è sempre ferma; la solidarietà piena; lo sdegno unanime; l’aggressione vile; la spirale pericolosa; la preoccupazione profonda; il monito severo. Quanto fossero sinceri certi buoni propositi, lo abbiamo visto già ieri. L’«auspicato dialogo» (altro termine-totem) centrato «sulla politica e sui problemi della gente», piuttosto che sugli attacchi personali, è ripreso a colpi non di fioretto, ma di cannone.

Non è nostra intenzione fare una classifica per stabilire chi s’è rivelato più incontinente. Tuttavia non può non colpire un fatto. Nelle ore successive al ferimento del premier, è stato il centrodestra a reclamare a gran voce – e a ragione – un abbassamento del livello dello scontro. Sarebbe stato quindi ovvio attendersi un comportamento che desse immediatamente il buon esempio. E invece si è partiti da un attacco del Giornale, già lunedì mattina, che ha parlato di «una regia dietro la violenza» in un articolo che ha indotto Pier Ferdinando Casini a sporgere querela. E stiamo parlando di Casini: non di un incendiario.

Ieri mattina poi, alla Camera, il capogruppo del Pdl Cicchitto ha dato dei mandanti morali al gruppo editoriale Repubblica-Espresso e ad «alcuni pm», e del «terrorista mediatico a Marco Travaglio». Anche Travaglio farà querela. Era stato tirato in ballo pure da Capezzone e dal condirettore del Giornale Sallusti, e ieri ha risposto loro su Il Fatto ricordando, a proposito di «normale e civile confronto», Berlusconi che dà dei «coglioni» agli italiani che non votano per lui; «l’uso criminale della tv» attribuito a Enzo Biagi; Sgarbi che dà degli «assassini» ai pm di Milano e Palermo; il pedinamento del giudice Mesiano; le false accuse al direttore di Avvenire Dino Boffo «di essere gay» e a «Veronica Lario di farsela con la guardia del corpo».

Insomma à la guerre comme à la guerre. Di Pietro, tanto per guardare anche dall’altra parte, era stato uno dei primi, già domenica sera, a ignorare l’appello ad abbassare i toni. Però ieri quando lui ha cominciato a parlare alla Camera, l’intero gruppo del Pdl ha lasciato l’aula: e non è un bel modo per gettare acqua sul fuoco. Così come benzina, e non acqua, ha gettato subito dopo sul fuoco il parlamentare dell’Idv Barbato, che ha definito il Pdl «popolo della mafia». Altri titoli di ieri. Il Giornale: «La Bindi? L’avevo detto: è più bella che intelligente»; «E Travaglio insiste: Si può odiare il premier»; «Bersani dagli insulti alle lacrime di coccodrillo». Perché ce n’è anche per il Pd: «La famiglia di Tartaglia ha detto di aver sempre votato per il Pd. Coincidenza pure questa?». Titoli visti, invece, su Libero: «In Italia si respira guerra. E la colpa è dei compagni»; «Le toghe tirano due statuette».

Intendiamoci. Il centrodestra ha ragione quando dice che da tempo contro Berlusconi s’è scatenata una caccia all’uomo che travalica ogni legittima critica politica. A quest’uomo vengono addebitati tutti i mali possibili e immaginabili, terremoti compresi. Resta però bizzarro invocare una tregua a Berlusconi sanguinante e infrangerla a Berlusconi ricoverato.

Il timore è che nessuno dei due «partiti» abbia intenzione di deporre le armi. Ieri un editoriale su Repubblica di Aldo Schiavone terminava con questa affermazione: «Non abbiamo bisogno di intelligenze “al di sopra delle parti”, né abbiamo bisogno di edulcorare le nostre asprezze». Schiavone definisce simili atteggiamenti come «finzioni» e «ipocrisie». Sarà. Ma crediamo di non sbagliare se diciamo che in Italia c’è una maggioranza che vorrebbe una politica meno da ring, e che vorrebbe giudicare fatto per fatto, idea per idea, senza essere prigioniera di due curve di ultrà che rinunciano a pensare con la propria testa. È l’Italia che ha conservato non solo modi civili, ma anche uno sguardo senza pregiudizi sulla realtà.

http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=6743&ID_sezione=&sezione=

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Italia, equo compenso mobile 15.12.2009

Si apre il dibattito sull’opportunità di estendere l’equo compenso ai telefonini. Intervengono Parisi, Presidente asstel, FIMI e SIAE. Rilanciata l’idea Legal Bay e di una licenza unica

Roma – SIAE e FIMI rispondono a Stefano Parisi, l’AD di Fastweb e presidente di Asstel, che nei giorni scorsi aveva anticipato l’intenzione di estendere l’equo compenso ai telefonini attraverso un decreto del ministro dei Beni Culturali Sandro Bondi. La quota spettante ai detentori dei diritti sul prezzo di apparecchi teoricamente utilizzabili per effettuare copie di materiale protetto da proprietà intellettuale, come masterizzatori e videoregistratori, ma anche CD, memory card e hard disk, veniva fortemente criticata dal presidente di Asstel come un attacco diretto all’ICT.

In un comunicato Confindustria Cultura Italia (CCI), che comprende tra le altre FIMI, AGIS, ANICA e UNIVIDEO, ha fatto riferimento direttamente alle parole di Parisi, giudicandole un intervento interessato solo a raccogliere il consenso parlando di argomenti a colpo sicuro: tasse e telefonini, ovvero l’odi et amo del popolo italiano. Secondo CCI Parisi sorvolerebbe scientemente sulla necessità, sentita da anni, di un decreto che aggiorni i compensi sui supporti e gli strumenti che consentono di realizzare copie ad uso personale in linea con quanto avvenuto in Europa. Sarebbero quattro anni, insomma, che le tariffe non sarebbero adeguate mancando un decreto ad hoc.

Nel comunicato si sottolinea inoltre come Parisi dimenticherebbe inoltre di mettere in luce che i telefonini e gli altri prodotti elettronici, nonostante tale mancanza di equiparazione, costerebbero in Italia già più che all’estero. E, secondo FIMI, potrebbe sostenere che la colpa sia imputabile all’industria dei contenuti “solo chi impunemente aumenta i suoi margini a danno della giusta remunerazione di tutte le altre categorie”.

Dal momento, poi, che un’indagine condotta nel 2009 mostra che i cellulari con supporto multimediale sono più utilizzati (19 per cento) per sentire la musica dello stesso iPod (18 per cento), il lettore maggiormente diffuso, mantenere la differenziazione significherebbe creare una disparità di trattamento fiscale tra prodotti concorrenti.

SIAE, che gestisce un equo compenso di oltre 60 milioni di euro, concorda con FIMI sulla possibilità di estendere il principio ai nuovi apparecchi: innanzitutto sottolinea che non si tratta di una tassa ma di “una remunerazione per il lavoro di autori, editori, produttori, artisti e interpreti”. Non adeguare le tariffe e non allargarle ai nuovi mezzi offerti dalla tecnologia significherebbe a parere di SIAE “penalizzare fortemente l’intera industria italiana dei contenuti” nel quadro di un’anomalia italiana costituita da equi compensi inferiori ma costi maggiori degli apparecchi dell’ICT.

La SIAE ha parlato di nuove tecnologie anche al convegno Anart-Ideona che affrontava il tema dell’autore nella tv (digitale, satellitare e web): è stata l’occasione per ribadire l’impegno preso con l’iniziativa Legal Bay, la piattaforma legale per rispondere alle domande dei “12 milioni – secondo le stime del collettore dei diritti degli autori – di consumatori” che attualmente si rendono pirati in Rete, con un danno di circa “300 milioni di euro”. “Per arginare questo fenomeno – ha detto Virginia Filippi, consulente per la Multimedialità della SIAE – siamo da tempo impegnati su questo fronte in contrapposizione a Pirate Bay”.

Si tratterebbe, a parere della collecting society italiana, di una soluzione di compromesso per ovviare alle difficoltà di controllo poste dall’evoluzione tecnologia, basata in particolare su una licenza unica SIAE con i grandi operatori, “una soluzione – spiega Filippi – simile a quella a suo tempo adottata per combattere, legalizzandole e assoggettandole a imposta, le scommesse clandestine”.

Claudio Tamburino

http://punto-informatico.it/2771601/PI/News/italia-equo-compenso-mobile.aspx

USA e Russia per il cyberdisarmo 15.12.2009

Le due potenze sarebbero in trattativa per la riduzione di armi tecnologiche interconnesse. Ma le parti hanno una visione contrastante sulle finalità ultime dei colloqui

Roma – Da ipotesi messa in campo dalla politica e dalle aziende che si occupano di sicurezza, la cyber-guerra fredda si trasforma in qualcosa di molto più concreto al punto da essere oggetto di colloqui riservati tra Stati Uniti, Russia e comitato per la non proliferazione delle armi dell’ONU. Lo rivela il New York Times citando fonti anonime e non solo vicine alla questione, e parlando di disaccordo tra le parti sul reale obiettivo del disarmo telematico prossimo venturo.

Secondo le suddette fonti, da quando alla Casa Bianca c’è Barack Obama l’approccio alla cyberwar è cambiato, e ora l’amministrazione statunitense riconosce apertamente che c’è stato un vero e proprio armamento tecnologico da parte di varie nazioni, nell’attesa di scatenare una guerra alle infrastrutture della società dell’informazione che risulterebbe devastante e ancor più pericolosa data la scarsa consapevolezza e permeabilità dell’opinione pubblica sull’argomento.

Le cyber-armi come le botnet e le reti malevole opportunamente istruite a colpire certi bersagli sono state dunque l’oggetto di colloqui preliminari tra USA e Russia, colloqui che secondo il vice-direttore dell’Institute of Information Security di Mosca Viktor Sokolov si sono svolti “in una buona atmosfera” e che hanno costituito solo un momento di un processo che avanza in maniera positiva.

Entrambe le parti (con l’ONU a fare da cornice e stimolo per una decisione a due) sono d’accordo sull’esistenza del problema, mentre a dividerle sarebbe l’obiettivo ultimo dei colloqui. La Russia vorrebbe limitarsi a vedere i colloqui come un mezzo per ratificare una sorta di trattato di “non proliferazione cybernetica” alla stregua di quello scaturito dalla Guerra Fredda dei missili e delle bombe atomiche, ma gli Stati Uniti starebbero pensando anche a incrementare la cooperazione internazionale nella lotta al crimine telematico.

Si tratta di un approccio perfettamente in linea con quello sin qui seguito dagli USA in merito al trattato ACTA contro la contraffazione, che prevede il rafforzamento delle misure di contrattacco cyber-militare come conseguenza dell’inasprimento della lotta al cybercrime. I colloqui, però, sono solo agli inizi: il prossimo round è previsto per il prossimo gennaio, con un discorso da parte di rappresentanti di USA e Russia a un incontro annuale sulla sicurezza che si terrà in Germania.

Alfonso Maruccia

http://punto-informatico.it/2771009/PI/News/usa-russia-cyberdisarmo.aspx

Dai netizen la carta dei diritti di Internet 15.12.2009

Il Partito Pirata lancia un’iniziativa per arrivare a un documento da presentare al Parlamento Europeo. Tra neutrality e diritto alla privacy, la stesura sarà collettiva. Invitati a partecipare, tutti i cittadini della Rete

Roma – Ha invocato lo sciame dei cittadini della Rete, un’industriosa intelligenza collettiva per arrivare alla stesura definitiva di quella che dovrebbe essere una carta dei diritti di Internet. Christian Engström, rappresentante nel Parlamento Europeo del Partito Pirata (Piratpartiet), ha espresso le sue più ferme intenzioni di lavorare alla bozza di una Internet Bill of Rights, affinché una versione definitiva possa presto essere sottoposta al vaglio delle autorità dell’Unione Europea.

Il progetto di scrittura, frutto delle idee di Engström e del partito europeo dei Verdi, rimane attualmente nella sua fase embrionale, vista la particolarità della proposta lanciata. “Non abbiamo ancora scritto alcunché – ha scritto Engström sul proprio blog – e vogliamo iniziare a farlo in una maniera innovativa”. Subito dopo, infatti, è comparso un invito rivolto a tutti quelli che vorranno partecipare alla stesura della carta dei diritti della Rete, a partire da due argomenti precisi di discussione.

Il primo di questi argomenti è incentrato su una domanda in particolare: cosa dovrebbe essere inserito in questa carta. Engström ha parlato in pratica di principi base da rendere punti salienti del documento, suggerendone tre fin dal principio. Nella Rete dovrebbero innanzitutto essere rispettati gli articoli 8 (sulla privacy) e 10 (sulla libera informazione) della Convenzione Europea sui Diritti Umani. Ciò a significare che su Internet dovrebbero innanzitutto essere rispettati i fondamentali diritti dei cittadini in quanto tali.

In seguito, gli operatori della Rete dovrebbero fornire una connettività trasparente e non discriminatoria, senza distinzione di contenuti, applicazioni e servizi. È il principio della neutralità della Rete, successivamente accompagnato da un altro principio basilare secondo Engström: quello del mere conduit, per mettere al riparo la responsabilità di un provider da eventuali azioni illecite dei propri utenti.

Il Piratpartiet ha poi invitato a riflettere su quali documenti già esistenti debbano essere implementati con la tecnica del copia e incolla all’interno dell’ipotetica carta dei diritti di Internet. Engström ha suggerito la già citata convenzione europea oltre che i principi della FCC statunitense a regolare la net neutrality. Qualcuno, tuttavia, ha espresso i propri disincantati dubbi, sostenendo che proprio questi principi siano difficili da implementare per vari motivi, non ultimo quello relativo ad una quasi utopica liberalizzazione del file sharing.

“Governi del mondo dell’industria, voi stanchi giganti di carne e d’acciaio, io vengo dal Cyberspazio, la nuova dimora della mente. A nome del futuro chiedo a voi, esseri del passato, di lasciarci soli. Noi siete graditi tra di noi. Non avete alcuna sovranità sui luoghi dove ci incontriamo. Non avete alcun diritto morale di governarci e non siete in possesso di alcun metodo di costrizione che noi ragionevolmente possiamo temere”. Era John Perry Barlow, dissidente cognitivo e co-fondatore della Electronic Frontier Foundation. Da Davos, l’8 febbraio del 1996.

Mauro Vecchio

http://punto-informatico.it/2771002/PI/News/dai-netizen-carta-dei-diritti-internet.aspx

Sun Catalytix: Energia Solare Anche di Notte. Dal MIT e Daniel Nocera il Brevetto Diventa Realta’. In Arrivo fra Cinque, Sette Anni Rivoluzionaria Tecnologia Solare + Idrogeno a Basso Costo 14.12.2009

Da circa un anno il professor Daniel Nocera, del Massachusetts Institute of Technology, sta lavorando a Sun Catalytix, un sistema “vecchio come le colline” per produrre energia elettrica, di giorno e di notte, sfruttando una fonte rinnovabile e inesauribile come il sole.
Solitamente i pannelli solari fotovoltaici sono collegati a un inverter che ricarica le batterie o che immette energia elettrica direttamente nella rete. Il sistema del professor Nocera invece riproduce artificialmente la fotosintesi: i pannelli solari, tramite un elettrocatalizzatore, producono idrogeno, il quale viene poi immagazzinato (per la notte) o usato per alimentare una caldaia a celle di combustibile.
La caratteristica piu’ importante di questo impianto e’ la sua versatilita’: puo’ essere realizzato anche a livello domestico, con materiali abbastanza economici ed e’ in grado di lavorare con qualsiasi tipo di acqua.
Durante le sue conferenze Daniel Nocera mostra sempre una bottiglia d’acqua: “Tutte le esigenze di una famiglia in fatto di energia elettrica di notte potrebbero essere immagazzinate in cinque bottiglie d’acqua”

Qui: http://www.genitronsviluppo.com/2009/12/14/sun-catalytix-daniel-nocera/

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16/12/2009 – “IL NOSTRO MICROSCOPIO RIESCE A COMPRIMERE LA LUCE E OSSERVA STRUTTURE CHE ERANO DA SEMPRE INVISIBILI”

L’occhio che spia nelle cellule

Invenzione di un team italiano: vede fino a sette miliardesimi di metro

MARCO PIVATO

Cinquant’anni fa, il 29 dicembre 1959, all’Amercan Physical Society del Caltech, il California Institute of Technology, il visionario fisico Richard Feynman regalò agli studenti la sua più preziosa allucinazione: «C’è un mondo immenso, più in basso, un mondo dove la forza di gravità non si avverte e altre forze, come la repulsione elettrostatica, prevalgono su tutte».
La lezione si chiamava «There’s plenty of room at the bottom» – c’è un sacco di spazio là sotto – e introduceva per la prima volta nella storia della scienza il concetto di nanotecnologia, la possibilità di vedere e manipolare la materia su scala atomica: «Per quanto ne so, i principi della fisica non impediscono di manipolare le cose atomo per atomo – esclamò quella mattina Feynman – e per questo lancio la scommessa che entro il secolo qualcuno realizzerà tecnologie per navigare tra un atomo e l’altro».

Un record assoluto
Ha sbagliato solo di un decennio. Mezzo secolo dopo quell’intuizione siamo finalmente penetrati nel nano-mondo: un team di ricercatori italiani ha realizzato un microscopio che riesce a distinguere i margini e la composizione della materia a una risoluzione di appena 7 nanometri, cioè 7 miliardesimi di metro. «È il record assoluto a tutt’oggi, dato che il limite di risoluzione si fermava a 14 nanometri». Lo annuncia Marco Lazzarino, dal Laboratorio Tasc di Trieste dell’Istituto nazionale di fisica della materia del Cnr. Il «microscopio a scansione di sonda» di ultima generazione, evoluzione di quelli a scansione per effetto tunnel (Stm), è stata resa nota su «Nature Nanotechnology» e realizzata con le Università di Pavia e di Catanzaro, il Centro di biomedicina di Trieste e l’Istituto italiano di tecnologia di Genova.
Il nano-mondo al microscopio è proprio come lo immaginava Feynman: chi vuole entrarci con l’immaginazione deve pensare a un luogo in cui si «vedono» gli odori, le formiche sono in proporzione come le Alpi e un appartamento apparirebbe come Giove, il pianeta più grande del Sistema Solare. «La tecnologia del nuovo microscopio – spiega Lazzarino – impiega una sonda che, come la punta di un giradischi, passa sulla superficie di un campione, leggendone le infinitesimali flessioni. Poi un’antenna trasforma i dati in informazioni sulla composizione chimica e sulla struttura tridimensionale». E qui finiscono le metafore, perché la fantascienza diventa scienza d’altissimo livello: «La sonda è un cristallo fotonico ed è legata a una guida d’onda plasmonica, un complesso che permette alla luce visibile, formata da fotoni, di rallentare e confinarsi in uno spazio di pochi nanometri». Così, congelata, la luce rallenta fino quasi a fermarsi, e la sua intensità aumenta esponenzialmente, rivelando informazioni altrimenti invisibili.
«Il limite della risoluzione di un microscopio ottico è imposto dalla stessa luce visibile, che ha un “range” d’ampiezza, in lunghezza d’onda, tra 400 e 800 nanometri». Quindi oggetti più piccoli di questo «range» sono proibiti all’occhio umano anche attraverso i microscopi a lenti. Un limite superato dai Nobel per la fisica 1986 Ernst Ruska, Gerd Binnig e Heinrich Rohrer, che nell’82 inventarono il microscopio a scansione per effetto tunnel, il cui potere visivo era ristretto però solo a oggetti metallici, poiché si basava sull’analisi della corrente di elettroni.

Oltre il limite
Le successive evoluzioni della microscopia nanoscopica hanno permesso una risoluzione sempre maggiore, fino a 14 nanometri. Oltre tale limite non era concesso di sapere nulla, oltre alla forma degli oggetti. Nulla, per esempio, sulla composizione chimica. E proprio qui sta l’innovazione del team italiano.
Le applicazioni più prossime – secondo il team – sono nella diagnostica e «nell’individuazione di molecole rilasciate nel sangue dai tumori: così si potranno capire i meccanismi attraverso i quali le cellule cancerose si replicano». Chiarisce Lazzarino, infatti, che «solo con questa tecnologia è possibile penetrare tridimensionalmente nelle caratteristiche strutturali e chimiche dei più piccoli componenti della vita, dalle proteine al Dna, ma soprattutto andare alla ricerca di ciò che ancora non sappiamo esista. La nuova famiglia di strumenti – conclude – è destinata a migliorarsi, fino all’ambizioso traguardo di isolare nuove componenti nel mare delle biomolecole che formano la materia vivente».
Abbiamo visto l’«ignoto spazio profondo», siamo andati indietro nel tempo per scorgere corpi celesti ed embrioni di galassie lontane 15 miliardi di anni. Ma ci abbiamo messo meno che a ingrandire quel che da sempre abbiamo sotto il naso: il nanomondo, dove fluttuano gli atomi e vibrano i legami tra le particelle. «La messa a punto di questa generazione di microscopi – annuncia Lazzarino – consentirà non solo di vedere, ma anche di manipolare la materia». Feynman l’aveva pronosticato e la realtà rende fede alla sua visione.
Quello su cui invece Feynman non si è mai pronunciato sono le conseguenze di un mondo in cui prolifereranno le nanotecnologie e le macchine invisibili più piccole dei virus: sono loro, che in alcuni scenari inquietanti, dilagheranno silenziosamente in ogni ambiente e anche dentro di noi. Con conseguenze che nessuno riesce ancora davvero a prevedere.

Chi è Marco Lazzarino Fisico
RUOLO: E’ RICERCATORE AL TASC DI TRIESTE DELL’ISTITUTO DI FISICA DELLA MATERIA DEL CNR
NATURE TECHNOLOGY: WWW.NATURE.COM/NNANO/JOURNAL/VAOP/NCURRENT/PDF/NNANO.2009.348.PDF

http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplrubriche/scienza/grubrica.asp?ID_blog=38&ID_articolo=1557&ID_sezione=243&sezione=

Un osso al legno nella top 50 di Time 16.12.2009

E’ ‘made in Cnr’ e si è guadagnata un posto sul Time come una delle 50 migliori scoperte dell’anno. E’ un osso di legno realizzato dall’Istituto di scienza e tecnologia dei materiali ceramici (Istec) del Consiglio nazionale delle ricerche di Faenza. La tecnologia occupa il trentesimo posto della classifica internazionale. Questi impianti ossei, al contrario di quelli metallici o ceramici in uso, non dovranno essere rimossi o sostituiti perché il nuovo materiale viene ricostruito dalle cellule e accolto dall’organismo.
“Da anni ci occupiamo di tessuto osseo”, afferma Anna Tampieri, dell’Istec-Cnr, “e la tecnologia è già in grado di riprodurre un osso chimicamente simile a quello umano. Ma il nostro obiettivo è ottenere un materiale che abbia le stesse caratteristiche di organizzazione micro-strutturale, elasticità e resistenza meccanica. Una struttura complessa che solo la natura è in grado di mettere in atto”.
Da qui è nata l’idea di ‘prendere in prestito’ dagli alberi la materia prima. “Abbiamo individuato”, spiega Tampieri “due piante che hanno caratteristiche morfologico strutturali ideali: la quercia rossa e il rattan”.
In laboratorio, attraverso un processo chimico, il pezzetto di legno viene trasformato in uno ‘scheletro carbonioso’ e, infine, in una struttura di fosfato di calcio complesso. “Questo materiale mantiene inalterata la sua struttura complessa”, spiega la ricercatrice, “viene impiantato al posto della parte mancante di osso e infine riconosciuto come autologo”.
Per l’applicazione bisognerà attendere l’esito della sperimentazione in corso: il primo osso di legno è stato innestato nella zampa di una pecora, con un intervento eseguito dall’équipe di Maurilio Marcacci dell’Istituto ortopedico Rizzoli di Bologna. I costi previsti per una protesi dovrebbero essere piuttosto contenuti.
L’idea è diventata un progetto, il Templant project, nel 2006, grazie a un finanziamento di tre milioni di euro della Commissione Europea, e coinvolge otto istituti di ricerca europei (Germania, Spagna, Austria, Francia, Olanda, Svezia). L’Italia è rappresentata dall’Istec-Cnr, che è il capofila, dall’Istituto ortopedico Rizzoli di Bologna, dalla Finceramica SpA di Faenza. Il team, giovane, è composto da dieci ricercatori, di cui cinque donne.

Rosanna Dassisti

Fonte: Anna Tampieri, Istituto di scienza e tecnologia dei materiali ceramici del Cnr, Faenza, tel. 0546/699757, e-mail: anna.tampieri@istec.cnr.it

http://www.almanacco.cnr.it/articoli.asp?ID_rubrica=1&nome_file=01_20_2009

La Cina dirotta i fiumi per dissetare Pechino 16.12.2009

Polemiche per il nuovo piano faraonico del governo

FRANCESCO SISCI

PECHINO

Sette canali lunghi complessivamente molte migliaia di chilometri, che attraverseranno la Cina da Sud a Nord per portare l’acqua del bacino del Fiume Azzurro, afflitto da periodiche inondazioni, al bacino del Fiume Giallo, in secca per molti mesi all’anno. Il tutto da costruire in appena una decina d’anni. Questo progetto di diversione idrica, come quasi tutto quello che caratterizza la Cina di questi anni, è pensato in una scala senza precedenti nella storia umana. Un progetto che appare innaturale ed ecologicamente stonato, se non proprio fuori posto, nella nuova rincorsa ambientale in corso alla conferenza sul clima a Copenhagen. I critici del mega progetto puntano il dito sulle quasi 500 mila persone da sfrattare per far posto al canale che arriverà fino alla metropoli di Tianjin, alle porte di Pechino. Tra gli abitanti della zona della potenziale evacuazione qualcuno già protesta, o chiede compensi più alti per le case e i terreni che stanno per cedere al governo. Altri obiettano che se da una parte l’acqua intorno alla capitale cinese effettivamente scarseggia, ci sono anche molti sprechi, visto che in zona ci sono, per esempio, una quarantina di campi da golf, alcuni grandi centinaia di ettari, verdissimi e sempre irrigati. A molti altri il progetto di diversione idrica sembra solo una versione più nuova del gigantismo maoista che ha già portato alla costruzione della diga delle Tre Gole, mastodonte ingegneristico la cui utilità rimane ancora dubbia. Del resto, per trovare un precedente bisogna risalire all’Urss di Breznev, che voleva dirottare gli «inutili» fiumi del Nord a irrigare le piantagioni dell’Asia Centrale, progetto bloccato solo con Gorbaciov. I tecnici cinesi coinvolti nel progetto però scuotono la testa, qui si tratta di un’altra storia, dicono. «Ci sono vari problemi che gli stranieri confondono e mischiano, in una specie di macedonia ma alle elementari ci insegnavano che mele e pere non possono essere sommate insieme», sostiene un ingegnere che lavora al progetto. C’è un primo problema vero: al Sud ci sono alluvioni che uccidono ogni anno centinaia di persone, mentre il Nord, dove vive circa un terzo della popolazione, si sta desertificando e in media la gente ha meno della metà del minimo di acqua stabilito dall’Onu come standard per «scarsità idrica». I problemi più gravi al Nord non sono i campi da golf, ma l’agricoltura che continua a usare forme di irrigazione primitive. I campi vengono inondati, e hanno avuto finora scarso successo gli sforzi di esperti israeliani di introdurre tecniche di irrigazione più efficienti, come impianti a gocciolamento. «Costano molto in termini di impianti, e non hanno senso per piccoli lotti, quelli del contadino medio», spiegano all’Accademia delle Scienze Sociali di Pechino. E’ anche vero che dal momento in cui il progetto fu pensato, 8-9 anni fa, il clima pare cambiare. Le precipitazioni sono aumentate al Nord e diminuite a Sud. Ciò sembra anche dovuto agli sforzi degli ultimi 20 anni per fermare la desertificazione a Nord di Pechino. Migliaia di ettari di alberi sono stati piantati e questo ha migliorato le condizioni nella regione intorno alla capitale. Rimangono comunque due problemi, che vanno affrontati separatamente: gli sprechi e la scarsità di acqua al Nord. Si tratta di cambiare il tipo di agricoltura, il che significa mettere fine alla piccola proprietà terriera, un processo che è già iniziato ma richiederà decenni. Nel frattempo le riserve idriche delle metropoli settentrionali si stanno esaurendo. La diversione idrica serve appunto ad assicurare acqua al Nord. Inoltre, il canale più orientale del progetto, che sarà completato per primo, nel 2013, ricalca per larga parte il tracciato dell’antico canale imperiale. Questo non serviva a portare acqua ma per il trasporto delle merci. Questa sarà anche la funzione di alcuni dei canali futuri, spiegano al ministero delle risorse idriche e tengono a sottolineare le differenze tra le Tre Gole e la diversione idrica: il progetto della diga non ha avuto alcun sostegno internazionale, mentre la diversione ha una fila di collaborazioni da tutto il mondo, tra cui quella del ministero dell’Ambiente Italiano. Rimangono tanti altri problemi per l’acqua in Cina. Il 60% dei corsi e bacini acquiferi sono inquinati a livelli più o meno alti, anche in molte grandi città l’acqua non è potabile. L’industria pesante, negli ultimi 20 anni la spina dorsale dello sviluppo cinese, ha usato 4-5 volte più acqua per dollaro di produzione rispetto ai Paesi sviluppati. E qui la diversione non può far niente. Resta comunque agli occhi dei cinesi un grande stimolo di sviluppo. Con i suoi 26 miliardi di euro di spesa prevista è una potente iniezione di crescita economica in anni altrimenti duri e magri per la crisi.

http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/esteri/200912articoli/50416girata.asp

La rassegna di http://www.caffeeuropa.it/, particolarmente saliente

Le aperture

Il Sole 24 Ore: “Parte il fondo per le Pmi”, via all’accordo quadro da 3 miliardi fra Tesoro, Cassa depositi e prestiti, Abi, Confindustria, Unicredit, Intesa e Mps: si tratta “. In prima pagina il quotidiano di Confindustria dà anche altre notizie: il via libera alla Camera alla Finanziaria (voto di fiducia) e la quasi sicura proroga dello scudo fiscale, che finora ha soddisfatto molto il governo viste le entrate: “Tremonti: il rientro dei capitali vale cinque punti di Pil”. In prima anche la foto della prima pagina di Time, che ha eletto uomo dell’anno Ben Bernake. “Senza di lui il disastro”.

Corriere della Sera: “Attentato fallito alla Bocconi”, “pacco bomba a Milano. Gli investigatori: potrebbero arrivarne altri”. “La rivendicazione di un gruppo anarchivo. Un secondo ordigno a un centro immigrati in Friuli”. Si tratta, secondo l’analisi di Paolo Franchi, di “segnali che non vanno ignorati”, anche se gli anni 70 sono lontanissimi, “politicamente e culturalmente”.

Il Riformista: “Arriva la bomba”, “Come da manuale della strategia della tensione”. Gli anarchici hanno rivendicato l’azione con cui è stato deposto in un sotterraneo della Università Bocconi un ordigno esploso solo parzialmente. E poi: oggi le dimissioni di Berlusconi dall’ospedale, “fuori troverà solo il Pdl in fiamme”.

La Stampa: “Fini: io sto con Napolitano”. “Il Presidente della Camera: i suoi richiami alla moderazione una stella polare. Berlusconi rimande ancora in ospedale”.

Il Foglio: “Così Fini richiama a corte i colonnelli di An, ma senza rompere con il Cav”. (“Quasi quasi fa pace davvero”, scrive il quotidiano). Fini ha riunito a pranzo i suoi ex-colonnelli, anche quelli più distanti come Gasparri e Matteoli, chiedendo loro di fare un passo indietro delegandogli la facoltà di trattare con Berlusconi. Secondo Il Foglio Fini sta lavorando, insieme con Gianni Letta, a placare gli animi, cercando anche un’interlocuzione sulla giustizia (ma non soltanto per il premier) con Udc e Pd .

La Repubblica: “Fini: superato il limite di guardia”, “Il Presidente della Camera: sbagliato distribuire colpe. Dal Pdl ancora ttacchi a ‘Repubblica’. Votata la fiducia alla Finanziaria”.

Libero: “Una bomba da matti”, “Prima il pazzo che tira la statuetta del Duomo in faccia a Berlusconi, poi migliaia di fan che applaudono all’eroico gesto di liberazione, ora la dinamite alla Bocconi”.

Il Giornale: “E ora arrivano le bombe”. “Dopo la statuetta, la dinamite. Altro frutto delle campagne dei cattivi maestri. In serata Berlusconi offre un patto a Pd e Udc per superare il clima d’odio”.

Il direttore Vittorio Feltri spiega ai propri lettori: “Così è fallito il ribaltone di Fini”. Mentre Berlusconi gicave in ospedale, “Qualcuno a Roma brigava”, visto che ieri nella capitale un gruppo di ex-An si è riunito e non per parlare di presepi e Gesù Bambino, ma di aritmetica: “quanti deputati di An dovrebbero abbandonare l’attuale coalizione per sotterrare il governo?”. Con 24, “ribaltone sicuro”. Anche alle pagine interne il quotidiano si occupa estesamente delle “manovre nel Pdl” , di un Fini che fa la conta dei fedelissimi, mentre Berlusconi avrebbe intenzione di offrire un patto a Udc e Pd per “un’intesa democratica contro l’odio” (così la definisce il quotidiano).

Politica

Il Corriere della sera intervista Massimo D’Alema. “Premier e Di Pietro, due populismi speculari”, “si alimentano in una spirale che va fermata con le riforme”: così il quotidiano riassume i temi del colloquio. Di Pietro “è l’opposizione ideale per Berlusconi”, dice D’Alema. E insiste: “Bisogna avere il coraggio di dire che le riforme istituzionali comportano una comune assunzione di responsabilità, senza temere l’accusa di voler fare inciuci”. Ma le riforme per fermare i processi a Berlusconi non si possono considerare tali e non si può pretendere che l’opposizione le faccia proprie: “se per evitare il suo processo devono liberare centinaia di imputati di gravi reati, è quasi meglio che facciano una leggina ad personam per limitare i danni all’ordinamento e alla sicurezza dei cittadini”.

La Repubblica intervista Pierferdinando Casini, che spiega la sua proposta di un “fronte della legalità” con il Pd, “contro i falchi del Pdl”. L’Udc non è favorevole alla riforma del processo breve ma è pronta a discutere “di Lodo e legittimo impedimento”.

Il Sole 24 Ore dedica un titolo di prima pagina all’accordo sulle regionali tra Pdl e Lega. Al partito di Bossi andrà la candidatura alla Presidenza del Veneto e del Piemonte, in Lombardia rimane Formigoni, nel Lazio la candidata sarà Renata Polverini. In sospeso – sia per il centrodestra che per il centrosinistra – le candidature in Puglia e in Campania.

Arresti

“Tangenti, arrestato l’assessore Prosperini”, titola il Corriere della Sera in prima pagina. Si tratta dell’assessore regionale allo sport e turismo della Lombardia.

Sulla prima pagina de Il Giornale, la foto dell’assessore Prosperini: “Riecco le manette”, scrive il quotidiano. “Si avvicinano le elezioni regionali e partono nuove inchieste giudiziarie. L’assessore lombardo accusato di corruzione”. Arrestato anche il patron di Odeon tv, Raimondo Lagostena Bassi. Secondo l’accusa, quest’ultimo avrebbe versato su un conto svizzero dell’assessore 230mila euro in cambio delll’assegnazione di un appalto di 7 milioni e mezzo di euro per la promozione turistica in televisione, che Odeon si sarebbe aggiudicata grazie alla tangente. Prosperini, ricorda il quotidiano, viene dalla Lega, poi è passato ad An.

Il Corriere descrive il personaggio: “l’ex-pugile anti-immigrati idolo su you Tube”. E scrive che è stato liberale, democristiano, leghista, aennino. Un baluardo della cristianità, si è autodefinito.

E poi

“Clima, accordo appeso a un filo. Scontri in piazza e stallo tra i delegati. Ora le aspettative si concentrano su Obama”. Il quotidiano spiega che saranno 115 i capi di Stato e di governo che parteciperanno alla fase conclusiva della Conferenza sui cambiamenti climatici in corso a Copenhagen”. Una analisi di Franco Venturini sul Corriere della Sera “la tentazione dei Potenti” sarebbe quella di non siglare alcun nuovo accordo e di “andare avanti con Kyoto”, quel trattato che “lascia fuori gli Usa e non chiede nulla alla Cina”.

Oggi al Parlamento europeo si vota, su iniziativa della Lega, una risoluzione che sancisce il “prinicipio di sussidiarietà” sui simboli religiosi. Se ne occupa in prima pagina Il Foglio: “Così l’Europa vuole cambiare la sentenza sui crocifissi”: “si prepara una risoluzione riparatoria, socialisti d’accordo ma in imbarazzo”. Il capogruppo Pd a Strasburgo, Sassoli, dice al Foglio che “questa materia deve essere regolata dalle legislazioni nazionali” e il Pd vuole un “Fortissimo impuslo al pluralismo religioso in una società laica”. Partito popolare e Pse, insomma, vanno alla conta con divisioni interne.

Il focus del Corriere si concentra sui tagli alle spese culturali: il nostro Paese ha reagito in modo diverso dal resto d’Europa alla crisi economica, in 10 anni la quota di reddito riservata alle voci ‘istruzione e tempo libero’ è scesa dal 6,2 al 5,3 per cento. Insomma, “le famiglie consumano meno libri, cinema e musica. Stabili i telefonini, in crescita solo pay-tv e videogiochi”. La fonte dei dati è l’Istituto di economia dei media della Fondazione Rosselli.

Crowdsourcing art, opera corale
Quando l’artista diventa folla 16.12.2009

Finora questa forma di telelavoro distribuito aveva a che fare esclusivamente col marketing. Adesso ha scoperto la creatività. La singolare esperienza di Aaron Koblin

di MARCO DESERIIS

CHE il crowdsourcing sia un’arte, non v’è dubbio. Ma che possa essere un medium per fare arte è un dato certamente nuovo e sorprendente. Coniato nel 2006 dal giornalista di Wired Jeff Howe, il neologismo nasce dall’unione dei termini crowd (gente comune) e outsourcing (esternalizzare un’attività produttiva). Un buon crowdsourcer, che sia un manager, un politico, o un’analista militare, deve sapere assegnare ai suoi collaboratori dei compiti precisi, per poi creare un mosaico in cui ogni tessera trova il suo posto.

Negli ultimi anni il crowdsourcing è diventato un termine ubiquo, usato dal Pentagono per redarre documenti strategici, dalle aziende della net economy per tagliare il costo del lavoro, e in generale dagli analisti dei nuovi media per descrivere l’erosione dei confini tra produzione professionale e amatoriale.

Servizi di telelavoro come Istock Photo, Mechanical Turk, Leginda, Rentacoder, ma anche la stessa Wikipedia ci dicono che se da un lato l’intelligenza sociale della rete produce, per dirla con Kevin Kelly, un nuovo “socialismo digitale,” dall’altro genera anche un (auto)sfruttamento diffuso. A meno che non si sia dei geni come Alex Tew, lo studente inglese che nel 2005 riuscì a incassare un milione di dollari vendendo ai pubblicitari un milione di pixel a un dollaro l’uno.
Può quindi sorprendere che un termine associato più con il marketing e il telelavoro che con la creatività abbia fatto il suo ingresso nel mondo dell’arte. La crowdsourcing art è emersa negli ultimi anni soprattutto grazie al lavoro di Aaron Koblin, artista ventisettenne di San Francisco che ha creato diversi progetti servendosi del Turco Meccanico, il servizio di telelavoro di Amazon. Sul Turco Meccanico qualsiasi datore di lavoro può postare una Hit (Human Intelligence Task) e chiedere a un navigatore di eseguire il lavoro per pochi centesimi di dollaro. Di solito le richieste riguardano compiti ripetitivi come catalogare foto o animazioni digitali, reperire articoli in rete, trascrivere file audio e via dicendo.

Il servizio è chiaramente sbilanciato a favore dei datori di lavoro. Non solo la paga media si aggira sugli 1-2 dollari l’ora, ma il crowdsorcer può retribuire solo gli Hit che preferisce e non deve pagare alcuna tassa o contributo, se non un 10% ad Amazon per il servizio. Il lavoratore dal canto suo è tenuto a dichiarare al fisco americano tutti gli “introiti” derivanti dalle proprie prestazioni.

Recentemente Aaron Koblin e Daniel Massey hanno invitato ai turchi meccanici la richiesta di ascoltare una nota Midi e ripeterla a voce registrandola con un microfono. Dalle oltre duemila voci raccolte hanno ricavato una versione surreale di Daisy Bell, nota canzone popolare americana nonché primo brano musicale cantato da un computer tramite un software di sintesi vocale. Era infatti il 1962 quando John Kelly, Max Mathews e Carol Lockbaum, all’epoca programmatori ai laboratori della Bell in New Jersey, fecero cantare Daisy Bell a un IBM 704. L’invenzione non sfuggì a Stanley Kubrick: nel 1968 Hal 9000, il computer di 2001 Odissea nello Spazio canta Daisy Bell pochi secondi prima di essere sconnesso (nella versione italiana Hal canta “Giro Giro Tondo”). Koblin e Massey hanno recuperato i file Midi della sintesi vocale del 1962, e pagando solo 6 centesimi di dollari a Hit, hanno chiesto ai turchi meccanici di 72 nazionalità di partecipare a un’opera corale che se non altro ha una valenza estetica anziché commerciale.

Ma il lavoro di Koblin non aggira il tema dello sfruttamento del lavoro a distanza, al contrario. Nel 2006, l’artista aveva chiesto a diecimila lavoratori del Turco Meccanico di disegnare una pecora con lo sguardo rivolto a sinistra. Ne era nato The Sheep Market, un collage-animazione di diecimila pecore che è una chiara metafora della condizione del telelavoratore nell’era del Web 2.0. Come spiega l’artista in un’intervista a Wired, “ho scelto la pecora per diversi motivi. Innanzitutto perché viene allevata per la lana e altri prodotti, ma anche perché viene associata con la clonazione. Ho creato un software di animazione e ho chiesto (ai telelavoratori) di disegnare una pecora. Le persone non sapevano che il software registrava i loro movimenti sullo schermo e che, al di là del disegno finale, stavano in realtà producendo un’animazione”.

Nel 2008 Koblin ha ripetuto l’esperimento con una metafora ancora più esplicita. Questa volta ha chiesto ai turchi meccanici di disegnare un dettaglio di una banconota da 100 dollari, compensandoli un solo centesimo a Hit. Il risultato finale è Ten Thousand Cents, un’opera che è stata “tradotta” in due media diversi: un’installazione video che mostra la banconota emergere dal disegno simultaneo di tutti i lavoratori; e una stampa di diecimila banconote da cento dollari (costo: 100 dollari l’una) il cui ricavato viene donato al progetto One Laptop per Child di Nicholas Negroponte.

Se il lavoro di Koblin è l’esempio più eclatante di crowdsourcing art perché si serve delle stesse piattaforme e metodi utilizzati dalle aziende per reclutare lavoratori a distanza, la crowdsourcing art può essere estesa a varie forme di collaborazione artistica tramite internet. Ad esempio, nel luglio 2009 il regista giapponese Masahi Kawamura ha realizzato un video clip per la band musicale Sour coordinando remotamente, tramite web cam, i movimenti dei fan della band seduti di fronte ai propri computer. Found Magazine, rivista di Ann Arbor, Michigan, pubblica ogni giorno frammenti di cartoline, biglietti, e messaggi personali trovati per caso dai suoi lettori nelle strade, le case e i cestini della spazzatura. Drawingblog, blog lanciato dall’artista milanese Helga Franza nel 2004, raccoglie migliaia di disegni realizzati a più mani dai navigatori.

Forse la crowdsourcing art è la dimostrazione più evidente che il vecchio motto di Novalis e Joseph Beuys secondo cui “ogni persona un’artista” è ormai divenuto realtà. O forse, se si considera la questione da un punto di vista economico, è un sintomo del fatto che anche le opere d’arte possono ormai essere appaltate per pochi centesimi a pixel.

http://www.repubblica.it/2009/12/sezioni/tecnologia/crowdsourcing-arte/crowdsourcing-arte/crowdsourcing-arte.html

Appello per il rilascio di Luca Tornatore

Care/i tutte/i,

pubblico un appello per la scarcerazione del mio amico  Luca Tornatore, in carcere per una vicenda assurda.

Luca, astrofisico, residente a Quarto d’Altino, Compagno di Federica e padre di una bambina di 5 anni, ricercatore presso il Dipartimento di Fisica dell’Università di Trieste e attivista della Casa delle Culture, si trova dalla scorsa settimana a Copenhagen per partecipare, con la delegazione italiana (oltre 200 persone) dellaCampagna ‘See You in Copenhagen’, di cui è uno dei portavoce pubblici e riconosciuti, alle iniziative organizzate in occasione della Conferenza mondiale delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (COP 15).

Lunedì sera si è recato nel quartiere di Christiania per intervenire al dibattito organizzato dalla rete “Climate Justice Action” con la partecipazione di Michael Hardt e Naomi Klein, e un migliaio di persone tra il pubblico. Mentre il dibattito era in corso, ad alcune centinaia di metri, un gruppetto di persone vestite di nero ha attaccato, lanciando oggetti ed erigendo una barricata successivamente incendiata, la Polizia danese che stazionava in forze ai margini del quartiere. Questo gruppo, dopo aver colpito, si è dato alla fuga verso l’interno del quartiere, dove nel frattempo il dibattito si era concluso e centinaia di persone si erano fermate nei locali della zona. L’azione ha dato il pretesto alla Polizia danese per effettuare un vero e proprio rastrellamento di massa per le strade e all’interno dei pubblici esercizi di Christiania, procedendo al fermo di circa duecento persone (tra cui alcune decine di italiani) che sono state condotte ammanettate ai Centri detentivi.

Mentre la quasi totalità dei fermati sono stati rilasciati tra la tarda notte e le prime ore del mattino, Luca Tornatore è stato condotto davanti ad un Tribunale con pesanti accuse (lancio di oggetti e resistenza aggravata a pubblico ufficiale), senza alcuna prova, ma basate esclusivamente sul rapporto e le testimonianze della Polizia. Nel tardo pomeriggio, il Tribunale ha convalidato il suo arresto, fissato la prima udienza del processo per il prossimo 12 gennaio e disposto, fino ad allora, la sua detenzione cautelare in carcere.

Luca sta probabilmente pagando il ruolo che, a viso aperto, ha avuto nelle manifestazioni di questi giorni. La sua vicenda, così come gli oltre milleduecento fermi preventivi già compiuti in soli tre giorni dalla Polizia danese, non può che destare grande preoccupazione in merito all’effettiva garanzia della libertà d’espressione e del diritto a manifestare, sanciti dalla Costituzione danese e riconosciuti dalla Carta Europea, a cui la Danimarca così come il nostro Paese aderisce.

Di seguito vi trasmetto il testo dell’Appello diffuso in queste ore nell’ambiente scientifico e accademico, che ha tra i suoi promotori la prof.ssa Margherita Hack. Firmatelo (mettete anche qualche dato personale tipo,città o professione), fatelo firmare e comunicate la vostra adesione a giuseppe.caccia@unito.it

E’ importante firmare questo appello prima possibile e in tanti perché le pressioni politiche possono avere un effetto sul rilascio di Luca.

Grazie,
Marco Sacco
329 4426874

APPELLO PER L’IMMEDIATO RILASCIO DEL DOTTOR LUCA TORNATORE

Luca Tornatore non è solo un amico fraterno di chi scrive questo appello. Luca è un assegnista di ricerca al Dipartimento di fisica dell’Università di Trieste. E’ uno scienziato, uno di quelli che alla passione e alla voglia di cambiare il mondo uniscono, dunque, una riconosciuta competenza.
Questi sono gli ingredienti che lo hanno spinto, assieme a centina di attivisti ambientalisti italiani, a recarsi a Copenhagen. Luca è nella capitale danese per pretendere giustizia climatica, per confrontarsi all’interno del Climate Forum, per capire e per intrecciare relazioni con chi (come noi e lui) pensa che l’emergenza ambientale debba essere affrontata a partire da una democratizzazione delle decisioni e non attraverso la delega a chi l’ha provocata o a chi la sta peggiorando (siano essi vecchi o nuovi attori di rilievo del panorama geo-politico).
Luca Tornatore si trova oggi in stato di arresto, fermato assieme ad altre decine persone dopo aver partecipato ad un dibattito!! Luca, come centinaia di altri, non ha commesso alcun reato. Il suo fermo è stato confermato non sulla base di prove, ma proprio per punire il suo impegno,
la sua visibilità pubblica e la sua competenza. Ci sarebbe da ridere, ma quello che sta succedendo a Copenhagen non ha precedenti. Il solo fatto di trovarsi per strada rende passibile di fermo, l’arresto preventivo (già di per sé strumento mostruoso dello stato d’eccezione) è stato abusato senza vergogna. Sono stati calcolati più di millecinquecento fermi di polizia, praticamente tutti ingiustificati. La capitale Danese, ormai un ex simbolo della socialdemocrazia, si è trasformata in una vera e propria città di polizia.
Noi pretendiamo il rilascio immediato del Dott. Luca Tornatore, prima di tutto perché totalmente innocente, poi perché la sospensione dello stato di diritto, le provocazioni e le menzogne rendono la mancanza di Luca insopportabile per tutti noi e per tutti quelli che condividono, con
serietà, le sue preoccupazioni per il futuro del nostro pianeta.

Trieste – Venezia, 15 dicembre 2009

http://ricostituente.wordpress.com/2009/12/16/appello-per-il-rilascio-di-luca-tornatore/

La Regione contro la privatizzazione dell’acqua 14.12.2009

La Regione Piemonte impugna davanti alla Corte Costituzionale l’art 15 della legge 166/2009, meglio nota come “legge sulla privatizzazione dell’acqua”.

Il provvedimento è stato adottato il 14 dicembre dalla Giunta regionale su proposta della presidente Mercedes Bresso e degli assessori all’Ambiente, Nicola de Ruggiero, e al Legale, Sergio Deorsola.

Nella delibera la Giunta richiama un precedente ricorso del 2008, con il quale si contestava la legittimità dell’art.23bis della legge 133 del 6 agosto 2008, recante disposizioni in materia di servizi pubblici, per violazione degli articoli 5, 114, 117, 118 e 120 della Costituzione, anche con riferimento agli articoli 3 e 97 della nostra Carta fondamentale. In altri termini, il Governo regionale ritiene che l’articolo 15 della legge 166 rappresenti sia una riduzione dei diritti fondamentali dei cittadini (art 3 della Costituzione) sia una prevaricazione rispetto al riconoscimento dei poteri assegnati alle Regioni in forza del Titolo V della Costituzione.

Alle osservazioni già inoltrate, la Giunta ne aggiunge una serie riguardanti la violazione dei trattati europei e la libera concorrenza.

http://www.regione.piemonte.it/cms/piemonte-informa/diario/la-regione-contro-la-privatizzazione-dell-acqua.html

crisi, finanza, povero, Usa di Vincenzo Comito

Lo Stato è tornato ma si è subito fermato

16/12/2009

Un americano su 8 mangia grazie al “food stamp”. Le contraddizioni degli Stati tra necessità e difficoltà di intervento, l’emergenza del debito, le timidezze politiche

“…le preoccupazioni che Obama ha espresso diventano comprensibili se si suppone che egli stia traendo le sue opinioni, direttamente o indirettamente, da Wall Street…” (P. Krugman)

“…a meno che i governi spingano le banche a ristrutturare i 7000 miliardi di dollari di prestiti ad alto leverage (concessi alle imprese) che dovrebbero scadere entro il 2014, gli Stati Uniti e l’Europa potrebbero dover affrontare presto il problema giapponese della crescita zero…” (G. Hands, in Arnold, 2009)

“…con un debito nazionale che raggiunge ora i 12 trilioni di dollari, la Casa Bianca stima che il costo di servizio del debito supererà i 700 miliardi di dollari all’anno nel 2019, contro i 200 miliardi di quest’anno, anche se i deficit annuali del budget si riducessero drasticamente. Altre previsioni affermano che la cifra potrebbe essere anche molto più alta…” (E. L. Andrews)

Premessa

L’anno sembra chiudersi, almeno sul fronte economico, con grandi problemi e contraddizioni, per quanto riguarda almeno i paesi sviluppati.

Forse il fatto simbolico che può colpire di più, a tale proposito, è il grande successo che sta conseguendo in questo momento, negli Stati Uniti, il programma di food stamp, un progetto governativo di sostegno alimentare alle famiglie disagiate, programma in atto da tempo, ma i cui numeri sono ora in forte crescita.

Come riferisce un articolo del New York Times (DeParle, Gebeloff, 2009), in questo periodo tale schema aiuta a mangiare tutti i giorni un americano su otto e addirittura un bambino su quattro ed in alcune aree, come quella delle città sul Mississipi, St. Louis, Memphis, New Orleans, i numeri sono parecchio più elevati e, tra l’altro, più della metà dei bambini dell’area riceve il sostegno. Bisogna poi ricordare che un sempre maggiore numero di cittadini statunitensi sta aderendo al programma in queste settimane e lo stanno facendo in particolare molte persone già appartenenti alla classe media. E questo nel paese più ricco e più potente del mondo.

Ma questa appare soltanto una delle rilevanti contraddizioni che stanno toccando in particolare, sul fronte economico e con la crisi in atto, i paesi occidentali. Ne elenchiamo di seguito alcune delle principali.

Gli Stati tra necessità e difficoltà di intervento

Appare palese il conflitto esistente, da un lato, tra la necessità di un continuo e accresciuto sostegno pubblico all’economia – che in questo momento si regge sostanzialmente sui soldi dei contribuenti- e, dall’altro, le grandi difficoltà legate al fenomeno e la spinta che si manifesta da più parti verso politiche di rientro.

Come, tra l’altro, afferma l’ILO (ILO, 2009) in un suo recente studio, le misure per contrastare la crisi economica non devono essere sospese, ma anzi esse devono essere prolungate, altrimenti circa 40 milioni di persone potrebbero perdere il loro posto di lavoro nel mondo.

Così, negli Stati Uniti, si è discusso a lungo del possibile varo di un nuovo programma di sostegno, vista l’insufficienza di quello in atto, mentre una parte importante dei parlamentari e dell’opinione pubblica appariva molto reticente al riguardo. Il livello presente del debito pubblico e quello che si configura per gli anni futuri –sino, almeno secondo alcune previsioni, forse troppo pessimistiche, possibilmente ad arrivare ad un rapporto debito-pil pari al 150-160% nel 2020 nel caso degli Stati Uniti e anche della Gran Bretagna, come stimano gli economisti della BNP Paribas-, con le loro possibili conseguenze a livello di blocco o riduzione della spesa pubblica, aumento del carico fiscale, inflazione, appaiono in effetti di difficile dirigibilità nel caso di economie per le quali è difficile prevedere nei prossimi anni alti tassi di sviluppo, che renderebbero tutto invece più facile.

Va peraltro ricordato che la crescente incidenza del debito pubblico sul pil nei paesi occidentali non è dovuta solo alle misure di salvataggio messe in atto, ma anche alla contrazione in valori assoluti dello stesso pil e alla parallela caduta delle entrate fiscali.

Ci si può incidentalmente chiedere, come fa ad esempio M. Wolf (Wolf, 2009), come mai le agenzie di rating, così sollecite di solito con i paesi deboli, non declassino il debito sovrano di Stati Uniti e Gran Bretagna, paesi che presentano già per il 2010 un deficit pubblico primario rispettivamente del 3,7% e del 7,8%.

Alla fine, comunque, il governo degli Stati Uniti ha deciso l’avvio di misure ulteriori di intervento senza prevedere nuovi stanziamenti, utilizzando una parte indeterminata dei fondi del programma Tarp, che erano a suo tempo stati stanziati sotto la presidenza Bush per il salvataggio delle banche; si è forzata così largamente la mano al legislatore.

In questo momento i governi dei paesi occidentali pagano tassi di interesse molto bassi sui prestiti; ma presto, accanto ai problemi relativi alla montagna di nuovi debiti che si stanno contraendo, in particolare poi alla necessità di rimborsare le ingenti somme che verranno a scadenza a breve termine, sta la minaccia del ritorno dei tassi di interesse a livelli normali (Andrew, 2009). Quello della potenzialmente forte crescita del carico di interessi è una drammatica minaccia che pesa sui bilanci di molti paesi occidentali.

Intanto, peraltro, anche il Giappone, spinto dallo stato di necessità, vara un secondo piano di rilancio che, considerando tutti i suoi risvolti, dovrebbe pesare per circa 185 miliardi di euro, dopo che il primo programma non era riuscito a contribuire in maniera adeguata a togliere l’arcipelago dalle spire della crisi. Il debito del paese dovrebbe presto, in ogni caso, superare il 200% del pil.

Nel frattempo, in Gran Bretagna i conservatori promettono, in caso di vittoria alle prossime elezioni politiche, di tagliare fortemente i deficit del bilancio pubblico!

Esigenze di capitalizzazione e di prudenza delle banche e esigenze di finanziamento dell’economia

Un altro problema riguarda l’andamento del settore bancario; è noto che la situazione dell’afflusso del credito all’economia non accenna a migliorare molto, negli Stati Uniti come in Europa, in particolare per quanto riguarda le piccole e medie imprese (Saft, 2009). La questione è da collegare, dal lato dell’offerta, ai rischi presenti ancora nel sistema economico, ma anche alla insufficiente capitalizzazione del sistema.

Si va discutendo da tempo se come ristrutturare il settore finanziario per evitare il ripetersi di nuove difficoltà e sostanzialmente in tutte le proposte si tende, tra l’altro, a sottolineare appunto la necessità di un rilevante aumento dei livelli dei mezzi propri degli istituti. Quasi nessuno, tranne le banche interessate, mette in discussione la necessità di una mossa di questo tipo. Gli stessi istituti affermano invece che il costo dei mezzi propri è troppo elevato e un loro aumento comporterebbe una lievitazione del prezzo del credito per le imprese; in effetti, finché le grandi banche pagano un tasso di interesse dell’1% sui prestiti che contraggono con l’aiuto delle banche centrali, esse non vogliono certo sentir parlare di fonti alternative di approvvigionamento (The Economist, 2009). D’altro canto, al momento in cui le banche centrali alzassero in maniera significativa il costo del denaro, potrebbero prodursi rilevanti problemi. Non vanno neanche sottaciute le difficoltà di trovare le risorse per i necessari aumenti di capitale, quindi anche per questa via un aumento del rapporto mezzi propri – debiti potrebbe contribuire a ridurre i livelli del credito concesso all’economia.

Vista la questione in altro modo, se le autorità monetarie prosciugassero troppo o troppo velocemente le enormi quantità di liquidità che hanno riversato sui mercati, rischierebbero di strozzare quel po’ di ripresa che si delinea all’orizzonte, nonché di spaventare gli investitori; se invece non lo facessero, o non lo facessero abbastanza presto, rischierebbero invece di creare una nuova bolla, già del resto in agguato (Gatinois, 2009).

Necessità e problemi di una possibile nuova regolamentazione del settore finanziario

L’intervento pubblico di sostegno al comparto finanziario per evitare il crack, che è stato così forte ed esteso ed ha raggiunto apparentemente lo scopo, avrebbe potuto essere anche il punto da cui partire, tra l’altro, per ripensare totalmente i sistemi di regolamentazione e di controllo del settore. Ma, almeno sino a questo momento, poco si è mosso su tale fronte e in queste settimane stiamo così assistendo al ritorno sul campo da padroni dei mercati e delle istituzioni finanziarie. Le famigerate agenzie di rating e le banche, dopo un momento di riserbo, hanno ricominciato a lanciare anatemi e minacce e a condizionare pesantemente i governi. E non si tratta soltanto del caso esemplare della Grecia e di Dubai. Dietro a tali paesi stanno in fila d’attesa per essere bastonati, per parlare soltanto dell’ Europa, Spagna, Portogallo, Irlanda, Islanda, Ungheria, almeno due dei paesi baltici, Italia, Gran Bretagna e forse abbiamo dimenticato qualche caso.

Sulla possibile nuova regolamentazione del settore finanziario si scontrano interessi differenti a livello geografico e anche tra le diverse correnti presenti all’interno delle classi dirigenti dei vari paesi. Nell’Unione Europea, così, è in corso da tempo un braccio di ferro, da una parte, tra i burocrati di Bruxelles, che hanno il supporto di paesi quali la Francia e la Germania e, dall’altra, le autorità britanniche, per quanto riguarda i poteri e le modalità di funzionamento dei nuovi organismi pan-europei che dovrebbero appunto sovraintendere al settore bancario, assicurativo, della borsa, nonché governare il rischio sistemico dei mercati. La Gran Bretagna vede nei progetti di riforma la minaccia che essi farebbero pesare sui destini della City e indirettamente quindi sulle sorti economiche del paese. A leggere la stampa britannica sembrerebbe, tra l’altro, che la Francia stia cercando di distruggere la piazza londinese. Il risultato di questi scontri è che, almeno sino a questo momento, lo schema di riforma messo in atto per cercare di accontentare tutti i paesi appare un pasticcio contorto e complicato, di difficile applicabilità e che serve poco alla bisogna.

Negli Stati Uniti, intanto, si assiste allo spettacolo di un governo Obama timoroso e sostanzialmente riverente nei confronti di Wall Street, che vede di nuovo come un bastione della forza economica e finanziaria statunitense e che appare quindi riluttante a cambiare in maniera significativa, pur di fronte alle pressanti richieste di una parte almeno dall’opinione pubblica e degli esperti più qualificati. Così il settore bancario Usa, come del resto la City londinese, porta avanti argomentazioni che mostrerebbero come più stringenti regolamentazioni del settore, nella direzione di ridurre le dimensioni delle grandi banche e/o aumentare i loro livelli di mezzi propri, o anche semplicemente di ridimensionare i livelli di remunerazione degli alti dirigenti del settore, porterebbero a una minore crescita dell’economia e a un più ridotto numero di posti di lavoro (Johnson, 2009).

Sullo sfondo sta forse in ambedue i casi, comunque, un problema reale; Stati Uniti e Gran Bretagna hanno ceduto negli ultimi decenni ai paesi emergenti, sia in alcuni casi per loro volontà – tramite i processi di outsourcing o gli accordi di joint-ventures-, sia in altri casi per forza – vinti sul fronte della competitività -, una parte consistente delle loro attività nel settore industriale, in quello commerciale, in quello agricolo. Quello finanziario è uno dei pochi settori in cui i due paesi presentino ancora un grande vantaggio competitivo. Essi riescono in effetti a fornire a tutt’oggi, tra l’altro, un servizio di riciclaggio dei capitali asiatici e latinoamericani verso i mercati dei paesi ricchi e da lì magari di nuovo, almeno in parte, verso le aree emergenti (Niada, 2009).

Va peraltro sottolineato (Tett, 2009) che, nel medio-lungo termine, seguendo la regola che dice che i banchieri seguono il denaro, una parte consistente di tale attività di riciclaggio dovrebbe venire a cessare, con lo sviluppo crescente dei mercati finanziari nei paesi emergenti –si veda già oggi la forza degli IPO in Asia, lo spostamento del quartier generale di una grande banca britannica a Hong Kong, le crescenti emissioni di capitale di grandi istituzioni finanziarie occidentali sempre sulle piazze dei paesi emergenti, ecc.-; questi trend non potranno presumibilmente che accrescersi nel tempo e la City in particolare dovrebbe quindi perdere inesorabilmente di peso nel mondo proprio per queste spinte macroeconomiche, più ed oltre che per una regolamentazione più stretta delle sue attività.

A questo punto, la contraddizione tra la necessità di governare la finanza e la difficoltà materiale di farlo sembra comunque difficilmente sanabile. Ci vorrebbe forse un grande accordo tra paesi sviluppati e paesi emergenti, che non si vede però in alcun modo all’orizzonte.

Conclusioni

Anche trascurando le contraddizioni in atto sul terreno economico e finanziario tra paesi ricchi e paesi emergenti, nonché tra paesi ricchi e paesi poveri, quelle presenti all’interno degli stessi stati occidentali appaiono molto complesse e di difficile soluzione. Il sentiero da percorrere appare in tale senso molto stretto e solo gli eventi dei prossimi mesi ci potranno indicare se esse saranno state affrontate in modo adeguato, sullo sfondo peraltro di una situazione più generale dell’economia molto incerta e confusa. Ma comunque la scarsa lungimiranza e il debole peso degli attuali gruppi dirigenti politici dei paesi occidentali non contribuiscono a fare ben sperare al riguardo.

Testi citati nell’articolo

– Andrew E. L., Wawe of debt payments facing U.S. government, www.nyt.com, 23 novembre 2009

– Arnold M., Hands warns governmentes on banks, www.ft.com, 18 novembre 2009

– DeParle J., Gebeloff R., Across U.S., food stamps use soars and stigma fades, www.nyt.com, 29 novembre 2009

– Gatinois C., Les banquiers centrales auront toujours tort, www.lemonde.fr, 5 dicembre 2009

– ILO, World of work report 2009, Ginevra, dicembre 2009

– Johnson S., Will increased capital requirements kill a recovery? Morgan Stanley wants you to think so, www.tnr.com, 25 novembre 2009

– Krugman P., The phanthom menace, www.nyt.com, 25 novembre 2009

– Niada M., La crisi di identità del capitalismo senza capitali, www.ilsole24ore.com, 6 dicembre 2009

– Saft J., banks show no signs of easing credit, www.nyt.com, 13 novembre 2009

– Tett G., Bankers will follow the money, www.ft.com, 10 dicembre 2009

– The Economist, Buffer warren, 29 ottobre 2009

– Wolf M., Give us fiscal austerity, but not quite yet, www.ft.com, 24 novembre 2009

http://www.sbilanciamoci.info/Sezioni/globi/Lo-Stato-e-tornato-ma-si-e-subito-fermato

Iraq e Italia, matrimonio di interessi

di Ornella Sangiovanni
Osservatorio Iraq, 16.12.2009

ROMA – Affari, affari, e ancora affari – per le imprese italiane. Dall’energia (leggi petrolio, ma anche centrali elettriche) alle grandi infrastrutture, dalla realizzazione di cantieri navali alla costruzione di ospedali, dall’industria della difesa all’agro-alimentare, ambiente, materiali da costruzione, industria manifatturiera, edilizia residenziale, informatica, non c’è praticamente un settore che non venga nominato nel verbale concordato della prima riunione della Commissione mista italo-irachena, che si è conclusa ieri a Roma. Verbale sottoscritto dai ministri degli Esteri dei due Paesi – Franco Frattini e Hoshyar Zebari.

Tanti gli interessi in gioco. L’Italia, si legge nel documento, rappresenta per l’Iraq il secondo Paese importatore, ma importa quasi esclusivamente petrolio. L’auspicio è che le importazioni possano essere diversificate. Anche se per adesso non si capisce cos’altro potrebbe importare.

Incoraggiare gli investimenti è la parola d’ordine – da cui la messa a punto un “Accordo sulla promozione e la protezione degli investimenti”, che ora dovrà entrare in vigore.

Incoraggiare gli investimenti

Nel verbale della riunione della Commissione mista, che si è tenuta presso il nostro ministero degli Esteri, si sottolinea l’impegno italiano per l’Iraq – nei settori dell’agricoltura, gestione delle risorse idriche, agro-alimentare. E poi istruzione superiore e ricerca scientifica, con dottorati e corsi di specializzazione post-laurea per iracheni, e formazione per diplomatici. E ancora, il progetto per la regione delle paludi, nel sud, la promozione delle piccole e medie imprese.

E proprio per il sostegno a queste ultime dovranno essere utilizzate le prossime tranche del cosiddetto “soft loan” – 400 milioni di euro in crediti di aiuto nell’arco di un triennio – concesso dall’Italia al governo di Baghdad. La prima, 100 milioni di euro, è andata al settore dell’agricoltura.

Per le iniziative da realizzare, si pensa a joint venture, che si avvantaggerebbero della legge irachena sugli investimenti (emendata di recente, con termini più appetibili per le imprese straniere), e dell’accordo quadro fra la SACE (la società italiana che assicura il credito alle esportazioni) e la Banca commerciale irachena. In attesa che entri in vigore l’Accordo sulla promozione degli investimenti di cui sopra.

Grandi progetti

In Iraq, le imprese italiane hanno messo gli occhi in particolare su alcuni grandi progetti: la diga di Mosul, nel nord, e il nuovo porto di Fao, all’estremo sud, innanzitutto, ma anche la consulenza per il “Piano strategico nazionale di gestione delle risorse idriche” – e sembra che le cose procedano bene.

Nel verbale si cita anche la partecipazione dell’industria italiana della difesa (tradotto: industria bellica) allo sviluppo delle forze di sicurezza irachene. Qui gli italiani si sarebbero fatti onore all’interno della cosiddetta NATO Training Mission, in particolare per quanto riguarda il ruolo dei Carabinieri nell’addestramento della polizia federale.

Gli iracheni sono talmente soddisfatti che i ministeri degli Interni di Roma e Baghdad hanno firmato un memorandum di cooperazione fra le polizie – mentre si sta negoziando un altro memorandum sulla cooperazione in materia di difesa.

Esprime soddisfazione anche il Sottosegretario agli Esteri Stefania Craxi, intervenuta nel pomeriggio di ieri a un evento organizzato dall’IPALMO (Istituto per le relazioni tra l’Italia e i Paesi dell’Africa, America Latina, Medio ed Estremo Oriente), sulle “Sfide e opportunità del nuovo Iraq” – evento che vedeva ospite d’onore il ministro degli Esteri iracheno Hoshyar Zebari.

Sostegno di “Paesi amici”

Affiancata da una presenza familiare – l’ex ministro degli Esteri Gianni De Michelis, oggi presidente dell’IPALMO – la Craxi ha sottolineato “le eccellenti relazioni esistenti fra la Repubblica Italiana e la Repubblica dell’Iraq” – Iraq che ha bisogno del “sostegno che Paesi amici come l’Italia sapranno garantirgli”.

Ed è un sostegno che passa anche attraverso “lo sviluppo di una qualificante partecipazione italiana alla ricostruzione del Paese”. Leggi: affari per le nostre imprese.

Affari che – ha detto Zebari, in risposta a una giornalista che gli chiedeva quando gli iracheni potranno avere acqua, elettricità, e fognature – servono proprio per garantire servizi essenziali decenti alla popolazione. Ottimismo – a cui del resto è stato improntato tutto l’intervento del ministro degli Esteri iracheno.

Di quale Iraq si parla?

Anche se a tratti Zebari ha ricordato che l’Iraq ha tuttora molti problemi – “non voglio dipingere un quadro roseo”, ha detto a un certo punto – per chi segue le vicende irachene era impossibile non provare disorientamento di fronte al panorama che veniva delineato.

Libertà di espressione, riconciliazione nazionale, “un sistema di governo veramente democratico”: altrettante success stories, come si direbbe – il resto, quello che occupa i titoli dei giornali e dei telegiornali, viene dai “terroristi”. Che non fermeranno il cammino del Paese verso la democrazia: una strada da cui “non si torna indietro”, ha detto Zebari, perché la democrazia “è quello che vuole la maggioranza del popolo iracheno”, e l’”abbiamo pagata cara in lacrime e sangue”.

Instaurare la democrazia – ha sottolineato il ministro – è un processo difficile quando si viene da una dittatura, come quella da cui siamo stati “liberati” nel 2003, “con l’aiuto di molti Paesi amici”.

Elezioni, la sfida principale

Secondo il capo della diplomazia di Baghdad, la “sfida principale” che oggi il suo Paese si trova di fronte è riuscire a far sì che le elezioni parlamentari fissate per il 7 marzo 2010 siano “libere, corrette, e sicure”.

Subito dopo, bisogna garantire l’indipendenza a fronte dell’”ambiente regionale”. Il che diventa sempre più problematico andando verso fine 2011 – la scadenza entro la quale tutte le “forze straniere” (questo il termine utilizzato da Zebari) dovranno lasciare l’Iraq. Tradotto: quando se ne andranno gli americani, come prevede il cosiddetto SOFA – l’accordo firmato a fine 2008 dal governo di Baghdad con l’allora amministrazione Bush. E che viene definito “una svolta storica”.

“A nessun altro Paese sarà consentito di riempire il vuoto quando le forze straniere se ne andranno”, è il monito del ministro degli Esteri iracheno, che, ovviamente, nomi non ne fa.

E però, se qualcuno pensava che il messaggio fosse diretto a Tehran, ecco Zebari puntualizzare che “i nostri fratelli arabi non hanno accettato il nuovo Iraq”.

Dalle elezioni parlamentari che si avvicinano – di cui “non va sottovalutata l’importanza”, in  quanto saranno “non solo irachene, ma regionali” – il ministro non sembra aspettarsi grandi sorprese. Ne uscirà ancora una volta un governo di coalizione, dice – perché l’Iraq non può essere governato da una sola confessione o da una sola etnia. “Nel nostro caso, chi vince non si prenderà tutto”, sottolinea.

Ed è chiaro che tipo di coalizione ha in mente, quando risponde a un’altra domanda dei giornalisti.

A chi gli chiedeva se non c’è il rischio che i contratti petroliferi conclusi con le compagnie straniere (il secondo round si è appena chiuso a Baghdad) possano essere invalidati dal prossimo governo, in assenza di una legge sul petrolio, Zebari ha dato assicurazioni che “nessun governo può rimangiarseli, perché sono stati approvati da un governo eletto”.

Per poi aggiungere: “Il prossimo governo non verrà da Marte”. Più chiaro di così.

http://www.osservatorioiraq.it/modules.php?name=News&file=article&sid=8616

Vaticano: accordo monetario con Ue 17.12.2009

S.Sede recepira’,entro 2010, regole comunitarie contro frodi

(ANSA) – ROMA, 17 DIC – Il Vaticano ha firmato oggi con l’Ue una convenzione monetaria che aggiorna le norme sulla circolazione dell’euro nella citta’ pontificia.

Ne da’ notizia la sala stampa della Santa Sede. Nel comunicato ufficiale non vi e’ scritto ma, a quanto rivela ‘Avvenire’, il Vaticano si impegna anche a recepire, entro il 31 dicembre 2010, le regole comunitarie contro il riciclaggio di denaro e contro le frodi finanziarie. L’accordo sostituisce la precedente convenzione monetaria del 29 dicembre 2000.

http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/economia/2009/12/17/visualizza_new.html_1647161959.html

L’esperienza di una giovane italiana a Innsbruck, in Austria, dove stanno nascendo i primi freeshop della catena Kostnix

Il negozio dove è tutto gratis meno consumi e meno rifiuti

Gli oggetti a disposizione di chi ne ha bisogno, non importa se ricco o povero. Esperienze analoghe in Olanda e in Belgio

di ROSARIA AMATO

Il negozio dove è tutto gratis meno consumi e meno rifiuti 15.12.2009

ROMA – Kostnix in tedesco significa “costa niente”, ed è il nome scelto da un gruppo di amici per il primo “freeshop” di Innsbruck, aperto nel marzo del 2007. Gli oggetti del negozio non sono duty free, liberi da tasse doganali, come nei free shop degli aeroporti: sono proprio gratuiti. Le uniche norme da rispettare sono: non prendere più di tre oggetti al giorno, e non rivendere in nessun caso le cose prese al negozio.

Quella dei “negozi gratuiti” è un’esperienza avviata da qualche anno in Austria (a Vienna per esempio ce ne sono due), in Olanda e in Belgio. In una striminzita voce Wikipedia spiega che “il loro scopo è offrire un’alternativa al sistema capitalistico. I freeshop sono simili ai negozi di carità, solo che tutto è libero e disponibile, che si tratti di un libro, un pezzo di arredamento, un indumento o un articolo casalingo (…) La maggior parte delle persone che usano questi negozi sono mosse dal bisogno (scarse risorse finanziarie, come nel caso di studenti o anziani) o dalla convinzione (anti-capitalisti)”.

“A noi non importa che chi prenda gli oggetti sia in uno stato di bisogno assoluto, che sia povero, può anche essere ricchissimo – spiega Valentina Callovi, di Trento, una dei due italiani che gestisce Kostnix, a Innsbruck (gli altri volontari sono tutti austriaci) – l’importante è che quello che ha preso gli serva davvero, o gli piaccia”. E dunque l’obiettivo dei freeshop non è quello di combattere la povertà, ma il consumismo, la tendenza a disfarsi degli oggetti che non servono più gettandoli nel cestino, senza pensare che anziché diventare rifiuti, con i pesanti costi di smaltimento che ne conseguono, potrebbero ancora servire a qualcuno, che eviterebbe così di acquistarli, sprecando danaro.

“L’obiettivo del freeshop è quello di contrastare la società dei consumi e la società usa e getta e sostenere un approccio più cosciente con le risorse. Dovrebbero esserci meno produzione, meno rifiuti e anche meno lavoro. Chi prende oggetti da un freeshop, risparmia i soldi che avrebbe dovuto spendere per comprarlo e così contribuisce anche ad abbattere il lavoro retribuito, simbolo del capitalismo”, si legge sul sito di Kostnix, che ha anche una versione in italiano.

“Siamo poco più di una decina di persone – racconta Valentina – e quindi riusciamo a tenere aperto Kostnix solo il martedì e il mercoledì. Ognuno di noi vi lavora senza retribuzione per due ore la settimana. L’affitto del negozio, 20 metri quadri nel centro storico di Innsbruck, costa 400 euro al mese. Ci finanziamo con un concerto annuo, delle serate con il vin brulè nelle quali ognuno offre quello che vuole, la città di Innsbruck ci dà 1000 euro l’anno, e la stessa cifra ci viene versata dai Verdi, che apprezzano il nostro contributo all’ambiente (contribuiamo alla riduzione dei rifiuti attraverso il riutilizzo degli oggetti”.

Valentina Callovi è di Trento, e si è trasferita a Innsbruck sette anni fa per fare l’università. Studia come traduttrice e interprete, adesso sta per laurearsi. “Vivo qui per scelta, non per necessità”, precisa. Cos’arriva a Kostnix? “Libri, vestiti, soprattutto per bambini, giocattoli, molte cose per la casa, dai piatti agli elettrodomestici, cd, dvd, ma anche computer e televisioni. La cosa più di valore che ci è arrivata finora è stato un abito da sposa. Per le cose più ingombranti, come armadi o divani, c’è la bacheca che raccogli gli annunci”.

Molto variegati i fornitori, un po’ di meno gli acquirenti: prendere gratis oggetti usati, anche in un Paese come l’Austria, può risultare un po’ socialmente squalificante. “Vengono a prendere gli oggetti soprattutto studenti – dice Valentina – oppure signore di 50-60 anni per lo più straniere (qui c’è per esempio un’ampia comunità turca), o infine donne con i bambini piccoli”. Una platea piuttosto ridotta rispetto a quella potenziale, e soprattutto rispetto all’obiettivo che si propone Kostnix, che è un obiettivo molto ambizioso, in qualche modo di ‘riformare’ i valori della società capitalistica: “Perché lavorare 40 ore a settimana per acquistare scarpe firmate, quando si può averle gratis, lavorando meno e godendo di una quantità maggiore di tempo libero?”, si chiede Valentina.

http://www.repubblica.it/2009/12/sezioni/esteri/kostnix-freeshop/kostnix-freeshop/kostnix-freeshop.html

Archeologia, Israele: è stata ricomposta la stele di Eliodoro

Dai frammenti di un’iscrizione in greco nuove conferme sulla storia dei Maccabei

Gerusalemme, 15 dicembre 2009 – È un antico comunicato reale che descrive l’incarico ad un nuovo esattore di tasse. E il suo testo, decifrato dopo che quattro recenti reperti archeologici sono stati riuniti, conferisce una chiara verosimiglianza agli avvenimenti che causarono la rivolta dei Maccabei nel 167-164 a.c. e alla storia di Hanukka. Il significato del comunicato, inviato dal re siro-greco Seleuco IV (187-175 a.c.) ai governanti della Giudea, è emerso quando si è capito che tre frammenti di pietra con iscrizioni, trovati a Tel Maresha di Beit Guvrin tra il 2005 e il 2006, dovevano essere riuniti a un più grande pezzo di stele, donata al Museo d’Israele nel 2007.

La ricostituita stele, o tavola inscritta, riporta un testo del re, datato 178 a.c.: undici anni prima della rivolta dei Maccabei. La notizia della ricomposta stele di Eliodoro, come è stata ribattezzata dagli archeologi israeliani, è stata annunciata dal quotidiano ‘Jerusalem Post’ citato dal sito online Israele.Net.

La stele contiene istruzioni per il suo capo ministro Eliodoro, riguardanti l’incarico, conferito ad un certo Olimpiodoro, di cominciare a raccogliere denaro da tutti i templi della regione, cosa che segnò l’inizio di un periodo negativo nella politica dei seleucidi rispetto all’autonomia ebraica.

Quel periodo culminò in una spietata persecuzione da parte dei seleucidi ai danni degli ebrei di Giudea, e nelle misure restrittive per il Tempio del 168-167 a.c., che generarono la rivolta dei Maccabei, come viene ricordato nella storia di Hanukka. I tre pezzi più piccoli, che provengono dalla base della stele, sono stati dissotterrati sotto l’egida dell’Istituto dei seminari archeologici di Ian Stern. Da 25 anni Ian Stern porta volontari dilettanti a partecipare ai suoi scavi a Tel Maresha, nel parco nazionale Beit Guvrin.

Durante un seminario del dicembre 2005, i fortunati partecipanti trovarono in una grotta della zona un manufatto di pietra rotto, con un’iscrizione in greco. Benché il ritrovamento fosse eccezionale, il suo pieno significato storico all’epoca non apparve del tutto chiaro. “L’iscrizione conteneva 13 righe, molte delle quali interrotte. Il reperto era importante perché la scritta non era su pietra locale gessosa, ma su calcare di Hebron di qualità migliore”, ha spiegato Stern.

Nei mesi seguenti di giugno e luglio, furono trovati altri due pezzi con testo greco nello stesso sito di Tel Maresha, il che accrebbe l’interesse per il potenziale significato dei reperti. Più tardi, all’inizio del 2007, una grande stele con sezioni mancanti alla base venne data in prestito al Museo d’Israele dal cofondatore Michael Steinhardt e da sua moglie Judy, di New York.

Considerata una delle più importanti iscrizioni antiche mai trovate in Israele, la stele non è più stata esposta dopo quei mesi di maggio e giugno, a causa di una ristrutturazione della sezione archeologica del museo. Acquistata dagli Steinhardt sul mercato antiquario all’inizio del 2007, la stele del 178 a.c. contiene 28 righe di testo greco, che descrivono le istruzioni reali a Eliodoro.

Nel marzo 2007, poco prima che la stele fosse esposta al Museo d’Israele, Hannah M. Cotton-Paltiel dell’Università di Gerusalemme, specializzata in lingue classiche, e Michael Woerrle della commissione per la storia antica e l’epigrafia dell’Istituto archeologico di Monaco di Baviera, pubblicarono una traduzione e una ricerca analitica del testo della stele.

Lo stesso anno, ignaro di una possibile connessione con la stele, l’archeologo Ian Stern si consultava con Dov Gera dell’Università Ben-Gurion, uno specialista della storia ebraica durante il Secondo Tempio e di epigrafia greca, a proposito dei tre pezzi trovati a Maresha. Gera, che si mise al lavoro per decifrare le iscrizioni solo sul primo pezzo portato alla luce da Stern, ha detto che inizialmente “non aveva fatto molti progressi”.

“È solo più tardi, nell’autunno 2008, nei depositi della Israel Antiquities Authority, che sono riuscito a vedere riuniti tutti i pezzi che Stern aveva trovato sul sito, e ho cominciato a riconoscere la loro somiglianza con il pezzo del Museo d’Israele, che avevo visto quando era esposto – ha raccontato Gera – Lavorando con i tre pezzi al deposito, e passando del tempo in biblioteca e altro tempo a casa, ci fu un momento particolare nel quale mi resi conto che i tre pezzi appartenevano alla stessa iscrizione”: come quella sulla stele che aveva visto l’anno precedente al Museo d’Israele.

Quando la stele venne ricomposta per la prima volta – a febbraio scorso – con i tre frammenti trovati dagli archeologi volontari, Stern ricorda con orgoglio: “Combaciavano perfettamente”. Un altro ricercatore che ha lavorato con Stern, Yuval Goren dell’Università di Tel Aviv, è certo, sulla base della patina e dei resti di terra che vi sono attaccati, che la stele acquistata dagli Steinhardt doveva provenire dalla stessa area di cave gessose dove sono stati trovati gli altri tre pezzi. Insieme, la stele e i suoi frammenti costituiscono la più grande iscrizione del genere mai rinvenuta in Israele.

Il testo decifrato, indirizzato da Seleuco IV al capo dei ministri Eliodoro e a due altri funzionari seleucidi, Dorymene e Diofane, combacia perfettamente con il secondo libro dei Maccabei. Seleuco IV era il fratello maggiore di Antioco IV, che gli succedette e la cui persecuzione degli ebrei è citata in Maccabei II come la causa della rivolta dei Maccabei.

Eliodoro è descritto nello stesso libro come colui che causò il primo conflitto aperto tra i seleucidi e gli ebrei, cercando di impadronirsi dei fondi del Tempio di Gerusalemme nello stesso anno del comunicato, il 178 a.c. Nel messaggio, che presumibilmente era destinato ad essere visto dai residenti di Maresha – uno dei centri della comunità ebraica dell’epoca – Eliodoro viene formalmente informato che Olimpiodoro è stato designato, tra gli altre compiti, a supervisionare la raccolta delle tasse con ‘moderazione’ da tutti i maggiori santuari entro le satrapie, o province, di Coele-Syria (poi Palestina e Israele) e Fenicia (lungo la costa mediterranea del moderno Libano).

Si presume che questo nuovo incarico sia stato reso necessario dalla morte o dal licenziamento di un precedente governatore. Secondo Gera, l’incarico di Olimpiodoro come supervisore di tutti i santuari di Coele-Syria e Fenicia, compreso in particolare il Tempio di Gerusalemme, era inteso ad espandere la giurisdizione finanziaria dell’impero seleucide. Fino a quel momento, l’impero non aveva tassato gli ebrei della regione. Il re precedente, Antioco III, padre di Seleuco IV e di Antioco IV, aveva concesso ampia autonomia religiosa ai popoli delle satrapie del suo impero durante il suo regno, dal 222 al 187 a.c., e Seleuco IV aveva continuato a rispettare le decisioni di suo padre riguardo agli ebrei. Ma solo fino a l’impero cominciò verosimilmente a restare a corto di denaro.

Come ha osservato Stephen Gabriel Rosenberg del W. F. Albright Institute of Archeological Research di Gerusalemme, “gli ebrei di Gerusalemme avevano accolto Antioco III spalancando le porte della città al suo esercito nel 200 a.c., e in cambio lui aveva concesso uno statuto che permetteva loro di vivere secondo le loro abitudini ancestrali, esentava i sacerdoti dalle tasse e dava perfino contributi reali per la manutenzione del Tempio e per i sacrifici”.

La designazione di Olimpiodoro e la nuova richiesta di pagare tasse all’impero, come scritto sulla stele, rappresentava quindi evidentemente un cambiamento cruciale nell’atteggiamento dei seleucidi verso gli ebrei. Può anche essere stato considerato, in Giudea, una diretta violazione dell’autonomia religiosa ebraica: la violazione di uno status quo scritto, concordato con lo statuto di Antioco III. I templi all’epoca erano il posto più sicuro in cui nascondere il denaro, sottolinea Ian Stern.

La tentazione di impadronirsi di una parte dei beni del tempio degli ebrei a Gerusalemme per l’indebitato impero seleucide – che era in debito con Roma per un indennizzo richiesto dall’impero romano in risposta all’espansione seleucide nella regione – fu evidentemente troppo forte. Secondo Maccabei II, fu Simon di Bilgah che, per disprezzo verso l’alto sacerdote ebreo Onias, menzionò al governatore seleucide locale che il Tempio di Gerusalemme “conteneva ricchezze inaudite; suggerendo di trasferirle sotto il controllo di Seleuco IV”.

Come scritto in Maccabei II (e dipinto nella ‘Espulsione di Eliodoro dal Tempio’, di Raffaello), Eliodoro fu mandato da Seleuco a impadronirsi del tesoro contenuto nel Tempio. Al suo ingresso, Eliodoro fu affrontato da un cavallo con un cavaliere in armatura d’oro, fiancheggiato da due giovani che lo buttarono a terra. La sua vita fu risparmiata per intervento del sacerdote Onias, ma venne cacciato dal Tempio a mani vuote.

L’archeologo Gera ipotizza che non fosse Eliodoro, bensì Olimpiodoro, che tentò di entrare nel Tempio e che ne venne cacciato, e che l’apparente confusione e/o revisione storica fosse destinata a mettere in una luce negativa in tutta la regione la figura più importante, Eliodoro, piuttosto che una figura minore come Olimpiodoro. Tre anni dopo, nel 175 a.C., Eliodoro assassinò Seleuco IV e assunse il potere, solo per essere rapidamente rovesciato da Antioco IV, di ritorno dalla prigionia a Roma.

In generale si ritiene che Antioco IV cercò di ellenizzare gli ebrei (ma un professore dell’Università di Gerusalemme, Doron Mendels, in un nuovo libro, ‘Jewish Identities in Antiquity’, sostiene che, sebbene nel decennio degli anni 160 a.c. il regno greco dei seleucidi decretasse che gli ebrei dovevano smettere di obbedire ai comandamenti rituali ebraici, esso non richiedeva loro specificatamente di adottare le pratiche ellenistiche).

Nel 169/168 a.c. il Tempio venne trasformato in un santuario dedicato al dio greco Zeus, il tesoro del tempio saccheggiato, il Sancta Sanctorum dissacrato e tutte le pratiche religiose ebraiche furono messe fuori legge. Verso il 167 a.c., mentre circolavano false voci sulla morte di Antioco in Egitto, in Giudea scoppiò la rivolta.

Alla notizia della rivolta, il re marciò con il suo esercito sulla Giudea nel tentativo di soffocarla. Come descritto in Maccabei II, “Quando questi avvenimenti furono riferiti al re, egli pensò che la Giudea fosse in rivolta. Furioso come un animale selvaggio, partì dall’Egitto e assaltò Gerusalemme. Ordinò ai suoi soldati di abbattere senza pietà quelli che incontravano e di massacrare quelli che si rifugiavano nelle proprie case. Fu un massacro di giovani e vecchi, di donne e bambini, di vergini e neonati. Nello spazio di tre giorni, ci furono 80.000 perdite, di cui 40.000 incontrarono una morte violenta e altrettanti furono venduti in schiavitù”.

Le violenze innescarono la rivolta dei Maccabei contro l’impero, guidata da Mattatia e dai suoi cinque figli: Judah, Eleazar, Simeon, Yohanan e Jonathon. Nel 164 a.c. la rivolta finiva con successo e il Tempio dissacrato veniva liberato e purificato il giorno 25 di Kislev: celebrato fino d oggi come il primo giorno di Hanukka.

Secondo David Mevorah, curatore dei periodi ellenistico, romano e bizantino al Museo d’Israele, la stele, ora conservata nel museo insieme ai tre frammenti trovati da Ian Stern, sarà esposta al pubblico – ricomposta – quando verrà aperto il nuovo dipartimento di archeologia nell’estate 2010 a Gerusalemme.

http://quotidianonet.ilsole24ore.com/cultura/2009/12/15/271365-archeologia_israele_stata.shtml

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Mediattivismo 038

L’estinzione del pensiero 21.12.2009

GUIDO CERONETTI Da un fisico, Luigi Sertorio, viene – anche su questa superflua e nodale parata ecologica di Copenaghen – una luce. Se trovi un pensiero che vale férmati, ricordati che non sei un bruto!

Il libretto di Sertorio da cercare e da meditare, se si abbia qualche inclinazione a riflettere, s’intitola La Natura e le macchine, l’editore (SEB 27) non è certo tra i noti. L’autore è torinese e ha anche insegnato a Torino.

Ne stralcio qualche punto luminoso: «Da bambino, la notte, Torino era buia e guardavo dalla finestra le stelle e le Alpi lontane.

Ora dalla casa in collina guardo laggiù Torino tutta illuminata di lampadine, ci saranno molti megawatt di fotoni spediti nel cosmo, e non mi danno nessun senso di benessere». Quanto a me, mi domando a quale ingordo Moloch sacrifichino le città tanti inferociti megawatt e tanti torrenti di denaro per inondare di accecanti illuminazioni artificiali un flusso ormai quasi ininterrotto di partite notturne! Attenzione, quello spreco insensato di energia, non cessa di far male col fischio finale dell’arbitro: va a nutrire un oscuro cannibale che un giorno, ad un segnale, sgranocchierà i vostri figli. Come il minotauro di Creta e il lupo di Perrault – evocabili con profitto anche in un dopocena danese decembrino.

Il libretto è tutto aureo. Nella prefazione, Nanni Salio ricorda la profezia gandhiana: che se l’India (che allora contava trecento milioni: oggi, col Pakistan, tocca il miliardo e mezzo) si fosse industrializzata al modo dell’Occidente «avrebbe denudato il mondo come le locuste».

Conclude Sertorio (per forza ne limito le citazioni): «Ciò che scarseggia non è l’energia ma il pensiero, la futura vittima non è la Terra, ma è la mente umana, il consumo produce denaro, ma genera povertà (aggiungo: mentale) nelle nazioni». Sottolineo: la mente umana, con lacrime e rabbia. Nient’altro che pensiero atrofico o non-pensiero leggi nelle ceneri anche di questa eco-adunata mondiale. Ripiglio dall’India, tritagonista di questa scena tragica smisurata, insieme a Cina e America (le Americhe, bisogna dire: un unico personaggio policefalo). Ma la Russia, l’Europa, l’Iran, dove li metti? Tuttavia la demografia miliardaria è la più incosciente nel delirio industrialista, e ha uno specifico accecamento arrivistico – mostruosità psicologica che su scala di impero demografico (raggiungere-imitare-superare in potere-che-dà-potenza) oggi non culmina in traguardi stolti, ma in miserabile, scellerata distruttività del vivente, vicino e lontano, presente e futuro. La via dello Sviluppo è la via della morte.

Paradosso dei paradossi: la sovrapopolazione planetaria, che affligge gli enormi spazi del sud-est asiatico, Cina e India in testa, e anche gli Stati Uniti – le regioni più responsabili dell’Inquinamento – e che altresì affligge l’Africa e Gaza e il Cairo… neppure stavolta la si è vista nell’agenda dei lavori!! Magicamente rimossa…

Misteriosamente tenuta fuori… Perché manca il gradimento del Papa? Dei paesi islamici? Per paura dell’Insolubile? Ma se non osiamo confessare la nostra impotenza, allora perché stendere relazioni e fingere di avere a cuore un problema di essere o non essere, di vita e di morte? Perché incontrarsi e tenere discorsi su soluzioni possibili la cui caratteristica essenziale è l’impossibilità a coagularsi in una catena antincendio di severe e punibili concordanze?

Non ci sono percentuali in meno o in più che valgano. Esiste soltanto il convergere di tutte le strade verso la distruttività crescente, nella folle idea fissa del tempo lineare e della sua conseguente Crescita illimitata, col suo sterminio di risorse per contrastare le grandi povertà che vengono, le catastrofi finali che nessuna filosofia politica è in grado di fermare.

Perché la storia umana è iscritta in un ciclo sansarico, è parte di una ruota che la fa, nella luce e nell’ombra, ora essere ora non essere; perché nel Divenire in perpetuo qualsiasi vivere perde il suo stesso nome.

Come misura di Ragione Pratica puoi fare la raccolta differenziata e l’orticello biologico in Piazza Navona o alla Casa Bianca: una condotta etica è bene per chi la tenga – ma non commuoverà mai la maschera di pietra di quel che è predestinato, di quel che è, da sempre e per sempre, Destino.

E anche il Destino abbiamo visto tenuto fuori, malvisto cane sciolto, da questa conferenza di percentuali tristi e di egoismi irriducibili. Il clima out of joint può aiutare, per quanto cosa ahi molto dura, a capire. Può essere una freccia per andare, a occhi aperti almeno, incontro allo sguardo della testa inguardabile di Medusa.

http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=6763&ID_sezione=&sezione=

accordo, clima, Copenhagen di Alberto Zoratti

Un accordo di pochi che colpisce tutti

19/12/2009

Copenhagen, ultimo atto. Quello che ha chiuso il vertice non è un accordo, ma una truffa. Scritto in sedi ristrette, il testo finale non prevede impegni quantificati, dà pochi spiccioli e nasconde giochi poco chiari sui finanziamenti. Il pianeta può attendere

“Non è quello che tutti speravamo” ma “abbiamo un accordo che avrà comunque un effetto operativo”. Dev’essere persona ottimista, il segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-Moon, considerate le sue dichiarazioni davanti al non-accordo di Copenhagen. Per una persona che, come lui, diversi mesi fa s’è persino spostata alle Isole Svalbard, in pieno Oceano artico, per denunciare la realtà del cambiamento climatico, non dev’essere semplice arrampicarsi sugli specchi.

Perché questo non è un accordo. E’ una truffa. Deciso da pochi, in un incontro con tanti esclusi giusto la notte prima, e con molti esclusi a partire da quei Paesi africani e quegli Stati insulari che hanno chiesto interventi urgenti per evitare il disastro ambientale, che si trasformerà in disastro economico e sociale. Un gentleman agreement che ha visto la presa d’atto dei membri della Conferenza, ma non una sua approvazione visto che non c’e n’erano le condizioni, talmente tanti e diffusi erano i dissensi.

Sul testo conclusivo non esistono impegni quantificati di taglio da parte dei Paesi industrializzati, si continua a parlare di 2°C di aumento della temperatura media, senza tenere in considerazione gli appelli a diminuire questo “tetto” a 1,5°C, se non in una possibile ed eventuale revisione dell’accordo nel 2015.

Altro scandalo. I finanziamenti. Si parla di due tranche, una di breve medio termine, di 30 miliardi di dollari all’anno per il triennio 2010-2012 per sostenere interventi di mitigazione ed adattamento in Paesi terzi. Meno di un decimo di quello richiesto dai Paesi del G77 solo che alcuni giorni fa. Con la nascita di un nuovo gruppo di Paesi, quello dei Paesi in via di sviluppo più vulnerabili, di cui non se ne capisce quali siano i confini e le caratteristiche.

Negli stanziamenti di lungo termine, i Paesi industrializzati si impegnano a mobilizzare 100 miliardi di dollari nel 2020 provenienti dalle più disparate fonti: pubbliche, private e, perché no, di finanza creativa.

Secondo il coordinamento Climate Justice Now! però le cifre proposte nasconderebbero manipolazioni, visto che una parte delle risorse potrebbero provenire dalla riallocazione di stanziamenti per l’Aiuto Pubblico allo Sviluppo (quindi soldi già esistenti e non nuovi), dai meccanismi di Carbon trading di cui abbiamo potuto osservare la relativa inefficacia nell’abbattere le emissioni di gas serra. E da crediti concessi sotto forma di prestito.

E i precedenti certamente non aiutano, se pensiamo al fondo su Aids, Tubercolosi e Malaria promosso nell’indimenticabile G8 del 2001 o gli impegni costantemente disattesi sul famoso ed irraggiungibile 0.7% di APS. Per non parlare degli Obiettivi del Millennio, oramai una favola.

A Copenhagen si è quindi consumato un brutto atto della commedia COP15, in cui si sono viste dinamiche molto più simili a quelle notate all’Organizzazione Mondiale del Commercio, come i gruppi informali di pochi che decidono a nome di tutti, che non in un ambito Nazioni Unite. O come i Paesi industrializzati che prendono impegni che puntualmente disattendono.

Nel momento in cui il non accordo veniva sostanzialmente sdoganato, il Congresso degli Stati Uniti approvava lo stanziamento di 626 miliardi di dollari per il Pentagono, 128 dei quali per finanziare le guerra ancora in atto, Iraq e Afghanistan e 2,5 miliardi per acquistare 10 nuovi Boeing C17 per il trasporto truppe, richiesti dal Pentagono.

* In diretta da Copenhagen www.faircoop.net/faircoop

http://www.sbilanciamoci.info/Sezioni/globi/Un-accordo-di-pochi-che-colpisce-tutti

Palestina: Dopo quello israeliano, arriva anche il Muro dell’Egitto 10.12.2009

Dopo aver subito la “barriera di sicurezza” costruita da Israele in Cisgiordania, presto i palestinesi dovranno fare i conti con un altro Muro.

Questa volta non si tratta di una struttura di cemento, ma di una barriera di acciaio super-resistente, che l’Egitto sta già costruendo lungo il confine meridionale della striscia di Gaza.

La notizia è stata diffusa oggi dalla Bbc, che cita funzionari anonimi dell’intelligence del Cairo.

Secondo questa fonte, la nuova infrastruttura è stata progettata con l’assistenza di ingegneri dell’esercito degli Stati Uniti. Il suo scopo è di porre fine al contrabbando di beni che ogni giorno avviene attraverso i tunnel illegali che uniscono l’Egitto al territorio palestinese per ovviare all’embargo imposto da Israele.

La parte del muro a nord dell’attraversamento di Rafah, lunga quattro chilometri, è già stata completata e a breve inizieranno i lavori a sud, che proseguiranno lungo il confine, sul tracciato di una recinzione già esistente.

Al termine dell’opera, tra un anno e mezzo, il muro si estenderà per oltre dieci chilometri di lunghezza e penetrerà sotto terra per 18 metri.

Sempre secondo le indiscrezioni apprese dal network britannico, la barriera è fatta di acciaio super-resistente. I blocchi, di fabbricazione statunitense, vengono assemblati sul posto e sono testati per resistere a ogni tipo di forzatura, compresi gli esplosivi.

Per il momento i lavori proseguono in segreto e non esistono conferme ufficiali da parte del governo del Cairo.

Fino ad oggi vi erano state solo le segnalazioni degli abitanti della zona, che avevano notato attività insolite lungo il confine, tra cui l’abbattimento di numerosi alberi.

[c.m.m.]

http://www.osservatorioiraq.it/modules.php?name=News&file=article&sid=8596

Il regime perde il suo antagonista ma l´onda verde continua a crescere

Il grand ayatollah era considerato la coscienza critica del khomeinismo e l´ispiratore del dissenso

Il movimento tiene testa alla repressione anche se perde la guida spirituale

di BIJAN ZARMANDILI

Veniva trattato come il principe Myskin, l´Idiota dostoevskiano. Dicevano che assomigliava a un «gorbe nar», a un gatto maschio: tarchiato, con la testa fuori misura e la voce stridula di un gatto in amore. L´intervistatore della Bbc che recentemente aveva parlato con il grand ayatollah Hussein Ali Montazeri, ricordava le troppe barzellette raccontate su di lui in patria e il vecchio mullah sciita, divertito, aveva sorriso bonario, abituato a ben altri dileggi. Ieri Ali Montazeri, l´ayatollah del dissenso, la coscienza critica del khomeinismo, è stato sepolto a Qom, accanto al mausoleo di una santa, Masumé, e con lui finisce una lunga e tormentata fase della trentennale storia della Repubblica islamica. Uscito di scena di Montazeri, se ne apre ora un´altra, forse ancora più travagliata della prima, comunque colma di incertezze.

Qualcuno diceva ieri che, morto Montazeri, la suprema guida Khamenei, il presidente Ahmadinejad e i capi Pasdaran tireranno un sospiro di sollievo, perché il movimento verde rimane privo di un punto di riferimento autorevole e centinaia di migliaia di aspiranti mullah delle scuole coraniche di Qom e Mashad perdono il loro «mergia», cioè la loro “fonte di imitazione”. «Che Allah lo perdoni», ha detto Khamenei alla notizia della morte del grand ayatollah, come se volesse in fretta e furia consegnare finalmente la sorte di Montazeri al supremo giudizio di Dio.

Ma i più avvertiti osservatori hanno interpretato le reazioni ipocrite e ambigue delle autorità iraniane come una ennesima prova dei dubbi e delle incertezze che caratterizzano il comportamento di un regime che poggia su tre architravi vacillanti: la Guida della rivoluzione, il potere esecutivo e i Pasdaran. Questi tre punti di forza di fatto non riescono a coordinarsi per dare una risposta definitiva al vasto movimento nato all´indomani delle elezioni presidenziali dello scorso giugno. La piazza gremita di popolo a lutto per Montazeri era riempita ieri da centinaia di migliaia di iraniani, come era accaduto ancora pochi giorni fa, il 7 dicembre, in occasione della Giornata dello studente, e come sarà tra pochi giorni nella ricorrenza del martirio del terzo imam sciita, Hussein.

Nulla fin qui – fa presente Said Razavi Faghih, giornalista ed esponente riformista legato a Khatami – ha scalfito la solidità del movimento di protesta, malgrado la brutale repressione e le minacce nei confronti dei leader dell´opposizione, Moussavi, Karrubi e Mohammad Khatami. Ma anche verso Rafsanjani, considerato, a torto o a ragione, lo stratega dell´odierna protesta. Razavi Faghih sostiene che vige un precario equilibrio tra la forza del regime e quella dell´opposizione. In altre parole, il regime non ha la forza sufficiente, la necessaria coesione e neppure il coraggio di dar seguito ai suoi intenti repressivi. E teme la reazione della piazza.

A sua volta, il movimento verde mantiene la propria forza d´urto perché riesce a calcolare molto bene quando deve scendere in piazza (nelle ricorrenze stabilite dal calendario nazionale e islamico); perché sa tener conto del malcontento popolare per la pessima gestione dell´economia da parte del governo; e perché amplifica l´isolamento internazionale in cui l´Iran si trova a causa dell´avventuristica politica estera e nucleare del regime.

Il regime è dunque sostanzialmente debole e alle prese con un movimento d´opposizione potenzialmente in ascesa. È incapace di aprire un dialogo con esso, ma anche di schiacciarlo, come fecero invece i cinesi in piazza Tienanmen: ecco il motivo di quel sorriso beffardo che si credeva di cogliere sul volto del grand ayatollah Montazeri, disteso nella sua bara e coperto da un velo nero.

La Repubblica, 22.12.2009

Difesa Servizi spa

Claudio Bellavita,   21.12.2009

Tra le pieghe della finanziaria, un provvedimento esplosivo, che faccendieri di tutta Italia anticipavano da un anno. Ignazio La Russa è riuscito a privatizzare il suo ministero, creando una spa, al 100% nelle sue mani, che gestirà con criteri di diritto privato le forniture e gli acquisti della Difesa, e pure le aree del demanio militare, un patrimonio immenso

Diritto privato vuol dire niente gare, niente corte dei conti, e se qualcuno ruba, è appropriazione indebita e i pm non possono intervenire d’ufficio.

Ma le aree del demanio militare restano protette dal segreto militare, anche nei confronti degli enti locali. Quindi se i militari, ormai spa, ci vogliono fare un termovalorizzatore, una centrale nucleare, un grattacielo, così, tanto per far fronte fuori bilancio alle spedizioni estere o a chissà cosa, non devono chiedere il permesso a nessuno, che tanto nessuno non autorizzato da loro può entrare.

In pratica, un colpo di stato. Ne ha parlato un solo giornale, l’Espresso di venerdì 18. Di Pietro manco se ne è accorto. Il PD ha fatto fare una blanda protesta d’ufficio da due esponenti minori, la vedova Calipari e il sen.Scanu.

Certo, il momento per l’operazione è ben scelto, perchè offre un immediato impiego ai capitali che stanno rientrando grazie allo scudo: una grandiosa speculazione immobiliare che è sempre stato l’affare più gradito per i nostri “capitani coraggiosi”, insieme alla possibilità di contrattare forniture militari con una burocrazia amica, in condizione di quasi monopolio.

Economicamente potrebbe essere una operazione grasndiosa, in grado di farci uscire dalla crisi, e di consolidare un nuovo ceto economico (quelli che riportano i soldi dall’estero) con un nuovo ceto politico: gli uomini di AN che non a caso stanno dialogando sul futuro del nostro sistema politico dopo Berlusconi con gli uomini del PD. Che a questa operazione devono assicurare la tolleranza in parlamento e negli enti locali.

http://www.aprileonline.info/notizia.php?id=13823

La dottoressa dei migranti 21.12.2009

La ginecologa indiana Shashikala si occupa, gratuitamente, degli immigrati di Dubai

di Elisabetta Norzi e Christian Elia

Il sole si è da poco alzato su Dubai. In un cortile di Karama, un quartiere popolare della città abitato in maggioranza da migranti indiani, cuociono sul fuoco grandi pentole di riso, curry, spinaci e lenticchie. Comincia da qui, ogni mattina all’alba, la giornata della dottoressa Shashikala. Un sari clorato le avvolge il corpo minuto, i suoi movimenti sono veloci: riempie quattro bidoni di plastica con il cibo e ci chiede di aiutarla a caricare tutto sulla macchina. Col sorriso sulle labbra, spiega che da tre anni, tutti i giorni, questa è la sua vita: distribuisce pasti e medicine agli illegal workers, i lavoratori migranti che hanno perso il lavoro e non hanno più il permesso di soggiorno. La prima tappa è Sonapur, alle porte di Dubai. In hindi significa “città d’oro”, ma a ricordare il colore dell’oro c’è solamente la sabbia, che ricopre tutto e si infila ovunque: Sonapur è un’immensa città dormitorio che per chilometri e chilometri si fa spazio nel deserto. In angusti edifici di cemento tutti uguali, vivono migliaia di lavoratori: indiani, pakistani, bengalesi, cinesi. Da dietro un cumulo di detriti, un gruppo di ragazzi va incontro a Shashikala appena la sua automobile si ferma: dormono su cartoni e materassi sotto l’ombra di un albero. Non possono pagare un posto letto, non hanno i soldi per tornare a casa e alcuni non hanno più neppure il passaporto. Shashikala distribuisce il riso e li ascolta, uno ad uno: qualcuno spiega che non si sente bene, altri chiedono come possono tornare in India, altri ancora dicono che hanno lavorato per alcune settimane, in nero, ma non sono stati pagati. La scorsa estate in due sono morti per il caldo e da pochi giorni Shashikala è stata chiamata per rimpatriare altre sei salme: uno di loro è caduto da un’impalcatura in un cantiere, gli altri sono morti di malattie per la mancanza di assistenza e di cure.

Dottoressa Shashikala, come ha cominciato ad occuparsi dei lavoratori migranti?
Sono arrivata a Dubai nel 2007 e ho aperto un centro medico, a Karama. Sia io che mio marito siamo dottori e vedendo le condizioni dei lavoratori migranti, soprattutto di chi lavora nell’edilizia, non ho potuto fare a meno di occuparmi di loro: parlano la mia stessa lingua, vengono dalla mia stessa terra. La mia attività principale, oltre a ricevere i pazienti nel centro medico, è distribuire cibo e farmaci ai lavoratori migranti rimasti senza lavoro, specialmente a chi è malato e illegale nel paese. Riusciamo a sfamare in media 100-200 persone ogni giorno, ma in alcuni periodi arriviamo anche a 800. Distribuisco il cibo a Sonapur e a Sharjah, e in quest’occasione i lavoratori mi parlano dei loro problemi, fisici e non solo. Se non stanno bene, li porto con me al centro medico per visitarli. Recentemente ho incontrato diversi di loro che volevano togliersi la vita, e in due lo hanno fatto: sono morti, si sono suicidati. Io cerco di fare il possibile, quando stanno così male mi fermo a parlare con loro per ore, ma certe volte non basta. Veniamo qui a dare il cibo, conosciamo tutti, ma capita che il giorno dopo ci chiamino per dirci che qualcuno è morto. E’ terribile. Quanti di questi uomini vengono da me e cominciano a piangere perché non sanno più che cosa fare. Il loro pianto mi penetra nel cuore, io non posso fare a meno di occuparmi di loro. In questi due anni e mezzo, abbiamo sostenuto oltre 10mila persone in diversi modi: li abbiamo aiutati a tornare a casa comperando centinaia di biglietti aerei per l’India, abbiamo distribuito cibo, medicine, vestiti.

Quali sono i problemi di salute più diffusi?
Le malattie più comuni sono la tubercolosi, la bronchite, la tosse cronica, le infezioni intestinali e la disidratazione. Qualche volta anche l’Aids, ma in questi casi porto i malati immediatamente in ospedale e cerco di farli tornare a casa. Ci sono poi tutti i problemi legati agli incidenti sul lavoro: soprattutto le fratture alle gambe e alle braccia, che molto spesso richiedono operazioni. Infine ci sono le patologie psichiche: in tanti soffrono di depressione e di altri disturbi mentali legati alle condizioni di vita, di lavoro, alla lontananza da casa. Nei giorni scorsi sono stata chiamata a Sonapur per un ragazzo che stava male, aveva la febbre alta ed era magrissimo: mi ha detto che è a Dubai da 11 anni e che in tutto questo periodo è tornato in India una volta sola. Sono otto anni che non vede la sua famiglia.

Per i lavoratori illegali ci sono forme di sostegno sanitario da parte del Governo?
Nei casi di emergenza i trattamenti sono gratuiti, ma se i pazienti devono seguire qualche terapia o se hanno bisogno di essere operati devono pagare di tasca loro. La questione centrale è che non è stabilito dal Governo chi si debba occupare dei lavoratori illegali. Esiste un Dipartimento per i Diritti umani, ma hanno tutti paura a chiedere aiuto perché in genere si va incontro a problemi anziché ricevere aiuto, anche perché per accedervi bisogna passare dalla polizia. Il problema è che ci sono migliaia di persone che hanno bisogno. Anche se qualcuno viene aiutato, ce ne sono continuamente di nuovi che arrivano. Recentemente ho seguito due lavoratori che si sono rotti una gamba e hanno dovuto essere operati. A uno hanno chiesto 6600 dirham, all’altro 3500. Abbiamo pagato tutto di tasca nostra, ho dato il mio passaporto e la mia carta di lavoro come garanzia, e poi abbiamo raccolto i soldi, chiedendo aiuto a tutte le persone che conoscevamo.

E le donne migranti, cura anche loro?
Sono specializzata in ginecologia, quindi mi occupo anche delle donne. La maggior parte di loro hanno permessi di soggiorno come domestiche e sono qui sole. Le curo per tutti i problemi ginecologici, ma mi occupo soprattutto dei casi di gravidanza illecita, fuori dal matrimonio, che negli Emirati è illegale. A me però non interessa se sono illegali oppure no, come dottore ho il dovere di aiutarle tutte. Una ragazza è arrivata da me quando stava quasi per partorire, abbiamo chiamato l’ambulanza, ma non è stata portata in ospedale perché non aveva i documenti in regola. Nessuna struttura voleva farla partorire. Così ho dato i miei documenti, perché ci voleva qualcuno che garantisse per lei: abbiamo trovato uno sponsor che le desse il permesso di soggiorno e ci hanno chiesto 5mila dirham per il parto; in tre giorni siamo riusciti a raccogliere i soldi. Ora la mamma lavora e il bimbo sta bene. Se non avessimo pagato il conto delle cure mediche, mamma e figlio sarebbero stati arrestati. In genere per i casi simili c’è il carcere per 3 o 4 mesi e poi la Corte decide. Molte donne vengono da me anche perché vogliono interrompere la gravidanza. Se decidono di proseguire, mi occupo di loro, gratuitamente: le aiuto con i biglietti aerei per tornare a casa, ho un posto dove farle dormire, organizzo il parto se necessario. Ognuna di loro può scegliere se prendersi cura del bambino oppure no. Chi non riesce a farlo, per motivi finanziari o sociali, ha il nostro supporto per la cura del figlio, che torna poi con la mamma appena lei riesce ad occuparsene di nuovo. Prima del parto sono spaventate, pensano di non farcela, ma alla fine il senso di maternità prevale, e quasi tutte riescono a prendersi cura dei piccoli.

In India le persone sanno come è la situazione qui a Dubai?
Magari ne hanno sentito parlare, ma nei villaggi c’è talmente tanta povertà che i ragazzi partono lo stesso. In più a tutti viene promesso di guadagnare più di quello che poi ricevono una volta arrivati qui. Molti devono pagare anche le società di reclutamento in cambio di un lavoro, si indebitano, e poi si ritrovano in queste condizioni. Lo stipendio medio per chi lavora nell’edilizia è di circa 500-600 dirham al mese (100-120 euro), ma spesso devono pagarsi anche una stanza per dormire, il cibo e quello che rimane in tasca sono 300 dirham al massimo (60 euro). Se poi devono pagare anche le compagnie di reclutamento, per i debiti che hanno contratto, il lavoro non basta più. Così decidono di lasciare e iniziano a lavorare in nero, a giornata, per provare a guadagnare di più. Ma il risultato è ancora peggiore: si ritrovano illegali, senza permesso di soggiorno e molto spesso non vengono neppure pagati per le ore che fanno.

Che supporto hanno dalla polizia o dalle Ambasciate?

Nessuno, nemmeno il Consolato, l’Ambasciata, il Tribunale del lavoro li aiuta. Se ti rivolgi a loro dicono sempre e solo “vedremo quello che si può fare”. Abbiamo provato a sollevare l’attenzione dei media, ma anche loro non hanno fatto nulla alla fine. Alcuni giornalisti sono venuti a vedere come è la situazione, ma poi non ne hanno scritto: sono entrati a Sonapur con l’autorizzazione della polizia, perché questi lavoratori sono illegali, ma poi non gli è stato dato il permesso di pubblicare. Non essendo intervenuta la polizia, avrebbe voluto dire che i poliziotti non fanno rispettare la legge che punisce chi è irregolare nel paese. I poliziotti però sono musulmani e per la loro religione bisogna avere pietà per la povera gente. Così non intervengono, non cacciano gli irregolari, ma il risultato è che dei migranti illegali non ne parla nessuno.

In questi anni c’è stata qualche forma di protesta, di sciopero?
Qui non è possibile scioperare, non è permesso, è illegale. E poi questi ragazzi non hanno nessun argomento legale, sono irregolari, contro chi protestano? Dal 2007 la legge prevede l’espulsione immediata per chi non ha un lavoro e uno sponsor che garantisca per loro. E’ difficile anche che si auto organizzino, perché sono molto poveri, non hanno nulla. Ed è altrettanto difficile che qualcuno li aiuti: nessuno vuole prendersi il rischio di avere a che fare con chi è illegale nel paese. Io riesco a farlo, però: sono più al sicuro perché sono un medico e sono donna. La polizia sa quello che faccio e anche se qualche volta mi ferma e mi controlla, mi lascia continuare a lavorare.

http://it.peacereporter.net/articolo/19380/La+dottoressa+dei+migranti

Cassazione sconfessa studi di settore 21.12.2009

Standard per misurare evasione da soli non provano nulla

ROMA – Gli studi di settore – spauracchio dei contribuenti che hanno un’attività in proprio – non sono più un parametro certo in base al quale l’Agenzia delle entrate può inoltrare la cartella di accertamento fiscale sulla presunzione che lo scostamento, dai parametri di reddito introdotti dalla legge finanziaria del 1996, nasconda l’elusione dell’imposta dovuta. Lo sottolineano le Sezioni Unite della Cassazione con la sentenza 26635 destinata a rivoluzionare – a favore del contribuente – la formazione della prova nelle cause con il fisco.

D’ora in poi – questo il senso della decisione della Suprema Corte – gli studi di settore, anche se frutto della diretta collaborazione con le categorie interessate, sono da considerare solo “una elaborazione statistica, il cui frutto é una ipotesi probabilistica che, per quanto seriamente approssimata, può solo costituire una presunzione semplice”. D’ora in poi – quindi – sono da considerarsi nulli gli accertamenti fiscali che si poggiano solo sulle indicazioni provenienti dagli studi di settore.

Anche nelle cause con il fisco la prova si forma in dibattimento e il contribuente “ha la più ampia facoltà di prova” per contestare “l’applicabilità degli standard al caso concreto”. Così è stato respinto il ricorso con il quale l’Agenzia delle entrate sosteneva che gli studi del settore ‘parrucchiere da uomo’ fossero applicabili – tout-court – anche nel caso del gestore di un piccolo salone dell’entroterra lucano che già da anni aveva ammortizzato i costi riferiti a minime quantità di beni e servizi, acquistati in tempi remoti, e ormai obsoleti.

– ”La sentenza della Cassazione ribadisce quello che la Confesercenti ha sempre sostenuto, valea dire che gli studi di settore sono un punto riferimento ma chenon vanno considerati esaustivi riguardo alla fedeltà delcontribuente rispetto ai suoi impegni con il fisco”. Così Mauro Bussoni, vicedirettore generale della Confesercenti,commenta il pronunciamento della Corte di Cassazione sugli studidi settore, giudicandolo “un passaggio importante”.

“Certo, ora bisognerà capire bene il contenuto dellasentenza e vedere il caso nello specifico ma comunque lasentenza ribadisce un concetto importante, cioé – prosegueBussoni – che lo scostamento dagli studi di settore non vuoldire che il contribuente sia in dolo, e comunque vi è per ilcontribuente o l’azienda la possibilità di un contraddittorio,indicando i motivi di tali scostamento. Una sentenza insomma -conclude – che non può che migliorare il rapporto tracontribuente e fisco”.

http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/economia/2009/12/21/visualizza_new.html_1648147760.html

23/12/2009 – AUTO- IL RISIKO MONDIALE

Ford vende Volvo alla cinese Geely

Accordo da circa 2 miliardi di dollarimeno di un terzo di quando pagatodal colosso americano dieci anni fa

ROMA
Somiglia a un ex impero l’industria dell’auto americana. Un impero che continua a perdere pezzi. La devastante crisi che ha colpito il mondo dell’auto è arrivata in una fase di debolezza per l’industria a stelle e strisce, finora salvata solo dal massiccio intervento del contribuente, dopo aver accusato perdite di quasi 100 miliardi di dollari tra il 2004 e il 2008.  E’ di oggi la notizia che la Ford, l’unico tra i costruttori americani a non ricorrere agli aiuti pubblici, ha definito l’accordo di massima per la cessione della Volvo al gruppo cinese Geely. Acquistata dieci anni fa superando la concorrenza della Fiat e sborsando la cifra di 6, 4 miliardi di dollari, la Ford ha deciso di dismettere la casa svedese anche per via delle scarse sinergie, oggi di fondamentale importanza per la sopravvivenza.

L’annuncio della Ford arriva a pochi giorni da quello di Gm che non è riuscita a vendere la Saab a conferma di una ritirata degli ormai ex big di Detroit. Contestualmente cerca di ritagliarsi un ruolo di primo piano l’industria dell’auto cinese. La Beijing automotive industry ha pagato 200 milioni di dollari per acquistare la tecnologia Saab. Proprio Baic e Geely sono tra i costruttori cinesi più attivi sullo scacchiere mondiale per ridurre la dipendenza dalle joint venture con Hyundai motor e Daimler nella consapevolezza che la Cina già nel 2010 diventerà il primo mercato mondiale dell’auto ed è necessario scalare la classifica rapidamente. Sempre in mani cinese è finito il mitico marchio Hummer della Gm, che per anni ne ha garantito i profitti. La tengzhong ha acquistato la Hummer garantendo il mantenimento di 3 mila posti di lavoro negli Stati Uniti.

La Cina è stata ipotizzata anche per Termini Imerese ma la Chery ha smentito l’interesse confermando però l’intenzione di espandersi all’estero con 15 stabilimenti produttivi. Pechino inoltre punta a razionalizzare l’industria domestica. Nella primavera scorsa era trapelato il disegno di ridurre il numero dei costruttori d’auto cinesi, oggi un centinaio, procedendo alla fusione tra i principali 15-20 per creare 5-6 poli industriali con massa critica sufficiente a fronteggiare i big mondiali. Un disegno che sembra al momento accantonato a causa delle riserve delle autorità periferiche che non vogliono rischiare di sacrificare l’industria della rispettiva provincia. Tornando all’ex impero americano, alla Gm resta la Opel dopo un clamoroso ripensamento ma sarà il tempo a dire se Detroit potrà sostenere le attività europee che perdono oltre un miliardo di euro l’anno.

Con la Chrysler entrata nella sfera della Fiat, la concorrenza di Volkswagen e Toyota su tutti sui mercati emergenti, per Gm e Ford c’è poco da stare allegri anche se sono riuscite ad evitare di sprofondare nell’abisso.

http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/economia/200912articoli/50644girata.asp

Generali: accordo con Qatar Islamic Bank per polizze “takaful”

Balbinot: verso creazione operatore leader nel Golfo (Il Sole 24 Ore Radiocor) – Milano, 22 dic – L’intesa preliminare, si legge in una nota, mira alla creazione di una partnership fondata sull’apporto tecnico assicurativo del gruppo Generali, associato alla conoscenza del mercato ed alla capacita’ distributiva della Qatar Islamic Bank, e alle competenze specialistiche in ambito takaful che saranno fornite da Beema compagnia di assicurazione con licenza per l’assicurazione takaful, partecipata da Qatar Islamic Bank, la prima banca islamica in Qatar e tra i primi cinque istituti di credito al mondo “Sharia- compliant”. Il settore takaful presenta un significativo potenziale di crescita: si stima nel 2015 un volume premi a livello di mercato mondiale di circa 20 miliardi di dollari, di cui il 30% dovrebbe essere sottoscritto nel mercato GCC (Gulf Cooperation Council) che comprenede Bahrain, Kuwait, Oman, Qatar, UAE ed Arabia Saudita. Inoltre i paesi islamici producono il 23% della ricchezza generata nelle aree emergenti del pianeta ma presentano degli indici di diffusione assicurativa ancora contenuti. Secondo Balbinot “la combinazione di Qatar Islamic Bank, una delle principali banche islamiche del mondo, e Generali, assieme all’importante esperienza locale di Beema, possa preludere alla creazione di un operatore leader per la sottoscrizione di affari takaful nella regione del Golfo ed al successivo sfruttamento delle opportunita’ presentate da questo settore sia in Europa che in Asia”. Il Presidente di Qatar Islamic Bank, Sheikh Jassim bin Hamad bin Jassim bin Jabr Al Thani, ha commentato: “La banca e’ molto lieta della possibilita’ di stringere un accordo strategico nel business delle polizze Takaful nell’ottica di creare un player leader nel settore. I nostri piani sono, in primo luogo, di lanciare i prodotti Takaful nei Paesi del Golfo, dando priorita’ ai nostri mercati regionali e locali, per poi porre particolare attenzione sulle aree geografiche rilevanti per questi prodotti”.

http://archivio-radiocor.ilsole24ore.com/articolo-769316/generali-accordo-qatar-islamic/

Pace in trincea

E’ Natale del 1914 e tedeschi e britannici, che si affrontano a Ypres, decidono di uscire dalle trincee e di festeggiare insieme la festività (Matteo Liberti per Focus Storia 38, dicembre 2009)

Molti la considerano la più bella favola di Natale, paragonandola a un miracolo. Nei libri di Storia non ce n’è quasi traccia, tuttavia se ne parla in film e romanzi, nonché in una struggente canzone folk dell’artista inglese Mike Harding, dal titolo Christmas 1914.
Eccone alcuni versi: “I fucili rimasero in silenzio […] senza disturbare la notte. Parlammo, cantammo, ridemmo […] e a Natale giocammo a calcio insieme, nel fango della terra di nessuno”. La partita in questione si svolse realmente, e fu giocata il 25 dicembre 1914 nei pressi della cittadina belga di Ypres. Campo di gioco: la no man’s land (“terra di nessuno”), lo spazio che divideva le trincee inglesi da quelle tedesche. Fu il momento culminante di quella che passerà alla Storia come “tregua di Natale”.
Nell’estate del 1914 l’Europa era divenuta teatro di una guerra che vedeva opposti due grandi schieramenti: Gran Bretagna, Francia e Russia da una parte; Germania, Austria-Ungheria e Turchia dall’altra. Più tardi sarebbero entrati nel conflitto anche Bulgaria, Giappone, Italia, Stati Uniti e una serie di Paesi “minori”, trasformando così la contesa nella prima guerra su scala globale dell’umanità.
All’inizio il fronte più caldo fu proprio quello occidentale (tra il Belgio e il Nord della Francia) dove inglesi, francesi e belgi dovettero contrastare l’avanzata tedesca. Dopo una sanguinosa battaglia nei pressi di Ypres, a fine autunno gli eserciti si ritrovarono però impantanati (qui e altrove) in un’estenuante guerra di logoramento tutta combattuta intorno alle trincee. Da questi fossati profondi un paio di metri e rinforzati alla buona con tavole di legno, i soldati si lanciavano quotidianamente all’assalto del nemico, guadagnando o cedendo ogni volta pochi metri di terreno e trascorrendo il resto della giornata tra fango, pioggia e cadaveri in decomposizione. Queste condizioni riguardavano tutti e il “mal comune” provocò presto il verificarsi di episodi di solidarietà tra nemici (che si trovavano peraltro a pochi passi di distanza gli uni dagli altri). I soldati dei due eserciti cominciarono a scambiarsi alcuni “favori”, come non aprire il fuoco durante i pasti. Quel che contava era salvare le apparenze con i superiori (si rischiava l’accusa di tradimento) e portare a casa la pelle.

http://www.focus.it/Storia/speciali/pace-in-trincea.aspx

Internet

Maroni: l’autoregolamentazione può bastare 22.12.2009

Dopo aver minacciato di legiferare contro le istigazioni alla violenza mediate dalla rete, il Ministro si lascia convincere dagli operatori. Si prevede un grande accordo, si sogna una policy globale

Roma – No alle leggi che regolamentino Internet come se fosse un mondo diverso da quello abbracciato dall’ordinario quadro normativo, ma una linea di condotta comune da adottare per fronteggiare e prevenire situazioni in cui la libertà di espressione sconfina massicciamente in quello che potrebbe essere giudicato un reato. I rappresentanti degli operatori della rete, Facebook in primis, si erano rivolti direttamente ai rappresentanti del governo dopo che, a seguito dell’aggressione al Premier e del polverone sollevato fra bacheche e profili, si era brandita la minaccia di leggi ad hoc che punissero cittadini e piattaforme, responsabili di certe sortite e intermediari della rete.

Si punterà invece su un codice di autoregolamentazione: così è stato stabilito nel corso dell’incontro che si è svolto nel pomeriggio presso il Viminale, incontro che ha messo a confronto prospettive e competenze del vice ministro delle Comunicazioni Paolo Romani, del capo della polizia Antonio Manganelli, del consigliere ministeriale con delega alla sicurezza informatica Domenico Vulpiani, del capo della polizia postale Antonio Apruzzese, dei rappresentanti del ministero delle Politiche Giovanili, ma anche delle aziende, fra cui Confindustria, Assotelecomunicazioni, Associazione italiana internet provider, British Telecom, Fastweb, H3g, Vodafone, Wind, Telecom, Facebook, Google e Microsoft.

Il ministro Maroni, che aveva minacciato repressione a mezzo chiusure e oscuramenti imposti dalle autorità per le pagine che ospitassero incitazioni alla violenza, sembra aver cambiato punto di vista: “Abbiamo affrontato il tema di come impedire la commissione di gravi reati su Internet e come rimuoverne i contenuti – ha spiegato Maroni – La strada da seguire è quella di un accordo fra tutti definendo un codice di autoregolamentazione che coinvolga tutti i soggetti interessati, evitando interventi di autorità”. È possibile che il Ministro sia stato informato dell’impossibilità di agire in maniera chirurgica nelle rimozioni, è possibile che abbia compreso le dinamiche del ruolo svolto dagli intermediari della rete, costretti a confrontarsi con un’enorme mole di contenuti caricati dai netizen: per questo non fa più riferimento alla soluzione finale dell’intervento delle autorità ma invita gli operatori della rete alla collaborazione, affinché le segnalazioni relative a un contenuto inadatto vengano elaborate in maniera tempestiva e coerente, in modo da agire più che prontamente qualora i contenuti violassero la legge.

Non sarebbe dunque necessario l’avvento di alcuna legge repressiva come l’emendamento D’Alia che gravi sugli intermediari attribuendo loro responsabilità mai descritte dalla legge, né di alcuna legge come il DDL Lauro, che attribuisca delle pene particolarmente pesanti ai cittadini che si macchino di reati commessi a mezzo comunicazione telefonica o telematica. Sarebbe sufficiente quello che Maroni definisce un accordo, un codice di autoregolamentazione che coinvolga tutti gli operatori della rete – in Italia e all’estero, auspica il Ministro – che tracci delle linee guida per l’intervento qualora attraverso le piattaforme in rete i cittadini si intrattengano in condotte sospettate di essere illegali. Sarebbe a parer di Maroni “il primo caso al mondo” in cui si potrebbe realizzare “un grande accordo di responsabilità fra tutti gli operatori” capace di bilanciare le esigenze della “libertà di espressione del pensiero e quella di rimuovere contenuti che integrino gravi reati”.

Non bastano dunque le policy adottate finora dagli intermediari della rete, basate sulle rimozioni sollecitate dalle segnalazioni degli utenti. Le loro proposte verranno vagliate e confluiranno nel prossimo incontro previsto per metà gennaio.

Gaia Bottà

http://punto-informatico.it/2777014/PI/News/maroni-autoregolamentazione-puo-bastare.aspx

Requiem per Termini Imprese 22.12.2009

Di Red

Il lavoro è in trincea. Ogni giorno si aprono nuovi problemi o si conferma la gravità di casi irrisolti. Per quanto riguarda la Fiat c’è la conferma dell’abbandono della produzione automobilistica a Termini Imerese nel dicembre 2011.Per quanto riguarda Eutelia si continuano a perdere commesse, a partire da quelle pubbliche della Rai, nonostante le promesse avvenute al tavolo della presidenza del consiglio. Per quanto riguarda Yamaha si è ancora in attesa di una risposta dell’azienda sull’utilizzo della cassa integrazione per impedire un licenziamento traumatico ai lavoratori

“Nei prossimi due anni gli investimenti della Fiat in Italia ammonteranno a 8 miliardi”. Lo ha detto l’ad del Lingotto Sergio Marchionne nel corso dell’incontro con governo e sindacati che si e’ svolto a Palazzo Chigi, durante il quale ha presentato il piano industriale della casa automobilistica torinese. Presenti per il governo i ministri dello Sviluppo economico Claudio Scajola, del Lavoro Maurizio Sacconi, dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo, degli Affari regionali Raffaele Fitto e il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Gianni Letta; per i sindacati sono intervenuti Raffaele Bonanni (Cisl), Guglielmo Epifani (Cgil) e Luigi Angeletti (Uil). Hanno partecipato alla riunione anche i governatori Raffaele Lombardo (Sicilia), Antonio Bassolino (Campania) e Esterino Montino (vicepresidente della regione Lazio). Una riunione accompagnata dalle proteste dei lavoratori della Fiat – provenienti soprattutto da Termini Imerese e Pomigliano d’Arco – che hanno manifestato prima a Piazza Colonna e poi sotto Palazzo Chigi, dove hanno intonato cori di protesta contro l’azienda. Va ricordato infatti che i due stabilimenti sono quelli più a rischio chiusura.

“Vogliamo che l’incontro di oggi sia tutt’altro che rituale – ha continuato Marchionne – ma occorre conciliare i costi industriali con la responsabilità sociale”. Infatti “il solo calcolo economico avrebbe conseguenze dolorose che nessuno si augura ma un’attenzione esclusiva al sociale condurrebbe alla scomparsa dell’azienda”. Tant’è vero, ha poi annunciato il numero uno della casa torinese, che lo stabilimento Fiat di Termini Imerese non produrrà più auto dalla fine di dicembre 2011.
“Ci sono condizioni di svantaggio competitivo – ha detto – difficoltà strutturali e costi eccessivi. Lo stabilimento è in perdita e noi non possiamo più permettercelo”. D’altra parte però “siamo disposti a discutere proposte di riconversione con la regione Sicilia e gruppi privati – ha aggiunto l’ad – mettendo a disposizione lo stabilimento”. Il contesto per il mercato dell’auto “continua a essere sfavorevole” ha quindi dichiarato l’ad di Fiat. In particolare, ha spiegato, “in Europa continua la sovracapacità produttiva” mentre negli Usa “il problema è stato affrontato con coraggio”. Ma c’è anche “una forte disparità dei livelli di utilizzo della manodopera tra gli stabilimenti auto di Fiat italiani ed esteri” ed è un problema che “dobbiamo affrontare di petto” perché anche da questo “dipende anche il nostro futuro. Se non lo facciamo sarebbe una rovina”.

L’ad di Fiat ha poi confermato la produzione dei modelli attuali nello stabilimento di Torino Mirafiori per il prossimo biennio. Stessa conferma arriva per lo stabilimento di Melfi che “sta lavorando bene”, Nel sito di Cassino, invece, si aggiungerà la produzione della nuova Giulietta. Quanto a Pomigliano d’Arco, ha detto Marchionne, “è l’impianto più penalizzato per l’assenza di incentivi. Così com’è non può reggere, abbiamo già investito 100 milioni di euro”. A Pomigliano, ha ricordato però Marchionne, verrà prodotta la nuova Panda. Quanto alla ex Bertone, acquisita di recente da Fiat, produrrà due nuovi modelli per la Chrysler. Infine, tra i nuovo modelli che Torino produrrà nel bienno 2010-2011, la nuova “Y” sarà realizzata in Polonia mentre “una nuova famiglia basata sulla piattaforma small”, ha concluso Marchionne, sarà realizzata in Serbia.

Marchionne ha iniziato il suo intervento annunciando “un piano ambizioso per la Fiat, soprattutto per l’Italia”. In particolare entro il 2012 la Fiat sarebbe disponibile a produrre fra 800 mila e 1 milione di vetture all’anno, dalle 650 mila attuali. Il numero uno del Lingotto ha anche annunciato la possibilità di aumentare il numero dei veicoli commerciali leggeri da 150 mila a 220 mila.
Non è vero, ha poi incalzato, “che siamo un’azienda assistita dallo stato”. Secondo Marchionne, infatti, “gli incentivi sono stati finanziati dalla Fiat e il credito accumulato dal gruppo è di circa 800 milioni di euro”. Per il futuro la Fiat non vuole chiedere “un euro allo Stato” neppure sulla proroga degli eco-incentivi. “Si tratta di una decisione che non ci compete – ha commentato Marchionne – e una scelta che spetta a chi ha il compito di disegnare la politica industriale di questo paese. Noi siamo pronti a gestire qualunque situazione, vorrei solo che si smettesse di fare demagogia sulla pelle della Fiat. Se si vuole una grande industria dell’auto in questo paese – ha concluso Marchionne – è necessario comportarsi di conseguenza e solo una decisa politica di sviluppo può creare le condizioni perché il tessuto industriale italiano si rafforzi”.

“Già da oggi dobbiamo tutti prende impegni per il polo industriale di Termini Imerese” ha detto il ministro dello Sviluppo economico a commento dell’annunciata intenzione del Lingotto di confermare la riconversione industriale di Termini Imerese dal 2012. “La criticità del gruppo Fiat “è Termini Imerese ma l’azienda è disposta a collaborare – ha aggiunto Scajola -. Non possiamo perdere quel polo industriale e abbiamo il tempo di mettere insieme le risorse della Regione siciliana e quello che il governo può dare per uno sviluppo diverso del sito” in provincia di Palermo. Secondo il ministro “servono uno sforzo congiunto di Fiat, Enti locali e governo per individuare soluzioni industriali che garantiscano l’occupazione”. “Fiat – avrebbe evidenziato tuttavia il titolare dello Sviluppo economico – pone al centro l’Italia con una crescita della produzione a un milione di vetture”.

Dura la posizione dei sindacati. “Pomigliano d’Arco è salvo ma Termini Imerese no”. Nelle parole di Cgil, Cisl e Uil è forte la delusione per la scelta della Fiat. Le parti hanno apprezzato alcuni punti della relazione dell’ad Sergio Marchionne, ma il “piano ambizioso” dell’ad del Lingotto è passato in secondo piano quando il costruttore ha confermato lo stop della produzione auto a Termini Imerese. “Il consolidamento dell’accordo Fiat-Chrysler è un fatto importante per l’Italia”, ha detto il leader della Cisl Raffaele Bonanni e anche la soluzione per Pomigliano d’Arco”, ma “il vero problema rimane Termine Imerese”. Ora, “ci vuole un tavolo immediato per il futuro” del sito siciliano, ha continuato Bonanni: “Non possiamo lasciare i lavoratori nell’incertezza a Natale e dobbiamo capire cosa può fare la Regione, lo Stato e che impegni prende Fiat. Dobbiamo muoverci tutti perché si salvi – ha concluso il leader Cisl – quella realtà industriale. Termini deve restare un sito attivo”.

Sulla stessa linea il numero uno della Cgil Guglielmo Epifani, che pur confermando la positività dell’operazione Chrysler e le decisioni in merito al sito campano della Fiat, ha ribadito che “il cuore del problema è Termini. Bisogna sciogliere il nodo perché se si perde un centro produttivo nel Mezzogiorno, difficilmente lo si potrà sostituire”.

“Marchionne ha mostrato tutta la sua arroganza, ha usato toni molto gravi su Termini Imerese.
Avrà pure salvato la Fiat, ma non si può permettere di mortificare la dignità di 3 mila persone che hanno contribuito a fare grande questa azienda che ha avuto tanto dai governi ma non ha avuto niente in cambio. La nostra risposta sarà decisa”. Lo dice il segretario della Fiom di Termini Imerese, Roberto Mastrosimone, presente all’incontro a Palazzo Chigi per la presentazione del piano industriale della Fiat.
“Marchionne ha detto che la Fiat è un gruppo privato e che il problema sociale di Termini Imerese riguarda il governo – aggiunge Matrosimone – Anche a queste parole i lavoratori sapranno dare risposte”.

Per il segretario generale della Uil Luigi Angeletti il confronto su Fiat deve partire dal fatto che “la presenza industriale in Italia non deve venire meno” e la sfida “resta far sì che aumenti la produzione di auto”, quindi, ha concluso Angeletti, “non ci possiamo rassegnare a un tragitto che sembra già segnato”.

E mentre si fa sempre più vicina l’ipotesi di un tavolo solo sulla situazione di Temini Imerese, il presidente della Regione siciliana Raffaele Lombardo ha commentato a margine dell’incontro la notizia della chiusura confermata del polo palermitano annunciando battaglia: “Il piano industriale della Fiat va rivisto” ha dichiarato il governatore. “Sia il governo sia tutti i sindacati sia la Regione hanno opposto un fiero no a una impostazione che discrimina Termini Imerese. Si fa fronte alle difficoltà di tante stabilimenti e Termini viene trattata come una sorta di vittima sacrificale di un rito pagano”. Ecco perché ha concluso Lombardo, “ora ci aspettiamo un fronte unico perché il piano Fiat venga rivisto”.
“Il Sud e la Sicilia hanno già dato al Nord e alla Fiat, con un esodo biblico durato oltre un secolo, braccia e cervelli, contribuendo alla costruzione di enormi fortune e di incommensurabile ricchezza. Non possiamo permettere quindi a mister Marchionne di calpestare con cinica ironia la nostra dignità”, continua il presidente della Regione siciliana. “Dinanzi a questo atteggiamento – ha proseguito Lombardo – mi aspetto dal Governo nazionale e dai sindacati una coerente reazione, in linea con quanto già ampiamente annunciato: il taglio di qualsiasi incentivo a favore della Fiat e delle sue consociate. Ai lavoratori dico che con le risorse che abbiamo destinato a Termini, sono certo che riusciremo a trovare una soluzione con buona pace di mister Marchionne. Il Governo nazionale – conclude Lombardo – sia consequenziale e stacchi un biglietto di sola andata per il canadese Marchionne”.

http://www.aprileonline.info/notizia.php?id=13847

Chiquita Connection 21.12.2009

La Colombia ha chiesto l’estradizione dei vertici di Chiquita, accusata di aver pagato squadre di paramilitari colpevoli di 11mila omicidi

“Il caso di terrorismo più grande della storia recente, con tre volte il numero delle vittime dell’attacco alle Torri Gemelle di New York”. Terry Colling Sworth, esperto Usa in diritto internazionale, definisce così la storiaccia che sta dietro al processo che vede quale imputata la multinazionale delle banane Chiquita, accusata di aver assoldato tra gli anni Ottanta e Novanta orde di paramilitari per perseguire i propri interessi in Colombia. Risultato: 11mila vittime nella sola regione dell’Urabá, costa nord del paese.

Ci risiamo. Difesa e accusa torneranno a colpi di documenti e tesi contrapposte in una causa legale che va avanti da anni, e che prima è stata trattata negli Usa e adesso è sfociata in un processo in Colombia che sta per entrare nel vivo, mettendo fine all’impunità nella quale si sono crogiolate finora molte multinazionali padrone incontrastate dell’America Latina.
Nel primo caso, Chiquita ha raggiunto un accordo con il dipartimento di Giustizia Usa per le colpe di Banadex, società affiliata. Sulla base del patteggiamento, Chiquita sta pagando una multa di 25 milioni di dollari, essendosi dichiarata colpevole di avere violato la legge degli Stati Uniti per avere effettuato, dal 2001 al 2004, pagamenti a entità affiliate con l’organizzazione “Autodefensas Unidas de Colombia” (AUC). Nel secondo caso, invece, la Procura della Repubblica colombiana si è appena rivolta al Direttore degli affari criminali del Dipartimento di giustizia Usa, Thomas Black, affinché notifichi ai cittadini statunitensi a capo della Chiquita Brands Inc., un tempo United Fruit Company, John Paul Olivo, Charles Dennis Keiser e Dorn Robert Wenninger, l’avviso di garanzia affinché si difendano dall’accusa di “associazione a delinquere aggravata”. A questo seguirà, nei prossimi giorni, la richiesta di estradizione, che potrebbe riguardare altri 19 dirigenti della multinazionale, che avrebbero finanziato i paracos in operazioni finalizzate alla “protezione” dell’impresa bananiera, all’occupazione di terre mediante lo sfollamento forzato e all’eliminazione dei sindacalisti.

Sono già 127 le famiglie colombiane che si sono dichiarate parte civile, facendo appunto di questo processo il più grande caso di terrorismo della storia recente. E sulla delicata questione dell’estradizione si è già pronunciata anche la relatrice generale delle Nazioni Unite sull’indipendenza giudiziaria, Gabriela de Alburquerque, in visita in Colombia propri in questi giorni, definendola “imprenscindibile”. Se per gli Usa, dunque, questo è un caso chiuso, in Colombia è tutto ancora da snocciolare.

Per decenni, “repubblica delle banane” sono stati chiamati tutti quei paesi, Honduras in testa, i cui governi non erano che prestanome delle grandi compagnie della frutta Usa, le quali facevano il bello e cattivo tempo a colpi di corruzione e arbitrarietà. E anche nella complessa Colombia, le multinazionali hanno e giocato e lo giocano tutt’ora, un ruolo chiave nei rapporti di forza. Proprio in questi giorni, ricorre l’81esimo anniversario della “mattanza delle bananiere” compiuta dall’esercito nella stazione centrale di Ciénaga, su richiesta della United Fruit Company, e così ben descritta in Cento anni di solitudine da Gabriel García Márquez.

A inchiodare alla sbarra del tribunale colombiano Chiquita, sono le dichiarazioni di alcuni dei più spietati capi paramilitari, come Salvatore Mancuso, Raúl Emilio Hasbún, Ever Veloza e Fredy Rendón, i quali, avvalendosi della legge uribista Giustizia e Pace che garantisce loro impunità in cambio di un improbabile addio ad armi e malaffare e di una altrettanto improbabile riparazione alle vittime, hanno parlato dettagliatamente di pagamenti milionari alle Autodifese unite colombiane (le Auc, il maggior gruppo paramilitare, ormai sciolto) da parte della multinazionale Usa. Loro compito, sfollare a sangue e fuoco i contadini dalle loro terre, avvalendosi della complicità del governo. Una pratica messa in atto in tutto il paese da gruppi militari al soldo di molti altri gruppi economici legati al malaffare, e che perdura tutt’ora nonostante la scomparsa della sigla Auc. Non è bastato cancellare la sigla per voltare una delle pagine più violenti della storia colombiana: i paracos sono tutt’oggi vivi e vegeti e in azione sotto altra bandiera, quella delle Aquile nere, e non solo.

Nonostante le smentite di Chiquita, le confessioni degli storici leader del paramilitarismo colombiano mettono a nudo una prassi che andava ben al di là della consegna di soldi. Raúl Emilio Hasbún, per esempio, parla di 4200 fucili AK-47 e di 5 milioni di proiettili provenienti dalla Bulgaria ricevuti in una imbarcazione della United Fruit Company. Non solo: corrompendo le autorità doganali, la multinazionale avrebbe creato un porto privato a Turbo (in Antioquia, culla di violente stragi paramilitari) che sarebbe servito anche per attività legate al narcotraffico. In particolare, nel 2001, le navi Chiquita Bremen e Chiquita Belgie avrebbero imbarcato in questo porto una tonnellata e mezzo di cocaina nascondendola tra la frutta. Ma la multinazionale non ci sta e a tambur battente ha più volte ribadito che tutto questo è una montatura.

E mentre la ricostruzione dei fatti sarà attività primaria dei giudici nel processo, molte cose sono cambiate nella filosofia e nel modus operandi della banana dieci e lode. Dopo aver pubblicamente recitato un mea culpa, ha venduto capre e cavoli in Colombia e ha cercato di voltar pagina puntando a un codice etico e all’ecosostenibilità. Ma qualcuno insinua grossi dubbi. Il procuratore speciale del caso United Fruit Company, Alicia Domínguez, è convinta che Chiquita non abbia mai lasciato le coltivazioni colombiane. Anzi, con maestria finanziaria, avrebbe creato imprese dai nomi nuovi quali Olinsa, Invesmar e Banacol S.A.,e continuato a finanziare i paramilitari per proteggerle. E dato che Olinsa sembra avere un contratto con Chiquita Brands fino al 2012 e che è, secondo il procuratore, un prestanome di Chiquita, la multinazionale delle banane, sempre secondo l’accusa, non avrebbe mai lasciato il paese dall’eccidio del 1928.

http://it.peacereporter.net/articolo/19456/Chiquita+Connection

Fotovoltaico: nasce in Italia la “trasformazione” degli elementi troppo costosi

La sofisticata e rivoluzionaria tecnologia è stata messa a punto dai ricercatori della Dichroic Cell in collaborazione con l’Università degli Studi di Ferrara e CNR–INFM

‘Trasformare’ un elemento fotovoltaico in un altro, per ottimizzare le sempre più rare e preziose materie prime disponibili, ma anche per snellire tempi e costi di produzione. Quello che fino a ieri era un ambizioso progetto scientifico, oggi è una realtà grazie alla rivoluzionaria tecnica messa a punto dalla Dichroic Cell in collaborazione con l’Università degli Studi di Ferrara e CNR-INFM (Consiglio Nazionale delle Ricerche-Istituto Nazionale per la Fisica della Materia).

Gli elementi alla base delle celle fotovoltaiche sono Silicio, Arseniuro di Gallio (GaAs), Fosfuro di Indio e Gallio (InGaP), ma soprattutto Germanio (Ge). Tutti rari e costosi, soprattutto il Germanio.

Per aggirare questo ostacolo, la Dichroic Cell ha iniziato a sviluppare una metodologia del tutto innovativa, che mira a convertire un elemento costoso e raro come il Germanio in un altro elemento, il Silicio, più reperibile e meno dispendioso. Il procedimento si basa sull’utilizzo di un macchinario ultratecnologico, il reattore L.E.P.E.C.V.D. (Low Energy Plasma Enhanced Chemical Vapor Deposition), che lavora come una sorta di forno in grado di depositare il Germanio sul Silicio e di consentire appunto la ‘trasformazione’ di un elemento nell’altro.

In base alle previsioni formulate, attraverso questa sofisticatissima tecnologia è possibile abbattere il costo del substrato delle celle fotovoltaiche di oltre il 60%. Una riduzione dei costi che diventa del 30% quando si prendono in esame le celle fotovoltaiche più costose, con substrato in puro Germanio.

Quella impiegata dal gruppo di ricercatori è una tecnologia davvero sofisticata, il cui sfruttamento commerciale ha preso avvio in ambito aerospaziale negli anni ’90 per applicazioni esclusivamente orientate a tale settore.

La grande intuizione della Dichroic Cell e del gruppo di ricerca pubblico-privato è stata quella di trasferire dall’ambito aerospaziale a quello terrestre una metodologia altamente sofisticata e dai costi proibitivi, riuscendo a renderla applicabile ad un’economia per uso terrestre su scala industriale. Gli straordinari risultati di questa ricerca sono stati tenuti secretati fino ad oggi, e finalmente dallo scorso settembre Dichroic Cell ha iniziato a produrre e a vendere i primi Substrati Virtuali, risultato di una tecnologia che ha quindi disponibilità di materiali, costi ed efficienze per soddisfare sino al 10% del fabbisogno energetico nazionale.

“Coraggiosi imprenditori, soprattutto veneti, hanno investito negli studi e nella ricerca applicata dell’Università di Ferrara – spiega Federico Allamprese Manes Rossi, Amministratore Unico della Dichroic Cell S.r.l. – I laboratori messi a disposizione da CNR-INFM hanno portato alla realizzazione di una tecnologia strategica e all’avanguardia, valida non solo per il settore fotovoltaico, ma anche per quello aerospaziale e dell’automotive. La lungimiranza dello scorso e dell’attuale governo sta consentendo di portare all’industrializzazione questa iniziativa, patrimonio esclusivo della nostra nazione”.

La tecnica, del tutto rivoluzionaria e messa a punto per la prima volta in Italia, consente realmente al team di scienziati di guidare l’innovazione tecnologica del fotovoltaico nel nostro Paese e nel Mondo.

Come afferma Patrizio Bianchi, economista industriale e Rettore dell’Università di Ferrara, “questa rivoluzionaria scoperta, messa a punto con la collaborazione del nostro Dipartimento di Fisica, conferma come la nostra sia davvero un’Università di ricerca e come, in questo ambito, svolgiamo una funzione di sperimentazione e traino dell’intero sistema nazionale. Abbiamo lavorato intensamente sulla ricaduta industriale della nostra ricerca e sulla creazione d’impresa”.

Altra voce autorevole dell’Università di Ferrara è quella del Prof. Giuliano Martinelli, Direttore del Dipartimento di Fisica e coordinatore scientifico del gruppo di ricercatori. “Ritengo – osserva il Prof. Martinelli – che l’investimento fatto da Dichroic Cell in questa innovativa ricerca sia stato davvero lungimirante. Ora mi auguro che gli Enti di riferimento mostrino, non solo nelle proclamate intenzioni, ma anche nei fatti, la stessa lungimiranza. In primis, promuovendo l’accesso al ‘Conto energia’ anche per i sistemi a concentrazione, ritenuti particolarmente idonei per la produzione di energia su larga scala. Questo potrebbe cancellare o limitare le perplessità di istituti finanziari e altri potenziali investitori, per ora restii a riversare le proprie risorse in una tecnologia che, non avendo accesso all’incentivo, di fatto soffre di carenza di mercato. Solo così i risultati della ricerca potranno rapidamente trasferirsi in una realtà industriale in grado di apportare un importante contributo al nostro fabbisogno energetico, fornendo un prodotto di alto valore commerciale per la nostra esportazione, in particolare nel bacino del mediterraneo”.

Attualmente, tra tutti i dispositivi fotovoltaici presenti sul mercato, le celle solari basate su composti con substrato in Germanio hanno mostrato la più alta efficienza di conversione. Celle solari multigiunzione basate su questi materiali hanno ormai raggiunto efficienze record di conversione di oltre il 39% , mentre nell’immediato futuro è prevedibile che vengano raggiunte efficienze superiori al 40%.

“Energie rinnovabili ed efficienti, oltre che alla portata di tutti: con questo obiettivo il Consiglio Nazionale delle Ricerche si cimenta da anni” – tiene a sottolineare il Presidente del CNR, Prof. Luciano Maiani – “Ogni progresso in tal senso costituisce dunque un passo in avanti verso un traguardo tanto ambizioso quanto strategico per il Paese. La scoperta di una tecnica in grado di ottenere una maggiore efficienza delle celle fotovoltaiche, risparmiando sui materiali, rappresenta in tal senso un successo di cui i ricercatori del CNR-INFM, in collaborazione con quelli dell’Università degli Studi di Ferrara e della Dichroic Cell, possono andare orgogliosi. In più, la sinergia tra impresa, Università ed Ente pubblico rimarca ancora una volta l’importanza strategica del dialogo tra pubblico e privato, per il benessere e la ricchezza dell’Italia. Oltre che per il progresso e il futuro della ricerca”.

Roma, 15 dicembre 2009

La scheda:

Chi: Dichroic Cell, Università degli Studi di Ferrara e Consiglio Nazionale delle Ricerche-Istituto Nazionale per la Fisica della Materia  – CNR-INFM

Che cosa: messa a punto una nuova tecnica per ‘trasformare’ un elemento fotovoltaico in un altro

Per informazioni:

Dott.ssa Damiana Schirru,  Ufficio Stampa Dichroic cell S.r.l.; e-mail: damiana.schirru@libero.it;

Dott. Andrea Maggi, Resp. Com. Università di Ferrara, e-mail: andrea.maggi@unife.it

Dr. Guido Schwarz, Portavoce del Presidente del CNR, e-mail guido.schwarz@cnr.it

http://www.stampa.cnr.it/DocUfficioStampa/comunicati/italiano/2009/Dicembre/106_DIC_2009.HTM

23/12/2009 – SCOPERTA DEL CONSORZIO CON BASE A PADOVA: «STIAMO IMPARANDO PIU’ EFFICIENTE IL PLASMA PER I FUTURI REATTORI»

Energia pulita e illimitata: l’Italia è tra i leader della fusione nucleare

BARBARA GALLAVOTTI

Nelle favole le principesse sfoggiano un manto di stelle. E in effetti che cosa può esserci di più esclusivo del possedere una stella tutta nostra? Ora il sogno dei affabulatori viene rivisitato dagli scienziati, che vogliono costruire sulla Terra stelle artificiali: «oggetti» in grado di fornire energia pulita, inesauribile e disponibile per tutti, cancellando buona parte dei conflitti mondiali.

Come accade nei casi più fortunati, i sogni si sono trasformati in finanziamenti, dando il via alla sfida di realizzare reattori per la fusione nucleare. L’impresa è segnata da balzi in avanti, come la collaborazione internazionale che sta realizzando l’impianto sperimentale Iter, e da molti successi tecnici. Tra questi, c’è una scoperta italiana che ha guadagnato la copertina della rivista «Nature Physics» e che riguarda il comportamento del plasma, il «carburante» della fusione. Lo studio si deve al consorzio «RFX», che ha il suo centro a Padova.

Sappiamo che a far brillare il Sole e le stelle sono reazioni di fusione di nuclei di idrogeno, che portano alla produzione di nuclei di elio, liberando energia. La formula della reazione è di una semplicità disarmante, ma, se vogliamo seguirne lo schema per produrre energia sulla Terra, ci sono molte difficoltà. In primo luogo l’efficienza: un metro cubo di materia solare produce solo l’energia necessaria per accendere una lampadina e quindi una centrale in grado di soddisfare i bisogni energetici di grandi città dovrebbe sfruttare una reazione dalla resa migliore. La cosa, fortunatamente, non è difficile. Basta far reagire al posto del più comune idrogeno due varianti: il deuterio, presente in buona quantità anche nell’acqua, e il trizio, ricavabile dal litio, pure abbondante. Insomma, le nazioni non dovranno mai contendersi i materiali per la fusione.

La reazione, poi, è pulita, perché non genera scorie radioattive, se non qualche residuo in piccola quantità e di tipo tale da dover essere custodito per poche decine di anni. Inoltre non c’è il rischio di incidenti catastrofici, perché un reattore a fusione è come un accendino: brucia solo fino a che lo si tiene acceso e ogni malfunzionamento ne causa lo spegnimento. Proprio qui però si annida il problema più grave: ottimizzare il rapporto fra energia impiegata per sostenere la reazione ed energia ottenuta.

«L’energia necessaria per far funzionare una fusione nucleare è spesa principalmente per ottenere e controllare uno stato della materia composto da nuclei atomici ed elettroni che si chiama plasma: è l’ingrediente base delle reazioni di fusione e deve raggiungere temperature altissime», spiega Piero Martin, responsabile scientifico di «RFX». Plasmi si producono naturalmente nell’atmosfera come conseguenza dei lampi e si trovano anche nelle comuni lampade al neon. Il plasma per la fusione, però, dev’essere portato a decine di milioni di gradi. Ovviamente non c’è nessun contenitore in grado di resistere e quindi nei test le particelle cariche del plasma vengono tenute «in posizione» da campi magnetici con forme diverse. Ne sono stati sperimentati tre tipi: il tokamak, lo stellarator e «RFP».

Il primo è quello su cui gli scienziati puntano di più e proprio un tokamak costituirà il cuore del maggiore esperimento mai concepito: il reattore «Iter», frutto di una collaborazione internazionale e in costruzione in Francia. Tuttavia anche gli altri due modelli di campi magnetici vengono studiati. «Sono come diversi punti di vista con cui guardare lo stesso problema e forniscono indizi importanti», continua Martin. In particolare, il consorzio «RFX» studia la configurazione magnetica «RFP» (Reversed Field Pinch, cioè strizione a campo magnetico rovesciato). Il nome deriva dalla geometria delle linee di campo magnetico che si dispongono secondo un’elica, con spire più strette man mano che ci si allontana dal centro del plasma.

Nella configurazione «RFP» il plasma viene attraversato da una corrente crescente, che serve per riscaldarlo e per produrre il campo magnetico che lo terrà in posizione. In queste condizioni però si comporta un po’ come un elastico torto un numero eccessivo di volte: forma avvolgimenti irregolari e «si ingroppa». Dal punto di vista della fusione le irregolarità nell’avvolgimento del plasma sono molto negative, perché rendono la reazione meno efficiente e dunque peggiorano il rapporto tra energia spesa ed energia ottenuta.

«Ciò che abbiamo scoperto è che, aumentando la corrente elettrica che attraversa il plasma fino a superare il milione e mezzo di Ampere, l’aggrovigliamento si perde e il plasma assume una conformazione molto regolare, offrendo prestazioni migliori – spiega Martin -. Un altro esperimento, sempre condotto da “RFX” mira invece a sviluppare sistemi di controllo sulla stabilità del plasma. In questo settore siamo i primi al mondo: abbiamo ottenuto un sistema di sensori che registra immediatamente le minime deformazioni del plasma e corregge il campo magnetico, riportandolo in una frazione di secondo nella forma ottimale».

Come tutte le migliori, anche quella condotta nell’ambito di «RFX» si nutre dell’apporto di giovani ricercatori: in 10 anni 200 studenti hanno fatto la tesi nei laboratori padovani e da tre anni è stato istituito un dottorato europeo che vede gli studenti impegnati a Padova, Monaco e Lisbona: caratteristiche che rendono «RFX» uno dei centri di eccellenza per lo studio della fusione.

http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplrubriche/scienza/grubrica.asp?ID_blog=38&ID_articolo=1566&ID_sezione=243&sezione=

Dalla rassegna di http://www.caffeeuropa.it/ del 29.12.2009

Lo scrittore pakistano Mohsin Hamid, autore del “Fondamentalista riluttante”, intervistato da La Repubblica commenta la vicenda del giovane nigeriano che ha tentato di farsi esplodere sul volo Amsterdam Detroit, e ammonisce: “Attenti al razzismo anti-islamico, è così che si alimenta il radicalismo”. “Quando un musulmano va in occidente, e in particolare in Europa, gli viene detto che è musulmano, non europeo. E questo rinforza la sua idea di identità musulmana”. Si viene etichettati, perché l’Europa sta cercando di darsi una identità. Ma al mondo ci sono miliardi di musulmani e uno su un milione sarà forse un terrorista. La migliore difesa contro il terrorismo sono i musulmani stessi, come il padre di questo ragazzo che per primo ha messo in guardia sul figlio. E’ lo stesso quotidiano ad occuparsi del padre dell’arrestato, considerato uno degli uomini più potenti d’Africa. La famiglia è sotto choc, e ricorda che aveva chiesto aiuto per farlo tornare a casa, ma nessuno ha risposto. Ci si occupa poi, con un reportage, della moschea di Londra, da lui frequentata.

E ancora, con copyright New York Times, viene spiegata l’offensiva Usa nello Yemen, terzo fronte contro Bin Laden. Il sud della penisola arabica è diventato un santuario di jihadisti.

Anche su Il Sole 24 Ore, una analisi di Alberto Negri racconta “il terzo fronte dell’America”.

Sul Corriere della Sera Paolo Mieli analizza ampiamente “l’islam tollerante che liberò gli ebrei”, ovvero l’epoca d’oro in cui i musulmani erano meno duri dei cristiani. Vi fu un’epoca che durò alcuni secoli, quelli precedenti e quelli immediatamente successivi all’anno Mille, in cui i rapporti tra ebrei e musulmani furono assai diversi, e migliori, degli attuali. Punti di riferimento sono la “Breve storia degli ebrei” dello storico tedesco Michael Brenner, “Gli ebrei nel mondo islamico” di Bernard Lewis, e “Che cosa ha colto Maometto dall’ebraismo”, di Abraham Geiger, tra gli altri.

Il Corriere della Sera intervista Antonio Maccanico che parla di riforme. Torna il suo lodo che servirà ad evitare gli eccessi. Maccanico dice: “Avremmo dovuto approvarlo nel 1993, perché così non si sarebbe alterato il rapporto tra giustizia e politica. Lo scudo per tutti i parlamentari valido per l’intera durata del mandato, immaginata nel 1993 e nota come Lodo Maccanico, fu approvata dall’Assemblea di Palazzo Madama, ma venne bocciata da Montecitorio perché giunse in contemporanea con la discussione dell’autorizzazione a procedere nei confronti di Craxi.

Marcello Pera ieri scriveva sul Corriere della Sera segnalando la mancata “rivoluzione liberale” del centrodestra. Questa mattina gli risponde Piero Ostellino sulla prima pagina del Corriere della Sera, puntando l’attenzione sulle possibili riforme condivisibili con il centrosinistra. Il problema per Ostellino non è chiedersi se la sinistra di Bersani sia ancora comunista, ma se sia pronta a fare riforme condivisibili sul terreno già percorso dalle socialdemocrazie europee (ripudio della subordinazione dell’individuo alla collettività, accettazione di una cultura liberale). Ma, “dopo quindici anni che ne parla, è certo che il centrodestra voglia fare una rivoluzione che accresca davvero la libertà degli italiani? Non rafforzerà solo i poteri di decisione del governo, col rischio che, poi, un esecutivo più forte, quale che ne sia il colore, faccia per le libertà ciò che hanno fatto tutti gli ultimi, deboli, governi, cioè poco o niente?”.

Il futuro frugale che ci aspetta 29.12.2009

MARIO DEAGLIO

I sistemi economici non muoiono per malattie economiche, le Borse non possono continuare a cadere per sempre: dopo un certo periodo, la caduta produttiva si arresta e qualche forma di crescita riprende a seguito della pressione delle esigenze vitali della popolazione. Dopo le guerre e le più dure crisi finanziarie, i peggiori crolli di produzione e Borse sono stati nell’ordine del 40-50 per cento. Nella crisi attuale le autorità monetarie e di governo hanno fatto tesoro delle esperienze degli Anni Trenta e sono riuscite, «pompando» immani risorse nel sistema finanziario, ad arrestare, nella maggior parte dei Paesi avanzati, la contrazione del prodotto interno al 5-6 per cento e quella della produzione industriale al 15-25 per cento. Gli indici di Borsa, precipitati per un brevissimo periodo circa un anno fa, sono oggi di circa il 20-25 per cento sotto i massimi storici e continuano timidamente a risalire.

Tutto ciò può sembrare un discorso consolatorio di fine anno sulla bravura di chi governa le principali economie mondiali, e invece proprio non lo è. Non c’è, infatti, molta relazione tra la bravura necessaria per tenere in vita il malato e quella per farlo guarire. Un medico bravo nel primo caso non è necessariamente bravo nel secondo e qualche segno di scarsa abilità nel gestire un rilancio credibile a livello mondiale sta cominciando ad affiorare.

I più importanti di questi segni sono la scarsa attenzione, anche politica, al peso che potrà avere la disoccupazione e, per contro, l’eccessiva attenzione statistica al momento in cui la ripresa comincia a manifestarsi e la trascuratezza per le garanzie effettive che uno-due trimestri di ripresa molto pallida possano consolidarsi. Si è largamente sperato che, come altre volte in passato, una volta ripartita, la produzione rimbalzasse rapidamente all’insù come un elastico, secondo l’immagine usata da Friedman. Queste speranze per ora sono andate deluse.

Almeno tre alternative oggi trascurate (apparentemente pessimistiche ma purtroppo realistiche) per l’evoluzione del prossimo anno vanno esaminate con serietà: la prima è che l’economia globale possa continuare a vegetare invece di tornare a crescere, portandosi dietro un numero crescente di affamati, oggi già più di un miliardo; la seconda è che le sue prospettive di crescita possano risultare stabilmente modificate in peggio dopo un ingannevole guizzo di ripresa; la terza è che la massa di risorse finanziarie messe in circolazione possa trasformarsi in altrettanto «veleno» e stimolare una grave inflazione planetaria. E ce n’è abbastanza per essere molto cauti. Per questo, in un finale d’anno ancora segnato dall’incertezza nonostante i progressi compiuti, oltre alla cautela è necessario un allargamento della visuale rappresentata dagli indici di Borsa di breve periodo. L’economista oggi non può chiudersi nel suo ufficio a macinare su un computer numeri – spesso di dubbia validità – né tanto meno lo può fare l’analista finanziario. Occorre invece ampliare il campo di osservazione estendendolo ai segnali extra-economici che possono interferire con l’economia.

Nel cercare di fare previsioni, non possiamo chiudere gli occhi di fronte allo spettacolo di un’amplissima area, che va dall’Afghanistan e dal Pakistan fino alla Somalia, dove la globalizzazione è sulla difensiva e non sta certo accumulando vittorie né economiche né militari; il che proietta un’ombra sulla stabilità dei vitali rifornimenti di petrolio provenienti da quell’area e sul prezzo delle altre materie prime. E nascondiamo la testa nella sabbia se dimentichiamo che, in questo inverno duro e anomalo, i prezzi di molte materie prime agricole hanno già ripreso a salire fortemente: tè, cacao e zucchero fanno registrare record storici e tale tendenza potrebbe diventare generale sotto la spinta della crescente domanda dei Paesi emergenti e delle difficoltà, legate anche all’instabilità climatica, di espandere in maniera sensibile l’offerta.

Un altro potente segnale di instabilità deriva dall’attentato a un aereo americano nel giorno di Natale. Per quanto fisicamente fallito, ha raggiunto l’obiettivo di far dirottare immediatamente ulteriori risorse dalla produzione alla sicurezza. Rispetto a una settimana fa, oggi viaggiare in aereo costa di più in termini di tempo (in America per ottemperare alle nuove misure l’aspirante passeggero deve arrivare all’aeroporto quattro ore prima della partenza) e sicuramente tra poche settimane l’aumento nei costi di prevenzione degli attentati si ripercuoterà sul prezzo dei biglietti. Si noti bene che accettiamo non solo di pagare di più ma anche di essere meno liberi: chi vuol volare in America deve acconsentire a farsi fiutare dai cani, essere disposto a togliersi le scarpe e quant’altro e i cittadini americani hanno già accettato che la loro corrispondenza elettronica possa essere legalmente letta dai servizi di sicurezza.

Tutto ciò deve indurre a un atteggiamento più sobrio e più responsabile al posto di una fiducia quasi caricaturale in una ripresa indolore e con pochi problemi che ci riporti al precedente Regno di Bengodi. E’ degno di nota che alcuni operatori finanziari hanno prefigurato un «futuro frugale» (Merrill Lynch) e una «nuova normalità» (la Pimco, società di gestione di fondi), ossia un assetto sociale che sostanzialmente non può più permettersi le sicurezze e le opulenze di qualche anno fa. The Economist e altri periodici di grande influenza discutono in termini non certo trionfalistici su ciò che può avvenire dopo la tempesta. Tutto ciò trova un contrappunto in numerose, autorevoli voci non economiche che parlano di «sobrietà» necessaria nei Paesi ricchi e non solo in campo economico; in questo contesto occorre segnalare, tra le altre, le parole del Presidente della Repubblica e quelle del Pontefice. Insomma, non se ne può proprio più dell’attenzione spasmodica a listini azionari che rappresentano sempre meno la realtà dell’economia e a dati statistici destinati a essere corretti, in genere in peggio, nel giro di poche settimane. Si può però ragionevolmente sperare che il Nuovo Anno porti a nuove cautele e più ampi orizzonti, a nuovi progetti di crescita mondiale da attuarsi in tempi medio-lunghi, meno squilibrati di quelli di un passato recente.

mario.deaglio@unito.it

http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=6793&ID_sezione=&sezione=

Tra pochi giorni si celebra il decennale della scomparsa dell’ex leader Psi

La scelta della Moratti : «Una via o un parco intitolati a Bettino Craxi» 29.12.2009

Il sindaco ne ha già parlato con i figli Bobo e Stefania: «Diede una svolta al nostro Paese». Ed è polemica

MILANO — Nomi barrati. Sotto tiro. Nomi a cui si aggiungono sempre se e sempre ma. Combattuti da una parte politica e dall’altra. Ma questa volta Milano vuole giocare la partita fino in fondo. A dieci anni dalla morte, il sindaco Letizia Moratti ha deciso di intitolare una via o un giardino a Bettino Craxi. Lo farà subito prima o subito dopo il 19 gennaio, quando lo stesso presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano ricorderà il leader socialista con una cerimonia al Senato. L’iniziativa milanese è destinata a creare nuove feroci polemiche, ma questa volta si inserisce in un contesto storico diverso che vede la progressiva rivalutazione della figura di Craxi statista. A partire dalle iniziative del Capo dello Stato. I tecnici comunali milanesi della Toponomastica sono già al lavoro: hanno individuato quattro o cinque aree, le più vicine possibili al centro. Una via, o molto più probabilmente un parco come è stato fatto per Don Giussani a cui è stato dedicato parco Solari.

Il sindaco ne ha già parlato con la famiglia, con Stefania, con Bobo. È fermamente convinta che sia il giusto riconoscimento «per un uomo che ha dato una svolta al Paese». Quasi una promessa mantenuta. «Sono sicura che la Moratti renderà giustizia a Craxi» aveva detto la figlia Stefania un anno fa. Adesso il ricordo di Craxi diventerà tangibile a Milano. La cronaca, però, consiglia prudenza. La storia dell’intitolazione di una targa o di una via a Craxi nella «sua» Milano arriva da lontano. Costellata da polemiche durissime. Di passi in avanti e di marce indietro. Tante le lettere che la figlia Stefania ha scritto all’ex sindaco, Gabriele Albertini chiedendo che la città ricordasse suo padre. La prima nel 2002. L’ultimo intervento nel 2008 quando si rivolse direttamente alla Moratti con la richiesta di «una grande via o in alternativa di un parco dove giocano i bimbi».

In mezzo, contestazioni durissime. Come quando si arrivò a un soffio dall’apporre una targa sul portone dell’ufficio di Craxi in piazza Duomo 19. Dopo il via libera della giunta di centrodestra arrivò la sonora bocciatura del Consiglio comunale. Non se ne fece niente. Conseguenza anche delle parole scolpite nel marmo dall’ex pool di Mani Pulite: «Va bene una targa a Craxi — aveva detto Antonio Di Pietro— Basta che si aggiungano le cariche che aveva quando era in vita: politico e latitante». «Non mi meraviglio più di niente — era stato il commento di Gerardo D’Ambrosio — È perfettamente coerente con la politica del centrodestra delegittimare Mani Pulite. E guarda caso: la targa a Craxi non si mette in un posto qualunque, ma sotto l’ufficio dove venivano ricevute le tangenti».

Senza contare che anche la Lega si mise di traverso: «Ero rimasto che le targhe si mettevano per gli eroi, per chi dava qualcosa al Paese non per chi prendeva qualcosa» era stato il commento di Matteo Salvini. Ci ha provato anche Vittorio Sgarbi nel suo mandato di assessore alla Cultura. Mise il nome di Craxi in un pacchetto di nuove vie milanesi. Altra bufera. Con la Moratti a fare da pompiere. «I nomi devono essere condivisi. Penso anche che per le personalità politiche l’attesa di dieci anni dalla morte sia corretta». Il 19 gennaio 2010 sono dieci anni esatti dalla morte di Craxi.

Maurizio Giannattasio e Andrea Senesi

http://milano.corriere.it/milano/notizie/cronaca/09_dicembre_29/craxi-via-parco-intitolato-moratti-1602219290191.shtml

Ritrovata la «Piccola chitarra» di Ricasso che l’artista realizzò per la figlia Palma 29.12.2009

Denunciato commerciante di Pomezia: l’aveva sottratta con l’inganno e nascosta in una scatola da scarpe

ROMA – Pablo Picasso la donò all’amico artista Giuseppe Vittorio Parisi e non avrebbe mai pensato che un prezioso «giocattolo» costruito per la figlia Paloma potesse finire nelle mani di un commerciante privo di scrupoli e per di più dentro una scatola di scarpe. Sono stati i Carabinieri della Stazione Roma Porta Cavalleggeri a ritrovare la «Pequena Guitarra para Paloma» a casa di un noto commerciante, cinquantenne di Pomezia che due anni fa ebbe gioco facile nel raggirare l’allora novantaduenne Parisi, facendosi consegnare l’opera con la scusa di costruire una degna bacheca dove custodirla. Parisi, morto a gennaio di quest’anno, accettò, senza sapere che non avrebbe mai più rivisto la «Pequena Guitarra» già destinata al Museo Civico d’arte contemporanea di Maccagno sul lago Maggiore, a lui intitolato.

SCATOLA DI SCARPE – I militari, dopo mesi di indagine partite dalla denuncia della moglie del defunto Parisi, hanno ricostruito senza non poche difficoltà l’intera vicenda fino ad arrivare al tassello finale, quella scatola di scarpe malmessa nascosta in una ricca abitazione, nell’anonimato della provincia laziale. L’opera d’arte, ora custodita dai Carabinieri, verrà restituita al Museo Civico sul lago Maggiore. Così avrebbe voluto il grande artista.

http://roma.corriere.it/roma/notizie/cronaca/09_dicembre_29/picasso-recuperata-piccola-chitarra-1602218878959.shtml

di Immanuel Wallerstein
Obama, l’handicap del presidente nero 27.12.2009
Il Black Caucus del Congresso (associazione che riunisce i membri del Congresso afroamericani, ndt) è sempre più insofferente nei confronti del presidente Obama, e questa tensione politica sta ormai filtrando sulla stampa. I membri del Caucus ritengono che Obama non abbia dedicato sufficiente attenzione al fatto che le attuali difficoltà economiche hanno avuto un impatto maggiore sugli afroamericani e sulle altre minoranze che sul resto della popolazione, e che quindi per loro si renda necessario un intervento extra.
«Obama ha tentato disperatamente di stare lontano dalla razza – ha detto il deputato Emanuel Cleaver secondo quanto riferito dai media – e tutti noi comprendiamo quello che sta facendo. Ma, con un numero così spropositato di afroamericani disoccupati, sarebbe irresponsabile non destinare attenzione e risorse alle persone che stanno soffrendo maggiormente».
Il ruolo di Barack Obama in quanto nero è una questione importante, della quale si è molto discusso sin da quando Obama annunciò la propria candidatura per la presidenza nel 2007. All’inizio Obama non aveva ricevuto un sostegno entusiastico dai politici neri americani. Molti di loro avevano appoggiato pubblicamente Hillary Clinton. Nei media afroamericani ci si chiedeva se Obama fosse «abbastanza nero».
Questa esitazione cambiò radicalmente dopo i caucus dell’Iowa nel gennaio 2008, che Obama vinse cogliendo quasi tutti di sorpresa. L’Iowa è uno stato quasi completamente bianco. Il fatto che fosse riuscito a conseguire un sostegno significativo era il messaggio per i politici afroamericani che poteva essere eletto. L’idea che un nero potesse infine diventare presidente degli Stati Uniti si dimostrò essere la principale preoccupazione per gli afroamericani – non soltanto per i politici, ma anche per la popolazione afroamericana nel suo insieme.
Quando è stato eletto, Obama aveva conquistato l’appoggio entusiastico virtualmente di tutti i neri degli Stati Uniti – ricchi e poveri, giovani e vecchi. Le lacrime di gioia erano genuine, e per i bambini afroamericani quella elezione stava a dimostrare che anche loro potevano aspirare a raggiungere qualunque obiettivo. La domanda è: come ha fatto Obama ad ottenere i voti necessari per la vittoria? Non avrebbe potuto vincere con i soli voti degli afroamericani, neanche se ciascun avente diritto al voto avesse votato per lui. Oltre al nucleo degli elettori democratici affidabili, Obama ha ottenuto l’appoggio di tre gruppi, i cui voti erano precedentemente incerti. Il primo gruppo era costituito da coloro che normalmente non votavano affatto: molti afroamericani (soprattutto quelli meno istruiti e più poveri) e molti elettori giovani (sia neri che bianchi). Il secondo gruppo era costituito da elettori di centro: spesso residenti in comunità suburbane, e in gran parte bianchi. Il terzo gruppo era costituito da lavoratori qualificati bianchi che negli ultimi decenni avevano abbandonato il Partito democratico per le loro opinioni sulle questioni sociali (e che spesso avevano espresso sentimenti apertamente razzisti). Se Obama ha ottenuto i voti degli ultimi due gruppi (gli elettori suburbani di centro e i lavoratori qualificati bianchi riconquistati dal partito repubblicano), è stato proprio perché li ha persuasi di non essere un «nero arrabbiato». Si è presentato, cosa che effettivamente è, come un politico di centro, pragmatico, bene istruito, con un portamento molto «cool». Egli ha conservato questa immagine non solo durante la campagna elettorale, ma anche dopo essere stato eletto.
Ora i politici afroamericani capiscono di aver fatto un patto col diavolo. Hanno raggiunto un obiettivo dal valore simbolico, infrangere la barriera della razza per la carica elettiva più alta degli Stati Uniti sostenendo un candidato nero che «ha cercato disperatamente di stare lontano dalla razza». Obama lo ha fatto per due ragioni. In parte perché quello è veramente il suo profilo e il suo impegno di una vita, ma lo ha conservato anche perché, come politico, lo considera essenziale per la sua rielezione nel 2012 e per l’elezione di un numero di parlamentari democratici sufficiente a consentirgli l’attuazione della sua agenda legislativa.
Se riguardasse solo Obama e il suo rapporto con gli afroamericani, questa questione potrebbe essere considerata di importanza marginale in un lungo processo storico, ma in effetti è soltanto un aspetto di una questione politica più generale in tutto il mondo.
Le conquiste simboliche sono un elemento centrale della politica mondiale. L’elezione di una persona proveniente da un gruppo cui in precedenza non era consentito aspirare a tale carica è molto importante in qualunque paese. Si pensi solo alla gioia e al senso di progresso suscitati dalla elezione di Nelson Mandela a primo presidente africano del Sudafrica, di Evo Morales a primo presidente indigeno della Bolivia, di quelle donne che sono diventate le prime presidenti di paesi musulmani. L’elezione di Barack Obama a primo presidente afroamericano degli Stati Uniti è stata un avvenimento di pari portata. Tutti questi eventi politici sono stati di rilievo, e la loro importanza non deve mai essere sottovalutata.
Tuttavia le vittorie simboliche debbono tradursi in cambiamento reale, o possono lasciare alla fine un sapore amaro. In che misura questo leader possa produrre un cambiamento reale dipende in parte dalle sue priorità, ma anche dai particolari limiti politici del paese in questione.
Nel caso degli Stati Uniti, il margine di manovra di Obama è piuttosto limitato. Le poche volte in cui ha reagito in quanto nero, ha immediatamente perso consenso politico. E’ accaduto durante la campagna elettorale, quando sono venute alla luce alcune dichiarazioni «incendiarie» del suo pastore della Trinity Chuch di Chicago, Jeremiah Wright. La reazione iniziale di Obama fu di tenere un discorso sofisticato sulla razza nella vita americana, in cui disse: «non posso disconoscere (Jeremiah Wright) più di quanto posso disconoscere la mia nonna bianca». Ma subito dopo Obama ha dovuto fare marcia indietro e disconoscere il suo pastore, abbandonando la sua chiesa.
È successo nuovamente subito dopo l’elezione di Obama, quando il prof. Henry Lewis Gates dell’Università di Harvard (un afroamericano) è stato arrestato dopo essere entrato nella propria casa forzando la serratura che si era inceppata. Mentre si trovava in casa propria il professor Gates è stato affrontato da un poliziotto bianco che, dopo un diverbio, l’ha arrestato per «resistenza». In un primo momento Obama ha dichiarato che il poliziotto aveva «agito stupidamente». Poi però c’è stato uno strascico politico, e Obama ha invitato i due uomini alla Casa Bianca per un riappacificamento.
Per Obama la lezione è stata chiara. Sul piano politico non può permettersi in nessuna circostanza di essere visto come un «presidente nero». Questo però significa andare incontro a limitazioni nel fare o dire cose che un presidente bianco con le sue stesse opinioni politiche potrebbe voler fare o dire. Nel contesto americano attuale, essere un presidente afroamericano si rivela un traguardo simbolico ma, allo stesso tempo, un handicap politico. Obama lo capisce, il Black Caucus del Congresso lo riconosce. Il punto è cosa eventualmente Obama o il Caucus hanno intenzione di fare, o possono fare, a questo riguardo.
Copyright Immanuel Wallerstein, distribuito da Agence Global

http://www.ilmanifesto.it/il-manifesto/in-edicola/numero/20091227/pagina/10/pezzo/267789/

di Joseph Halevi
La deflazione salariale blocca la ripresa 27.12.2009
Fino a tutto il primo trimestre del 2009 regnava la grande paura del meltdown, cioè della liquefazione del sistema finanziario mondiale. Il contesto della grande paura apriva delle fratture assai profonde tra i principali paesi capitalistici e tra questi ed i paesi detti emergenti. Infatti divergenze gravi emersero alla riunione dei ministri delle finanze e dell’economia dei G20 tenutasi a Londra lo scorso aprile. Francia e Germania, appoggiati dall’India, volevano regole dure per i prodotti derivati ed i titoli tossici, per le società di rating e via dicendo, mentre gli Stati uniti favorivano il salvataggio del sistema bancario così com’era compresi i titoli tossici. Malgrado gli scontri, l’incontro si chiuse con l’impegno di promuovere misure di stimolo pari al 4% del Pil e di regolamentare la gestione di fondi di investimento hedge che hanno ricoperto un ruolo centrale nella propagazione dei rischi e dei prodotti derivati ad essi connessi. Alla riunione di capi di governo dei G20 svoltasi a Pittsburgh a fine settembre era già possible verificare che gli impegni concernenti il rilancio economico e quelli riguardanti i fondi speculativi di investimento hedge non erano stati mantenuti.
Nella sostanza dopo il trimestre della paura, il 2009 ha visto affermarsi la linea di Washington, elaborata dal Segretario al Tesoro, fondata appunto sul salvataggio dei titoli tossici. Questo tipo di politica destina i soldi pubblici prevalentemente al sistema finanziario senza un significativo impatto positivo reale ma con un effetto esplosivo sul debito pubblico. Le banche hanno ottenuto denari pressochè gratuitamente e – come ammesso da Bernanke in un’intervista – addirittura in maniera automatica, che poi hanno ricollocato in altrettante attività puramente finanziarie e di rendita. Inizialmente, per via della precarietà degli altri titoli, i fondi forniti dallo Stato sono stati depositati in conti presso le stesse banche centrali. Poi, dati i bassissimi tassi di interesse e la manifesta determinazione delle autorità di condonare ogni recidività – chiamata dagli economisti ‘rischio morale’ – il continuo afflusso di denaro pubblico è stato ridiretto verso collocamenti vieppiù speculativi ma anche vieppiù disgiunti da attività su cui si sostiene l’occupazione ed il reddito delle famiglie. Ne è scaturito un processo pirandelliano in cui il settore finanziario, additato populisticamente come principale se non unica causa della crisi, otteneva quantità crescenti di soldi pubblici senza liberarsi dei titoli tossici, aumentando enormemente il suo peso politico sia nazionalmente che internazionalmente. La vicenda degli hedge fund ne costuisce un ottimo esempio. Durante il trimestre della paura essi sembravano moribondi, ora sono nuovamente sulla cresta dell’onda. La loro specialità e proprio quella di gestire il rischio, ovvero di trovare/creare il rischio e renderlo speculativmente profittevole. Con tutti i soldi erogati dalle banche centrali e con nessuna volontà di regolamentare i fondi di investimento, è naturale aspettarsi che gli hedge funds ritornino alla ribalta.
Nel rilancio dell’economia della speculazione finanziaria gli Usa, proprio sotto la direzione di Barack Obama, hanno giocato il ruolo principale perchè i governi dei paesi maggiormente critici hanno avuto un atteggiamento sia populista che confuso per cui la loro posizione è risultata irrilevante. La Francia di Sarkozy rientra nel primo caso, mentre la Germania appartiene al secondo. Le banche multinazionali francesi partecipano ampiamento al rilancio delle operazioni dei fondi hedge e, conseguentemente, hanno poi apertamene messo un bemolle sulle dicharazioni contro il capitalismo finanziario del presidente. Dal canto suo la cancelliera Angela Merkel aveva elaborato fino all’estate del 2009 una visione assai semplice della posizione tedesca. La Germania, ha sostenuto Merkel in diverse interviste, deve vivere di esportazioni. Non può quindi puntare sulla spesa pubblica per sostenere la domanda interna, nè contribuire al rilancio degli altri paesi europei che potrebbero entrare in concorrenza con la Germania. La riforma della finanza mondiale veniva considerata urgente in quanto non si poteva far dipendere le esportazioni di Berlino da una domanda basata sulla instabilità finanziaria. Lo schema è poi crollato con la caduta delle esportazioni ed a questo punto Berlino ha abbandonato ogni reticenza riguardo la spesa pubblica interna.
Se complessivamente i due maggiori paesi europei si sono in defintiva avvolti in se stessi, nulla di propositivo poteva venire dal Giappone. Il salvataggio delle banche nipponiche negli anni Novanta ha molto in comune con le attuali misure di Geithner solo che venne attuato in maniera ancora più nebulosa ed opaca. Il problema del Giappone è il cronico eccesso di capacità produttiva che dura da un trentennio e pare aggravarsi ogni 10 anni, malgrado la droga di spesa pubblica erogata dal 1992 in poi abbia portato il rapporto del debito sul Pil ai livelli più alti dell’Ocse. La speranza risiede in massicce esportazioni verso la Cina e, ulteriomente, l’India. L’alternativa è la deindustrializzazione a favore della Cina. Pertanto lo spazio internazionale acquisito da Washington per l’attuazione della politica di riabilitazione finanziaria è reale e condiviso anche da componenti del campo dei critici.
La divaricazione in corso tra occupazione, stato di crisi delle imprese da un lato e rivalutazione delle finanza dall’altro deve per forza informare le idee riguardo le prospettive future. Forse bisogna sperare che gli hedge funds ricomincino ad erigere grattacieli per le loro sontuose sedi. Allo stato attuale si nota un generalizzato calo dei salari, mentre quel poco di ripresa che viene propagandata continua a creare disoccupazione. Lo stesso rilancio della crescita cinese si basa sull’ utilizzo senza pietà del meccanismo di marxiano dell’esercito industriale di riserva: dopo aver licenziato in due anni oltre 20 milioni di lavoratori l’economia capitalistica cinese sta riassumendo a salari più bassi. La finanziarizzazione dell’economia mondiale è stata principalmente sostenuta dall’implosione della resistenza salariale e delle condizioni di lavoro. Questo sciagurato fenomeno è destinato a continuare.

http://www.ilmanifesto.it/il-manifesto/in-edicola/numero/20091227/pagina/07/pezzo/267774/

Montano le tensioni politiche con Stati Uniti, Russia e Cina che competono per il controllo delle riserve mondiali di petrolio e gas

Cina, Russia, USA :::: Fawzia Sheikh :::: 28 dicembre, 2009

Fonte: OilPrice.com – 2009/12/18

Con il completamento, da parte della Cina, dello storico gasdotto per il gas naturale dal Kazakhstan, che aggira la Russia, questa settimana, il colosso asiatico stringe la morsa sulle risorse energetiche necessarie per alimentare un’economia fiorente; un desiderio che l’ha anche costretta a una ricerca di giacimenti di petrolio e gas in altri angoli del globo.
La Cina non è sola in questa lotta per la sicurezza energetica. Affamati di petrolio e gas, le potenze mondiali come Russia e Stati Uniti si basano anch’esse su diverse strategie per appropriarsi dei tesori energetici, ma i loro sforzi sollevano interrogativi su eventuali conflitti, al termine della corsa.
La US Energy Information Administration descrive la Cina come il secondo consumatore di energia dopo gli Stati Uniti. Approfittando della crisi finanziaria mondiale, la potenza asiatica ha sfruttato le riserve di valuta per fare investimenti, sia in Russia che in Asia centrale, contribuendo a costruire centrali elettriche e altre infrastrutture nazionali, in cambio di forniture a lungo termine di petrolio e di gas, ha detto Ben Montalbano, un ricercatore presso la Energy Policy Research Foundation di Washington.
Mancante di riserve energetiche, la Cina sta “lavorando sodo per sbloccare gli investimenti in Africa, Asia centrale e in Venezuela”, ha detto Montalbano a OilPrice.com. Il paese ha, inoltre, cercato gas naturale per soddisfare i consumi crescenti e costruito molti terminali per ricevere gas naturale liquefatto, nel corso dell’ultimo anno, ha aggiunto.
”Se esclusa dalle risorse naturali africane… la crescita della Cina si fermerebbe”, avverte Peter Pham, direttore del Progetto Africa del National Committee on American Foreign Policy di New York, e professore associato presso la James Madison University di Harrisonburg, Virginia.
Questa offerta ad alta intensità di energia, tuttavia, ha causato attriti con la comunità mondiale. Nell’ambito della strategia degli investimenti in Africa, la Cina “conquista facilmente le élite governanti, ma non necessariamente conquista il popolo”, ha rincarato Pham.
Le società di proprietà dello stato cinese tendono a non investire nelle esplorazioni, ma preferiscono offrire “incentivi”, ha detto. L’offerta cinese di crediti, di molti miliardi di dollari, all’Angola, è stata fondamentale per la nazione africana per “sottrarsi” ai negoziati con il Fondo Monetario Internazionale e la Banca mondiale, che chiedevano “una riforma seria e determinate condizioni”, prima che le organizzazioni concedessero tali strutture, ha sostenuto Pham. La Cina, poi, ha acquistato le partecipazioni di parte della società petrolifera statale angolana, ha detto.
La Cina, inoltre, ha aiutato il governo di Khartoum a sottrarsi alle sanzioni delle Nazioni Unite, fornendo assistenza per la costruzione di almeno tre fabbriche di armi in Sudan, ha detto.
Non essendo da meno, la Russia è tornata in Africa, e con “forza considerevole”, ricerca le risorse naturali, in parte per recuperare il suo “status di grande potenza”, ha detto Pham. Le aziende russe stanno cercando di “stipulare partnership” con i produttori di risorse per formare, ad esempio, “un’Opec del gas naturale”, ha detto.
La Russia detiene le più grandi riserve mondiali di gas naturale e l’ottava riserva di petrolio, secondo la US Energy Information Administration. L’anno prossimo, il suo bilancio federale sarà quasi al 50 per cento proveniente da esportazioni di petrolio e gas, enfatizzando l’affidamento sulle esportazioni di gas per “alimentare il bilancio”, ha detto Montalbano a OilPrice.com. In una certa misura, la Cina e la Russia hanno lavorato insieme nel settore del petrolio e del gas. All’inizio di quest’anno, la Cina ha annunciato prestiti per 25 miliardi di dollari a favore di aziende russe, in cambio dell’approvvigionamento ventennale di petrolio greggio.
La Russia non è il colosso “delle riserve finanziarie” qual’è stata due anni fa, e ha un sistema bancario e industriale “abbastanza debole”, sostiene Montalbano. Mentre il paese sta discutendo alcuni progetti con l’Iran e, potenzialmente, con l’Iraq, è soprattutto interessata all’apertura degli enormi giacimenti di gas nell’Artico, perché i suoi attuali giacimenti sono in calo, ha osservato.
La Russia e altri paesi del nord hanno sempre rivolto attenzione allo scioglimento dei ghiacci dell’Artico, ma la regione “dev’essere definita”, ha detto Boyko Nitzov, direttore del Eurasia Energy Center presso il Consiglio Atlantico, a Washington. “L’Artico è ancora abbastanza off limits per la produzione su larga scala del petrolio e del gas”, e di difficile accesso, in particolare durante l’inverno, ha spiegato Nitzov.
Le compagnie petrolifere americane, per l’eccessivo affidamento sul Medio Oriente per il fabbisogno di energia, hanno spostato la loro attenzione verso l’Africa, uno dei principali produttori di energia degli ultimi anni, affiancando il Golfo Persico nelle importazioni di energia negli Stati Uniti, ha spiegato Pham. Le imprese statunitensi tendono a stringere accordi di ripartizione della produzione o ad esplorare lo sviluppo delle risorse, ma soffrono la mancanza di carta bianca nel loro perseguimento dei giacimenti di petrolio in luoghi come l’Africa, a causa delle sanzioni del governo degli Stati Uniti e della pressione dell’opinione pubblica, ha detto. Questo pone gli Stati Uniti in “lieve svantaggio” rispetto a Russia e Cina, ha aggiunto.
La competizione per le attività energetiche, probabilmente, non porterà a scatenare conflitti, ma piuttosto ad aumentare la tensione politica, prevede africanista Pham. Le principali organizzazioni africane, l’Europa e gli Stati Uniti non hanno mai riconosciuto il colpo di Stato militare nella Guinea dello scorso anno, che ha portato ad un altro massacro dei membri dell’opposizione. Eppure la Cina ha firmato un accordo con la giunta militare, rischiando la percezione come “operatore canaglia col solo scopo di ottenere risorse”, ha avvertito.
La Russia e la Cina, nel frattempo, hanno entrambe beneficiato degli investimenti comuni sul petrolio e sul gas, rendendo un conflitto dubbio, nel prossimo futuro; “ma fra 10, 20 anni, chi lo sa”, ha aggiunto Montalbano.

Fawzia Sheikh, di OilPrice.com, si occupa di combustibili fossili, energia alternativa, metalli e geopolitica. Per saperne di più visitate il sito web: http://www.oilprice.com

Traduzione di Alessandro Lattanzio

http://www.eurasia-rivista.org/2613/montano-le-tensioni-politiche-con-stati-uniti-russia-e-cina-che-competono-per-il-controllo-delle-riserve-mondiali-di-petrolio-e-gas

I pasdaran: la sedizione è finita, i responsabili pagheranno

Arrestata in Iran la sorella di Shrin Ebadi

Teheran, 29-12-2009

Hanno arrestato la sorella del premio Nobel per la pace Shrin Ebadi. E’ lei stessa a denunciarlo. “Lo hanno fatto affinchè fermi il mio lavoro”, ha affermato l’attivista, 62 anni, in una telefonata da Londra.

“Non stava facendo niente di male, non è implicata nella lotta per i diritti umani, nè ha mai partecipato ad alcuna protesta”. Ebadi spiega di averle parlato per l’ultima volta lunedì, poche ore prima dell’arresto.

Membri del ministero dell’informazione iraniana avevano avvertito più volte la donna di non contattare la sorella.

“Ieri sera mia sorella, la dottoressa Nushin Ebadi, docente presso la facolta’ di Medicina dell’Universita’ Azad di Teheran, e’ stata arrestata nella sua
abitazione da agenti dell’Intelligence e portata in un luogo sconosciuto”, afferma la Premio Nobel in una dichiarazione diffusa dal sito Rahesabz.

Shirin Ebadi aggiunge che due mesi fa la sorella, che non e’ impegnata in alcuna attivita’ politica, era stata convocata dagli apparati di sicurezza. “In quella occasione – afferma la Premio Nobel – le e’ stato detto che doveva convincermi a cessare le mie attivita’ in difesa dei diritti umani, altrimenti sarebbe stata arrestata”.

Shirin Ebadi, che si trova all’estero dalle elezioni presidenziali dello scorso giugno, ha continuato a criticare il regime. “L’arresto di mia sorella – aggiunge la Premio Nobel – e’ un atto illegale. Il Paese ha bisogno ora di calma piu’ che in qualsiasi altro momento e questo puo’ essere ottenuto solo rispettando la legge. Ogni atto illegale avra’ conseguenze negative”.

La repressione attuata in questi giorni “cosi’ come gli arresti, di oltre 1500 persone, e’ illegale, fatta per spaventare la gente”, ha affermato in un’intervista a
SkyTg24 il premio Nobel iraniano Shirin Ebadi.

Commentando la vicenda della sorella, arrestata ieri sera da un reparto della sicurezza, la Ebadi – raggiunta a Londra – ammette: “Non sappiamo dove sia rinchiusa.
Gli avvocati non hanno avuto il permesso di incontrarla, come per tutti gli arrestati di questi giorni. Mia sorella e’ stata arrestata senza neanche un ordine di carcerazione: non avevano il diritto di farlo”.

Quanto alle prospettive nel paese, il premio Nobel spiega: “Le conseguenze saranno negative per un regime che si dice islamico e che prende la sua legittimita’ dall’Islam. Eppure la gente e’ stata attaccata nel giorno sacro dell’Ashura. Il governo parla di 8 morti e 60 feriti, ma sono le cifre sono molto piu’ alte”. Quanto alla diffusione nel paese del movimento anti-governativo la Ebadi afferma che “in alcune citta’ le proteste sono ancora piu’ forti”.

Arrestato giornalista della tv di Dubai
Il procuratore generale di Teheran ha confermato l’arresto di un giornalista della Tv di Dubai, del quale si erano perse le tracce da due giorni. “Non e’ scomparso nessuno, una persona e’ stata arrestata e se il ministero della cultura confermera’ che aveva il permesso per lavorare sara’ rimessa in liberta’”, ha detto Abbas Jafari
Doulatabadi, citato dall’agenzia Mehr.

http://www.rainews24.rai.it/it/news.php?newsid=135925

Nuova tecnica restituisce vista a paziente cieco 23.12.2009

Una nuova tecnica pioneristica che utilizza cellule staminali ha restituito completamente la vista a un uomo cieco a un occhio.

L’inglese di 38 anni, di nome Russell Turnbull, era stato colpito da ‘ammoniaca ad un occhio mentre cercava di interrompere una rissa in un autobus durante il suo ritorno a casa.

L’attacco chimico, che gli ha ustionato la cornea, gli ha offuscato la vista a un occhio. L’uomo sentiva forti dolori addirittura quando sbatteva le ciglia.

Ora, grazie a un trattamento sviluppato dai ricercatori del North East England Stem Cell Institute, Turnbull è di nuovo in grado di vedere.

L’offuscamento della cornea è considerata una delle maggiori cause di cecità, e colpisce 8 milioni di persone ogni anno in tutto il mondo”, ha detto Francisco Figueiredo, chirurgo e consulente del team di scienziati che si è occupato dell’intervento, i cui dettagli sono stati pubblicati sulla rivista Stem Cells.

Grazie all’uso delle cellule staminali – ha detto Figueirido – ora siamo in grado di fornire una possibile soluzione a questa malattia, senza la necessità di lunghe e dolorose cure”.

I ricercatori hanno prelevato un gruppo di cellule staminali dall’occhio sano di Turnbull, e le hanno fatto crescere 400 volte il loro numero in laboratorio. In seguito, hanno rimpiazzato la cornea danneggiata con il nuovo tessuto, restituendo completamente la vista a Turnbull.

Turnbull è solo il primo di 25 pazienti su cui questo tipo di metodo sarà prossimamente applicato. ”Mi sento come se la mia vita di un tempo fosse tornata”, ha detto Turbull.

Per approfondire:

Vedere è bello e la vista va protetta

AGI Salute

http://news.paginemediche.it/it/230/ultime-notizie/oftalmologia/agi-news/detail_124181_nuova-tecnica-restituisce-vista-a-paziente-cieco.aspx?c1=67&c2=5938

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Mediattivismo 039

Il Pd nel Governo siciliano di Lombardo 30.12.2009

I dirigenti del PD siciliano negano di appoggiare il Governo costituito da Lombardo dopo l’espulsione dalla maggioranza dei cosidetti “lealisti” cioè della fazione del PDL che fa capo al Ministro Alfano ed al Presidente del Senato Schifani. Vogliono farci credere che Lombardo è un imprudente temerario che pensa di governare la Sicilia con 31 consiglieri su 90 Sostengono che Centorrino e Russo sono “tecnici” scelti da Lombardo e non rappresentanti del PD nell’Esecutivo e che la loro politica è quella di un sostegno “tematico”. Sosterranno di volta in volta le proposte di questo governo se esse saranno ritenute soddisfacenti. Non riconoscono neppure di appoggiare dall’esterno il Governo e negano risolutamente qualsiasi trattativa o inciucio che dir si voglia.
Naturalmente questa sorprendente posizione vorrebbe maldestramente placare i forti malumori del Partito ma è come voler negare l’ evidenza. Il terzo governo Lombardo nasce sulla base di una trattativa non ufficiale ma molto impegnativa. D’Alema, il Richelieu dei Palazzi italiani si è intrattenuto a cena con Lombardo. Hanno mangiato delle orate e quindi stipulato il cosidetto Patto dell’Orata. D’Alema è famoso per i Patti a base di pesce. Ne fece uno, diventato famoso, a base di triglie, a Gallipoli con Rocco Buttiglione- Fu a cena anche con Bossi tanti anni fa , quando definì la Lega una costola della sinistra.Ma mangiarono soltanto della carne e non ci fu seguito. Poi Pierluigi Bersani è venuto in Sicilia. Si è incontrato con i suoi e poi con Lombardo ed ha piena disponibilità a sostegno di un governo delle “riforme”. La Sicilia è sempre stata una sorta di laboratorio per testare scelte o progetti politici che si svilupperanno dopo in sede nazionale. Anche stavolta non sfugge a questa sua “vocazione” anticipatrice di eventi che sono in corso di maturazione nei Palazzi Romani.
Non predica forse Napolitano la “coesione”? Che cosa è la coesione se non la riproposizione a trenta anni della dottrina Berlinguer secondo la quale non si può governare con il 51% naturalmente con tutto il degrado che il corrompimento della politica che ha subito nel tempo? Si preannunzia la stagione delle cosidette riforme volute, fortissimamente volute da Berlusconi a cui questa Costituzione sta assai stretta e vorrebbe un regime presidenzialistico magari senza contrappesi.
Il PD si sta imbarcando in questa avventura. Non arretra difronte alle voglie personali di Berlusconi ed a quelle delle destra italiana. Farà di tutto per essere della partita e non farsi tagliare fuori. Per questo sarebbe sbagliato giudicare l’appoggio in Sicilia al Governo Lombardo un fatto localistico dovuto al levantinismo ed alle stranezze della politica regionale.
E’ vero che la Giunta Lombardo nasce in contrapposizione ai cosidetti “lealisti” cioè al gruppo fedele al PDL. Ma è anche vero che Berlusconi non ha “scomunicato” Miccichè ed i sostenitori di Lombardo e finora mantiene un atteggiamento riservato.
Certo la posizione del PD permette alla destra siciliana di respirare, di chiudere una crisi profondissima esplosa da oltre sei mesi senza ricorrere alle urne, a nuove elezioni. Sostenzialmente il PD si sostituisce al blocco di circa trenta consiglieri che vengono meno al governo. Ora l’Assemblea regionale è divisa in tre gruppi di pari forza. Un gruppo che esprime il governo, un gruppo che lo sostiene ed un’altro che ne dichiara l’illegittimità dal momento che si regge con una maggioranza dfiversa da quella con cui fu eletto.
Il governo minoritario per finta di Lombardo si regge con una solida maggioranza di due terzi dell’Assemblea. Ha soltanto sostituito i trenta deputati del PDL e dell’UDC con quelli del PD.Non è cambiato niente. Lombardo non si è preso neppure la briga di dichiarare la rottura con il PDL e non dubito che continuerà a sostenere il governo Berlusconi. Una timida richiesta dei dirigenti del PD siciliano di dichiarare conclusa l’esperienza del centro-destra è rimasta senza risposta.
La crisi della politica siciliana, la sua soluzione, sei mesi di trattative e di tentativi sfociati ora nel terzo governo fatto dal capo del MPA, il movimento sicilianista e rivendicazionista della borghesia siciliana che non è più tanto soddisfatta delle mance che elargisce Roma e che vorrebbe qualcosa di più concreto del Ponte sullo Stretto (al cui banchetto sembra esclusa a favore di Impregilo ed altri volponi del Nord), non sembra interessare l’opinione pubblica siciliana stordita dal degrado crescente
e dall’involuzione della vita civile. Palermo e tanta parte della Sicilia assediata da montagne di spazzatura, bollette astronomiche per pagare l’acqua ai privati che se ne sono appropriati, la smobilitazione di Termini Imerese, il licenziamento di circa diecimila insegnanti a causa della riforma Gelmini, disoccupazione, anziani che non possono più curarsi a causa di ticket esosi……La crisi e la sua soluzione interessano soltanto a coloro che seguono “professionalmente” la politica dal momento che produce posti ben retribuiti a cominciare dai Consigli Comunali, consulenze, possibilità di ottenere in gestione qualche servizio….
Anche i quasi trentamila dipendenti “diretti” della Regione comandati da tremila dirigenti e la pletora dei pensionati superprivilegiati con età media attorno ai cinquanta anni che godono di assegni eguali a quelli dei colleghi in attività
un costo per la collettività di circa due miliardi di euro a cui aggiungere tutti i dipendenti “indiretti” della Regione, seppur beneficiari di un Ente del tutto inutile e dannoso per la Sicilia, non riescono ad entusiasmarsi, a seguire le vicende dei loro patrons. Tutto quello che la Sicilia incassa come risorse proveniente dal fisco e da tutto il resto finisce nelle fauci insaziabili di questa mostruosa burocrazia tentacolare.
Il primo atto del nuovo Governo è stato la nomina di 28 Superburocrati, managers frutto di una
intensa e meticolosa applicazione del “cencelli” siciliano. Costeranno milioni di euro ma non importa:
i soldi potranno venire anche da un ritocco dell’irpef regionale….
Tra questi superburocrati c’è anche Lucia la figlia di Paolo Borsellino e nipote di Rita eurodeputata e fino ad ieri contraria all’inciucio, Non so oggi. Ma è un classico della Oligarchia: mettere un fiore all’occhiello ad una porcata. Forse nella Giunta di Governo non c’è la magistrata Caterina Chinnici, figlia del martire della mafia Giorgio? Non c’è anche il Magistrato Massimo Russo ? Non sono questi simboli, segni di un impegno contro la Piovra?
Insomma, due magistrati nel governo e la figlia di magistrato martire della mafia tra i superburocrati.
Ma, queste presenze sembrano una sorta di machillage. Una maniera per allontanare sospetti di collusioni o di contiguità con la criminalità organizzata.
Eppure in Sicilia non si respira nei Palazzi della Politica a cominciare dal Palazzo dei Normanni un’aria di grande impegno, di grande lotta, alla dominazione mafiosa. I successi che si sono realizzati sembrano (e sono) frutto di una polizia e di un gruppo di magistrati che si sentono isolati. Non credo che la realtà percepita da Magistrati come Ingroa e Scarpinato sia di grande vicinanza della politica nei loro confronti. Credo che si sentono isolati, disperatamente isolati.
Pietro Ancona
http://medioevosociale-pietro.blogspot.com/2009/12/il-pd-nel-governo-siciliano-di-lombardo.html
www.spazioamico.it

Auguri Urgenti d’Egitto per Gaza 31.12.2009

http://www.reset-italia.net/2009/12/31/auguri-urgenti-d-egitto-per-gaza/

Vorrei dire auguri a tutte e tutti quelli che ne hanno bisogno e sono tanti…cosa dovrei fare e cosa dire se arriva un messaggio telefonico così: URGENTISSIMO: DAL CAIRO, AGGRESSIONE ALLA GAZA FREEDOM MARCH!!!!!! 31 dicembre 2009 ore 10,33,26 messaggio telefonico da Mari Alberto, componente del gruppo italiano partecipante alla Gaza Freedom March organizzato dal Forumpalestina: <<CARICATI DAVANTI AL MUSEO EGIZIO, ALCUNI CONTUSI, RESISTIAMO IN 500 CIRCONDATI SUL MARCIAPIEDE.>> Facciamo pressione perché intervengano le autorità diplomatiche internazionali a frenare la repressione violenta del governo egiziano.Diffondete con rapidità la notizia mariano

a cui è seguito un Comunicato Stampa che vi allego con punti esclamativi, data l’urgenza ? E l’approfondimento steso nella notte dalla Rete degli Ebrei contro l’Occupazione che scrivo di seguito al comunicato? E ancora “La manifestazione indetta dalla Gaza Freedom March stava cercando di muovere i primi passi dal museo egizio del Cairo quando è stata brutalmente aggredita dagli apparati di sicurezza egiziani. “i poliziotti egiziani si sono scagliati contro di noi con bastoni e picchiando alla cieca” ci ha  riferito una manifestante con la voce rotta dall’emozione. Intanto arrivano sms dai manifestanti “siamo circondati dalla polizia egiziana al museo egizio temiamo nuove cariche.Fate sentire la nostra voce telefonate a tv, giornali, politici e mobilitatevi noi vogliamo raggiungere Gaza.”. Oggi pomeriggio a Roma, alle 16.00 manifestazione all’ambasciata egiziana (via Salaria 267, villa Ada).
A questo link  http://www.flickr.com/groups/gazafreedommarch/pool/show/with/4223762026/ che lascio in chiaro foto e video.

Vi chiedo  dunque di far girare a tutti i vostri contatti quanto succede al Cairo, il silenzio dei Media è vergognoso e dilagante. Scusate la forma, poco curata,  ma di sostanza credo ce ne sia e abbondante. Gli auguri ce li faremo poi…
Doriana Goracci
INTERNAZIONALI AL CAIRO MARCIANO VERSO GAZA PER PROTESTARE CONTRO L’ASSEDIO
(Cairo) A seguito del rifiuto Egiziano di consentire ai partecipanti alla Gaza Freedom March di entrare a Gaza, gli oltre 1.300 attivisti per la pace e la giustizia sono partiti a piedi. Nonostante i blocchi della polizia predisposti al Cairo con lo scopo di recintare i dimostranti e impedire loro di manifestare solidarietà con il popolo Palestinese, gli internazionali stanno spiegando i loro stendardi e invitano tutti i pacifisti del mondo di sostenerli e chiedere la fine dell’assedio di Gaza.
L’offerta Egiziana di lasciar entrare a Gaza solo 100 dei 1.400 partecipanti alla Marcia, è stata ritenuta dagli organizzatori della Marcia insufficiente e deliberatamente intenzionata a dividere. Nel frattempo, il Ministro degli Esteri Egiziano ha cercato di far passare questa offerta last-minute come espressione di buona intenzione nei confronti dei Palestinesi per isolare i “provocatori”. La Gaza Freedom March ha rifiutato categoricamente queste affermazioni. Gli attivisti sono al Cairo perché il governo Egiziano ha impedito loro di raggiungere Gaza. “Noi non vogliamo rimanere qui, Gaza è sempre stata la nostra destinazione finale”, afferma Max Ajl , partecipante alla Marcia.
Alcune persone hanno cercato di superare i blocchi della polizia e iniziare a marciare verso il punto di incontro a Tahreer Square al centro del Cairo. A loro si sono uniti Egiziani che volevano denunciare il ruolo del proprio governo nel sostenere l’assedio di Gaza. Le autorità hanno cercato di tenere separati gli internazionali dai locali. La polizia sta attaccando brutalmente i partecipanti , non violenti, alla Marcia. Molti poliziotti in borghese si sono infiltrati tra la folla e assaltano I partecipanti violentemente. “Sono stata sollevata dalla polizia Egiziana e sbattuta letteralmente contro le transenne” afferma Desiree Fairooz, una dimostrante. I partecipanti alla Marcia stanno cantando slogan di protesta e resistono ai tentativi di disperderli e giurano di rimanere nella piazza fino a quando non saranno autorizzati ad andare a Gaza. Lo striscione GFM è appeso ad un albero della piazza. Alcuni partecipanti alla Marcia stanno sanguinando e i celerini hanno distrutto le loro videocamere.
La Gaza Freedom March rappresenta persone da 43 nazioni con background diversi. Tra loro ci sono persone di ogni fede, leader di comunità, attivisti per la pace, dottori, artisti, studenti, politici, scrittori e molti altri. In comune hanno l’impegno alla nonviolenza e la determinazione a interrompere l’assedio di Gaza.
“L’Egitto ha provato in tutti i modi possibili ad isolarci e ad abbattere il nostro spirito” dicono gli organizzatori della Marcia. “Ma noi restiamo fedeli più che mai al nostro obiettivo di manifestare contro la tirannia e la repressione. Marceremo il più vicino possibile a Gaza, e se saremo fermati con la forza, chiederemo ai nostri sostenitori di protestare. Chiediamo a coloro che credono nella giustizia e nella pace ovunque siano nel mondo di sostenere le nostre iniziative per la libertà dei Palestinesi.”
Tra i partecipanti c’è anche Alice Walker, scrittrice e vincitrice del Premio Pulitzer, Walden Bello , membro del Parlamento Filippino, Luisa Morgantini, ex membro del Palamento Europeo per l’Italia. Più di 20 partecipanti alla marcia, tra cui l’ 85enne sopravvissuta all’Olocausto, Hedy Epstein, hanno intrapreso uno sciopero della fame contro il pesante ostruzionismo Egiziano, oggi entrano nel quarto giorno.

Gaza Freedom March: 100 delegati non possono sostituire la Marcia

E’ stata una notte di passione quella tra la terza e la quarta giornata della Gaza Freedom March: nel pomeriggio di ieri l’associazione americana Code Pink, una della capofila del comitato organizzatore, aveva infatti ottenuto un compromesso con la mediazione della first lady egiziana, stamattina sarebbero dovuti partire per Gaza 100 attivisti in rappresentanza della marcia. Nella notte la stragrande maggioranza delle altre organizzazioni coinvolte ha deciso di rifiutare l’offerta del governo egiziano e c’è stato anche il dietro front di Code Pink. Tuttavia i due pullman questa mattina sono partiti ugualmente con a bordo una settantina di persone, molti palestinesi con passaporto occidentale che cercavano di tornare a casa e qualche pacifista in dissenso con il comitato organizzatore. Al momento i pullman sono nel Sinai e a quanto pare gli attivisti potranno davvero entrare a Gaza. Domani 31 dicembre è la giornata chiave della marcia, quella in cui gli attivisti da Gaza avrebbero dovuto marciare verso il valico di Erez, quello con Israele, per ricongiungersi con decine di migliaia di altri in marcia dalla Cisgiordania e da Israele, invece ci sarà una grande manifestazione al Cairo. Gli organizzatori della GFM tengono a precisare che non era nelle loro intenzioni fare manifestazioni su territorio egiziano, il paese delle piramidi avrebbe dovuto essere di passaggio sulla strada per Gaza, tuttavia è prevedibile che domani anche il governo egiziano sia duramente contestato dai manifestanti per la sua complicità nella chiusura della Striscia di Gaza e per aver impedito la GFM. Nel frattempo le organizzazioni di Gaza che partecipano alla GFM hanno espresso la preoccupazione che l’assenza di un rilevante numero di attivisti internazionali alla marcia del 31 possa lasciar campo libero ad Hamas perché possa trasformarla in una manifestazione “governativa”, cosa ritenuta ovviamente inaccettabile. Solo in serata si avrà un quadro chiaro delle iniziative di domani.

Scenari

Venti tesi contro l’eco-capitalismo ricevuto il 31.12.09 sulla lista neurogreen

Discussione a Bologna sulle venti tesi contro l’eco-capitalismo e su quali possibilità di un nuovo movimento?

Qualcosa si può già dire: la parola “governance” è una grande presa per il culo. Non ce ne siamo ancora accorti a livello globale e locale?Certo che se ci si aspettava qualcosa di buono da Copenhagen vuol dire che anche il movimento mostra di avere grandi patologie. Come gli Stati incapaci  di trovare accordi anche in presenza di un pericolo comune.
Gli Stati hanno pensato più ai propri interessi strategici ed economici e alle loro rivalità, lasciando alla polizia, quella sì “comune ed europea” di mazzolare il movimento. Ci si può lamentare dell’Europa fortezza dopo che l’avevamo giustamente preannunciata e denunciata?
Si vedrà se il movimento a livello locale sarà capace di incidere sulla qualità della vita di tutti.

http://www.bolognacittalibera.org/profiles/blogs/venti-tesi-contro

In preparazione della giornata di studiche si terrà al Vag di Via Paolo Fabbri il 9 gennaio 2010
con la partecipazione di Alex Foti Christian Marazzi Marco Trotta Federico Montanari Sandro Mezzadrapropongo qui alla lettura un documento che proviene dalle giornate di mobilitazione che si sono svolte in occasione del summit di Copenhagen

Venti tesi contro l’eco-capitalismo

di: Tadzio Mueller and Alexis Passadakis

1. L’attuale crisi economica mondiale segna la fine della fase neoliberista del capitalismo. Business as usual (finanziarizzazione, deregulation privatizzazione) non è più una scelta possibile: i governi e le corporation dovranno trovare nuovi spazi di accumulazione e nuovi tipo di regolazione politica per far sopravvivere il capitalismo.
2 Insieme alla crisi economica politica ed energetica c’è un’altra crisi che sta attraversando il mondo: la biocrisi, risultato della contraddizione tra sistema di sostegno all’ecologia che garantisce la sopravvivenza umana e bisogno capitalista di una crescita costante.
3. Questa biocrisi è un pericolo immenso per la sopravvivenza collettiva, ma come ogni crisi presenta anche un’opportunità storica per i movimenti sociali: l’opportunità di colpire la vena giugulare del capitalismo, il suo bisogno di una crescita incessante distruttiva e folle.
4. L’unica proposta emergente dalle elites globali che promette di rispondere a queste crisi è il “Green New Deal”. Non l’amichevole capitalismo verde 1.0 dell’agricoltura dinamica e dei mulini a vento, ma la proposta di una fase verde del capitalismo che cerca di generare profitti da una modernizzazione ecologica di certe aree chiave della produzione: auto, energia eccetera.
5: Il capitalismo verde 2.0 non può risolvere la biocrisi (cambiamento climatico e altri problemi ecologici come quelli della pericolosa riduzione di biodiversità) ma piuttosto cerca di trarne profitto. Pertanto esso non modifica la rotta di collisione di umanità e biosfera provocata dall’economia di mercato.
6. Non siamo negli anni 30. Allora, sotto la pressione di potenti movimenti sociali il vecchio New Deal redistribuì potere e ricchezza verso il basso. Il Nuovo e verde New Deal proposto da Obama, e dai partiti verdi di tutto il mondo, e anche da alcune multinazionali pensa molto più all’interesse delle corporation che a quello della gente.
7. Il capitalismo verde non colpisce il potere di coloro che attualmente producono la maggior parte dei gas serra, compagnie energetiche, linee aeree, produttori di auto, e agricoltura industriale, ma farà piovere capitali su tutti costoro per aiutarli a mantenere il tasso di profitto producendo piccoli cambiamenti ecologici che saranno troppo poco e
troppo tardi.
8. Dato che globalmente I lavoratori hanno perduto il loro potere di acquisto e di ottenere diritti e salari decenti, nella prospettiva del capitalismo verde i salari continueranno a stagnare o anche declinare per affrontare I costi crescenti della modernizzazione ecologica.
9. Lo stato eco-capitalista sarà uno stato autoritario. Giustificato dalla minaccia di una crisi ecologica vorrà gestire il conflitto sociale destinato a sorgere necessariamente a causa dell’impoverimento che deriva all’aumento del costo della vita e il declino dei salari.
10 Nell’eco capitalismo i poveri dovranno essere esclusi dal consumo, spinti ai margini, mentre I ricchi manterranno il loro comportamento eco-distruttivo, cercando di consumare molto e salvare il pianeta al tempo stesso.
11. Uno stato autoritario, diseguaglianze sociali massicce, la spesa pubblica destinata alle corporation: dal punto di vista dell’emancipazione sociale e ecologica, l’eco-capitalismo sarà un disastro dal quale non ci riprenderemo. Oggi abbiamo una possibilità di superare la follia suicidaria della crescita costante. Quando saremo stati sottomessi al nuovo eco-regime quella possibilità potrebbe essere perduta.
12. Nell’eco-capitalismo c’è il pericolo che gruppi ambientalisti di potere giochino il ruolo che i sindacati svolsero nell’epoca fordista: agire come valvole di controllo per garantire che la domanda di
cambiamento sociale proveniente dalla rabbia collettiva rimanesse entro i limiti stabiliti dal capitale.
13 Albert Einstein definisce la follia con queste parole: “ripetere molte volte di seguito la stessa azione aspettandosi che possa produrre dei risultati differenti.” Nel passato decennio, nonostante Kyoto, non solo la concentrazione di gas-serra nell’atmosfera è aumentata, ma è anche aumentato di tasso di incremento. Vogliamo semplicemente ripetere la stessa cosa? Non sarebbe questo folle?
14. “Gli accordi internazionali sul clima promuovono false soluzioni che spesso riguardano piuttosto la sicurezza energetica che il cambiamento climatico. Lungi dal risolvere la crisi, accordi come quello relativo allo scambio di crediti in cambio di emissioni, funzionano come copertura per una continuazione impunita delle emissioni.
15. Per molte comunità del Sud globale, queste false soluzioni sono ormai una minaccia peggiore dello stesso cambiamento climatico.
16. vere soluzioni per il cambiamento climatico non verranno fuori dai governi o dalle multinazionali. Potranno emergere solo dal basso, da movimenti sociali collegati globalmente.
17. Queste soluzioni sono fra l’altro: limitazioni agli scambi commerciali, blocco delle privatizzazioni, e dei meccanismi flessibili. Sì alla sovranità alimentare, sì alla decrescita, sì alla democrazia radicale che lascia le risorse nel terreno.
18. In quanto movimento emergente del cambio climatico dobbiamo combattere contro due nemici: da una parte il cambio climatico e il capitalismo fossile che lo produce, dall’altro un emergente capitalismo verde che non fermerà il mutamento climatico, ma che limiterà la nostra capacità di andare in quella direzione.
19. Naturalmente il mutamento climatico e la libertà di mercato non sono la stessa cosa, ma il protocollo Copenhagen sarà un’istanza di regolazione centrale del capitalismo verde come il WTO era l’organismo centrale del capitalismo neoliberale. Il gruppo danese Klimax sostiene: un buon accordo è meglio che nessun accordo, ma nessun accordo è meglio che un accordo cattivo.
20. La possibilità che I governi escano con un buon accordo a Copenhagen è prossima allo zero. Il nostro scopo è ottenere accordi su soluzioni reali. Altrimenti dovremo dimenticare Kyoto e chiudere Copenhagen. (quale che sia la tattica)

Alexis è membro del consiglio di coordinamento di ATTAC Germania, Tadzio fa parte del gruppo redazionale di Turbulence. Entrambi sono attivi nell’emergente movimento di climate justice againstgreencapitalism (at) googlemail.com

Buon anno Blogger

Care/i bloggers, questo post è per voi.

Escluso il sottoscritto, s’intende.

Oggi parlo da vostro lettore e come tale vorrei dirvi qualcosa.

Vorrei dirvi che avete la mia ammirazione.

Non è facile, ogni giorno, aprire il pc e mettersi davanti allo schermo per inventarsi qualcosa che sia interessante e anche originale, ma dev’essere pure attuale e accattivante, perché chi legge il post arrivi alla fine e magari legga qualcos’altro, fino addirittura ad iscriversi al feed e che lo voti, sì, lo voti e le visite sul contatore crescano, crescano fino a farlo scoppiare di gioia.

Gioia che dura al massimo sino al tramonto perché all’indomani tutto ricomincia.

Vorrei dirvi che avete la mia stima.

L’avete tutta, quando decidete di non parlare di voi e donate la vostra tastiera e il vostro tempo a qualcun altro, ai fatti che per voi contano, alle persone che pensate debbano essere ascoltate, ad ogni cosa che per voi valga e che non si tratti della vostra storia.

Non immaginate quanto questo sia importante oggi, nel nostro paese.

Vorrei dirvi che avete la mia fiducia.

Perché quando penso che in questa mia Italia i media siano ormai quasi tutti diventati dei giganteschi megafoni in mano al potere di turno, ecco che apro un blog a caso e trovo la forza di credere che non tutto è perduto, che c’è qualcuno che in maniera totalmente gratuita è lì veramente per chi legge e che anche se dirà una stronzata lui e solo lui risponderà personalmente delle sue parole.

Vorrei dirvi che avete il mio affetto.

Sì, lo so che è una parola grossa, che internet è un mondo virtuale e che la realtà è solo quella al di fuori dello schermo, eppure io so che spesso in un singolo post, di qualcuno di cui non saprò mai il vero nome, il sesso e quant’altro, posso trovare più sincerità e onestà che in mille discorsi a voce di gente di cui credo di conoscere ormai tutto.

Infine, oggi, ultimo giorno di questo 2009, vorrei dirvi che voi siete la mia speranza.

Le vostre parole, il vostri pensieri, i vostri sogni sono come messaggi in bottiglie lanciate nelle acque del web che certamente qualcuno raccoglierà, anche solo una persona.

Questa è la cosa meravigliosa che vi riguarda. Voi siete una speranza che prima o poi sarà una certezza.

Non arrendetevi, qualsiasi cosa accada, non arrendetevi.

Voi siete molto più preziosi di quanto possiate pensare.

Grazie di esserci.

Alessandro Ghebreigziabiher

http://alessandroghebreigziabiher.blogspot.com/2009/12/buon-anno-bloggers.html

Una città italiana privata della sua identità culturale

Michael Kimmelman*,   02.01.2010

Pubblichiamo, grazie alla  traduzione di Adriano Sponzilli, Giano, Ezio Bianchi, Giovanni Incorvati       l’articolo del “New York Times” del 23 dicembre 2009 su L’Aquila. Esso segna una svolta ripetto all’atteggiamento molto prudente tenuto finora da tale giornale nei confronti della conduzione del post-terremoto. E’ chiaro che adesso ha deciso di rompere gli indugi e di prendere una posizione molto più netta

L’AQUILA – Le città richiedono secoli per crescere, ma possono morire in un batter d’occhio
Dopo che in aprile un terremoto ha ucciso centinaia di persone e ne ha lasciate decine di migliaia senza tetto, nel territorio di questa città medioevale e barocca, a circa 70 miglia a nord-est di Roma, gli sforzi profusi per i soccorsi di emergenza sono stati straordinari. Volontari da ogni parte d’Italia sono accorsi per offrire aiuto. Sono state rapidamente allestite tendopoli fuori dalla zona pericolosa. Sono stati organizzati concerti allo scopo di offrire continuità e speranza, mentre lavoratori edili hanno rapidamente eretto decine di complessi residenziali nei dintorni della città.
Ma ora che il governatore della regione ed il Ministro dei beni culturali si preparano a subentrare al Dipartimento per la protezione civile al fine di procedere alla ricostruzione, il futuro a lungo termine de L’Aquila è in bilico. Assenza di fondi, di coinvolgimento politico, di buon senso architettonico e di attenzione internazionale – unite alla predilezione tutta italiana per chi pensa di possedere la bacchetta magica – minacciano di fare quello che non ha fatto il terremoto.
Non sarebbe la prima città italiana a non riprendersi più da un terremoto. Dopo il sisma che colpì la Sicilia negli anni ’60 i centri storici furono abbandonati, e nel migliore dei casi sopravvivono solo di nome nelle squallide costruzioni tirate su come abitazioni provvisorie, poi diventate permanenti in mancanza di alternative e per trascuratezza. Per L’Aquila occorrerebbe investire meglio. Si stanno facendo sforzi per salvare i quasi 110.000 monumenti e manufatti che secondo il ministero dei beni culturali sono stati danneggiati dal terremoto.

Ma secondo la previsione ministeriale ufficiale occorreranno 10 o 15 anni per riportare il centro storico alla normalità, in tutti i sensi dell’espressione, e quasi tutti gli interventi di ricostruzione, inclusi quelli delle case private, dovranno essere approvati dal ministero, attraverso una procedura scrupolosa.
Prima del terremoto circa 10.000 persone abitavano nel centro della città e circa altre 60.000 fuori dal centro. Dopo un decennio o più da sfollati, coloro che una volta vivevano nel cuore de L’Aquila potrebbero non trovarsi più in zona o non voler tornare, e le case costruite per loro – fino a questo momento sono stati realizzati 150 complessi in legno, acciaio e calcestruzzo – potrebbero aver cambiato il territorio fino a renderlo irriconoscibile. L’Aquila, attraente centro storico medioevale nel quale si innestava in equilibrio precario un centro storico barocco (e questa precarietà spiega, in parte, l’entità del danno), era anche un centro commerciale e culturale ed una città universitaria. Se il centro dovesse rimanere morto, in pochi anni potrebbe finire per essere nulla più che un sito turistico di secondaria importanza, nel mezzo di un agglomerato urbano indifferenziato.
Piani di ricostruzione di qualsiasi tipo, e in particolare quelli più rapidi, richiedono miliardi di dollari (almeno 16 miliardi di dollari, secondo diverse stime), la gran parte dei quali dovrebbe arrivare dal parlamento italiano. Ma anche la piccola tassa finalizzata alla ricostruzione, recentemente proposta dal sindaco de L’Aquila e da diversi funzionari del ministero dei beni culturali, è finita nel nulla. In un Paese oberato dal debito pubblico e distratto dalle vicissitudini del Presidente del consiglio riportate dalla stampa, il successo degli aiuti nella fase dell’emergenza ha paradossalmente creato l’impressione che L’Aquila non abbia più urgenti necessità di aiuto. Come ha dichiarato qualche giorno fa Michela Santoro, una assistente del sindaco Massimo Cialente: “Il messaggio sui media è: ‘Le cose vanno bene’. Messaggio che è lungi dal corrispondere alla verità dei fatti”.
Il sindaco Cialente, da parte sua, si è affannato a ripetere ai giornalisti ed alle troupe televisive dentro e fuori dal suo ufficio di fortuna, ricavato in una ex scuola nella periferia cittadina, sempre lo stesso duro messaggio: “Se non ricostruiremo in modo adeguato – che nella sua prospettiva sta a significare riportare tutto esattamente come era, ma reso sismicamente sicuro – sarà una vergogna per l’intero Paese. Sarà una nuova Pompei”.
Si tratta di una preoccupazione tipica di qui. Gli italiani spesso sono portati a pensare che se non saranno in grado di restaurare il passato finiranno per farne parte. Ogni alternativa è difficilmente immaginabile.
Roberta Pilolli lavora per il conservatorio de L’Aquila. Dopo il terremoto ha collaborato a tirare fuori dalle macerie i pianoforti a coda. Gli aquilani sono orgogliosi di essere tenaci.
L’altro giorno, in felpa e scarpe da ginnastica, si stava preparando per l’apertura ufficiale, questa settimana, della nuova sede del conservatorio, un complesso in metallo e vetro da 8 milioni di dollari, costruito in poco più di un mese, nei quartieri periferici sviluppatisi in modo incontrollato.
“Voglio indietro la mia casa esattamente com’era”, ha detto la signora Pilolli. Stava parlando della sua piccola casa a terrazza di prima della guerra in centro città, dove la sua famiglia ha vissuto per anni – non un tesoro architettonico, ma non era questo il punto. “E’ la mia identità”, ha aggiunto. “Ora L’Aquila è morta e si preoccupano solo di chiese e monumenti, non delle nostre case. Ma l’intera città era un monumento.”
Riferendosi ai nuovi condomini costruiti dal Governo, che sono simili al nuovo conservatorio, Aldo Benedetti, professore di architettura a L’Aquila, ha spiegato: “Non si inseriscono in nessun contesto, non portano nessuna idea di architettura, ma solo l’aspetto di caserme dell’esercito buttate giù da qualche parte.”
Pier Luigi Cervellati, professore di urbanistica a Venezia, va oltre. Ha detto che la ricostruzione dovrebbe preoccuparsi in primo luogo di far rientrare più rapidamente i residenti nel centro storico, non di dargli abitazioni alternative, chiese, monumenti, grandi magazzini e attività commerciali. “Un centro lasciato vuoto per anni muore,” ha detto. “Queste case nuove che stanno costruendo in periferia sono molto costose e non hanno senso dal punto di vista urbanistico. Sono come i terminal di un aeroporto. Non hanno anima. Il rischio è che il centro diventi un non-luogo.’
Chi risiede nei nuovi appartamenti, grato in un primo tempo di avere ricevuto un posto dove stare, ora già si lamenta della mancanza di spazi, negozi, campi sportivi e di qualsiasi organizzazione sociale. Non ci vuole molto, dopo un disastro come questo qui, per passare dalla gratitudine all’impazienza e alla sfiducia. Le voci di corruzione e tangenti naturalmente dilagano e incalzano. Il conservatorio è costato quasi tre volte quello proposto, al costo di 3 milioni di dollari, da Shigeru Ban, il noto architetto giapponese, con annessa sala da concerti. Gli Aquilani, così come il professor Benedetti, da tempo si chiedono perché.
Qual è la soluzione? Anche quando le bombe cadevano su Londra durante il blitz del 1940, gli urbanisti inglesi proiettavano visioni di una nuova Londra nel dopoguerra. La disgrazia divenne la possibilità di sognare. In assenza sia di un’autorevole leadership in grado di fare da guida, sia di valide leggi sull’urbanistica, sia di luoghi di discussione pubblica dove i cittadini abbiano il potere di confrontarsi seriamente con L’Aquila del futuro, si fa viva solo la sensazione che la possibilità stia scivolando via. Ma l’opportunità ancora è data di includere forse un’architettura nuova a fianco dell’antica, come fece L’Aquila dopo il terremoto del 1703, quando divenne l’amata città barocca che ora tutti vogliono preservare, come se ci fosse sempre stata. Mai una città perfetta, ma una reale e viva. L’Aquila potrebbe perfino diventare il modello per un nuovo tipo di centro storico del 21mo secolo in Italia.
Ma il tempo vola. Di recente, visitando le rovine della chiesa parrocchiale di Santa Maria Paganica, dove il tetto è crollato e una surreale montagna di macerie all’interno si eleva verso le finestre che danno sul tetto delle navate laterali, osservavo un archeologo del Ministero dei beni culturali, che doveva catalogare ogni più minuto frammento, sprecare mezz’ora, nel freddo pungente e nella neve, a litigare con Michelangelo Saporito, un pompiere che lavora per i servizi d’emergenza.
Saporito, siciliano, è arrivato a maggio, cinque giorni dopo la nascita del suo secondo figlio. Voleva aiutare. Quella mattina stava mostrando la chiesa ad un visitatore, come aveva già fatto più volte quel giorno con altri visitatori.
Ma si era dimenticato di portare il consueto modulo di permesso. La burocrazia e le priorità sbagliate hanno bloccato il progresso.
Sembrava una metafora.
Saporito ha tirato un sospiro.
“Lei lo vede qual è il problema.” Lui l’ha messa così.

(traduzione di Adriano Sponzilli, Giano, Ezio Bianchi, Giovanni Incorvati)

di Testo originale: “New York Times” del 23 dicembre 2009
http://www.nytimes.com/2009/12/24/arts/24abroad.html?_r=1&ref=design

http://www.aprileonline.info/notizia.php?id=13863

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4/1/2010 – ANNIVERSARIO. TRA LE POLEMICHE L’ANNIVERSARIO DEL FILOSOFO-SCRITTORE

Albert Camus, la scomoda eredità di un irregolare

Morì 50 anni fa ma riesce ancora a dividere la Francia

DOMENICO QUIRICO

L’allarme lo ha lanciato lo scrittore Olivier Todd, il suo migliore biografo: «Attenti a non trasformarlo in una icona disincarnata. Bisogna conservare Camus vivo nella sua complessità e nelle sue contraddizioni. Camus non era né esemplare né edificante. È uno che ci consente di riflettere». Sopravviverà dunque questo «Giusto», che può essere guardato al microscopio e non come molti eroi al telescopio, al suo inevitabile, mortifero anniversario? Mezzo secolo da quel 4 gennaio 1960 in cui morì in un incidente d’auto, da folgorante James Dean della letteratura.

Strano: il consenso è universale, oceanico, eppure sibilano le polemiche. I pretoriani dell’Eliseo lanciano la grande manovra per «panteonizzarlo»: perché il presidente Sarkozy, cinico assimilatore di epoche, uomini e Storie a suo uso e consumo, lo vuole a tutti i costi marmorizzare nelle tombe dei padri della patria. Ma un figlio resiste, l’operazione slitta, per ora si insabbia. In tv l’altra lama della tenaglia: gocciola infatti il Camus intimo, sentimentale, sgonnellatore di femmine del film per Antenne2 girato da Laurent Jaoui. Del Camus giornalista resistente autore-attore prolifico della vita intellettuale del Dopoguerra, frutto spinoso cresciuto nella terra arida, stenta, dura d’Algeria nulla o quasi. Si depreca già l’ennesima vittima del biografismo contemporaneo che spiega tutto con l’intimo: errore segreti infedeltà. Ha dunque ragione Finkielkraut: «Camus è consacrato da un’epoca che gli volta la schiena. Il nostro tempo non ama che se stesso ed è se stesso che celebra quando crede di commemorare i grandi uomini».

Eppure l’antidoto è nascosto in quella frase del discorso per la consegna del Nobel: «Ogni generazione si crede votata a rifare il mondo. La mia sa con certezza che non lo rifarà. Ma il suo compito è forse più grande. Consiste nell’impedire che il mondo si disfi…». Ecco: come ammoniscono coloro che disdegnano i frettolosi e interessati turiferari da anniversario, in una epoca in cui proliferano le corse folli agli estremismi, in cui non bisogna abituarsi al Male, uno scrittore così a lungo messo ai margini appare essenziale. Che parlava di «rivoluzioni ma relative», di «politica modesta». Che scriveva, nel 1943, La lettera a un amico tedesco e chiedeva la grazia per Brasillach. Immaginiamo oggi, dopo l’undici settembre, se risuonasse sui giornali la sua risposta a uno studente arabo, nel 1957 poco dopo il Nobel, che gli rimproverava il silenzio sull’Algeria: «In questo momento ad Algeri si gettano bombe sui bus. Mia madre potrebbe trovarsi su uno di questi. Se questa è la giustizia, io preferisco mia madre».

La Francia ha molto da farsi perdonare da Camus, forse per questo vuole esibirlo nel gulag marmoreo del Pantheon. Ad esempio lo ha rinchiuso come un veliero dentro la bottiglia di una etichetta, «filosofo da liceali» (come se l’esserlo fosse una colpa). Jean-Jacques Brochier continua a ristampare il suo pamphlet e a scagliarsi, trovando ascolto, contro l’angelismo promosso troppo rapidamente a modello, a ripetere causticamente e ferocemente che «la differenza tra Camus e Nietzsche è che il secondo sapeva pensare». Già: scrittore perfetto per i dettati, filosofo discount, moralista della Croce Rossa. Nel turgore delle celebrazioni il veleno corre tuttora come un fiume carsico sotto gli omaggi. Basterebbe a confutarlo il parere di François Feito, lo storico di origine ungherese appena scomparso che aveva provato le ispide delizie delle Rivoluzioni: «Camus era tutto salvo che un democratico molle. Nel suo amore della libertà c’era qualcosa di virile, di muscoloso».

Il nocciolo è, sempre e ancora, nella guerra degli atridi della Rive Gauche: Sartre contro Camus. Chi in Situationes IV lasciò cadere, sadico: «Voi detestate la difficoltà di pensare e decretate alla svelta che non c’è nulla da capire per evitare in anticipo il rimprovero di non aver capito»? Oggi citare Sartre è complicato, troppi i regimi indifendibili patrocinati dal filosofo per cui «ogni anticomunista (compreso l’autore de La peste) era un cane». Ma galleggiano un gauchisme reducistico, i salotti rachitici orfani di maestri del pensiero e di anatemi che non l’hanno perdonata allo scrittore che rifiutava «di mettere tra la vita e l’uomo un volume del Capitale». In una delle ultime interviste Camus alla domanda «ma lei è ancora di sinistra?», rispose «sì, malgrado la sinistra e me stesso». Attuale, scandalosamente attuale, no?

http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplrubriche/Libri/grubrica.asp?ID_blog=54&ID_articolo=2377&ID_sezione=81&sezione=

Quel giorno a Parigi su un palco con Camus 04.01.2009

CLAUDIO GORLIER

Era il 13 dicembre 1948, e con Carlo Fruttero ci recammo, a Parigi, alla Salle Pleyel, dove si presentava il Rassemblement Démocratique Révolutionaire. Sul palco: Albert Camus, André Breton, Carlo Levi, Richard Wright, David Rousset, Simone de Beauvoir. Il vero dominatore della manifestazione fu, indiscutibilmente, Camus, e ci rendemmo conto del perché, da giovane, fosse stato un eccellente attore.

Non si trattava di lanciare un nuovo partito, ma un movimento che ambiziosamente, come prometteva il nome, si proponeva di rivendicare l’impegno politico dell’intellettuale. Per farsene un’idea, basta riferire la conclusione, davvero folgorante, poi pubblicata nelle Actuelles: «Non è il combattimento che fa di noi degli artisti, ma l’arte che ci costringe a essere dei combattenti. Per la sua stessa funzione, l’artista è il testimone della libertà e questa è una giustificazione che gli capiterà spesso di pagare cara».

Paradossalmente, questa appassionata e lucida professione di fede conta quale lascito definitivo, quale congedo. Mentre, da un lato, il Rassemblement ebbe vita effimera, Camus a partire dagli anni successivi smise risolutamente di occuparsi di politica, cessando le sue collaborazioni a «Combat», nome di per sé emblematico. Ma non sfugge a nessuno che la sua presa di posizione, assunta davanti a un pubblico letteralmente affascinato, era destinata a lasciare il segno, mentre di fatto una effettiva progettualità politica continuava a permeare tutta la sua opera e, sarei tentato di dire, il suo comportamento. Quanto urgente, attuale, si presenta ancora oggi la professione di fede dichiarata alla Salle Pleyel. Glielo rammentai parecchi anni dopo, quando venne a Torino e mi confessò che, appena arrivato, si era recato a visitare la casa di Nietzsche, direi a rendere omaggio a uno dei suoi modelli ideali. A mezzo secolo dalla tragica morte, risuona il grido tragico del suo Caligola, nel momento in cui viene assassinato: «Sono ancora vivo!».

http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=6813&ID_sezione=&sezione=

Ricevo da Daniela Degan il 03.01.2009 (degadan@hotmail.com) su decrescita@liste.decrescita.it

Contro la messa al bando delle coltivazioni biologiche

Inviate questo messaggio a tutti coloro che desiderano cibi biologici!

“La Camera e il Senato degli Stati Uniti tra meno di una settimana e mezzo voteranno un provvedimento che metterà fuori legge le coltivazioni biologiche ( il disegno di legge HR 875).

Vi è una fortissima pressione per approvare la trasformazione in legge in un tempo molto breve, prima che la popolazione si accorga di ciò che sta accadendo.

Il principale sostenitore e chi ha svolto il lavoro di lobby è la MONSANTO, la grande impresa chimica e di ingegneria genetica, accompagnata dalla CARGILL, dalla ADM (Archer, Daniels e Midland) e da altre 35 grandi imprese agroalimentari. Questa normativa obbligherà le aziende a produzione biologica a usare particolari fertilizzanti e sostanze velenose contro gli insetti, in base a decisioni prese da una Agenzia di nuova costituzione “al fine di garantire che non vi siano pericoli per l’alimentazione pubblica”. Queste norme saranno obbligatorie anche per gli orti familiari che producono alimenti solo per autoconsumo e non per la vendita.

Se questa legge sarà approvata non esisteranno più semi originali  ma solo i semi geneticamente modificati della MONSANTO, che oggi stanno mostrando la loro capacità di generare malattie impreviste negli esseri umani”.

E’ disponibile un video su questo problema

http://www.youtube.com/watch?v=epXNJNjYBvw&feature=related

E un altro video

http://www.youtube.com/watch?v=eeWVkTU1s1E

Questo mostruoso piano alimentare ha un nome: Food Safety Modernization Act of 2009 (legge per la modernizzazione della sicurezza alimentare), disegno di legge HR 875.

Questa è la realtà, amici! Diffondete queste informazioni a tutte le persone impegnate che sono sulle vostre liste e inviate oggi stesso la vostra protesta al Senatore che vi rappresenta!

Segnatevi questi numeri telefonici e inondate le reti di messaggi. Contattate chiunque sia in grado di fare la stessa cosa.

La Camera e il Senato approveranno queste norme se non saranno minacciati da una massa di elettori di perdere i loro posti. Essi hanno paura solo della vostra voce e del vostro voto. La cosa migliore da fare è andare sul sito www.house.gov/writerep e tutto ciò che dovete fare è inserire il vostro messaggio, vi sarà indicato il vostro rappresentante al Congresso e il modo di entrare in contatto con lui.

Quando chiamerete il suo ufficio, qualcuno vi risponderà, e dovete solo dire (in modo educato) che state chiamando per comunicare la vostra posizione sull’HR 875.

Esprimete la vostra opinione, essi prenderanno nota anche del vostro nome e indirizzo e comunicheranno i vostri commenti ai membri del Congresso.

Di seguito trovate una lista dei senatori degli Stati Uniti e dei loro indirizzi:

http://www.senate.gov/general/contact_information/senators_cfm.cfm(read less)

(traduzione non autorizzata, 24 dicembre 2009)

e da avambardo@inventati.org su medesima lista

Sul blog ho ricevuto questo commento e penso possa interessare:
Appunti sparsi sulla proposta di legge HR875
SEC. 2. FINDINGS; PURPOSES.
a. findings
difesa dei prodotti alimentari da possibili manomissioni, prodottistranieri infetti, difesa di persone che hanno problemi alimentari(allergie, ecc) da prodotti non sani.
Vi riporto il punto 7 che mi sembra centrale e che evidenzia la necessitàdi accentrare il potere sul “Food and Drug Administration.“the Food and Drug Administration, an agency within the Department of Health and Human Services, has regulatory jurisdiction over the safetyand labeling of 80 percent of the American food supply, encompassing allfoods except meat, poultry, and egg products, as well as drugs, medical
devices, and biologics; cioè – The food and Drug Administration (di cuitanto si sente parlare n.d.r.), un’agenzia che fa parte del Dipartimentodei Servizi Socio-Sanitari, ha potere di regolamentare sulla sicurezzadel 80% della produzione americana di cibo, eccetto carne, pollame e uova, come anche droghe, prodotti farmaceutici e prodotti biologici.

Che significa in soldoni: aumentare il potere decisionale del Food andDrug Administration perchè non c’è chiarezza all’interno degli ufficigovernativi su chi fa cosa.
b. purposes
creare un’agenzia che si chiamerà “Food Safety Administration”
punto 2
to transfer to the Food Safety Administration the food safety, labeling,inspection, and enforcement functions that, as of the day before thedate of the enactment of this Act, are performed by various components of the Food and Drug Administration and the National Oceanic and Atmospheric Administration; quindi potere assoluto di controllo,ispezione, ecc
in soldoni:
chi si potrà permettere un certo standard di qualità rispetto aconservazione, rielaborazione, stoccaggio, trasporto (quella che lorochiamano “industria alimentare”) verrà “certificata”, gli altri sarannofuorilegge. E’ la stessa filosofia che i burocrati di Bruxelles stannomettendo in atto da anni!!!
Siamo alle solite.

http://selvatici.wordpress.com

7/1/2010 – L’ECLETTICO INTELLETTUALE LUCANO

Placido, il maestro della leggerezza

E’ morto ieri a 80 anni. Ha “sdoganato” la cultura televisiva

ALESSANDRA COMAZZI

TORINO
Beniamino Placido era un giornalista. Un critico letterario. Un critico televisivo. Un intellettuale nel vero senso del termine, cioè usava al meglio l’intelletto. Era curioso, di uomini e di cose. Guardava al prossimo, e alle trasmissioni di cui scrisse per otto anni su Repubblica, con simpatia e indulgenza. Era un critico, ma non un censore; un osservatore ironico dei costumi, ma non un moralista. E adesso Beniamino Placido non c’è più. Nato a Rionero in Vulture, provincia di Potenza, nel maggio del ‘29, portava nel cuore un profondo orgoglio lucano, come ricorda il cugino, di secondo grado, Michele Placido. Se n’è andato a 80 anni, a Cambridge, dove si era trasferito per stare vicino alla figlia Barbara ed essere meglio accudito, poiché da tempo malato. Faticava a parlare: e conversare con lui, così brillante, arguto, puntuto e affettuoso, era diventato un momento di pudico dolore.

A Roma era arrivato negli Anni Cinquanta: i mestieri, allora, non si iniziavano per cooptazione, e lui aveva vinto un concorso per la carica di consigliere parlamentare alla Camera. Poi, nei Sessanta, andò negli Stati Uniti ad approfondire gli studi letterari. Tornato in Italia, ebbe la cattedra all’Università. Ma intanto la sua curiosità lo portava a esplorare nuovi orizzonti. La radio, a esempio: nel ’56 curò un programma che si chiamava «Negli archivi della polizia scientifica». Un CSI in anticipo di decenni. Per Nanni Moretti, recitò il ruolo di critico teatrale in Io sono un autarchico, e una piccola parte ebbe in Porci con le ali. Cose lievi, divertimenti.

La popolarità però gliela diede, pure se indirettamente, la tv: collaboratore di Repubblica dalla fondazione, nel 1986 intraprese l’avventura della rubrica «A parer mio», che tenne fino al 1994. Smise perché l’impegno quotidiano gli era diventato troppo pesante. Lui non registrava mai i programmi, guardava tutto in diretta. Quando lo invitavano a cena, coinvolgeva i suoi ospiti in una visione collettiva, prendere o lasciare. «Otto anni di questa vita, vi rendete conto?», disse. E smise. E scrisse un delizioso libro, La televisione col cagnolino. E fece un delizioso programma, con Indro Montanelli, Eppur si muove. E fu pure, dal ’94 al ’98, consulente del Salone del Libro di Torino, anello di congiunzione con Roma e con Walter Veltroni, allora ministro della cultura e vicepresidente del Consiglio.

La televisione col cagnolino affrontava con leggerezza la posizione, spesso ambigua, degli intellettuali nei confronti del mezzo. «Eccolo lì, quel tipo di intellettuale convenzionale, che ubbidisce al più sciocco dei riflessi condizionati. I suoi nonni parlavano male del cinema, e lui parla male della televisione. Negli stessi termini. Attribuendole gli stessi difetti. Che vanno puntualmente dalla violenza, attraverso la dannosità fisica, la superficialità culturale, fino alla scemenza». Non era una meraviglia di lucidità, questa analisi? E non avevano nemmeno inventato il Grande Fratello. Angelo Guglielmi, direttore di Raitre nella stagione felice che andò dal 1987 al 1995, racconta di averlo corteggiato perché si inventasse una rubrica culturale, ma lui resisteva. Fino a quando si decise per Il professore e la bestia, dove la bestia sarebbe stato Gianfranco Funari. «Ma a ridosso dell’esordio, Funari ebbe un contratto da 5 miliardi di lire (o almeno così ci raccontò) dalla Fininvest e il progetto saltò. Peccato».

In compenso, un programma si fece nel ’94. In Eppur si muove a Montanelli toccava il ruolo del progressista, a Placido quello del conservatore, Montanelli seduto a una vecchia cattedra, Placido in piedi, o appollaiato su una scomoda sediola. In quelle posture, discutevano di Italia e di italiani. Tipo: siamo fessi? siamo furbi? Placido punzecchiava, provocava, e Montanelli reagiva: «”Siamo seri” lo disse Garibaldi nel 1849 ai tempi della repubblica romana: era vestito da buffone, con un copricapo che sembrava un berretto da notte, la camicia rossa, il poncho e i pendagli. Un invito alla serietà fatto da un uomo conciato in quel modo mi pare un po’ stridente». Ecco, questo piaceva, a Beniamino Placido: sistemare i padri della patria e i consacrati divi, sorridere e aiutare il pubblico ad alzare le difese della mente. Però senza mai parlar male della tv.

http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/cultura/201001articoli/51002girata.asp

Un enzima contro la dipendenza da cocaina 04.01.2010

Una forma mutata di cocaina esterasi diminuisce la frequenza di auto-somministrazione della sostanza nei ratti: potrebbe quindi interferire con i meccanismi di dipendenza

La cocaina esterasi (CocE) è un enzima batterico che scinde la molecola della cocaina riducendo la dipendenza da questa sostanza in chi la assume: la sua efficacia è stata finora sperimentata su modelli animali, anche se con risultati non pienamente soddisfacenti per la limitata emivita all’interno dell’organismo.

Un nuovo studio pubblicato sul “Journal of Pharmacology and Experimental Therapeutics” a firma di Friedbert Weiss membro di Faculty of 1000 Medicine dimostra che una versione più stabile di CocE, denominata doppio mutante o DM CocE, diminuisce in modo significativo il desiderio di cocaina e previene la morte da overdose per la stessa droga.

Nel corso dello studio, un gruppo di ratti è stato addestrato ad auto-somministrarsi cocaina premendo un bottone nella gabbia, riproducendo il comportamento compulsivo tipico della dipendenza da sostanza. Si è riscontrato tuttavia come i ratti trattati con la forma DM CocE cercassero la droga con minore frequenza rispetto agli altri. Ciò fa ipotizzare che la cocaina esterasi nella forma mutata sia in grado effettivamente di interferire con i meccanismi di dipendenza.

In particolare, la DM-CocE ha diminuito il bisogno di cocaina dei ratti ma non di una sostanza analoga in grado di dare dipendenza, sottolineando il grado di specificità dell’enzima.

Weiss sottolinea che l’enzima DM-CocE è in grado anche di fornire una protezione a lungo termine contro gli effetti tossici di una dose potenzialmente letale e che i risultati fanno ben sperare per un trattamento efficace sia per prevenire la tossicità dell’uso di droga sia per contrastare la dipendenza in coloro che ne fanno uso da tempo. (fc)

http://lescienze.espresso.repubblica.it/articolo/Un_enzima_contro_la_dipendenza_da_cocaina/1341611

6/1/2010 – ASTRONOMIA. LA SCOPERTA DI UN TEAM ITALIANO CHE HA STUDIATO LE IMMAGINI RIPRESE DAL TELESCOPIO ORBITANTE «HUBBLE»

Il lifting delle stelle vampiro

BARBARA GALLAVOTTI

Che cosa ci fa una ragazza in una residenza per anziane signore? Dipende… se stiamo parlando di una giovane stella in un angolo di galassia che pare un ospizio per astri, allora probabilmente la ragazza ci inganna e in realtà è coetanea delle sue compagne. Il raggiro però è raffinato, perché la stella non ha subito un lifting cosmico, che le avrebbe donato una freschezza solo apparente: la gioventù è stata davvero riconquistata, come se l’orologio della vita fosse tornato indietro.

Il meccanismo che permette questa sorta di miracolo anagrafico è stato svelato da uno studio appena pubblicato sulla rivista «Nature», opera di un gruppo di sette ricercatori italiani, affiancati da colleghi di Australia, Canada e Usa.

Anche nelle galassie esistono zone sovraffollate. Una di queste è Messier 30 ed è situata nella nostra galassia, a 28 mila anni luce da noi. Gli astronomi lo definiscono un «ammasso», termine che evoca immagini da ora di punta in una metropoli e dà l’idea di una zona di spazio dove le stelle stanno strettine. All’origine dell’affollamento sembra esserci stato un fenomeno disastroso, vale a dire il collasso di una regione già densa di stelle avvenuto 2 miliardi di anni fa: avrebbe portato gli astri ad avvicinarsi ancora di più, raggiungendo una densità pari a circa 20 mila volte quella che si registra dalle nostre parti della galassia. E, naturalmente, l’elevato traffico corrisponde alla situazione ideale per il verificarsi di incidenti, cioè – in termini cosmici – collisioni tra astri con scambio di materia o addirittura completa fusione degli oggetti celesti coinvolti.

«Da tempo si sospettava che alcune stelle presenti all’interno di ammassi di forma globulare subissero un processo di ringiovanimento in seguito a scontri e fusioni fra stelle più anziane, ma mancavano prove certe. Messier 30 era il luogo ideale dove cercarle grazie alle immagini ad altissima risoluzione catturate dal telescopio spaziale Hubble», spiega Francesco Ferraro, astrofisico all’Università di Bologna e coordinatore della ricerca. Le stelle dell’ammasso Messier 30 sono tutte più o meno coetanee e sono tutte molto anziane: hanno iniziato, infatti, la loro esistenza circa 13 miliardi di anni fa, all’epoca della formazione della nostra galassia.

E’ noto che una stella appena nata è generalmente composta in buona parte di idrogeno. Man mano che la sua vita procede, nella zona del nucleo le elevatissime pressioni e temperature fanno procedere una serie di reazioni di fusione nucleare che trasformano l’idrogeno in elio. Quando l’idrogeno è stato in buona parte consumato, se la stella ha dimensioni sufficienti, la fusione nucleare prosegue, ma stavolta il carburante è dato dai nuclei di elio che si uniscono, creando nuclei di carbonio. E così via, un elemento dopo l’altro: le stelle di maggiori dimensioni arrivano a formare nuclei di ferro, prima di esplodere come spettacolari supernove, spargendo nel cosmo i nuclei atomici prodotti durante la loro esistenza.

Tutti gli elementi che esistono si sono creati in questo modo, compresi quelli che formano il nostro corpo. L’età delle stelle è indicata quindi dagli elementi che le costituiscono e può essere dedotta dal loro aspetto, in particolare dal colore della luce che emettono. E’ significativo che, tra le 600 mila stelle mature dell’ammasso Messier 30, ne spiccano 45 che brillano di una adolescenziale luce blu. Poeticamente, vengono definite «vagabonde blu», perché in un grafico che rappresenta luminosità e temperatura se ne stanno da parte, rifiutandosi di seguire la fila dove sono allineate le sorelle.

«Le immagini di Hubble ci hanno mostrato 24 vagabonde blu con tutte le caratteristiche di stelle nate da un processo di fusione tra astri entrati in collisione, mentre altre 21 sembrerebbero originate da un trasferimento di materiale ancora in corso tra stelle che risentono di una reciproca attrazione gravitazionale», sottolinea Ferraro. In questi processi colossali i costituenti delle stelle coinvolte si rimescolerebbero e l’idrogeno, che era confinato alla periferia, verrebbe a trovarsi in posizione centrale, donando alle due signore un’identità unica, un fisico più tondetto e un cuore da ragazza.

Adesso non resta che cercare conferma a questa osservazione in altri ammassi di stelle, dove gli astri troppo giovani dovrebbero avere caratteristiche simili a quelle delle ragazze di Messier 30. «Ancora una volta sarà probabilmente Hubble a darci le informazioni che cerchiamo, perché solo un telescopio al di fuori dell’atmosfera, e che quindi non risente del suo effetto di disturbo, può darci le immagini ad altissima risoluzione di cui abbiamo bisogno», aggiunge Ferraro.

Tra l’altro, anche Hubble sembra godere di un’indomabile gioventù: lanciato nel 1990, ha beffardamente oltrepassato le date che avrebbero dovuto segnarne la pensione, regalandoci immagini sempre più straordinarie. L’ultima missione di manutenzione è avvenuta a maggio e ora Hubble, più in forma che mai, marcia verso il 2014, quando dovrebbe essere sostituito da un nuovo telescopio spaziale. Ma per quella data c’è ancora tempo, e molti misteri da svelare.

http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplrubriche/scienza/grubrica.asp?ID_blog=38&ID_articolo=1584&ID_sezione=243&sezione=

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Se il sole porta l’acqua 06.01.2010

L’uso di  sistemi di irrigazione a energia solare ha migliorato il reddito e l’apporto nutrizionale delle famiglie in alcuni villaggi dell’Africa sub-sahariana

L’acqua la fornisce il sole. Lo dicono i ricercatori della Stanford University che per due anni hanno verificato l’efficacia di alcuni sistemi di irrigazione a goccia basati su pompe alimentate a energia solare. L’esperimento è stato condotto in due villaggi del distretto di Kalalé nel Benin, in collaborazione con le associazioni agricole femminili.

Lo scopo della ricerca, finanziata dalla ong Solar Electric Light Fund (Self) e pubblicata su Pnas, era di promuovere l’irrigazione per aumentare il redditto delle famiglie di agricoltori locali e ridurre il grado di povertà e fame della zona. Ogni sistema di pompaggio è stato utilizzato da una trentina di donne, ognuna delle quali ha coltivato il proprio appezzamento di 20 metri quadri.

Sorprendenti sono stati i risultati: con una media di 1,9 tonnellate di vegetali ottenuti al mese, le agricoltrici sono diventate forti produttrici e, con il reddito extra ricavato dalle vendite nei mercati locali, hanno potuto acquistare alimenti per la stagione secca. Di riflesso, il consumo di vegetali nei villaggi irrigati con i sistemi a energia solare è cresciuto anche nella stagione secca. L’incremento è stato di 500-750 grammi per persona al giorno, che equivalgono a 3-5 porzioni di verdura (la stessa razione quotidiana raccomandata dal Dipartimento dell’Agricoltura statunitense).

Nell’Africa sub-sahariana solo il 4 per cento delle terre coltivate sono irrigate. Qui, le comunità rurali contano su un’agricoltura alimentata dalla pioggia – la cui stagione generalmente dura da tre a sei mesi all’anno – e sorretta dalle braccia delle donne che trasportano l’acqua dai pozzi ai campi. Ogni anno le famiglie devono affrontare una doppia sfida: dilazionare le provviste di alimenti fino al raccolto successivo (o acquistare cibo supplementare a costi elevati) e resistere alla denutrizione durante la stagione secca.

“L’indagine indica che l’irrigazione a goccia ad energia solare può fornire notevoli benefici economici, nutrizionali e ambientali,” sostengono i ricercatori. Secondo lo studio, inoltre, nonostante i più elevati costi iniziali, utilizzare l’energia solare per pompare l’acqua può essere più economicamente sostenibile a lungo termine rispetto ai sistemi di pompaggio a base di carburanti liquidi con emissioni nocive come la benzina, il diesel o il kerosene. (a.o.)

Riferimenti: Pnas doi/10.1073/pnas.0909678107

http://www.galileonet.it/news/12218/se-il-sole-porta-lacqua

Micro è meglio 06.01.2010

I ricercatori dei Sandia National Labs stanno lavorando a minuscole celle di silicio multicristallino esagonali, minimizzando lo spreco del costoso materiale

Microscopiche celle fotovoltaiche, con meno di un millimetro quadro di area – contro quindici centimetri di quelle convenzionali – e venti micrometri di spessore – contro cento. Le stanno mettendo a punto presso i Sandia National Labs (California), grazie a un progetto di tre anni finanziato dal Department of Energy Solar Technologies Program statunitense.

Il materiale di base è sempre il silicio multi-cristallino, l’attuale standard d’eccellenza in fatto di efficienza, che permette di convertire in energia elettrica il 14,9 per cento della luce solare che colpisce la superficie delle celle. In questo caso, però, per lo stesso “guadagno” di energia, di silicio se ne usa cento volte meno, mentre l’efficienza resta inalterata.  A celle così piccole, inoltre, viene data facilmente una forma esagonale, la migliore per rivestire le superfici minimizzando lo spreco di materiale.

Per realizzare le micro-celle, che ricordano le spettacolari diatomee, non si è ricorsi ad alcuna particolare tecnologia, ma sono stati utilizzati i metodi convenzionali. Lo strato (o wafer) di silicio, trattato in modo da conferirgli le proprietà elettriche necessarie e coperto dai contatti metallici, è stato tagliato e intagliato con sostanze chimiche che “mangiano” solo determinate parti dei cristalli.

Le celle così ottenute possono essere incorporate a sistemi ottici e combinate con lenti refrattive (troppo costose per essere applicate a celle più grandi) che catturano il 90 per cento della luce, invece che l’80 per cento delle lenti utilizzate normalmente.

Cosa forse più importante, celle così piccole restano in sospensione negli inchiostri e possono essere stampate su moduli solari flessibili. Oggi, simili moduli si possono realizzare utilizzando celle organiche, la cui efficienza, però, difficilmente supera il 4 per cento.  (t.m.)

Riferimento: Sandia

http://www.galileonet.it/news/12219/micro-e-meglio

Cari sindacati, la proposta non è banale 07.01.2010

di Luigi Manconi

Cara Renata Polverini e cari Angeletti, Bonanni, Epifani, so bene che organizzare uno sciopero degli immigrati che lavorano nel nostro Paese è un’impresa ardua, che richiede molto tempo. E che, oltretutto, solleva una questione di unità: è giusta una mobilitazione dei soli immigrati, molti dei quali già iscritti ai sindacati? E, tuttavia, non possiamo ignorare che in Francia il primo marzo 2010, vi sarà un’iniziativa esattamente di tale natura. Lo slogan è semplice: “24h sans nous ” (un giorno senza di noi), ma tutt’altro che banale. Esso allude a una realtà a dir poco sottovalutata, ma in verità rimossa. Ovvero il ruolo che il lavoro straniero svolge nella produzione di merci, beni e servizi e, in sostanza, della ricchezza nazionale.

Finalmente, i dati relativi a tale importantissimo contributo cominciano ad affiorare: di recente ne ha evidenziato alcuni, il governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi. E, così, si prende coscienza del fatto che quote significative del Pil e della contribuzione previdenziale, la massima parte del lavoro di cura (attività domestiche, baby-sitter, badanti, infermiere), le mansioni essenziali in alcuni settori (agropastorizia, ristorazione, pesca, ma anche edilizia e siderurgia) dipendono dal lavoro straniero. E che “un giorno senza” quel lavoro infliggerebbe un danno rilevante alla nostra economia. Insomma, gli immigrati rappresentano una parte insostituibile della forza lavoro di questo paese e degli altri Paesi europei e, dunque, la loro assimilazione a una minaccia sociale e la loro riduzione a un problema criminale, prima che un’infamia, è un’immensa sciocchezza. Autolesionistica, per giunta.

È vero, poi, che ci sono molti stranieri che delinquono, molti irregolari e molti altri che lavorano “in nero”. Mentre per i primi, è sufficiente l’attuale codice penale, per il secondo e per il terzo gruppo sono fondamentali le politiche di integrazione, capaci di sottrarre quei lavoratori alla doppia condizione di irregolarità (del soggiorno e del lavoro). Qui il ruolo del sindacato è a dir poco essenziale. Cgil, Cisl, Uil e Ugl non sono stati con le mani in mano, ma moltissimo resta da fare. Anche per evitare che i lavoratori stranieri, compresi quelli regolari, si sentano più deboli degli italiani, sotto il profilo dei diritti sindacali; e perché tra gli stranieri e gli italiani non si sviluppino forme di concorrenza. E si tratta di un pericolo di cui già si vede qualche traccia: e di cui i movimenti operai di altri paesi hanno fatto dolorosa esperienza. Per affrontare tutto ciò, non è necessario proclamare uno sciopero destinato a risultati assai esili: ma l’occasione della mobilitazione in Francia deve essere comunque colta. Per quel giorno, 1 marzo, i vostri sindacati potrebbero promuovere iniziative in tutta Italia, in particolare in quelle aree dove la convivenza tra stranieri e italiani è in atto da anni e risulta più faticosa. Assemblee, diffusione di materiale informativo, incontri aperti ai cittadini, campagne di tesseramento tra i lavoratori stranieri, “feste del lavoro”. Può apparire un piccolo passo, ma un buon inizio è già molto.

http://www.unita.it/news/italia/93404/cari_sindacati_la_proposta_non_banale

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Tsutomu Yamaguchi, l’uomo che sopravvisse al suo assassino 07.01.2010

Tsutomu Yamaguchi nacque il 16 marzo del 1916 in Giappone, a Nagasaki, una splendida città sdraiata su due valli offerte gratuitamente da altrettanti fiumi.

All’epoca Harry Truman aveva trentadue anni, ma non sapeva ancora che avrebbe cercato di ucciderlo.

Harry era un uomo come tanti, negli Stati Uniti di allora, di quelli che partirono spontaneamente per la guerra, convinti sul serio che fosse un modo per onorare la patria.

Una persona comune, finché non conobbe Tom Pendergast, il politico e la sua vita cambiò per sempre.

In quel mentre Tsutomu era solo un ragazzo.

Un ragazzo felice di vivere in una città affacciata sul mare. Sua madre glielo ripeteva quasi ogni giorno: sorridi, figlio mio, perché non è da tutti addormentarsi con la voce del mare nelle orecchie…

Il nostro avrebbe potuto ripeterle che era cosa comune, in Giappone, eppure accettava il consiglio senza fiatare perché avrebbe amato Nagasaki anche se fosse stata sul punto del mondo più lontano dall’acqua.

Semplicemente perché era la sua città.

Nel 1934 il partito democratico fece di Harry un senatore e nel 1941, l’anno in cui il Giappone bombardava Pearl Arbor, fu rieletto perché considerato un uomo onesto.

Un politico onesto…

Merce preziosa, allora come oggi, ovunque.

Tsutomu aveva preso tutt’altra strada.

Voleva essere un ingegnere, voleva progettare e costruire, lo aveva sempre desiderato, sin da adolescente, perché aveva intuito che poteva essere un modo perfetto per rendere merito alla sua terra.

Una terra impavida, capace di crescere fiera in mezzo a vulcani e alle onde del mare, consapevole che il vero coraggio è nel creare, giammai nel distruggere.

Nel 1945 fu un anno memorabile per Harry.

Prima divenne vice presidente degli Stati Uniti e non ebbe il tempo di gioire per quell’incredibile traguardo perché qualche mese dopo vide scomparire quel vice per salire sul gradino più alto del suo paese.

Disse che si sentiva come se il cielo gli fosse caduto addosso.

Non immaginava quanto quelle parole avrebbero potuto essere prese alla lettera per causa sua.

Dopo neanche quattro mesi di presidenza, l’uomo più potente del mondo condannò a morte circa duecento mila esseri umani, motivando la sua decisione con queste parole: l’abbiamo fatto per risparmiare la vita di migliaia e migliaia di giovani americani…

La mattina del 6 agosto del ’45 Tsutomu era tra quei sfortunati prossimi alla fine.

Era su un tram, tranquillo, mentre osservava le strade di Horoshima e la vita che scorreva ignara. Una bella ragazza in bicicletta, un cane randagio dallo sguardo melanconico, un signore accigliato che tornava a casa per lasciare per sempre sua moglie, i bambini che andavano a scuola, tutti contenti, tranne quella bimba dagli occhi rossi.

Perché è triste? Questo si chiese Tsutomu mentre scendeva dal tram.

Nulla di grave, era solo la conseguenza di una banale allergia.

E il cielo cadde su di loro.

Truman aveva vinto. Il Giappone si era arreso. Vittoria. Sconfitta. Mors tua vita mea.

Chi vince ha sempre ragione, si sa, e può fare ciò che vuole.

Ad esempio spedire il proprio paese ancora una volta in guerra, come nel 1950 in Corea, nonostante il parere contrario del Consiglio di sicurezza dell’Onu.

Tre anni dopo Harry lasciò la presidenza e per tutto il resto della sua vita continuò a credere che la via della pace fosse lastricata di atomi con la minaccia di esplodere in qualsiasi momento, se ce ne fosse stato il bisogno.

L’ex presidente Truman terminò il suo viaggio nel 1972, il giorno dopo natale.

Nel 1945 lui e il suo paese avevano vinto ed ora Harry era morto.

Nel 1945 il Giappone aveva perso.

Eppure la vita è strana, perché quando il suo assassino esalò il suo ultimo respiro, Tsutomu Yamaguchi, l’ingegnere che amava la sua città, uno degli uomini che avevano avuto la sventura di conoscere la verità sulla pace degli atomi, non sapeva che avrebbe vissuto ancora più di trent’anni.

Trent’anni in cui raccontare un’altra storia…

La Notizia: E’ morto Tsutomu Yamaguchi, l’ultimo sopravvissuto alle bombe atomiche

http://alessandroghebreigziabiher.blogspot.com/2010/01/tsutomu-yamaguchi.html

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È il primo sciopero Mediaset

di Antonio Sciotto

su Il Manifesto del 07/01/2010

L’azienda del Cavaliere lancia la protesta: «No alle esternalizzazioni». Lo stop forse domenica. Il primo a saltare è il settore trucco

I dipendenti Mediaset si preparano al primo sciopero nazionale della loro storia: la notizia ufficiale dovrebbe arrivare già questa mattina, con un comunicato di Cgil, Cisl e Uil. La data più probabile, domenica prossima: il Tg5 potrebbe non andare in onda, come sono a rischio la Domenica 5 di Barbara D’Urso e le trasmissioni Premium legate al calcio. La scintilla che ha fatto scoppiare la protesta è un fax mandato alla vigilia dell’Epifania ai sindacati: si annuncia l’esternalizzazione del settore «Sartoria, Trucco e Acconciatura» (detto più comunemente «Trucco e Parrucco»), 56 dipendenti tra Milano e Roma. Un colpo improvviso precipitato tra gli interessati, anzi tra le interessate visto che sono quasi tutte donne: la cessione a un’altra società viene vista un po’ come l’anticamera del licenziamento, o comunque come la minaccia di un futuro incerto. «Così diventiamo tutte precarie – ci spiega una delle truccatrici romane, che vuole restare anonima – Siamo tutte donne sopra i 40 anni, perlopiù separate o sole con figli: una di noi questa mattina si è messa a piangere, appena ha saputo».

La preoccupazione, però, così come tra truccatori, parrucchieri e sarti, si è diffusa in tutta l’azienda. Un po’ tutto il modello Mediaset è cambiato negli ultimi anni, e il timore dei dipendenti – tecnici, cameramen, produzione – è che questa esternalizzazione sia solo l’inizio. Trucco e acconciatura saranno ceduti alla «Pragma service srl», perché, ha spiegato l’azienda, «detti servizi non rappresentano una attività caratteristica del processo produttivo televisivo»: «Ma a questo punto – si chiede Roberto Crescentini, delegato Fistel Cisl – cosa sarà più definibile come “servizio caratteristico”? Potrà capitare lo stesso alla produzione, al montaggio, ai cameramen». E segnali che non si punti più sugli interni, ma che si preferisca affidarsi a service appaltati o a semplici precari sottocosto, arrivano ormai da tempo.

La sottoutilizzazione e marginalizzazione del personale Mediaset era già stato oggetto di un primo sciopero, fatto qualche mese fa, ma dal solo personale Videotime (riprese, tecnici sartorie, produzione): adesso, lo stop che si deciderà per i prossimi giorni, coinvolgerà invece anche Rti (redazione programmi) ed Elettronica industriale (il personale che si occupa della diffusione del segnale). In tutto, se comprendiamo anche gli addetti della Mediashopping (televendite), 3796 dipendenti.

I parrucchieri raccontano di come gli interni vengano utilizzati sempre meno, mentre per le grosse star si arrivano a impiegare «esperti di immagine» a 700 euro al giorno, oppure – all’altro estremo – giovani impiegati presso Srl o cooperative che guadagnano 6 euro l’ora. Così avviene per le troupes televisive: all’ultimo evento della Fao, la cui sede è a 200 metri dal Centro Palatino del Tg5, non è andata neppure una troupe interna, ma sono stati spediti operatori in appalto. Lavoratori che si riescono a pagare, tutto compreso, anche 50-60 euro per 8-10 ore di lavoro. Un bel risparmio.

D’altra parte, gli sprechi, raccontano i sindacati, ci sono eccome: gli appalti, in molti casi, costano di più degli interni. O affittare studi come Cinecittà, dove oltre alle scrivanie si deve pagare anche una voce per gli apparecchi telefonici, e persino le chiamate Roma su Roma non sono urbane, ma vengono spesso conteggiate come quelle fatte dagli alberghi.

Non basta: essere esternalizzati, vuol dire perdere il contratto integrativo Mediaset, dunque diritti e benefit. Addio al premio di risultato, ai fondi Unisalute (assicurazione sanitaria) e Mediafond (pensione integrativa), ma anche al diritto di passare allo straordinario dopo 7 ore e non dopo 10, come prevede il contratto nazionale, al godimento di orari migliori. «Dopo vent’anni in Mediaset, è come dire che ci stanno licenziando – spiega una delle lavoratrici – E poi questa Srl che ci assume, che garanzie ci dà? Ci fornirà i materiali per lavorare, e di che qualità? Ci pagherà i pasti?».

E dire che il presidente Fedele Confalonieri, alla vigilia delle feste di Natale, era venuto a Roma per un brindisi con i dipendenti, un saluto di fine anno. Aveva assicurato che nessuno rischia il posto, in un’azienda sana come Mediaset, nonostante la crisi. E il vicepresidente Piersilvio Berlusconi di recente ha annunciato l’acquisto di due tv in Spagna, sottolineando che il gruppo è più che in salute. «Ma a noi non fanno vedere neppure il piano industriale», protesta la Cisl, «quando li incontriamo dicono che tutto va bene, ma dei progetti non si sa nulla».

I giornalisti per il momento non scioperano, ma seguono con attenzione le vicende che coinvolgono tutti gli altri dipendenti Mediaset: anche perché il 22 dicembre scorso è stata ufficializzata la decisione di accorpare tutti i redattori del Tg4 e di Studio Aperto, oltre ai corrispondenti (anche del Tg5), in un’unica maxi-agenzia, di cui non si conoscono bene i contorni. Pure in questo settore le proteste non mancheranno.

Pervenuto da Luigi luleonin@libero.it su Lista_di_Geopolitica@yahoogroups.com

tratto da Uomo Libero numero 62 http://www.uomo- libero.com
Mario Consoli

Al servizio del mondialismo

La paradossale vocazione del comunismo e dei governi di sinistra a favorire il potere dell’alta finanza internazionale

Il rapporto tra governi di sinistra e «poteri forti» – La truffa della guerra fredda – Possibilità di giungere ad una corretta interpretazione della storia del XX secolo – Chi volle veramente la II Guerra Mondiale? – L’autentico significato dello scontro Imprevedibilità dell’esito bellico – Il ruolo di Stalin e del regime sovietico – La battaglia di Berlino – L’Armata Rossa,gli stermini, le violenze e gli stupri – Il vero vincitore dei conflitti del XX secolo – L’ininterrotto filo di collusioni tra comunismo e mondialismo

I primi provvedimenti del governo della coalizione di sinistra presieduta da Romano Prodi confermano i timori emersi nella vigilia elettorale. Come previsto, si è già dimostrato governo dei poteri forti.

Un esempio molto significativo: il decreto Visco ha reso obbligatorio l’utilizzo della transazione bancaria per i pagamenti ai professionisti. Tutti i movimenti finanziari superiori a cento euro – sia in attivo che in passivo – che riguardano gli «esercenti arti e professioni» dovranno passare attraverso un istituto di credito.

Chi non è titolare di un conto in banca – per necessità o per scelta poco importa – e ha mal di denti, o trova un odontoiatra disposto a fare l’evasore fiscale, o ha un parente od amico pronto a soccorrerlo col suo libretto d’assegni, o si tiene il mal di denti.

Chi non è inserito nella struttura bancaria non ha più diritto d’esistere!

Il provvedimento apparentemente potrebbe sembrare ispirato al desiderio di combattere l’evasione ed incrementare gli introiti fiscali, ma nella realtà, considerando la questione da tutti i punti di vista, è più probabile che provocherà un ulteriore aumento delle attività «in nero».

Quel che invece è certo è che il numero dei conti correnti subirà un vistoso incremento. Le banche, grazie al decreto Visco, otterranno un deciso accrescimento del loro già cospicuo bottino a danno dei cittadini. E, inoltre, di fatto si delega al controllo dei contribuenti italiani una struttura che, oltre ad essere assolutamente privata, oltre ad essere ispirata esclusivamente dall’utile usurario – quindi estranea ad ogni valore morale e ad ogni vincolo etico – ha più volte, sfrontatamente, affermato la propria determinazione di porsi fuori della normale applicazione delle leggi.

Si ricordi la questione dell’anatocismo: le banche furono condannate – nei tre canonici gradi di giudizio – a restituire ai propri clienti gli interessi sugli interessi indebitamente conteggiati ed incassati. Complessivamente una cifra enorme: 120.000 miliardi delle vecchie lire. Le banche, a questo punto, proprio come in una scena del «Padrino», fecero semplicemente sapere che «non avrebbero pagato». La Comunità Europea corse subito ai ripari e rimandò la questione alla Corte di Giustizia Europea, mettendo a disposizione delle banche italiane altri due gradi di giudizio. Eravamo nel novembre del 2004; da allora nessun correntista ha ricevuto un euro di risarcimento e dell’anatocismo non si è più parlato.

È dunque a queste organizzazioni fuori legge che il governo chiede aiuto nella lotta all’evasione fiscale.

E siamo solo ai primissimi provvedimenti. Si tratta ancora di questioni sicuramente di piccolo cabotaggio, ma sufficienti a indicare quali interessi si vogliono tutelare e a quali poteri si intende ubbidire.

Da Prodi non ci si poteva aspettare nulla di diverso: uomo della Goldman Sachs, lo abbiamo visto alla guida dell’IRI quando fu l’epoca dell’indegna svendita delle aziende di Stato, fu il privatizzatore delle banche pubbliche Credito Italiano e Banca Commerciale -, fu persino chiamato e pagato da George Soros per far parte di una speciale commissione internazionale di «esperti» costituita per organizzare la vendita delle aziende di Stato in Russia; una curiosità, che potrebbe anche essere eloquente: Prodi fu l’unico non ebreo dei sette componenti di quella commissione.

Ripetutamente lo si ritrova a lavorare nella direzione indicata dai poteri forti assieme agli altri privatizzatori doc: Amato, Draghi, Ciampi e compagnia. Diversi poi sono i nomi presenti nell’ attuale governo che ci riconducono al mondo della finanza: Tommaso Padoa Schioppa (che è stato nella BCE, in Bankitalia, nel Comitato di Basilea e che è membro nel Gruppo dei Trenta e dell’ Advisary Board dell’ Institute for International Economics di Washington); Enrico Micheli (che è stato vice presidente della Banca di Roma) e Massimo Tononi (che è passato direttamente dalla Goldman Sachs al Ministero dell’Economia) . A ben guardare si riscontrano anche curiose parentele: uno dei massimi facitori della nuova super-banca, San Paolo-Intesa, Pietro Modiano, è il marito del ministro Barbara Pollastrini, chiamata da Prodi a ricoprire un prestigioso incarico di governo nonostante non fosse riuscita a farsi eleggere né al Senato, né alla Camera.

Tutti uomini delle banche, amici o diretti dipendenti dei centri finanziari internazionali. Tutti ciurma del Britannia; quei pirati che si sono trovati nel mare di Civitavecchia il 2 giugno del 1992 ad organizzare il saccheggio delle proprietà del popolo italiano.

D’altronde il governo D’Alema, seguito al primo governo Prodi nel 1998, si distinse nell’essere ancor più filo-americano – in economia e in politica internazionale – dei governi di destra e di centro che lo avevano preceduto.

Fu proprio lui, un comunista entrato a Palazzo Chigi come presidente, a portare l’Italia in guerra, a fianco degli USA, contro un paese europeo -la Serbia contravvenendo, per la prima volta dal 1947, la Costituzione che all’ art. 11 recita: «L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali» . Fu lui ad autorizzare il decollo dei nostri bombardieri con destinazione Belgrado ancor prima che il dibattito su quell’intervento approdasse in Parlamento. Fu lui a consentire che gli aerei americani usassero come pattumiera per le bombe inutilizzate e altre «scorie» del genere i laghi e i mari italiani. E fu ancora lui ad americanizzare il mercato del lavoro nel nostro Paese, introducendo le assunzioni interinali, e a dare potenti colpi al già sconquassato Stato Sociale. Un compito che peraltro oggi Prodi ha già dimostrato di voler portare vigorosamente avanti.

Peraltro, proprio in queste settimane, a far da contrappeso ai sempre più diffusi dubbi sulle effettive responsabilità degli attentati dell’ 11 settembre 2001, in Italia è sceso in campo, come avvocato difensore degli USA e dei mondialisti, con la sua rivista Diario, l’ex direttore di Lotta Continua, Enrico Deaglio.

Appare dunque sempre più chiaro come le attuali dirigenze «di sinistra» non abbiano più nulla a che fare con le istanze delle masse lavoratrici, né con la grande utopia marxista, né con la rivoluzione socialista, e ormai nemmeno con quello spirito genericamente solidaristico che sembrerebbe essere l’ultimo collante rimasto per aggregare consensi elettorali. Un falso mito che aiuta a non comprendere e non accettare quel che realmente avviene. Un mito – siccome l’autocritica è sempre virtù rara – che riesce ancora a far moda e forse esprime l’insopprimibile vocazione a rimanere nostalgicamente fedeli a un sogno giovanile, anche se ormai definitivamente evaporato.

Il cantautore Giorgio Gaber, uomo che scelse l’intelligenza e la libertà come pilastri della propria esistenza e della propria produzione artistica, anche quando scomodi e controproducenti per il successo professionale, in una delle ultime canzoni ha scritto:

«La mia generazione ha visto migliaia di ragazzi pronti a tutto che stavano cercando

magari con un po’ di presunzione di cambiare il mondo

possiamo raccontarlo ai figli senza alcun rimorso

ma la mia generazione ha perso».

In realtà, la sinistra in Italia è approdata al totale ribaltamento delle posizioni politiche, economiche e sociali che perseguiva all’inizio. Esattamente come quel certo neo-fascismo che, partito per rappresentare i valori e le proposte politiche dei combattenti della Repubblica Sociale, si è trovato ad abbracciare posizioni conservatrici, filo capitalistiche, filo americane, fino a recarsi ripetutamente aTei Aviv, col capo coperto di cenere… e di kippah, accattonando assurde legittimazioni e innaturali benedizioni.

Ma, pur non potendo in alcun modo giustificare involuzioni di tal genere, si possono almeno ricostruire le tappe storiche e le condizioni ambientali che hanno accompagnato percorsi così insensati e contraddittori.

I fascismi avevano perduto la guerra e conseguentemente il potere all’interno delle nazioni sconfitte; i loro migliori esponenti erano morti in battaglia o per mano partigiana. I sopravvissuti, sbandati, senza chiari punti di riferimento, hanno vissuto una diaspora durata decenni e costellata di pesanti difficoltà pratiche e forti disagi psicologici.

Il neo-fascismo, quello coerente ed autentico – che è andato via via discostando si da quello parlamentare, sempre più manifestamente disposto ad abiure, anche sostanziali, pur di garantirsi un maquillage democratico e una operatività elettorale – ha vissuto un lungo e difficile periodo di «ritorno alle origini»sviluppatosi soprattutto con metodi da autodidatta, agglomerazioni elitarie, collocazioni metapolitiche; testimonianze ideologiche e culturali di enorme importanza, ma sempre molto lontane dai mezzi di comunicazione. Non è mai riuscito insomma a raggiungere la pubblica opinione e, quindi, spazi di consenso popolare. Un patrimonio di analisi, valori e proposte tenuto eroicamente in vita e – consapevolmente o no – lanciato oltre le trincee del tempo, per incontrare quelle future generazioni che saranno chiamate a vivere l’epoca dell’ineluttabile, devastante crisi del sistema mondialista.

Per il comunismo e i variegati movimenti di sinistra invece le cose sono andate molto diversamente. La guerra loro l’hanno vinta e sono rimasti al potere indisturbati in tutte le nazioni già sovietizzate prima del conflitto e, in più, hanno avuto a disposizione tutta quell’ enorme area che gli accordi di Yalta hanno condannato a sottostare al tallone dell’URSS.

Poi, dopo decenni di potere incontrastato, un bel giorno, all’improvviso, un gran botto e l’impero sovietico è imploso.

Non hanno avuto la giustificazione di una guerra persa, di una carestia, di una pestilenza, di un qualsiasi accidente estraneo alla propria responsabilità : hanno fatto tutto loro.

Le nazioni del blocco orientale si sono trasformate in nuovi mercati a disposizione del consumismo e della finanza internazionale; la gran madre di tutti i proletari del mondo evaporata, il paradiso comunista sparito, il muro di Berlino abbattuto; ed ora anche in Cina si respira aria di capitalismo.

D’improvviso un gran botto. E in tutto il mondo la gran massa di marxisti è rimasta col naso all’insù, in silenzio, lo sguardo attonito, stretto tra le mani l’ultimo brandello d’utopia, incapace di comprendere cause, significato e conseguenze di quel cataclisma.

E molti comunisti sono ancora così, nello stesso stato di stordimento e di inconsapevolezza. E sarebbe ora che qualcuno riuscisse a farli ragionare e spiegasse loro molte cose che sinora si sono rifiutati di capire o di accettare. Ad esempio la guerra fredda, che è stato un enorme bluff organizzato da USA ed URSS a danno di un’Europa spezzata in due; metà soggiogata dai cingoli dei carri armati sovietici e l’altra metà convinta che, senza la protezione atlantica, l’Armata Rossa avrebbe raggiunto Roma, Parigi e Madrid.

D’altronde, quella di far arrivare i sovietici al centro dell’Europa fu una precisa scelta politica anglo-americana fatta anche in contrasto con i comandi militari.

“Avremmo dovuto sbarcare nei Balcani. A quest’ora la Russia non sarebbe a Berlino».

Affermò il generale Mark W. Clark. Privilegiando l’obiettivo greco a quello italiano; sbarcando a Salonicco invece che in Sicilia e poi a Salerno e ad Anzio, a guerra finita, l’influenza sovietica non sarebbe arrivata in Jugoslavia e nelle altre nazioni balcaniche e sicuramente molte aree dell’Europa orientale sarebbero rimaste nella sfera occidentale. L’Armata Rossa si sarebbe dovuta fermare molto più ad Est.

I sovietici invece furono fatti arrivare sino al centro dell’Europa e, per consentire che la battaglia di Berlino fosse combattuta e vinta dai rossi, Patton fu trattenuto in Cecoslovacchia.

Da allora gli americani videro nel blocco sovietico più un complice da aiutare che un concorrente da combattere. Fuori dal chiasso della propaganda, gli USA hanno fatto di tutto perché in URSS la crisi economica non scoppiasse prima del dovuto. Le derrate di grano americano destinate ai porti sovietici non si fermarono neanche nei momenti più tesi della cosiddetta guerra fredda.

In effetti si è trattato di un teatrino organizzato ai nostri danni che gran parte della pubblica opinione, non solo di sinistra, ancora non è disposta a metabolizzare. L’autocritica, torniamo a ribadirlo, è sempre virtù rara. Una pantomima che ricorda quella organizzata da Totò in un film degli anni’ 50. Facendo finta di litigare con un «compare», il comico convinceva un turista americano a comprare la Fontana di Trevi. Più che l’evidenza della finzione valeva l’abilità degli attori e il folclore della messinscena. Nella realtà, per cinquant’anni, i «compari» USA e URSS, grazie all’effetto psicologico prodotto dalla guerra fredda, la fregatura l’hanno affibbiata a noi europei. I sovietici oggi non esistono più, ma gli americani, nonostante i sessant’ anni trascorsi, sono ancora qui con «armi e bagagli» e non mostrano nessuna intenzione di andarsene.

Giacché appare chiaro che il vincitore finale di tutti gli sconvolgimenti avvenuti nel mondo, dallo scoppio della Seconda Guerra Mondiale ad oggi, sia proprio quella concentrazione di poteri forti che chiamiamo mondialismo. Banche, grande finanza internazionale, i signori del denaro che, con il loro codazzo di camerieri sparso in tutto il mondo, hanno sotteso l’operare dell’Occidente e, più particolarmente, degli Stati Uniti d’America.

Questa constatazione risulta estremamente preziosa per offrire una nuova luce alla rilettura di quegli avvenimenti storici – bellici e post-bellici – che sinora ci erano stati presentati esclusivamente attraverso la lente deformante della propaganda dei vincitori. E l’apertura di sempre più numerosi archivi storici, e la maggiore disponibilità degli studiosi, grazie al lasso di tempo trascorso, a giudicare quel periodo con maggiore libertà, possono facilitare il compito di chi vuole affrontare questi argomenti con una certa obbiettività.

E molte questioni, sia pure con una gradualità a volte esasperante – causata dal fatto che la falsa informazione dei vincitori ha tutt’ altro che smesso di circolare e risulta anzi potenziata dai sempre più sofisticati sistemi di comunicazione mediatica – cominciano a prender nuova forma, a mettersi a fuoco, e mostrano di somigliare sempre più a quella «verità» affermata da quella coraggiosa pattuglia di storici – i revisionisti – che hanno pagato, e pagano tutt’ ora, il prezzo di pesanti persecuzioni personali per la loro scelta di libertà.

Nonostante rimangano ancora in vigore in molti paesi europei leggi speciali che pretendono di incanalare entro precisi paletti la ricerca storica e colpiscono penalmente chi invece ritiene la libertà di opinione e di espressione un inalienabile diritto dell’uomo, oggi, nonostante ciò, qualcosa di diverso si comincia a intravedere e qualcosa di più si riesce a comprendere.

È un po’ come in una mattina autunnale, quando piano piano si dirada la nebbia e prima appare un panorama indefinito, ovattato, poi, con sempre maggiore chiarezza, si scorgono le linee che definiscono le figure e infine i dettagli. Solo a questo punto ci si rende conto che prima il panorama lo si era solo immaginato, fidandosi dell’interessato racconto di altri e, soprattutto, lavorando molto di fantasia.

Numerosi dubbi stanno emergendo sul fatto che sia stata proprio la Germania a volere uno scontro mondiale. Se, ad esempio, Ciano non avesse sbandierato ai quattro venti la decisione di Mussolini di non partecipare al conflitto, Gran Bretagna e Francia, il 3 settembre 1939, avrebbero presentato la dichiarazione di guerra alla Germania? Se fossero stati convinti che le forze dell’ Asse, automaticamente – come stabilito nel Patto d’Acciaio – avrebbero fatto fronte comune, inglesi e francesi avrebbero mandato i propri soldati a come si diceva allora – «morire per Danzica» ?

E poi, a lasciare perplessi ci sono parecchie cifre e la corsa agli armamenti. La Germania disponeva di un quarto delle risorse – alimentari, energetiche e di materie prime – della Gran Bretagna, un quarto di quelle statunitensi, metà di quelle sovietiche.

Nel 1939 gli inglesi avevano 26 squadriglie aeree contro le cinque dell’anno precedente; una produzione di 3.000 aerei contro i 1.600 tedeschi destinata ad assegnare alla Gran Bretagna una superiorità in progressivo aumento; 15.000 aerei contro 7.000 nel ’40 e 20.000 contro 8.000 nel ’41. Gli effettivi di terra inglesi si incrementarono dal ’39 al ‘ 40 dell’ 80%, mentre quelli tedeschi solo del 25%. La leva obbligatoria è stata introdotta in Gran Bretagna nel 1939. Nello stesso periodo in Francia la leva è portata da un anno a diciotto mesi e poi a due anni.

Per ciò che riguarda il potenziale marittimo, la sproporzione risulta ancor più evidente e significativa: tra corazzate, portaerei, incrociatori e cacciatorpediniere, nel 1939 la Germania disponeva di 33 navi contro le 85 della Francia, le 270 dell’Inghilterra e le 270 degli USA.

Quando Hitler dette il via alla campagna contro l’Unione Sovietica, la Germania riuscì a mettere in campo 3.500 carri armati e 2.000 aerei. Ebbene, nel solo 1942, gli americani costruirono 45.000 carri armati e 60.000 aerei.

Tutta l’escalation bellicista messa in atto dagli Stati Uniti in direzione antitedesca ancor prima del ’39 – nonostante fino a tutto il ’41, si fossero ufficialmente dichiarati neutrali – sta a dimostrare quali fossero gli interessi che premevano verso un conflitto mondiale contro quell’Europa che si ostinava a proporre modelli socio-politici alternativi a quelli tipici delle demoplutocrazie e riconoscersi in valori di segno opposto a quelli già dominanti negli USA, del profitto e del consumismo.

Oggi che sul campo è rimasto un solo vincitore, è più agevole riconoscere il vero significato di quell’immane scontro: una scelta di campo, di valori, di concezioni della vita. Da una parte il denaro, la ricchezza, le banche, i battitori di moneta, dall’altra lo spirito più autentico dell’Europa, i contenuti delle sue millenarie civiltà e la libertà dei suoi popoli.

Lo avevano compreso con lucidità i capi dell’Italia e della Germania; lo avevano inteso numerosi esponenti delle emergenti classi dirigenti, come, per rimanere in Italia, i Giani, i Pallotta, i Ricci, i Mezzasoma, i Pavolini.

Lo aveva visto con estrema chiarezza, nella purezza della sua intuizione poetica, Ezra Pound:

«Contro natura

Ad Eleusi han portato puttane

Carogne crapulano

ospiti d’usura»

E da questa profonda consapevolezza derivò la sua netta scelta di campo che gli procurò pesantissime, inaudite conseguenze da parte dei nuovi barbari, delle «carogne» vittoriose. L’aver compreso e denunciato con passione e chiarezza ciò che non si doveva sapere gli costò assai caro.

Quello che molti ritengono sia stato il più grande poeta del XX secolo, fu rinchiuso in una gabbia di ferro nel campo di concentramento di Coltano, tra Pisa e Livorno, esposto al sole, al freddo, alla pioggia, di notte illuminato da fari accecanti; fu poi recluso per tredici anni negli USA, in un manicomio criminale, in una cella priva di finestre. In tutto il mondo continuavano ad essere pubblicate le sue opere e ad essergli conferiti premi letterari. La Corte Suprema statunitense fu bersagliata da ricorrenti appelli per la liberazione del poeta, provenienti sia dall’Europa che dalla stessa America, presentati dai più prestigiosi nomi del mondo culturale. L’ultimo aveva, tra i primi firmatari, Thomas S. Eliot, Robert Frost, Archibald MacLeish e Ernest Heminguay. Solo il 18 aprile del 1958 la Corte decise di dar fine a questo incancellabile crimine.

Grande lucidità dunque in Pound e profonda consapevolezza del suo periodo storico. Anche se i soldati che combattevano e i cittadini che vivevano quei tempi raramente, come spesso accade, avvertivano la portata globale e il significato autentico di quegli avvenimenti.

Anche se si cantava:

«Contro Giuda, contro l’oro

sarà il sangue a far la storia»

e ancora

«Europa insorgi! Sulle tue rovine
la Patria fonderemo proletaria,

Europa non sarai più tributaria

dell’ oro, ma del popolo fedeli»

i combattenti della Repubblica Sociale mettevano in gioco la propria vita soprattutto per l’onore, la coerenza, la fedeltà a una bandiera. Il peso della finanza internazionale non lo avevano ancora conosciuto direttamente. L’America era ancora lontana.

Molti ufficiali tedeschi sopravvissuti, che ho avuto occasione d’incontrare, alle mie domande circa il significato della Seconda Guerra Mondiale hanno parlato della questione dei Sudeti, di Danzica, della lotta al bolscevismo.

Ma l’aggressione mortale lanciata dalle forze mondialiste incombeva, pur se talvolta inconsciamente, su tutti. Ne troviamo ricorrente traccia, oltre che negli inni, nei libri, nei giornali, nelle trasmissioni radiofoniche, negli studi universitari e nei manifesti di Gino Boccasile.

Oggi, dopo il crollo del muro di Berlino e l’implosione dell’impero sovietico, i dubbi su quale fosse stato l’autentico motore scatenante il secondo conflitto mondiale si sono moltiplicati.

Inoltre, anche se le forze dell’ Asse erano impreparate a una guerra di così ampia portata, malgrado lo squilibrio delle risorse e dei mezzi, l’esito finale degli eventi risultò, quasi sino alla fine, estremamente incerto. Nonostante l’opera distruttrice dei bombardamenti anglo-americani – 2.615.000 tonnellate di esplosivo scaricate sulle città europee – non è sul piano della capacità di resistenza dei nostri popoli che la guerra si è persa.

Al contrario della potenza delle incursioni terroristiche operate dal cielo, le azioni di terra mostrarono nelle truppe anglo-americane goffaggine, scarso valore, tendenza all’insubordinazion e. Ben diversamente dalla rappresentazione che ne è stata fatta dall’industria di Hollywood, gli «alleati» non hanno certo vinto per merito dei propri soldati. E la storia ha continuato a ripetersi anche nei decenni successivi: quando si è passati dai bombardamenti alle azioni di terra sono stati sempre guai: in Vietnam, in Afghanistan, in Iraq.

Brucia ancora ai britannici la resa, a Singapore, di 138.000 loro soldati ai pochi contingenti nipponici del generale Yamashita nel febbraio del 1942. Churchill parlò, senza mezzi termini, di «scandalo militare». E che dire, pochi mesi dopo, dei 35.000 inglesi che si consegnarono, a Tobruk, nelle mani di Rommel ?

Ovviamente nessun film ha celebrato l’ammutinamento dei tremila soldati britannici che a Salerno si rifiutarono di proseguire la salita dell’Italia contro i tedeschi; riuniti sulla spiaggia, seduti sulla sabbia, presero a sassate gli ufficiali che volevano convincerli a rientrare nei ranghi.

Quando gli americani, all’alba del 22 gennaio 1944, approdarono ad Anzio, si trovarono di fronte uno schieramento di forze dell’ Asse più debole del previsto; Kesselring, che aveva a disposizione sei divisioni e quattro battaglioni di fanteria, era convinto che lo sbarco sarebbe avvenuto a Livorno e aveva spostato il grosso verso Nord. La Repubblica Sociale si era costituita da poco più di tre mesi e in fatto di truppe addestrate non poteva certo dare un gran contributo.

I numeri sono quindi a favore degli americani in un rapporto di tre a uno e il potenziale di fuoco in un rapporto di dieci a uno. Ora, per percorrere la cinquantina di chilometri che conducono da Anzio a Roma la quinta Armata americana del generale Clark ci mise più di quattro mesi, subendo perdite quantificate in 52.130 uomini.

Nel dicembre del 1944 le divisioni tedesche, ormai costituite solo da ragazzi diciassettenni della Hitlerjugend, attaccarono gli americani sul fronte delle Ardenne. Si respirava già aria di «guerra finita» e non era nemmeno più il caso di parlare di rapporto di forze. Ebbene, 9.000 uomini della 106” Divisione statunitense si arresero in blocco e, in pochi giorni, tra gli americani si contarono 16.000 caduti e 100.000 tra prigionieri e disertori; in 25.000 si procurarono ferite per non proseguire il combattimento. E questi sono solo flash scattati a caso tra i mille analoghi che si potrebbero ricordare.

No, non si può certo affermare che l’esito della guerra fosse scontato grazie al valore degli eserciti anglo-americani. E nemmeno si può parlare di un divario scientifico e tecnologico svantaggioso per il nostro continente, giacché, nonostante la sproporzione dei mezzi, in Italia e Germania si correva molto più che in America. Si è saputo dopo quanto il tanto sbandierato progresso americano fosse solo il risultato del saccheggio di scienziati e tecnici perpetrato in Europa a fine guerra. Valga ricordare, tra tutti gli esempi, la conquista dello spazio e il ruolo di Wernher von Braun; il frenetico sviluppo delle telecomunicazioni e il ruolo avuto da Guglielmo Marconi e dalla nutrita schiera di fisici e ingegneri elettromagnetici che hanno operato in Italia nei primi decenni del XX secolo.

Non poteva ritenersi decisiva nemmeno la questione della bomba atomica. Innanzitutto perché le inutili carneficine di Hiroshima e Nagasaki furono effettuate a guerra finita – i giapponesi avevano chiesto già due volte di arrendersi e l’intendimento statunitense era stato solo quello di creare a proprio vantaggio un deterrente da sfruttare in tempo di pace. Poi perché la ricerca atomica anche questa – era nata in Europa e non in Texas.

Non era quindi ineluttabile che si arrivasse a realizzare quell’ ordigno nel deserto americano anziché nel Terzo Reich. E, infine, perché gli stessi scienziati che sono considerati i padri della bomba, fino agli esperimenti pratici finali, eseguiti nel deserto di Alamogordo in New Mexico, ignoravano il potenziale di quella esplosione e le sue conseguenze; quindi la possibilità di un suo efficace impiego militare.

L’aneddoto che segue è in questo senso molto eloquente, oltre a rappresentare un preoccupante esempio dell’estremo cinismo americano ed anche della mentalità di un certo tipo di scienziati.

Fermi ed Oppenheimer, mentre si preparava la prima esplosione, fecero il giro di tutti i presenti raccogliendo un dollaro a testa per scommettere sull’esito dell’esperimento. Le opzioni erano: fallimento completo; un botto equivalente a una bomba di trecento tonnellate di tritolo; un’esplosione molto maggiore, pari a diverse migliaia di tonnellate; la distruzione totale del New Mexico; quella di tutti gli Stati Uniti d’America; l’incendio totale dell’atmosfera della terra.

No, nemmeno la questione atomica può puntellare il mito dell’ineluttabilità dell’ esito finale.

Lo stesso Fermi, giunto negli Stati Uniti dall’Italia, era convinto che le forze dell’ Asse avrebbero potuto vincere. Molti altri ebrei in fuga dall’Europa, arrivati in America, si ribellarono alla prassi di prender loro le impronte digitali: «se vinceranno i tedeschi» affermavano «useranno queste impronte per rintracciarci e ucciderci tutti». Erano dunque convinti che la sconfitta degli angloamericani fosse tutt’altro che un’ipotesi peregrina.

* * *

Diversamente da quanto affermato nel dopoguerra, Mussolini e Hitler ricevettero numerose e significative attestazioni di stima da parte degli uomini di cultura e degli statisti di allora.

Lenin e Trotzki se la presero con i socialisti italiani, rei di avere espulso quel Benito Mussolini che, secondo loro, era l’unico uomo capace di realizzare una rivoluzione in Europa. Il mondo della cultura riservò al dittatore italiano consensi entusiasti: da Ungaretti a Soffici, Prezzolini, Pirandello, Pareto, Papini, Mascagni, per non parlare di D’Annunzio e Marinetti. Ed anche all’estero, come nei casi di Le Corbusier, Stravinskij e George Bernard Shaw. Al Duce del fascismo giunsero giudizi lusinghieri da ogni parte del mondo, compresi i futuri nemici Chamberlain e Churchill. Il Mahatma Gandhi definì Mussolini un «superuomo». Un Papa, Pio XI, lo chiamò «uomo della Provvidenza» e un altro, Pio XII, «il più grande uomo da me conosciuto».

Anche il Fuehrer del nazionalsocialismo ricevette significativi apprezzamenti dagli statisti a lui contemporanei; basti ricordare il presidente americano Herbert Hoover e, in Gran Bretagna, il monarca Edoardo VIII e il primo ministro David Lloyd George.

A distanza di tempo si può affermare che tra i grandi estimatori di Hitler ci fu anche il suo acerrimo e, come vedremo, decisivo antagonista: il capo dell’Unione Sovietica, Josif Stalin.

Ben lontano dal giudicare il Flihrer un visionario o un pazzo, lo temette più di qualsiasi altro avversario e, a guerra finita, tardò molto a credere che fosse veramente morto. Ordinò numerose inchieste tendenti a verificare i particolari del suicidio e per due mesi non consentì agli anglo-americani di visitare il cortile della Cancelleria, a Berlino, dove, nei pressi dell’uscita del bunker, erano stati cremati i corpi di Hitler e di Eva Braun.

Il capo dell’Unione Sovietica era affascinato dalla personalità di quell’uomo, al punto di volerne conoscere anche i tratti meno noti. Stalin, a tal fine, fece arrestare i due uomini che più di tutti negli ultimi anni erano vissuti a strettissimo contatto con il capo del Terzo Reich: Heinz Linge e Otto Gunsche. Linge era stato al servizio di Hitler dal 1939, prima come attendente, poi come capo del personale di servizio. Gunsche era stato negli ultimi due anni aiutante personale del Fuehrer.

Furono chiusi ognuno in una cella d’isolamento, piena di cimici, senza la possibilità di vedere anima viva. Investigatori interrogavano, tutti i giorni, i due prigionieri usando spesso le stesse domande poste in ordine diverso per indurli a cadere in contraddizione e controllare la veridicità delle risposte con il metodo del riscontro incrociato. E poi, Linge e Gunsche dovevano ricordare tutto ciò che avevano affermato nella giornata, e metterlo per iscritto.

Il giorno dopo si ricominciava daccapo. Questo trattamento durò quattro anni, durante i quali i due testimoni furono anche riportati a Berlino per rispondere alle stesse domande nei posti degli avvenimenti; per indicare nuovamente, a distanza di tempo, il luogo dove avevano bruciato i cadaveri di Hitler e Eva Braun. Linge in seguito disse di essere giunto alla disperazione e di avere avuto paura di superare il confine che porta alla follia.

Furono liberati nel 1955 insieme agli ultimi prigionieri di guerra detenuti nell’Unione Sovietica.

A conclusione di queste puntigliose e interminabili indagini si ebbe un dossier ampio, dettagliato che, redatto in 413 pagine, fu consegnato a Stalin il 29 dicembre 1949. Il dittatore lo lesse e rilesse con attenzione e lo collocò nel suo studio personale. Ancora oggi è conservato nell’ archivio del Presidente della Repubblica della Russia, dove non è accessibile ai ricercatori di altre nazioni.

Ma Nikita Chruscev ne aveva fatto fare una copia che fece collocare negli archivi del partito dove, confuso tra migliaia di altri documenti, è rimasto ignorato sino a poco tempo fa quando lo ha rintracciato lo storico Matthias Uhl. In Italia, tradotto da Andrea Casalegno, è stato pubblicato l’anno scorso dall’UTET.

Documento redatto con la evidente, condizionante preoccupazione di non risultare sgradito al committente – Stalin – si rivela ugualmente ricco di dettagli, sfumature, rivelazioni ambientali e personali, precisazioni sugli incontri dei vertici tedeschi, sulle decisioni strategiche, sul come fu vissuta la sconfitta, dalle prime avvisaglie alla tragica fine. Tutto materiale prezioso per chi svolge indagini storiche e vuole continuare a farlo all’insegna della libertà di ricerca, di opinione e di espressione.

* * *

Se non furono l’efficienza, le qualità e lo spirito degli eserciti anglo-americani a segnare la differenza e determinare l’esito del conflitto, sarà opportuno focalizzare il dove e il quando gli avvenimenti presero una direzione opposta a quella dell’inizio della guerra, che era stata decisamente favorevole alle forze dell’ Asse.

Qual è stato il fronte nel quale le armate del Reich sono state fermate e le previsioni di Hitler contraddette dai fatti? È ad Est che bisogna guardare, agli esiti dell’Operazione Barbarossa e, quindi, all’ Armata Rossa.

Ma l’esercito sovietico non era certo più valoroso, o meglio addestrato di quelli anglo-americani. Anzi, le testimonianze e le ricerche storiche sinora effettuate ci descrivono una massa di impreparati, di incapaci, di disperati più votati alla morte che al combattimento. Nel luglio 1941 il capo di stato maggiore Franz Halder scrisse: «I sovietici fanno avanzare i loro uomini in contrattacco, senza il minimo appoggio di artiglieria, anche in dodici ondate una dopo l’altra. Spesso sono reclute inesperte che si prendono fra loro sottobraccio e, con i moschetti ancora a tracolla, caricano le nostre mitragliatrici, spinti dal terrore dei commissari politici e dei loro ufficiali. La superiorità numerica è sempre stata la forza dell’URSS, e adesso il comando sovietico ci sta costringendo a massacrare quei poveracci che nulla fanno per evitare la morte».

Le cifre che, col passare degli anni e con l’accesso agli archivi, divengono sempre più precise, ci indicano un rapporto di caduti in battaglia impressionante: 8-10 soldati sovietici per ogni tedesco.

Quando la XX Armata del generale Andrej Vlassov viene bloccata ad ovest del Volchov, cominciano a scarseggiare viveri e rifornimenti. Succede di tutto; i soldati dimostrano di non possedere nessuna capacità di tenuta e, in breve, dilagano casi di cannibalismo, suicidi, diserzioni; a gruppi gettano le armi e si arrendono ai tedeschi. Lo stesso Vlassov, rimasto isolato, si nasconde in una fattoria, ma il contadino si affretta a denunziarne la presenza ai tedeschi; vestito di cenci, con voce flebile e sguardo terrorizzato, il generale è condotto di fronte al comandante della XVIII Armata tedesca, generale Lindemann.

E tutto ciò non avvenne solo per merito dei soldati tedeschi; anche in Finlandia si era verificata la stessa cosa: il rapporto dei morti tra sovietici e finlandesi è anche qui di 8 a 1. La prima campagna contro quella piccola nazione – novembre 1939, marzo 1940 – costò alla Russia, secondo le varie fonti, da 400.000 a un milione di uomini. La cifra più alta è quella fornita da Nikita Chruscev nelle sue memorie.

I soldati dell’esercito sovietico scappavano, venivano colpiti e cadevano come mosche; le Armate si disperdevano, si dissolvevano, eppure i tedeschi ne incontravano sempre di nuove, altre masse di soldati a sbarrar loro la strada. Nelle memorie di un ufficiale tedesco impiegato a nord di Mosca si legge: «L’offensiva nemica che avanzava sulla neve era formata da successive ondate di immensi reparti. Le nostre mitragliatrici sparavano senza sosta, al punto che non riuscivamo neppure a udire le nostre stesse voci. Davanti a noi, sulla neve, si stendeva uno scuro e macabro tappeto di morti e di moribondi, ma quelle masse di umanità continuavano ad avanzare, sempre più vicine, come se fossero inesauribili. Gli ultimi sovietici cadevano sotto i colpi delle nostre mitragliatrici solo quando erano a portata delle bombe a mano. Ma subito dopo, mentre i nostri mitraglieri cercavano di riprendere fiato, ecco in distanza qualcosa che si muoveva, una spessa linea scura sull’orizzonte. E tutto ricominciava» .

Il generale Ferdinand Schorner, comandante del Gruppo Armate Nord scrisse a Hitler: «I bolscevichi diventano più inetti giorno dopo giorno. I prigionieri catturati recentemente vanno dai ragazzi di quattordici anni ai vecchi. E la cosa più sbalorditiva è continuare a vedere avanzare queste animalesche orde di esseri umani».

Durante lo scontro tedesco-sovietico i russi ebbero perdite medie che si aggirano sui 25.000 uomini al giorno. In totale ne morirono undici milioni. Trenta milioni furono i feriti, i congelati e i mutilati: di questi, diciassette milioni furono rimessi in servizio e rimandati al fronte.

L’Armata Rossa fu distrutta cinque volte, e cinque volte ricostituita. Alla fine i sovietici mobilitati risultarono circa trentacinque milioni. Quando cominciò a scarseggiare l’elemento umano i soldati furono rimpiazzati con i feriti, con le donne, con le reclute asiatiche prive di ogni addestramento o qualità militari.

Ad ogni battaglia vinta cresceva l’ottimismo tra i vertici tedeschi. Scriveva Goebbels nel marzo 1943: «/ russi stanno già chiamando alle armi le classi 1926, il che prova che hanno subito perdite gravissime nel loro materiale umano» .

Ma poi, puntualmente, la doccia fredda: «Le divisioni sono sempre lì: ne distruggiamo una dozzina, ne compaiono altre dodici nuove» scrive nel suo diario di guerra il maggiore generale Franz Halder. L’Armata Rossa è come l’Idra dalle mille teste, più ne tagliano più ne ricrescono. «Abbiamo cominciato la guerra affrontando 200 divisioni nemiche, siamo già a 360».

Il 2 agosto 1942 il capo dell’Est dei servizi segreti dell’esercito tedesco, colonnello Gehlen, fece sapere che nel solo mese di luglio Stalin aveva messo in campo 54 nuove divisioni di fanteria e 56 nuove divisioni corazzate.

Anche in Hitler lo stupore cresceva col passare dei mesi: «Dove prendono questa forza i russi? Secondo i miei calcoli dovrebbero essere senza fiato da un pezzo. Non lo capisco», affermò nel febbraio del 1943. Ciò nonostante era a conoscenza delle perdite sovietiche – in un documento nemico intercettato si quantificavano in 11.200.000 tra morti, dispersi e feriti – e la logica lo induceva a credere che questo ricreare armate che puntualmente venivano distrutte, prima o poi dovesse finire. «Non dobbiamo pensare che questo esercito sovietico sia una specie di gigante medioevale che diventa più forte ogni volta che cade a terra. Un giorno anche la sua forza finirà».

Ma, alla mancanza di qualità, addestramento, eroismo, faceva da contrappeso il terrore che Stalin incuteva e che, attraverso la fitta rete di commissari politici, teneva vivo e costante in ogni settore della vita civile e presso ogni reparto dell’ Armata Rossa. Un terrore presente anche a livello di vertice. L’assistente militare di Churchill, generale Ismay, che si recò a Mosca nel 1941, riferì che «quando Stalin entrava nella stanza tutti i russi si irrigidivano in silenzio e lo sguardo di belve braccate negli occhi dei generali dimostrava fin troppo chiaramente il terrore costante in cui vivevano. Era una cosa nauseante vedere degli uomini valorosi ridotti in un tale stato di asservimento» .

Per i soldati, l’essersi arresi ai tedeschi voleva dire automaticamente esser segnati sul libro nero. I reduci dai campi di prigionia erano sospettati di tradimento: alcuni venivano rimandati al fronte nei Strafnoi batal’ on, i battaglioni di punizione dell’ Armata Rossa cui erano affidate le missioni suicide; il grosso finì fucilato, altri furono mandati nei Gulag. Chi sopravvisse a quell’ inferno fu liberato solo dopo la morte di Stalin.

Accusati di non aver svolto attività partigiane durante l’occupazione tedesca, furono falcidiate intere popolazioni di caucasici, uzbeki, bielorussi, baltici, estoni, lituani, russi e ucraini. Questi ultimi, già nel biennio 1932-33, avevano subito dai bolscevichi un genocidio di sette milioni di persone e la deportazione in campo di concentramento di altri due milioni.

Il numero delle vittime delle purghe staliniane raggiunse cifre da capogiro; molte ricerche storiche sono arrivate a contarne fino a trenta milioni. Durante la conferenza di Yalta, Stalin si vantò con Churchill di aver fatto uccidere, solo tra i contadini, oltre dieci milioni di esseri umani.

Per terrorizzare le popolazioni coinvolte direttamente nella guerra, Stalin nell’àmbito della politica della terra bruciata – escogitò anche uno stratagemma di rara ferocia: costituì dei gruppi speciali che, travestiti da tedeschi, andavano a mettere a ferro e fuoco paesi vicini al fronte; le popolazioni venivano trucidate; si lasciava in vita solo qualche individuo perché facesse da testimone e propagandasse l’odio per il tedesco occupante.

Questo ordine di Stalin, sinora poco noto, che pubblichiamo integralmente nella pagina accanto, è stato rintracciato nell’archivio nazionale di Washington.

I civili poi, in generale, pagarono il clima bellico con privazioni di ogni tipo. Vi furono in molte zone casi di cannibalismo; particolarmente si ricordano quelli di Leningrado, durante l’assedio. Nel mercato di Kujbysev si vendeva carne umana, facendola passare per carne di maiale macinata.

Tra morti in guerra, morti per fame, vittime delle purghe staliniane, le conseguenze per il popolo russo furono devastanti. Circa 38 milioni è stata la sottrazione demografica accorsa alle nazioni dell’URSS, una cifra pari a quella dell’intera popolazione francese all’epoca di Napoleone III ed equivalente al 22% della popolazione sovietica del 1940.

Nei conteggi degli storici spesso si è arrivati anche a cifre più elevate. Franco Bandini, nel suo ultimo libro – pubblicato postumo nel 2005 – probabilmente grazie alla possibilità che ebbe di attingere a dati più completi e aggiornati, arriva a scrivere di un «buco reale di circa 60 milioni di russi».

La decimazione fu ovviamente, a netta prevalenza, maschile. Tra i russi, a guerra finita, si ebbe un disavanzo tra donne e uomini come non si è avuto, nella storia recente, in nessun popolo. Nel 1959 si registrava ancora un esubero di 21 milioni di donne rispetto al numero degli uomini. E questo procurò non poche conseguenze: dall’importazione di popolazioni maschili dell’Est al ripetuto tentativo di legalizzare la bigamia. Per molti aspetti la femminizzazione della popolazione russa si è cronicizzata e ha provocato profonde mutazioni nel costume e nella morale popolare.

Lo scrittore Fedor Abramov pubblicò nel 1968 un racconto nel quale riferì,piuttosto fedelmente, la storia di un villaggio del nord della Russia, lungo il fiume Pinega. Una storia simile a quella degli innumerevoli altri villaggi sparsi a nord, est e ovest di Mosca.

Durante la guerra la campagna si svuotò di uomini, dato che l’Armata Rossa era costituita soprattutto di contadini, e la mano d’opera fu sostituita con quella delle donne, dei vecchi, degli adolescenti e dei bambini. Vivere in quel posto divenne molto duro. Si mangiava di meno, ci si ammalava più spesso, sovente si moriva. La speranza era quella che, a guerra finita, le cose potessero tornare come prima. Ebbene, da quel villaggio erano partiti un centinaio di uomini: ne tornarono tre; uno mutilato, uno debilitato da una lunga prigionia e solo uno in salute.

* * *

Nelle memorie del maresciallo dell’Unione Sovietica V. D. Sokolovskij, il capitolo dedicato alla conquista della capitale del Terzo Reich comincia così: «Vincendo la tenace resistenza delle truppe tedesche, il primo fronte bielorusso avanzava verso Berlino».

Sino alla fine, dunque, la caratteristica dello scontro russo-tedesco rimane immutata. Un dispiegamento di uomini e mezzi impressionante contro un numero di soldati molto inferiore, ma ben addestrati, valorosi e determinati. Anche quando, giunti al ripiegamento totale, con scarsità di mezzi e senza più prospettive di vittoria, le potenzialità dell’esercito tedesco avrebbero dovuto essere ancor più ridotte.

Contro Berlino i sovietici si muovono con 20 armate, 150 divisioni 2.500.000 uomini (le fonti sovietiche riportano addirittura la cifra di 3.500.000) – più di 50 mila cannoni e mortai, 8.000 carri armati e pezzi d’artiglieria semoventi corredati di 7 milioni di granate, oltre 4 armate aeree: 8.400 apparecchi.

Berlino, città martoriata di giorno e di notte dai bombardamenti aerei – il centro era distrutto dal 50 al 75% – era irriconoscibile; molte strade erano sparite. Ci si muoveva lungo stretti camminamenti ricavati tra le montagne di macerie. Delle case rimanevano spezzoni, scheletri di muri sinistramente illuminati dagli incendi che divampavano senza sosta. Una colonna di fumo, densa, scura, enorme, si ergeva sopra la città, ondeggiando come un lugubre drappo visibile ad oltre cento chilometri di distanza.

Berlino era difesa da 300.000 uomini di cui solo 90.000 all’interno della città. Molti di costoro erano ultrasettantenni o giovani tra i 12 e i 15 anni. La popolazione si era ridotta a 2.700.000 abitanti, di cui 2.000.000 donne.

Nonostante tutto, incredibilmente, era ancora una città viva: funzionavano i mezzi pubblici, la metropolitana, la posta, la nettezza urbana, erano aperti cinema, teatri e ristoranti. I giornali uscivano, il 65% delle imprese funzionavano e 600.000 berlinesi andavano al lavoro ogni mattina. Nelle officine di Spandau uno dei dodici quartieri di Berlino – si fabbricavano a pieno ritmo granate e munizioni. La Siemens di Siemensstadt continuava a produrre materiale elettrico; nelle fabbriche di Marienfelde, da Weissensee ed Erkner uscivano ancora grandi quantità di cuscinetti a sfere e macchine utensili; la Rheinmetall- Borsig di Tegel fabbricava bocche da fuoco e affusti di cannone; carri armati, autocarri e semoventi uscivano dalle catene di montaggio di Alkett e Ruhleben.

Il 16 aprile 1945 si scatenò l’offensiva finale. Il generale Konev spingeva da sud; il generale Zukov da nord-est: come un «leone inferocito» – così lo definì il generale Popiel- urlò agli ufficiali e a quei soldati che gli stavano più vicino: «Prendete Berlino!».

Ma, nonostante la macroscopica differenza di mezzi, di uomini e di munizioni, l’avanzata dei russi stenta a procedere. Ci vogliono due interi giorni d’inferno, d’ininterrotta pioggia di granate e proiettili, di fiumi di fuoco, per riuscire a forare le prime due linee di resistenza tedesca fuori Berlino.

«Siamo bloccati!» esclamò il generale Ivan Yushchuk al colonnello generale Mikhail Katukov, comandante della prima armata corazzata che, rivolto ai propri ufficiali si sfogò: «Questi diavoli di hitleriani! Non ho mai visto una resistenza simile in tutta la guerra».

Lo storico sovietico A. Jerusalimskij nel suo diario di guerra, il 26 aprile, dopo dieci giorni di offensiva, scrisse: «Le truppe tedesche continuano a resistere furiosamente» .

Goebbels, nel suo ultimo messaggio ai berlinesi e ai soldati posti alla difesa della capitale, trasmesso attraverso l’organo ufficiale del partito – Volkischer Beobachter – incitava: «Stringete i denti! Combattete come diavoli! Non cedete un palmo di terreno! L’ora decisiva esige l’ultimo e più grande sforzo!».

I tedeschi ubbidirono. Nonostante la guerra fosse palesemente arrivata a conclusione, nonostante la vita nelle ultime settimane si fosse svolta all’insegna delle più pesanti privazioni, nonostante la distruzione delle case, nonostante lo sconforto, i tedeschi ubbidirono.

Il rapporto di perdite sovietiche per ogni combattente germanico caduto a Berlino fu ancor più pesante di quello riscontrato nel corso dell’Operazione Barbarossa.

I difensori della capitale – molti i volontari giunti da tutta Europa – prendono velocemente dimestichezza con i lanciarazzi controcarro Panzer-faust; i carri armati che tentano di affacciarsi sulla Kurfurstendamm sono colpiti e vanno in mille pezzi. L’Alexanderplatz per diversi giorni continua ad essere imprendibile. Ad Hallensee cinque carri T-34 vengono distrutti da ragazzi in pantaloni corti, che poi vanno al contrattacco riconquistando il quartiere, casa dopo casa, piano dopo piano, stanza dopo stanza.

Ovunque ci sono focolai di resistenza. Lo Hochbunker, la torre di difesa antiaerea dello Zoo, rimane inespugnabile sino alla fine. Un soldato che vi si era rifugiato poi riferì: «Avevo tre anni di fronte sul groppone, tuttavia rimasi terrorizzato dal rimbombo dei pezzi da 88 nella cassa di risonanza del cemento armato. I civili invece non battevano ciglio».

Due milioni e mezzo, e forse più, di uomini armati fino ai denti, per entrare in una città distrutta e difesa da 90.000 combattenti: furono obbligati a procedere passo passo e impiegarono due lunghe settimane. La bandiera rossa fu issata sul Reichstag solo la notte del 10 maggio. Hitler si uccise nel bunker della Cancelleria il 30 aprile. Ciò nonostante, i berlinesi continuarono a combattere per altri due giorni.

Diverse città resisterono ancora più a lungo. I russi riuscirono a entrare a Breslavia solo il 6 maggio, lasciando sul terreno, tra morti e feriti, 60.000 loro soldati.

L’Armata Rossa pagò per l’operazione Berlino un prezzo enorme. Le truppe che entrarono nella capitale tedesca avevano lasciato alle proprie spalle perdite che sono state complessivamente quantificate nella cifra di 304.887 uomini.

Il maresciallo Zukov aveva aizzato i propri uomini a scatenare ogni istinto violento: «Soldato sovietico vendicati! Comportati in modo tale che non soltanto i tedeschi di oggi, ma i loro lontani discendenti tremino ricordandosi di te. Tutto ciò che appartiene al sottouomo germanico è tuo. Soldato sovietico, chiudi il tuo cuore a ogni pietà».

E i rossi si scatenarono: solo dentro Berlino 100.000 donne furono violentate; 10.000 fino alla morte. I berlinesi furono aggrediti, derubati, uccisi; 6.400 sono risultati i suicidi per disperazione.

A guerra finita, quando le popolazioni non ebbero più uomini in armi a difenderle, i popoli vinti subirono massacri e violenze senza precedenti.

Tre milioni furono i morti, prevalentemente donne, vecchi e bambini – il triplo di quelli che erano stati uccisi dai bombardamenti anglo-americani – nelle popolazioni costrette all’esodo dalle regioni orientali dopo l’8 maggio 1945. Un esodo di 16.500.000 tedeschi; una cifra equivalente a quella degli abitanti di Norvegia, Svezia e Finlandia messi assieme.

La sorte dei soldati tedeschi sopravvissuti alla guerra non fu migliore. In 3.242.000 morirono nei campi di concentramento; due milioni in quelli sovietici, un milione in quelli americani, 242.000 in quelli francesi, jugoslavi, polacchi e cechi.

Otto milioni di persone abbandonarono le loro case in Prussia, Pomeriana e Slesia per fuggire dall’ Armata Rossa e rifugiarsi nei territori occupati dalle truppe anglo-americane.

Il terrore suscitato nelle popolazioni civili dai soldati sovietici era ben motivato. Ovunque erano passati avevano lasciato il segno: devastazioni, fucilazioni in massa e, sempre, stupri di ogni tipo. Complessivamente due milioni di donne tedesche furono violentate, di cui più della metà in gruppo. Un dirigente sovietico si vantò che in Germania, a guerra finita, erano nati quasi due milioni di bambini figli degli stupratori.

Esistono innumerevoli raccapriccianti testimonianze: un’ amica di Ursula von Kardorff, la spia sovietica Schulze-Boysen, «venne violentata da 23 soldati», uno dopo l’altro, e all’ospedale dovettero applicarle punti di sutura.

«l nostri ragazzi erano così affamati di sesso che spesso violentarono donne di sessanta, settanta e addirittura di ottant’anni».

«Sembrava che i soldati sovietici avessero bisogno di farsi coraggio con l’alcool per aggredire una donna. Ma poi, fin troppo spesso, eccedevano nel bere e, nell ‘incapacità di raggiungere l’orgasmo si servivano della bottiglia, con risultati spaventosi. Numerose vittime venivano mutilate in modo osceno».

«I soldati dell’Armata Rossa non credono ai legami individuali con le donne tedesche» scrisse il giornalista Zachar Agranenko nel suo diario «nove, dieci, dodici uomini alla volta, le violentano su base collettiva».

A Dahlem, suor Kunigunde, madre superiora di una clinica per la maternità e di un orfanotrofio, riferì che «all’arrivo dei sovietici, suore, ragazze, vecchie, donne incinte e madri che avevano appena partorito furono tutte violentate senza pietà». Ma c’era anche chi non si accontentava di «pescare nel mucchio», come era avvenuto nella Prussia orientale: i soldati dell’ Armata Rossa si aggirarono a lungo nei rifugi di Berlino, armati di torce elettriche, per scegliere le loro prede.

Il corrispondente di guerra Vasilij Grossman riportò che: «l’orrore domina negli occhi delle donne e delle ragazze. Cose terribili stanno succedendo alle donne tedesche. Un tedesco istruito spiega con gesti espressivi e poche parole di russo che sua moglie quel giorno è stata violentata da dieci uomini […] anche le ragazze sovietiche che sono state liberate dai campi soffrono molto. La scorsa notte alcune si sono nascoste nella stanza assegnata ai corrispondenti di guerra. Nella notte siamo stati ridestati da forti urla. Uno dei corrispondenti non aveva saputo trattenersi». E ancora: «una giovane madre tedesca veniva violentata di continuo in un capannone di una fattoria. I parenti andarono al capannone e chiesero ai soldati di lasciarle il tempo di allattare il bambino, perché non smetteva di piangere. Tutto questo succedeva nelle vicinanze di un comando e sotto gli occhi degli ufficiali».

E, dunque, non solo le tedesche furono vittime della brutalità dell’ esercito di Stalin: in Polonia i soldati sovietici violentarono, dopo averle «liberate» dai campi di lavoro tedeschi, donne e ragazze ucraine, russe e bielorusse, anche di 16, 15 e 14 anni. La testimonianza di una di loro, tal Maria Sapoval: «Ho atteso per giorni e notti l’Armata Rossa. Ho atteso la mia liberazione e ora i nostri soldati ci trattano peggio di quanto facessero i tedeschi. Non sono contenta di essere viva». Lasciò scritto Klaudia Malascenko: «È stato molto duro stare sotto i tedeschi, ma ora qui non c’è felicità. Questa non è una liberazione. Ci trattano in modo terribile. Ci fanno cose terribili».

Milovan Djilas, che era stato il capo della missione militare jugoslava a Mosca, in una sua famosa intervista a Stalin si lamentò per gli stupri e le atrocità commesse dai soldati dell’ Armata Rossa nei Balcani. Il dittatore rispose: «Lei non riesce a capire che un soldato che ha fatto migliaia di chilometri fra il sangue e il fuoco possa divertirsi con una donna o fare qualche altra sciocchezza?» .

Peraltro, barbarie di questo tipo non furono appannaggio esclusivo delle armate sovietiche. Soldati americani dal 1942 al 1945 si dilettarono in questo «sport» oltre che in Germania, in Giappone, in Francia e addirittura nel territorio della loro alleata Inghilterra.

Ovviamente le indagini storiche su questi avvenimenti sono state sabotate in ogni modo, quindi i dati numerici che si possono documentare sono solo parziali e limitati ai casi nei quali le vittime si sono rivolte ad autorità di polizia, per denunciare l’accaduto, o sono state ricoverate in ospedali per ricevere le cure necessarie. Ebbene, in Occidente, si arriva già alla considerevole cifra di 17.080 casi di stupri, tra singoli e di gruppo, di cui 11.040 in Germania, 3.620 in Francia e 2.420 in Gran Bretagna.

Peraltro noi, nell’Italia del centro-sud, fummo vittime delle barbare azioni delle truppe marocchine al seguito dell’esercito francese.

Anche qui le autorità militari occupanti hanno impedito ogni accertamento e ogni precisa quantificazione. Ciò nonostante recenti studi storici sono riusciti a mettere a fuoco molti di questi avvenimenti, offrendocene un triste resoconto. Ci riferisce Tommaso Baris nel suo recente «Tra due fuochi»: «Per circa due settimane, dal 15 maggio all’inizio di giugno, le truppe francesi si abbandonarono a una serie impressionante di saccheggi, omicidi e stupri in tutti i paesi conquistati, soprattutto contro gruppi ristretti di persone o individui isolati, finché non fu ordinato loro di arrestare la marcia a Val Montone».

Una nota del 25 giugno del 1944 del Comando generale dell’ Arma dei carabinieri dell’Italia liberata alla Presidenza del Consiglio segnalava nei comuni di Giuliano di Roma, Patrica, Ceccano, Supino, Morolo e Sgurgola, in soli tre giorni (dal 2 al 5 giugno), 418 violenze sessuali, di cui tre su uomini, 29 omicidi, 517 furti compiuti da soldati marocchini, i quali «infuriarono contro quelle popolazioni terrorizzando le. Numerosissime donne, ragazze e bambine […] vennero violentate, spesso ripetutamente, da soldati in preda a sfrenata esaltazione sessuale e sadica, che molte volte costrinsero con la forza i genitori e i mariti ad assistere a tale scempio. Sempre ad opera dei soldati marocchini vennero rapinati innumerevoli cittadini di tutti i loro averi e del bestiame. Numerose abitazioni vennero saccheggiate e spesso devastate ed incendiate.»

Ad Esperia, altro paese del centro Italia teatro delle scorribande di quella soldataglia, ci riferisce ancora Baris: «furono violentati anche gli uomini, lo stesso parroco e molte donne anziane». Il medico condotto del paese riferì di oltre 700 casi di stupro.

Migliaia e migliaia furono le donne «marocchinate» in Italia. Fecero il giro del mondo la canzone napoletana che raccontava la nascita di Ciro, un bambino «niru, niru» e il film di Vittorio De Sica, con Sofia Loren, «La Ciociara».

Ovunque, insomma, queste nazioni di «liberatori», i cui rappresentanti a Norimberga non esitarono a sedersi sul banco dei giudici, si macchiarono di ignominia e barbarie.

* * *

In conclusione, è legittimo porsi una domanda: se all’inizio degli anni Quaranta, al posto del regime sovietico in Russia ci fosse stato qualcos’ altro, un sistema politico più morbido, tollerante e pluralista; se al posto di Stalin ci fosse stato un normale presidente della repubblica o un monarca, o anche un dittatore, ma con meno «pelo sullo stomaco», non disposto cioè a mandare al macello a cuor leggero milioni di soldati e a fucilarne altrettanti, per essere sicuro di essere ubbidito, le cose come sarebbero andate a finire?

E, senza Stalin e i suoi sistemi, se l’Operazione Barbarossa non fosse stata fermata, i combattimenti nei vari fronti – a nord, in Africa, nei Balcani – che piega avrebbero preso, e quale sarebbe stato l’atteggiamento degli Stati Uniti; quale il loro impegno militare, quale la loro partecipazione nei vari teatri di guerra?

Insomma, la Seconda Guerra Mondiale come sarebbe finita? Con una pace contrattata, o addirittura con il prevalere delle forze dell’ Asse?

Sicuramente si sarebbe giunti ad un assetto internazionale profondamente diverso da quello stabilito a Yalta e il ruolo dell’alta finanza e dei centri di potere mondialisti che la sottendono oggi non sarebbe quello di dominio planetario. Perché, dopo 60 anni, il volto del vincitore finale di tutti gli scontri del XX secolo si è svelato senza possibili equivoci: è proprio quello del mondialismo usurario. Un potere che va al di là del proprio attuale santuario, gli Stati Uniti d’America, giacché quando questo non fosse più funzionale ai propri disegni di prevaricazione globale – se ne è già avuta qualche piccola avvisaglia – non esiterebbe ad abbandonarlo per far vela verso lidi più propizi.

Il dollaro potrebbe essere sostituito da altra moneta o da una nuova forma di moneta; l’ «onore» di svolgere la funzione di braccio armato del mondialismo potrebbe toccare a un’altra nazione o ad una nuova formula di esercito, espressione di coalizioni controllate da un potere internazionale.

Ha vinto il mondialismo. Ad opporsi a questo potere globale è rimasto qualche paese arabo, quelli che ci vengono presentati come «canaglie» e verso i quali USA e Sionisti continuano ad aizzare tutte le altre nazioni; qualche paese latino-americano reso inoffensivo dalla costante minaccia di un colpo di stato organizzato dalla CIA o di uno sbarco di marines; qualche piccolo paese asiatico che si illude di disporre ancora di una impunità derivatagli da importanti protezioni internazionali; ma anche la Cina, ormai, ha dimostrato di essere disponibile a diventare mercato consumistico e terra per capitalisti e speculatori finanziari.

Ha vinto il mondialismo; a questo quindi sono serviti i milioni di morti europei, la distruzione delle nostre città, le persecuzioni, la perdita di sovranità delle nostre nazioni. A questo è servita la carneficina di 38 – o 60? – milioni di sovietici ordinata da Stalin, giacché l’URSS oggi non c’è più ed è ragionevole ritenere che senza questo immane massacro l’esito della Seconda Guerra Mondiale e tutta la storia successiva sarebbero stati molto differenti.

L’esercito dell’ Asse è stato battuto da quel poderoso muro di gomma che ha fermato l’Operazione Barbarossa. Un muro fatto di un numero infinito di corpi umani, di disperazione e di terrore; un muro che poteva essere realizzato solo da un regime come quello comunista e da un dittatore sanguinario come Josif Stalin.

Anche se può apparire paradossale, quindi, l’apporto determinante al dominio mondiale del capitalismo e dell’usurocrazia è stato fornito proprio da quelle masse che si erano poste dietro le bandiere rosse in nome di una rivoluzione proletaria, socialista e anticapitalista e dai regimi che erano sorti grazie alla loro spinta.

I giganti della finanza internazionale, i paperoni che decidono il destino di interi popoli spostando moneta virtuale, o creandone dal nulla quantità incontrollate, gli intoccabili nuovi padroni del mondo poggiano i loro piedi sui liquami sanguino lenti lasciati dallo stalinismo così come dagli stermini operati da tutti i loro eserciti e da tutti i loro bombardieri.

Un fiume di sangue che non si è più fermato: che ha riempito le città dell’America latina e le foreste dell’lndocina, le savane africane, e poi la Palestina, il Libano, i Balcani, l’Afghanistan, l’Iraq; ovunque ci fosse un anelito di libertà da reprimere.

Sfoggiando un’ ineffabile ipocrisia, la fantasiosa propaganda mondialista continua incessantemente, nonostante siano passati oltre sei decenni, a presentare i vinti come il «male assoluto», il demone, l’origine di ogni sopruso e sopraffazione. Il resto – cioè le violenze perpetrate dal variopinto mondo dei vincitori – deve essere metabolizzato.

Si può cioè condannare Stalin, ma deve essere accettato per «buono» il giudizio da dare sull’assetto del mondo che è derivato dalla collaborazione con quel dittatore. Si può condannare Mao Tzetung – è proprio di queste settimane un serrato dibattito negli ambienti di sinistra su questi giudizi – ma la Cina dove si è appena recato Romano Prodi con il suo codazzo di speculatori e di capitalisti in cerca di affari e di favori, è il risultato storico della costruzione del «Grande Timoniere». Senza la sanguinosa repressione di piazza Tien An Men la Cina di oggi sarebbe un mondo assolutamente diverso. E, in ogni caso, in quella parte del mondo, i metodi repressivi non sono per nulla cambiati.

* * *

Nel 1937, mentre in Germania si nazionalizzava la Banca centrale e lo Stato, a nome del popolo, riacquistava la proprietà della moneta, nell’URSS, patria della rivoluzione proletaria, socialista e anticapitalista, la Gosbank, l’istituto di emissione sovietico, veniva privatizzata.

Tra i massimi realizzatori di questa – in verità ben poco propagandata riforma ci fu l’ebreo Armand Hammer – originariamente Heimann – nato in Russia nel 1898, ma cresciuto negli Stati Uniti dove il padre Julius si era trasferito e aveva fondato il Partito Comunista americano. Il nonno, un ricco costruttore di navi di Odessa, era noto per vantarsi di essere un diretto discendente dei Maccabei.

Armand Hammer entrò nel mondo degli affari grazie all’amicizia con Mortimer Schiff, figlio di Jacob Schiff, socio della Banca d’Affari Kuhn & Loeb (che oggi si chiama Shearson Lehman) e ritornò in Russia recando come cadeau per Lenin, un ingente quantitativo di grano. In seguito accumulò una fortuna grazie al contrabbando di alcool durante il Proibizionismo americano.

Divenuto per tutti il «miliardario rosso», Hammer divenne amico personale di Lenin, poi di Stalin e fino al 1989, anno in cui morì, di tutti i segretari del PCUS. Fu lui il giocoliere della finanza che convinse Stalin ad adeguarsi a tutte le altre banche di emissione del mondo mettendo nelle mani degli speculatori internazionali la proprietà e il controllo della moneta sovietica.

Questa vicenda, unita al determinante contributo che il regime stalinista ha dato all’esito del secondo conflitto mondiale, mette in evidenza la paradossale vocazione del comunismo e, via via sino ai nostri giorni, di ogni governo di sinistra, a favorire concretamente, nei fatti di ogni giorno, il dominio dei «poteri forti».

Entrando, insomma, in uno dei santuari del mondialismo, nella sede centrale di una grande Banca di emissione o d’affari, magari la Federal Reserve, se ci si imbattesse in un busto del «compagno» Josif Vissarionovic Stalin non sarebbe né anacronistico né disdicevole; anzi sarebbe giusto: un doveroso segno di riconoscenza per i benefici ricevuti.

Mario Consoli

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Ordine di Stalin, N. 0428 del 17 novembre 1941

La Stavka del Comando Supremo ordina quanto segue:

1. Tutti gli insediamentiin prossimità dei quali si trovano truppe tedesche e per una profondità variante da 40 a 60 chilometri dalla linea del fronte devono essere distrutti e dati alle fiamme. Lo stesso vale per quelli situati nella fascia di 20-30 chilometri delle direttrici dell’invasione nemica. Per la distruzione degli insediamenti nel raggio indicato deve utilizzarsi l’arma aerea, oltre che l’artiglieria ed i lanciagranate. Si devono altresì impiegare unità speciali esploranti, unità di sciatori e gruppi di partigiani, appositamente armati di ordigni incendiari.

I gruppi speciali devono condurre le azioni di annientamento indossando divise dell’esercito tedesco e delle Waffen-SS. Tale comportamento deve suscitare l’odio nei confronti degli occupanti fascisti e favorire il reclutamento di partigiani alle spalle dei fascisti. Bisogna fare particolare attenzione a risparmiare alcuni abitanti affinché, sopravvivendo, possano riferire e diffondere le notizie di atrocità commesse dai Tedeschi.

2. A tal fine in ogni reggimento saranno costituiti gruppi speciali di venti, massimo trenta, unità col compito di annientare e incel1diare gli insediamenti suddetti. Devono essere scelti combattenti che abbiano dato prova di coraggio. In particolare quelli che avranno agito con divise tedesche dietro le linee nemiche saranno proposti per una decorazione al valor militare.

Occorre diffondere nella popolazione la voce che i Tedeschi mettono a ferro e fuoco località e villaggi per punire i partigiani.

Archivio Nazionale di Washington, Stati Uniti

(Serie d’archivio 429, Sezione 461,Stato Maggiore dell’esercito, sezione Fremde Heere Ost Il, H 3/70 Fr 6439568)

da: J. Nolywaika – La Wehrmacht- Ritter, 2003

http://www.biopolit ica.it
http://www.dirittid elluomo.com
http://www.uomo- libero.com

“Il dominio di gente trista è dovuto unicamente alla viltà di chi si lascia soggiogare”
Plotino

“non esiste né Destra né Sinistra, ma solo il Sistema e chi è contro il Sistema”(Eduard Limonov)

“Imporre ad un popolo una religione che gli sia estranea è il modo migliore per fargli abbandonare, prima o poi, qualunque religione.
Il principale rimprovero che si possa fare al cristianesimo è aver creato le condizioni per l’ateismo.”

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Mediattivismo 040

In Piemonte vogliamo continuare a parlare della salute come “bene comune”

Eleonora Artesio*,   07.01.2010

Lettera dell’assessora alla sanità del Piemonte: a 30 anni di distanza il PSSR della Regione Piemonte torna a parlare della salute come “bene comune”. Per i detrattori si tratta di retorica nostalgica. E’ invece una urgenza culturale e politica contro l’insana voglia di politiche privatistiche

” Senza un linguaggio comune a tutti (medici, malati, sani, uomini, donne). Senza un modello comune di costruzione della salute, di difesa della capacità e della possibilità di vivere e senza un modello comune di malattia, l’assistenza sanitaria diventerà una torre di Babele,una costruzione sempre più costosa e sempre più inefficiente ”

Con queste parole, negli anni della riforma sanitaria, il prof. Ivar Oddone nel suo libro “Medicina preventiva e partecipazione” ammoniva sui rischi possibili e ancora prepotentemente attuali. L’antidoto suggerito consisteva in “linguaggio comune” e “modello comune”. Non stupiva né sembrava impossibile allora un percorso collettivo per ricercare equità nell’accesso alle opportunità e per condividere la selezione delle priorità: del resto le richieste di prevenzione dai rischi sul lavoro nascevano esattamente da una coscienza “comune” dei lavoratori indisponibili a scambiare ancora salute con salario; del resto la riforma sanitaria del 1978, che sancì il governo pubblico e la copertura universalistica dei servizi delle prestazioni sanitarie, scaturiva dalla cultura dei diritti fondamentali della persona definita dalla Carta Costituzionale e praticata nelle lotte delle organizzazioni sociali, dai sindacati ai comitati di quartiere.

A 30 anni di distanza il PSSR della Regione Piemonte torna a parlare della salute come “bene comune”. Per i detrattori si tratta di retorica nostalgica.
E’ invece una urgenza culturale e politica. Il diritto inalienabile della persona si è trasformato nel diritto dei cittadini che rivendicano la esigibilità delle cure in nome del prelievo fiscale col quale sostengono il servizio sanitario; la soddisfazione dei bisogni di salute è diventata equivalente al consumo di farmaci e di prestazioni; si confonde l’obbligo etico e sociale di curare con l’obbligo di guarire riducendo così a un costo le condizioni umane inguaribili, ma doverosamente curabili, come le malattie croniche.

Così accade che i cittadini non incontrino più le persone e si può legittimare la follia secondo la quale i non contribuenti, specie se stranieri o diversi, non abbiano titolo a condividere risorse di protezione sociale: a questo abbiamo assistito quando legislazioni xenofobe hanno tentato di imporre al personale sanitario l’obbligo di denuncia degli immigrati irregolari; a questo assistiamo quando – colpevolizzando le persone per le loro patologie si contestano i costi dei servizi che, accettando le fragilità e le cadute, accompagnano il disagio mentale e le diverse dipendenze; a questo ci adattiamo quando si legge o si ascolta l’invettiva scagliata contro il tempo per l’attesa nell’incuranza di codici più urgenti.

Queste tendenze non preoccupano solo per l’assenza di una etica pubblica, ma per la loro pericolosa saccenza. Sarebbe solo banale riconoscere che la condizione di ciascuno influenza il contesto comune ed è quindi, conveniente garantire il grado di salute di ciascuno per aumentare la qualità di salute dell’ambiente condiviso. Sarebbe salutare operare politicamente perché lo spazio pubblico si riappropri del tema della tutela della salute ora, non per essere chiamato a pronunciarsi come una tifoseria sull’autodeterminazione e sul fine vita – come accade ora – ma per riscrivere l’incontro più giusto tra il diritto individuale e il bene comune.

Nelle previsioni del PSSR questa sintesi è da ricercare nell’appropriatezza: offrire a ciascuno ciò che è veramente necessario in modo egualmente efficace in ogni punto del sistema. L’appropriatezza è garanzia di equità di sicurezza: l’abuso di farmaci e di prestazioni non è soltanto un danno economico, ma si traduce in effetti collaterali, in errori (falsi positivi), in incapacità di sintesi diagnostica, in sofferenza psicologica del malato. Promuovere la cultura dell’appropriatezza non esita da circolari ministeriali a regionali ma da un lungo lavoro di relazioni tra professionisti indipendenti, tra cittadini informati, tra politici programmatori: appunto quel linguaggio “comune” e quel modello “comune” da cui parte questa riflessione.

Il compito è arduo: da anni la sanità è stata sottratta alla dimensione
politica, intesa come “polis” e consegnata alla tecnica aziendalista fintamente neutra, ma ancor di più al percorso si oppongono altri interessi. All’offerta delle prestazioni sanitarie concorre non solo il pubblico, ma quel sistema misto pubblico – privato accreditato previsto dal servizio nazionale. L’imprenditoria sanitaria non è un’imprenditoria come un’altra: innanzitutto tratta un bene fondamentale, e in più ha un solo grande cliente, le Regioni che rimborsano le prestazioni.

E’ evidente che chi ha l’interesse a mantenere alti i margini delle entrate non potrà che alimentare bisogni presunti su un terreno fertile, cioè sulla più sensibile delle questioni umane, la paura delle malattie e della morte. Questo accade quanto la salute diventa una merce, mentre è un diritto e un bene collettivo. Quando la salute diventa merce allora è indifferente chi la produce e può accadere che si deleghi la gestione di interi segmenti assistenziali al privato con una conseguenza inevitabile: che il pubblico, illudendosi di mantenere il governo e la regia dal sistema, si spogli della cultura e dell’esperienza del fare, diventi incapace di incontrare le plurali condizioni di vita, ognuna con una storia clinica differente e, alla fine, subisca le logiche di coloro cui si è affidato.

I nuovi alfieri della modernità denunciano il volume, a loro dire eccessivo, del lavoro dipendente nel servizio sanitario, tentano di razionarlo con i blocchi delle assunzioni, censurano le Regioni che procedono alle stabilizzazioni del personale precario. I nuovi alfieri della modernità aspirano al mercato come regolatore del sistema e lo motivano con la libertà di scelta dei cittadini.
La Corte dei Conti, esaminando il bilancio della Regione Lombardia, ammonisce sulla diminuzione dei posti letto negli ospedali pubblici a favore di quelli privati: “Bisogna evitare il rischio che le strutture private accreditate per propria natura o per vocazione finanziaria possano perseguire un interesse meramente economico, non sempre coincidente con gli interessi di carattere generale…favorendo di fatto l’offerta di prestazioni ritenute più remunerative a discapito di altre di minore impatto sociale e di conseguente diverso ritorno economico”. Il Governatore Formigoni replica: ” la nostra riforma del 1997 equipara in maniera totale le strutture pubbliche con quelle private. L’obiettivo della riforma è che si possa scegliere tra tutte le strutture a disposizione”.

L’onorevole Casini dell’UDC interpellato sulle condizioni di alleanza con il centrosinistra in Piemonte invoca segnali di discontinuità che, in sanità si configurerebbero con la libertà di scelta dei cittadini. Spiace che parole alte come “libertà” vengano impiegate per un perimetro socialmente così mediocre come la libertà incontrollata di interessi di parte; preoccupano ancor di più le conseguenze possibili. In un sistema che moltiplicasse a quel modo l’offerta, sarebbe impossibile continuare a garantire la gratuità (o la partecipazione parziale); infatti c’è già chi dice che non si può dare tutto a tutti e che la crescita della spesa sanitaria in rapporto al PIL sia insostenibile.

Eppure i dati finora hanno raccontato un’altra storia: i Paesi con i Servizi Sanitari nazionali a finanziamento pubblico esclusivo o prevalente sono caratterizzati da livelli più bassi del rapporto spesa sanitaria/PIL e da tassi di crescita inferiori rispetto ai Paesi con più finanziatori. Tra il 1990 e il 2004 la spesa sanitaria in Italia è aumentata dal 7,7 al 8,7 del PIL; la spesa media nei Paesi U.E. dal 7,3 al 9,1; negli USA da 11,9 al 15,2; eppure in quegli anni si pubblicavano studi con proiezioni allarmistiche esattamente come ora.

Pare, quindi, che il SSN soffra di un problema di sostenibilità politica prima ancora che finanziaria: per questo occorre tornare alla centralità del suo carattere universalistico, incoraggiare la partecipazione delle organizzazioni sociali e delle professioni sanitarie, affermare la titolarità e la responsabilità pubblica in quel difficile compito di conciliazione tra diritto individuale ed interesse collettivo: per mantenere equa e sostenibile la nostra sanità. Oggi la vera discontinuità creativa è la conservazione di questi principi e di questo modo di essere: la modernità che può mantenerci in buona salute l’abbiamo già.

* Assessora alla sanità del Piemonte

Per le adesioni inviare una mail a: apetro@inwind.it
con scritto “aderisco al testo di Eleonora Artesio a difesa della sanità pubblica in Piemonte”

http://www.aprileonline.info/notizia.php?id=13878

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Immigrati: rivolta extracomunitari 07.01.2010

Sparano su africani ed e’ guerriglia urbana in Piana Gioia Tauro

(ANSA) – ROSARNO (REGGIO CALABRIA), 7 GEN – Scene di guerriglia urbana nella Piana di Gioia Tauro, per la rivolta di alcune centinaia di lavoratori extracomunitari.
La rivolta degli uomini, impegnati in agricoltura e accampati in condizioni inumane in una vecchia fabbrica in disuso e in un’altra struttura abbandonata, e’ scoppiata a Rosarno dopo il ferimento da parte di persone non identificate di alcuni extracomunitari con un’arma ad aria compressa.
La guerriglia ha causato dannia d auoto, cassonetti ed abitazioni.

http://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/GdM_italia_NOTIZIA_01.php?IDNotizia=299119&IDCategoria=2685

Immigrati: rivolta a Rosarno, residenti infuriati per danni subiti

Reggio Calabria, 8 gen. (Adnkronos) – E’ infuriata la gente di Rosarno dopo la rivolta degli immigrati. Nel centro cittadino l’effetto della protesta degli stranieri e’ devastante. Lungo la via principale i cassonetti dell’immondizia sono stati rovesciati in mezzo alla carreggiata e il contenuto sparso sull’asfalto. Un capannello di cittadini ha assistito nella notte alle operazioni delle forze dell’ordine, che hanno effettuato una carica di alleggerimento contro il gruppo costituito da circa 500 immigrati.

http://www.adnkronos.com/IGN/News/Cronaca/IMMIGRATI-RIVOLTA-A-ROSARNO-RESIDENTI-INFURIATI-PER-DANNI-SUBITI_4173919291.html

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Middle class, donne sull’orlo della bancarotta 08.01.2010

NAOMI WOLF

Mentre il mondo lotta per uscire dal semi-collasso economico dello scorso anno, c’è un sottogruppo che è scivolato al di sotto della linea di galleggiamento: le donne che un tempo appartenevano al ceto medio. Secondo un’inchiesta recente, quest’anno in America un milione di queste donne comparirà davanti al tribunale fallimentare. Un numero superiore, dice l’economista Elizabeth Warren, a quello delle donne che «prenderanno la laurea, avranno una diagnosi di cancro o chiederanno il divorzio». La loro difficile situazione – sintomatica di una condizione comune nel mondo – contiene una lezione utile per tutte noi.
Queste donne rovinate sono più istruite dei loro omologhi maschi: la maggior parte ha fatto l’università, più della metà è proprietaria della casa dove vive. A farle cadere da uno stile di vita medio-borghese a redditi di poco al di sopra del limite di povertà sono stati verosimilmente tre fattori: due economici e uno emotivo.

In primo luogo, queste donne nuotano nei debiti. Molte hanno lavori che impongono di tuffarsi nelle linee di credito solo per stare a galla. Altre sono state bersagliate – e raggiunte – dai produttori di beni di lusso e dalle società che emettono carte di credito, che beneficiano del modo in cui la cultura di massa lega certi tipi di consumo – gli abiti all’ultima moda, la borsa-must della stagione, l’ultimo modello di auto sportivo – ai racconti di una femminilità di successo.

Questa pressione non è limitata agli Stati Uniti. Nuove classi medie stanno emergendo globalmente e riviste come Cosmopolitan e Vogue si rivolgono, con gli stessi identici beni di lusso, a donne dell’India e della Cina appena ascese socialmente – molte delle quali appartengono a una generazione che, per la prima volta nella storia delle loro famiglie, dispone di un suo reddito.

La seconda ragione di questa bancarotta femminile è che una legge del 2005 contrappone nei tribunali le donne – che non possono permettersi costosi pareri legali – ai gestori di carte di credito per stabilire chi venga primo nei pagamenti quando l’ex marito, mancando ai suoi doveri, nega sia l’assegno di mantenimento dei figli sia il saldo degli acquisti.

C’è poi un terzo fattore, di cui poco si parla: le attese emotive e le proiezioni sul denaro. Nel programma sulla leadership delle giovani donne cui io collaboro al Woodhull Institute, vediamo regolarmente che ragazze del ceto medio – in percentuale superiore a quelle della classe operaia – provano imbarazzo a parlare di denaro. Quando lo devono introdurre in un colloquio – per esempio con il loro datore di lavoro – si scusano con parole controproducenti. Sono restie a negoziare lo stipendio e raramente sanno come farlo.

Ritengono che chiedere del denaro in cambio del lavoro sia «poco femminile». Danno per scontato che lavorare il doppio degli altri – senza mai chiedere riconoscimenti del loro valore – porterà un aumento perché qualcuno di importante se ne accorgerà.

Queste giovani donne tendono anche ad avere un’idea poco realistica delle loro finanze. Spesso non si curano di risparmiare perché danno per scontato – ancora! – che a salvarle economicamente arriverà il matrimonio. Per loro l’acquisto di un paio di scarpe costose o un bel taglio dei capelli è un «investimento» per un futuro romantico. E non si preoccupano di fare piccoli investimenti mensili. Questo cliché è spesso vero anche per le borghesi più anziane, che non sanno gestire le finanze della famiglia, perché hanno sempre delegato ai mariti il compito di pagare contributi, mutui, tasse e assicurazioni. Così, in caso di divorzio o vedovanza, sono economicamente vulnerabili.

Paradossalmente, le donne della classe operaia (e quelle di colore) raramente si rifiutano di interessarsi alle questioni economiche. Secondo la nostra esperienza, esse tendono a padroneggiare l’abc delle finanze e imparano a negoziare il salario, perché non possono permettersi il lusso di aspettare un cavaliere su un cavallo bianco che arriva a salvarle economicamente.

Questo pragmatismo economico delle donne povere è la ragione del successo, nel mondo in via di sviluppo, del microcredito, che mette il denaro nelle mani femminili. Sarei sorpreso se le donne borghesi nel resto del mondo – cresciute considerando certe forme di ignoranza e ingenuità economica come socialmente appropriate – riuscissero, senza un duro apprendimento, a essere affidabili e accorte come quelle più povere dimostrano di essere.

«Financial intimacy», l’ultimo saggio di Jacquette Timmons, una talentuosa coach finanziaria, fornisce delle verità che sarebbero state preziose per qualunque donna della classe media ora in crisi: «Oggi molte guadagnano ben più delle generazioni precedenti. Questo però non ha prodotto un più alto grado di sicurezza economica». La colpa è del tabù di-soldi-non-si-parla. Le donne della middle class ovunque nel mondo lo supereranno quando noi tutte avremo capito che i soldi non sono mai solo soldi e che diventare economicamente preparate significa allontanarsi dal ruolo sociale assegnato alle donne: quello di persone educate, economicamente assenti, sottopagate e abbagliate dallo shopping. Tutte le altre tremende pressioni che le spingono alla rovina continueranno a esistere, ma almeno un numero crescente di loro le affronterà con gli occhi bene aperti e, si spera, con molte alternative migliori.
Copyright Project Syndicate, 2009

http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=6829&ID_sezione=&sezione=

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Sigarette ricettacolo di batteri: uno studio USA 07.01.2009

Il fumo non solo fa male ai polmoni e al sistema cardiovascolare, ma può trasformarsi in un inaspettato veicolo di batteri e agenti patogeni.

E’ la scoperta pubblicata sulla rivista Environmental Health Perspectives e frutto di un gruppo di ricercatori della University of Maryland School of Public Health.

Lo studio è partito analizzando quattro marche di sigarette differenti: in tutti i casi è stata registrata un’elevata quantità di batteri nocivi per la salute dell’uomo, molti dei quali tra i principali responsabili di infezioni alla bocca e alle vie respiratorie.

Individuati i batteri, rimane il dubbio anche sulla loro provenienza.

Le ‘bionde che uccidono’ potrebbero essere contaminate in ogni fase della loro realizzazione: dalla coltivazione del tabacco alla raccolta, dalla lavorazione industriale all’impacchettamento.

Per il momento abbiamo soltanto individuato le specie di batteri presenti nelle sigarette e adesso intendiamo verificare con esattezza quale sia il loro impatto sulla salute pubblica” ha dichiarato la responsabile dello studio Amy Sapkota.

Per approfondire:

Fumo: il portafoglio vuoto fa bene alla salute?

Il fumo: quali rischi per la salute?

Il fumo nella storia

MFL

Fonti

Environmental Health Perspectives

http://news.paginemediche.it/it/231/la-mela-del-giorno/pneumologia/detail_124598_sigarette-ricettacolo-di-batteri-uno-studio-usa.aspx?c1=78

Dalla rassegna di http://www.caffeeuropa.it/ dell’11.01.2010

Sul Corriere della Sera, alla pagina delle Idee e Opinioni, un intervento dell’islamologo Olivier Roy, che compare sotto il titolo “Il vendicatore solitario di Al Qaeda: musulmano virtuale, terrorista reale”. Roy prova a spiegare cosa hanno in comune i terroristi che nel 2009 hanno tentato di colpire il territorio statunitense. Giovani globalizzati che si identificano con una umma musulmana virtuale e immaginaria”.

Su La Repubblica, nelle pagine dedicate alla lotta al terrorismo, si evidenziano le dichiarazioni di un’esperta della Hoover Institution, Jessica Stern: “Istruito, borghese e globale, identikit del nuovo terrorista” è il titolo dell’articolo in cui si sottolinea che la Stern evidenzia come gli Usa non capiscano la nuova Al Qaeda. I membri di questa organizzazione arrivano dai Paesi più repressivi del Medio Oriente e intendono destabilizzare gli Stati più deboli. Allo stesso modo e contemporaneamente si sottolinea che Al Qaeda recluta nei Paesi non islamici.

Su La Stampa il resoconto di una intervista, rilasciata ieri alla CNN, dal comandante in capo del CentCom (comando centrale Usa per il teatro mediorientale) in cui si parla di Iran per ipotizzare un bombardamento da parte americana degli impianti nucleari iraniani. Allo stesso modo si dà conto della precisazione del Presidente Obama, che ha sottolineato di non avere intenzione di mandare soldati americani nello Yemen e in Somalia: “Credo che in questa fase sia più efficace lavorare con partner internazionali”. Obama ha concluso ricordando che continua a pensare che il cuore della attività di Al Qaeda sia nella frontiera Afghano-Pakistana.

L’Unità intervista Benjamin Barber, già consigliere del Presidente Clinton. Il quotidiano riassume così il suo pensiero: “Su Afghanistan ed ecologia Obama sta sbagliando, ma la sanità sarà la svolta”. Bisognerebbe muovere verso il modello europeo di economia mista, secondo Barber, che sottolinea come lo Stato abbia il compito di controllare, regolare e garantire standard di giustizia sociale. Sul terrorismo dice che uno su cinque di coloro che vengono rilasciati riprendono l’attività terroristica. Se poi accetti che imputati di nazionalità saudita o yemenita vengano trasferiti nelle prigioni di casa loro, non hai più il controllo di ciò che accadrà e sai benissimo che alcuni saranno rimessi in libertà. Nulla dimostra che la presenza armata all’estero diminuisca la minaccia terroristica in casa, abbiamo migliaia di truppe a Baghdad e Kabul e stavamo per essere bombardati in casa nostra da un nigeriano. Qualunque intervento in terra stranier è un errore, perché sarai sempre visto come aggressore. Barber usa un paradosso: “Lasciamo l’Afghanistan, lasciamo che Al Qaeda diventi l’occupante e vedremo le tribù pashtun rivoltarsi contro di loro”.

Sui temi ecologici: “Siamo il Paese che ha maggiori responsabilità rispetto ai mutamenti climatici”, ma non c’è stato nemmeno il tentativo di esercitare una leadership in questo campo.

Tornando a La Stampa, si riportano le dichiarazioni del presidente yemenita Saleh, che pare abbia teso la mano ai ribelli affermando: “Il dialogo è la migliore soluzione anche con Al Qaeda e gli alawiti (sciiti del nord). Siamo pronti a parlare con loro se depongono le armi.

Sullo stesso quotidiano un articolo che continua ad occuparsi del “grande assalto ai cristiani”. Cinque chiese distrutte in Malaysia, a Kuala Lumpur continuano le violenze contro i cattolici esplose dopo una disputa sull’utilizzo della parola Allah come sinonimo di Dio anche per i non musulmani, in Egitto arrestati 28 copti, accusati di fomentare disordini. E ad Algeri sono riapparsi i barbuti islamisti, che hanno assaltato e incendiato la sede dei protestanti kabili.

L’Unità parla della Commissione di inchiesta parlamentare in Iran che ha duramente accusato l’ex procuratore generale di Teheran per i maltrattamenti subiti da 145 manifestanti in un carcere a sud della capitale, dove i giovani arrestati si sono trovati al fianco di pericolosi criminali e sono stati picchiati e umiliati dai loro carcerieri. L’ex procuratore, ricorda L’Unità, era stato destituito nell’agosto scorso dopo la chiusura dello stesso carcere per decisione della Guida Suprema.

Su L’Unità un dossier firmato da Umberto de Giovannangeli si occupa di Gaza e del muro che l’Egitto sta costruendo al confine con la striscia palestinese. “L’opera in acciaio è a pova di bombe. ‘Difendiamo la sicurezza nazionale’”. L’Onu ricorda che il 60 per cento dell’economia della Striscia dipende da Gaza”.

Da segnalare il Focus del Corriere della Sera, che si sofferma sul numero degli immigrati impiegati in lavori stagionali. La stragrande maggioranza ha contratti “informali” e retribuzioni “non sindacali”, sono almeno 170 mila, impiegati, oltre che in agricoltura, anche nella zootecni, nel settore dei fiori e nell’agriturismo. In alcune regioni (Toscana, Emilia Romagna, Piemonte) ci sono anche corsi di formazione e progetti mirati agli immigrati.

La Stampa si sofferma sul probabile arrivo negli agrumenti del sud di raccoglitori romeni o bulari, “pronti a prendere ilposto degli africani”, finora attivi nell’edilizia.

Il Sole 24 Ore ricorda in prima pagina che oggi i 26 commissari della squadra della Commissione Ue di Barroso inizieranno le audizioni al Parlamento Europeo. Un “esame” per sostenere il quale è obbligatorio presentare una tesina in cui si illustra il proprio programma. “L’interrogazione” durerà tre ore.

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Rosario ha una storia: le lotte del bracciantato nel dopoguerra 27.01.2009

ROSARNO – Rosarno ha una storia. Ed è una storia di lotte contadine. Che con le occupazioni delle terre del demanio fecero di questo poverissimo borgo una ridente cittadina nell’immediato dopoguerra. Quella storia è disegnata su un affresco sul muro della posta centrale, in piazza Valarioti. Un uomo e una donna con un neonato in braccio, seguiti da un gruppo di contadini, marciano a testa alta in mezzo a oliveti e aranceti. Due generazioni dopo, a sfruttare il lavoro nero dei braccianti stranieri, sono i figli di quegli stessi contadini. La maggior parte dei terreni infatti è di piccoli proprietari, spesso eredi dei braccianti a cui vennero redistribuite le terre nel dopoguerra.

La Guerra aveva distrutto la già fragile economia calabrese. Braccianti e contadini erano più poveri di prima. Interi paesi erano senza strade, senza luce, senza acqua corrente, senza cimiteri, medici e scuole. Le prime occupazioni iniziarono nel settembre del 1944 a Casabona, in provincia di Krotone. Le truppe alleate non intervennero. Il movimento di occupazione delle terre dei latifondi iniziò a prendere forma, soprattutto nel crotonese. Il 28 novembre 1946 cadde la prima vittima. Giuditta Levato, uccisa per mano del fattore di un agrario, a Calabricata. Il 29 ottobre 1949 durante un’occupazione a Melissa, la polizia aprì il fuoco sui contadini. Morirono tre persone: Angelina Mauro, Francesco Nigro e Giovanni Zito. Altri 14 rimasero feriti. Due anni prima, il primo maggio 1947, si era consumata la strage di Portella della Ginestra, a Palermo, dove i banditi di Giuliano avevano ucciso 11 contadini.

E’ in questo clima che a Rosarno la cooperativa Primo Maggio di Enzo Misefari del Partito Comunista italiano, inizia le occupazioni dei circa 2.000 ettari di bosco di proprietà del demanio, intorno al borgo. I primi che occuparono le terre, furono arrestati dalla polizia di Scelba. Ma alla fine si procedette alla redistribuzione. Le terre venivano misurate con uno spago, da cui venne la misura di 6.660 metri quadrati della “cota”. Ogni bracciante aveva diritto a mezza cota. La coltivazione di arance non iniziò subito. All’inizio venivano usati per coltivare legumi e angurie.

Le famiglie contadine erano numerose, contavano sette o otto figli. Ogni mattina scendevano tutti in strada per cercare lavoro nei campi, come fanno oggi gli immigrati. Al bosco poi c’era la zona dei carcerati. “Ai carcerati” si chiamava. Erano terre che erano state riservate ai militanti finiti in carcere per le occupazioni e che vennero loro assegnate alla loro liberazione. Allora Rosarno era molto povero. Al punto che uno dei suoi quartiere veniva chiamato Corea, e i suoi abitanti coreani, perché ricordavano le immagini dei profughi coreani sotto le bombe americane in quegli anni.

Solo a metà degli anni Sessanta il Consorzio della bonifica realizzò l’irrigazione e si poté iniziare a piantare gli agrumi. Per le famiglie contadine fu una manna. Tutti i membri della famiglia lavoravano alla coltivazione. Ed era molto redditizia. Con gli incassi si riuscivano a costruire case e a sposare figli. Da cui il proverbio dialettale: “Cunna cota i giardino si izavano case e si maritavano i figghi

Leggi il reportage su Rosarno
Cento immigrati vivono nelle baracche della vecchia fabbrica alla Rognetta
Emergenza alla cartiera: 400 braccianti immigrati in un capannone abbandonato
All’alba sulle vie di Rosarno, con gli immigrati in attesa dei caporali
La storia di Pino: l’unico rosarnese al corteo degli africani
Don Pino Varra, il parroco rosarnese che mise un Gesù nero nel presepe
http://fortresseurope.blogspot.com/2006/01/rosarno-ha-una-storia-le-lotte-del.html

La città di cartone di Gianluigi Lopes

http://www.youtube.com/watch?v=pjzeg58BJu8

Sul Delta del Niger, dove si estraggono 2,5 milioni di barili di petrolio al giorno, ci sono oltre 20 milioni di nigeriani
che vivono con un dollaro al giorno. In un posto come questo, nasce il “livello di vita dell’occidente”.

Merkel cancelliera indecisa 11.01.2010

GIAN ENRICO RUSCONI

Che cosa fa la Cancelliera? A Berlino le voci di critica contro Angela Merkel si fanno sempre più alte e insistenti. Provengono dall’interno della litigiosa coalizione di governo cristiano-democratico e liberale e dall’esterno da parte delle Chiese. È messa in discussione la sua capacità di decidere nel ruolo di cancelliere, cui la Costituzione assegna espressamente «la competenza di dettare le linee-guida della politica e di portarne la responsabilità».

Siamo davanti a una inedita polemica anche di carattere istituzionale. Questo tipo di critica riveste grande interesse per osservatori come noi, che in Italia ci apprestiamo a una ennesima stagione di confronto sulle grandi regole di governo. Guardiamo con attenzione quanto accade al modello tedesco, che spesso è preso come buon esempio di governo che sa decidere in un sistema parlamentare senza prender la strada del presidenzialismo.

Cominciamo dalle critiche di merito fatte alla Merkel per la sua indecisione politica in tema di riduzione delle tasse, di politiche per la famiglia e in generale di cauta correzione dello Stato sociale. In realtà questa indecisione riflette i contrasti e le contraddizioni interne alla sua stessa coalizione, che la cancelliera sembra non saper governare.

Liberali e cristiano-democratici hanno vinto le elezioni dell’autunno scorso a seguito di una campagna elettorale aggressiva ma equivoca. Soprattutto i liberali si sono affermati elettoralmente con una promessa semplice e popolare/populista: abbassare le tasse subito per stimolare la crescita, anche a costo di una ulteriore riduzione della spesa sociale. La ripresa economica avrebbe rimesso tutto a posto.

I cristiano-democratici (e la Merkel stessa) non erano affatto convinti di questa semplicistica ricetta, davanti al peggioramento del mercato del lavoro e al progressivo deterioramento delle condizioni dello Stato sociale, che rimane uno dei successi storici che qualificano la Germania postbellica. Oltretutto la grave crisi finanziaria mondiale è tutt’altro che risolta.

Ma pur di vincere e liberarsi della socialdemocrazia, i democristiani hanno fatto finta di nulla e si sono affidati al carisma personale della Merkel, accumulato nella gestione della Grande Coalizione con i socialdemocratici.

Questo è il paradosso: la Merkel governava meglio con «gli avversari» socialisti di ieri che con «gli amici» liberali di oggi. Sino a ieri molti democristiani si lamentavano che la Cancelliera fosse troppo di sinistra. Oggi dichiarano che la vittoria elettorale è stato «un colpo di fortuna» dovuto allo stile «presidiale» (sic) della Cancelliera a tutto svantaggio del partito democristiano che è rimasto privo di un chiaro e forte profilo politico. In altre parole la Merkel non avrebbe promosso il partito (Cdu) di cui è presidente. Contemporaneamente però i liberali accusano i cristiano-democratici di non mantenere il patto di coalizione da loro sottoscritto, che prevedeva appunto la riduzione delle tasse. E ne chiedono conto alla Cancelliera a gran voce.

A parte altri punti controversi (impegno militare in Afghanistan, ingresso della Turchia nella Unione europea) anche il tema della famiglia è oggetto di un inatteso e pesante intervento della Chiesa cattolica. «La politica perde la bussola se fa credere alla gente che si può avere tutto allo stesso tempo: la carriera, buoni stipendi e i figli» – ha dichiarato l’autorevole arcivescovo di Monaco di Baviera. Tiriamo un bilancio. Parlavo sopra della singolare accusa rivolta retrospettivamente alla Merkel dai suoi amici di partito di avere condotto la campagna elettorale vincente con stile presidenziale. È vero. Molti osservatori esterni lo avevano subito notato. Si era creata l’impressione che si stesse per scegliere un presidente alla francese piuttosto che un partito guidato da una personalità che – a norma della Costituzione – era pronta ad assumere il ruolo di cancelliere (con le sue prerogative di competenza direttiva) dopo la piena approvazione del Parlamento. Ma i cristiano-democratici, consapevoli della debolezza del proprio partito come tale, per vincere si sono adattati a questo gioco pseudo-presidenziale, potendo disporre di una Merkel che pure notoriamente non era e non è amata dalla grande nomenclatura democristiana.

Adesso il nodo è venuto al pettine. La Merkel è stata un’ottima Cancelliera nella Grande Coalizione perché, anche grazie al suo carattere paziente ma fermo, poteva contare su una sostanziale cooperazione dei due grandi partiti popolari «condannati a stare insieme». Le sue decisioni dovevano essere accettate. Adesso i «partiti della libertà» che formano la nuova coalizione sono ipercompetitivi e chiedono alla cancelliera che decida a favore dell’uno contro l’altro. La Merkel non ha ancora trovato la forza o gli argomenti per dire che le sue decisioni possono o devono per forza scontentare l’uno o l’altro. O entrambi. Ma solo così può governare. La formula del cancellierato non funziona presidenzialisticamente con l’appello alla legittimazione popolare al di là dei partiti, ma sulla convinta e ragionevole delega dell’autorità decisionale dai partiti parlamentari al premier. Che a sua volta deve possedere e conquistare autorevolezza nella gestione della coalizione. È un circolo virtuoso difficile ma l’unico che garantisce autentica governabilità. Torniamo a Berlino. Adesso tutti chiedono una «nuova partenza» della politica. La Cancelliera pur vedendo i propri indici di popolarità in discesa, sinora è rimasta silenziosa. Ma non potrà esimersi dal prendere posizione in alcuni importanti appuntamenti istituzionali e partitici della settimana entrante. Sarà la sua prova decisiva.

http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=6842&ID_sezione=&sezione=

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L’eruzione più profonda 05.01.2010

Ripresa la spettacolare eruzione del West Mata, un vulcano sottomarino che si trova a più di 1.200 metri di profondità

Un grande spettacolo pirotecnico nelle profondità dell’Oceano. Così appare la più profonda eruzione vulcanica sottomarina, recentemente scoperta da un gruppo di scienziati della National Science Foundation (Nsf) e della National Oceanic and Atmospheric Administration (Noaa). A regalarci le suggestive immagini è il vulcano West Mata, che si trova a più di 1.200 metri di profondità nell’Oceano Pacifico, in una regione compresa fra le isole Figi, le Samoa e Tonga.

Le immagini e i video dell’eruzione sono stati presentati al recente meeting autunnale dell’American Geophysical Association (Agu), svoltosi a San Francisco dal 14 al 18 dicembre. Il video dell’eruzione è stato ripreso da Jason, un robot automatizzato della Woods Hole Oceanographic Institution (Whoi). Alle profondità oceaniche del West Mata, la pressione dell’acqua è così alta da smorzare la violenza dell’eruzione, pertanto Jason ha potuto avvicinarsi molto al vulcano, un’impresa impossibile per le eruzioni sulla superficie terrestre. Un idrofono ha inoltre registrato i suoni dell’eruzione.

Ma non è solo spettacolo. Lo studio dei dati raccolti, infatti, sta aiutando a far luce su molti aspetti della dinamica della litosfera terrestre. “Abbiamo trovato un tipo di lava mai visto prima in un vulcano attivo, e per la prima volta abbiamo osservato lava fusa che scorre sul fondale marino dell’Oceano”, ha commentato Joseph Resing dell’Università di Washington, ricercatore a capo della spedizione.

Nell’eruzione del West Mata sono infatti state osservate lave di boninite, particolarmente ricche di magnesio e silicati. Queste lave, che si ritiene siano fra le più calde del pianeta, finora erano state osservate solo in antichi vulcani spenti da più di un milione di anni. Lo studio delle lave di boninite è di grande  importanza per comprendere la formazione del magma nei vulcani e i meccanismi di riciclo dei materiali delle zone di subduzione (quelle in cui un lembo di crosta terrestre “sprofonda” sotto un altro). I campioni di acqua prelevati al di sopra del vulcano hanno inoltre mostrato un altissimo grado di acidità. Gli unici animali osservati in queste acque sono dei gamberetti, il cui Dna è attualmente sotto attenta analisi.

Oggi gli scienziati ritengono che circa l’80 per cento dell’attività eruttiva del pianeta avvenga nell’oceano, dove si troverebbe anche la maggior parte dei vulcani attivi. Le eruzioni profonde sono quindi un prezioso strumento per comprendere vari aspetti del trasporto di materia e calore dall’interno della Terra e per indagare come le forme di vita possano adattarsi a condizioni così estreme. (m.r.)

Riferimenti: American Geophysical Association

Credit immagine: NSF/NOAA

http://www.galileonet.it/news/12213/leruzione-piu-profonda

NEI GHETTI D´ITALIA QUESTO NON È UN UOMO

di ADRIANO SOFRI

Di nuovo, considerate di nuovo

Se questo è un uomo,

Come un rospo a gennaio,

Che si avvia quando è buio e nebbia

E torna quando è nebbia e buio,

Che stramazza a un ciglio di strada,

Odora di kiwi e arance di Natale,

Conosce tre lingue e non ne parla nessuna,

Che contende ai topi la sua cena,

Che ha due ciabatte di scorta,

Una domanda d´asilo,

Una laurea in ingegneria, una fotografia,

E le nasconde sotto i cartoni,

E dorme sui cartoni della Rognetta,

Sotto un tetto d´amianto,

O senza tetto,

Fa il fuoco con la monnezza,

Che se ne sta al posto suo,

In nessun posto,

E se ne sbuca, dopo il tiro a segno,

“Ha sbagliato!”,

Certo che ha sbagliato,

L´Uomo Nero

Della miseria nera,

Del lavoro nero, e da Milano,

Per l´elemosina di un´attenuante

Scrivono grande: NEGRO,

Scartato da un caporale,

Sputato da un povero cristo locale,

Picchiato dai suoi padroni,

Braccato dai loro cani,

Che invidia i vostri cani,

Che invidia la galera

(Un buon posto per impiccarsi)

Che piscia coi cani,

Che azzanna i cani senza padrone,

Che vive tra un No e un No,

Tra un Comune commissariato per mafia

E un Centro di Ultima Accoglienza,

E quando muore, una colletta

Dei suoi fratelli a un euro all´ora

Lo rimanda oltre il mare, oltre il deserto

Alla sua terra – “A quel paese!”

Meditate che questo è stato,

Che questo è ora,

Che Stato è questo,

Rileggete i vostri saggetti sul Problema

Voi che adottate a distanza

Di sicurezza, in Congo, in Guatemala,

E scrivete al calduccio, né di qua né di là,

Né bontà, roba da Caritas, né

Brutalità, roba da affari interni,

Tiepidi, come una berretta da notte,

E distogliete gli occhi da questa

Che non è una donna

Da questo che non è un uomo

Che non ha una donna

E i figli, se ha figli, sono distanti,

E pregate di nuovo che i vostri nati

Non torcano il viso da voi.

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2010/01/10/nei-ghetti-italia-questo-non-un.html

12/1/2010 – L’ADDIO

Morta Miep, la custode del diario di Anna Frank

Si è spenta all’età di 100 anni

AMSTERDAM
Miep Gies, la donna che conservò il diario di Anna Frank, si è spenta la scorsa notte all’età di 100 anni. Lo ha reso noto il suo sito web. La Gies era l’ultima sopravvissuta del gruppo di persone che nascosero la famiglia dei Frank nel retro di una casa di Amsterdam fra il 1942 e il 1944. Poche ore dopo la cattura di tutta la famiglia di ebrei tedeschi da parte dei nazisti il 4 agosto 1944, la Gies entrò nel rifugio e raccolse il diario che aveva scritto la figlia adolescente dei Frank, Anna. Dopo la cattura, i Frank vennero portati nel lager di Auschwitz dove furono separati. Anna, la madre Edith e la sorella Margot morirono nel campo di concentramento di Bergen-Belsen. Solo il padre Otto sopravvisse e dopo la guerra la Gies gli consegnò il diario.

Otto Frank lo fece pubblicare e da allora la storia di Anna è diventata in tutto il mondo il simbolo della tragedia e l’orrore dell’Olocausto. Nata il 15 febbraio 1909 a Vienna, la Gies era un’impiegata di Otto Frank, ebreo tedesco trasferitosi in Olanda nel 1933 poco dopo la salita al potere di Adolf Hitler in Germania. Assieme ad altri cinque colleghi aiutò i Frank e altre quattro persone a vivere nascosti nella casa che oggi è stata trasformata in un museo. «Più di 20mila olandesi aiutarono ebrei ed altre persone bisognose di nascondersi durante quegli anni. Ho fatto soltanto quello che mi era stato chiesto e che allora mi sembrò necessario», scrisse la Gies nel suo libro «Ricordando Anna Frank».

«Ho compiuto 100 anni. È un’età ammirevole e l’ho raggiunta in buona salute – scrisse la Gies sul suo sito dopo l’ultimo compleanno- quindi è giusto dire che io sia stata fortunata e la fortuna sembra essere stata il filo rosso che ha attraversato la mia vita». La Gies è morta in una casa di riposo dopo una breve malattia, che non è stata resa nota. In tutti questi anni era diventata una sorta di ambasciatore del Diario, impegnata in campagne contro i negazionisti dell’Olocausto.

http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/esteri/201001articoli/51166girata.asp

Scoperto meccanismo molecolare difesa del DNA 11.01.2010

Scoperto un sistema di sicurezza molecolare che protegge le cellule umane dal DNA potenzialmente dannoso.

Lo hanno trovato i ricercatori della University of Minnesota (Stati Uniti), autori di un articolo pubblicato sulla rivista Nature Structural and Molecular Biology.

Il DNA danneggiato, oppure quello proveniente da un organismo esterno, è potenzialmente dannoso per le cellule” ha spiegato Ruben Harris del College of Biological Sciences, ricercatore a capo dello studio.

E’ necessario quindi un meccanismo di sicurezza per impedire a questo DNA di fare danni“.

I ricercatori hanno scoperto che un enzima del sistema immunitario, chiamato APOBEC3A, ha questo particolare compito: riconosce il DNA estraneo e trasforma le sue basi azotate.

Le citosine (una delle quattro basi azotate tipiche del DNA) vengono cambiate in uracili, delle basi atipiche” ha detto Harris.

Nel corso del tempo, nell’uracile si accumulano mutazioni tali da disattivare la capacità di quel frammento di DNA di codificare proteine. In seguito, altri enzimi raccolgono i frammenti di DNA contenenti uracile e li distruggono“.

La capacità delle cellule umane di distruggere il DNA dannoso era nota da tempo, e che certe cellule sanno riconoscerlo meglio, ma mancava una spiegazione molecolare alla base di questo fenomeno.

Comprendendo come funziona questo meccanismo, possiamo aprire la strada a terapie genetiche” ha detto Harris. “Potremo sviluppare dei metodi per disabilitare alcune parti di DNA, disattivando i geni dannosi senza influenzare quelli benefici“.

AGI Salute

http://news.paginemediche.it/it/230/ultime-notizie/genetica-medica/detail_124894_scoperto-meccanismo-molecolare-difesa-del-dna.aspx?c1=36

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IL DECLINO DEL WEB

Cara, vecchia internet vai sul sito http://www.verità 10.01.2010

Lanier, guru di internet e dei new media, celebre firma di Wired, mette in guardia dalla deriva del Web 2.0, lamentando l’appiattimento dei contenuti online che motori di ricerca come Google e l’enciclopedia scritta dagli utenti Wikipedia importano sulla rete. Una poltiglia di informazione amorfa che rischia di distruggere le idee, il dibattito, la critica.

Quando lo conobbi a Silicon Valley negli anni ’90, Jaron Lanier era proprio come lo vedete nella foto qui accanto, con i «dreadlocks», i boccoli alla Bob Marley a cascata, e sulla mano il guanto della Virtual reality, la realtà virtuale di cui la sua azienda era pioniera. Con la sua visione e il suo guanto Jaron mutava lo schermo davanti a sé e entrava in una diversa realtà, volando su un bosco, duellando con un Cavaliere Templare, operando un paziente al cervello. Le sue simulazioni hanno poi dato vita a videogiochi, programmi di addestramento per l’aviazione, sistemi di training per ingegneri e medici.
Oggi però Lanier, guru di internet e dei new media, celebre firma della rivista Wired, è perplesso. E nel suo ultimo libro «You are not a gadget: a manifesto», mette in guardia contro la deriva del Web 2.0 con toni preoccupati che faranno applaudire i vecchi professori che si vantano «Io? Io non ho mai usato un computer!». Cosa è accaduto perché uno dei leader della rivoluzione internet denunci il Web 2010? Lanier lamenta l’appiattimento dei contenuti online, che motori di ricerca come Google e l’enciclopedia scritta dagli utenti Wikipedia, importano sulla rete. Mettere ogni giorno insieme, senza alcuna selezione, gli argomenti dei filosofi e le arrabbiature del tizio davanti al cappuccino tiepido, l’analisi economica di un Nobel e lo sfogo del qualunquista di turno, può essere celebrato dagli ingenui alla moda come «open source» e «democrazia di rete». Il pericolo è invece riassunto bene nelle parole del guru Lanier: «I blog anonimi, con i loro inutili commenti, gli scherzi frivoli di tanti video» ci hanno tutti ridotti a formichine liete di avere la faccina su Facebook, la battuta su Twitter e la pasquinata firmata «Zorro» sul sito. In realtà questa poltiglia di informazione amorfa rischia di distruggere le idee, il dibattito, la critica.
Sui primi due giornali italiani, Repubblica e Corriere, i video più visti online questo sabato comprendono la ragazza che si tuffa nel lago e sbatte il sedere perché è gelato, la scema che fa la capriola e cade dal letto, il fusto che solleva 150 chili e sviene, il reporter sfiorato da un aereo e la cliente infuriata che devasta il locale perché il panino non le piace troppo.
Lamenta Lanier: «Ai tempi della rivoluzione internet io e i miei collaboratori venivamo sempre irrisi, perché prevedevamo che il web avrebbe potuto dare libera espressione a milioni di individui. Macché, ci dicevano, alla gente piace guardare la tv, non stare davanti a un computer. Quando la rivoluzione c’è stata, però, la creatività è stata uccisa, e il web ha perso la dignità intellettuale. Se volete sapere qualcosa la chiedete a Google, che vi manda a Wikipedia, punto e basta. Altrimenti la gente finisce nella bolla dei siti arrabbiati, degli ultras, dove ascolta solo chi rafforza le sue idee».
Che cosa è diventata dunque la discussione su internet nel 2010? Il pioniere Lanier, come tanti rivoluzionari del ‘900, non potrebbe essere più amaro e realista. «Ovviamente un coro collettivo non può servire a scrivere la storia, né possiamo affidare l’opinione pubblica a capannelli di assatanati sui blog. La massa ha il potere di distorcere la storia, danneggiando le minoranze, e gli insulti dei teppisti online ossificano il dibattito e disperdono la ragione».
Non saprei condensare meglio la preoccupazione e la delusione di Lanier e ho provato a sostenere le stesse tesi un anno fa, nella serie di Conferenze sul giornalismo all’Auditorium di Roma. Avendo creduto – e credendo – nella potenza sociale, culturale, economica e creativa della rete, e avendo a lungo scocciato colleghi e amici sulle sue virtù (al Corriere Paolo Mieli scherzava: ti vedo volentieri Gianni, basta che non mi parli più di internet!), è giusto che oggi mi faccia carico del dilemma: come è possibile riportare gerarchia di valori (il bene migliore del male), autorevolezza di tesi (il Nobel Amartya Sen la sa più lunga sulla crisi asiatica del suo anonimo aguzzino via blog), limpidezza di discussione (i siti e i Tersite che denunciano, a destra e a sinistra, in Italia e negli Usa, chi non è d’accordo con loro come «venduto» non sono «informazione»)?
La rete è e resterà il nostro futuro. I nostri figli ragioneranno sulla rete. L’informazione dell’opinione pubblica critica passerà sempre più dalla carta alla rete. Dunque non dobbiamo – come ci ammonisce Jaron Lanier – permettere ai teppisti di inquinarla con le loro farneticazioni e garantirne l’informazione, la cultura e l’eccellenza contro l’omogeneizzazione e il qualunquismo.
Google come aggregatore industriale di sapere, Wikipedia come aggregatore volontario di sapere, un’azienda strepitosa e un gruppo sterminato di volontari, non possono continuare a mischiare diamanti e cocci di bottiglia. Chi segue il dibattito su Wikipedia – vedi il Financial Times del 2 gennaio con l’inchiesta di Richard Waters – sa quanto questo riequilibrio sia importante: «È ormai duro controllare la qualità su Wikipedia, e interessi occulti possono fare correzioni con facilità, secondo il loro punto di vista. Andrew Lih dell’University of Southern California ci mette in guardia nel suo saggio «The Wikipedia Revolution»: «Il mio terrore è che poco a poco la verità goccioli tutta via, senza che nessuno se ne accorga».

È così, in nome di un egualitarismo che puzza di ideologia, e mettendo sullo stesso piano esperti e dilettanti, osservatori equanimi e faziosi ululanti, Wikipedia rischia di passare da invenzione geniale a piazza scalmanata (e chiunque abbia visto l’articolo a suo nome dell’enciclopedia online cambiato e ricambiato da fans e ultras sa di che parlo).
Il compito non è immane, ma è urgente. Riportare sulla rete quei canoni di serenità, autorevolezza, vivacità, impegno, buona volontà, dibattito, critica che sono da sempre trade mark della libertà, dell’onestà, della ragione. Senza perderne la ricchezza, la spontaneità, l’uguaglianza.
Per avere proposto questa discussione Lanier è già fatto a pezzi sulla rete come reazionario, traditore, snob, fallito, ferrovecchio (stessa sorte mi capitò quando il Corsera pubblicò la mia conferenza dell’Auditorium). Assurdo. In un’intervista oggi al Domenicale lo scrittore Francesco Piccolo racconta di come il suo amico Niccolò Ammaniti, giovane come lui, lo chiami inorridito per gli insulti che gli rivolgono online: prima regola, dice il saggio Piccolo, mai leggere i commenti anonimi dei blog.
Riportare sulla rete i valori della ragione, della saggezza e della buona volontà. A Wikipedia son coscienti del problema, se il grande Craig Newmark, fondatore di Craiglist, impero degli annunci pubblicitari online e consigliere della Fondazione Wikipedia, conclude «Abbiamo bisogno di esperti bilanciati dai cittadini, e viceversa». La rete 2010 deve diventare questa città ugualitaria: dove gli esperti e l’informazione di qualità parlano ai cittadini, e i cittadini fanno sentire la propria voce senza rancori e follie anonime. (Quanto alle Sturmtruppen dei siti all’arrabbiata anticipo gli insulti: questo articolo è stato imposto dal Kgb, la Spectre, la Cia e la Banda Bassotti per nascondere i mandanti dell’omicidio Kennedy, nascosti si sa in Vaticano e al Crazy Horse…).

gianni.riotta@ilsole24ore.com
twitter@riotta

http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Tempo%20libero%20e%20Cultura/2010/01/web-il_futuro_della_rete.shtml?uuid=8df245d6-fd7b-11de-8c90-4a248985d8b2&DocRulesView=Libero

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12/1/2010 – NEL 1980 NASCEVA IL PARTITO TEDESCO DEI GRÜNEN

I Verdi in politica, romantici e pagani

Perché in Germania si sono affermati più che nel resto d’Europa

MARCO BELPOLITI

Trent’anni fa nascevano i Verdi in Germania. Ma perché proprio lì? Probabilmente per diversi motivi politici, ma anche per ragioni culturali e persino religiose. Nel substrato della civiltà tedesca l’attenzione alla natura è un elemento fortemente presente. A partire dall’età preromana, dal paganesimo precristiano, la Natura è vista come qualcosa di sensibile, di vivo, di magico, e insieme di sacro. Questa idea della sacralità è ben presente nel Romanticismo tedesco, nelle sue origini, a partire dal movimento dello Sturm und Drang, e nella pittura di Caspar David Friedrich. Per quanto vista come assoluta, e insieme pericolosa, la natura è uno dei momenti attraverso cui si esplicita l’idea del Sublime. La riscoperta delle forze naturali attraversa tutto il Settecento e l’Ottocento tedesco, sino a influenzare di sé il movimento naturista e quello socialista degli anni Dieci e Venti, da cui deriva, per osmosi, la stessa passione per il mondo vegetale e minerale del nazionalsocialismo, come ricorda George Mosse in La nazionalizzazione delle masse (Edizioni il Mulino). Non è solo una battuta ricordare che Adolf Hitler era vegetariano. Nel clima dell’esoterismo dei primi decenni del Novecento la Natura è un valore assoluto, una fonte di energia, un riferimento incontrovertibile. Il culto dell’istintività e della passionalità si svolgono sempre in un ambiente agreste, tra i boschi, lontano dalla civiltà cittadina. Questa inclinazione al paganesimo, che la cultura tedesca ha coltivato negli ultimi due secoli, non confligge, poi, con la radice luterana, protestante, della civiltà tedesca, anzi ne è una componente essenziale.

Forse proprio per questo la cultura dei Verdi, l’ecologismo, non ha mai attecchito davvero nei paesi cattolici, dove la Natura non fa davvero parte del progetto di salvezza divina. Nel cattolicesimo il mondo è destinato a perire; nell’Apocalisse finale sarà distrutto con tutto ciò che contiene: animali, alberi, prati, montagne, fiumi, laghi, mari. Nella Parusia, il secondo ritorno di Cristo, è prevista la sola salvezza dell’uomo, e non quella dell’ambiente in cui vive. Inoltre, i paesi cattolici hanno conosciuto una tardiva e scarsa industrializzazione rispetto ai paesi anglosassoni, ragione per cui non è mai cresciuto quel paradossale culto per la Natura che è proprio delle civiltà industriali. Il mondo contadino vive a stretto rapporto con la Natura, vista come nemica e insieme alleata, sacralizzata nel paganesimo, ma tenuta a distanza dalla cultura controriformistica che in Italia e in Spagna ha segnato la storia degli ultimi cinque secoli, e di cui ancora se ne riconoscono le tracce. Il mondo contadino lotta con la natura, la rispetta, ma anche la sfrutta, come fa con ogni cosa, per necessità di sopravvivenza; non possiede quella distanza che è il risultato dell’industrializzazione.

Keith Thomas in un libro importante di alcuni anni fa, L’uomo e la natura (Einaudi), ha spiegato come questo culto del mondo naturale praticato in Inghilterra – rispetto verso i boschi, la passione per gli animali domestici, per le residenze di campagne, per la protezione della natura -, sia in effetti il risultato di una virulenta industrializzazione che devastò quel Paese nella seconda metà del Settecento, sviluppando così per antitesi nella nobiltà e nella borghesia inglese un’attenzione differente per l’elemento naturale, documentato dai poeti Laghisti e dai grandi pittori di paesaggio. Niente di simile in Italia, dove la cultura dei Verdi trae le sue origini da forme eterodosse di cristianesimo primitivo, alla San Francesco, o da figure eretiche della politica, come Alexander Langer, un ebreo di origini altoatesine, ma anche dai giovani provenienti dai movimenti extraparlamentari. Per identificare cosa è stato in Germania il movimento ecologista e i Verdi bisogna evocare una figura dell’arte, Joseph Beuys, con le sue performance ecologiste, le battaglie culturali, che si compendiano nel motto: «La rivoluzione siamo noi». Beuys, ex pilota della Luftwaffe nella Seconda guerra mondiale, ha posto nel 1982 7000 blocchi di pietra acuminata nella piazza di Kassel, sede di una famosa esposizione d’arte: ogni cuneo sarebbe stato eliminato ogni volta che la città avesse piantato un nuovo albero. Un gesto duro e insieme deciso, che ci ricorda quale sia il fondo romantico dell’anima verde dei tedeschi.

http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/cultura/201001articoli/51164girata.asp

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Dalla rassegna di http://www.caffeeuropa.it/ del 12.01.2010

Sul Sole 24 Ore, segnaliamo una intervista al leader dei liberali all’Europarlamento, Verofhstadt, che sottolinea la necessità di un “patto di stabilità” sull’economia, poiché il fallimento dell’agenda di Lisbona dimostra che servono sanzioni. E su un Paese continua a tagliare sulla ricerca, perché insistere a destinargli i fondi UE?.

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Individuato metodo per creare biocombustibili più efficienti 10.01.2010

Di Marco Mancini

Un team di scienziati dell’Università di Sheffield ha sviluppato un dispositivo innovativo che renderà la produzione di biocombustibili l’alternativa energetica più efficiente. Il gruppo di ricerca ha adattato un bioreattore unico per la produzione di carburanti alternativi rinnovabili, per sostituire i combustibili fossili, quali benzina e gasolio. La produzione di biocarburanti attualmente richiede enormi quantità di energia e quando il processo utilizza troppa energia, è antieconomico. Questo nuovo metodo consuma molta meno energia e potrebbe rivelarsi vitale per lo sviluppo economico nella produzione di carburanti alternativi.

Il team ha elaborato un bioreattore che crea microbolle con il consumo del 18% in meno di energia. Le microbolle sono bolle di gas in miniatura di meno di 50 micron di diametro in acqua. Esse sono in grado di trasferire i materiali in un bioreattore molto più rapidamente delle grandi bolle prodotte con tecniche di produzione convenzionale, consumando molta meno energia.

In riconoscimento di questa svolta, il team è stato premiato con la Medaglia Moulton dall’Institution of Chemical Engineers, che riconosce la migliore ricerca pubblicata sulla rivista della dell’Istituto durante l’anno. Il team ha inoltre presentato il proprio progetto alla 6° Conferenza annuale sui bioProcess in Gran Bretagna, dove ha ricevuto il Best Poster Award.

L’approccio è attualmente in fase di test, con ricercatori provenienti dal Suprafilt di Rochdale, su scala industriale. Il team sta inoltre studiando l’applicazione del dispositivo nell’azienda locale dell’acqua di Yorkshire. Stanno usando i componenti del bioreattore che producono microbolle per dare una migliore efficienza nel trattamento delle acque reflue. Essi prevedono di ridurre i costi attuali dell’elettricità per il processo di un terzo.

http://www.ecologiae.com/metodo-creare-biocombustibili-efficienti/11971/

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Dalla newsletter di http://www.movisol.org/ del 12.01.2010

“Niente libbra di carne per le banche”

In un articolo datato 9 gennaio 2009, Il presidente dello Schiller Institute Helga Zepp-LaRouche ha scritto: “Quando si vede con quale spietatezza le istituzioni finanziarie internazionali sostengono che paesi come Islanda, Lettonia o Grecia devono tenere fede agli ‘obblighi internazionali’, anche se ciò significa austerità brutale e un’aspettativa di vita dimostrabilmente ridotta, viene alla mente il Mercante di Venezia di Shakespeare, con l’usuraio Shylock, che pretendeva una libbra di carne dal debitore Antonio, da tagliare ‘vicino al cuore del mercante'”.

Queste crisi evidenziano i limiti del Trattato di Lisbona e della stessa Unione Monetaria. Nel caso dell’Islanda, ad esempio, il ministro della City di Londra Lord Myners pretende che i cittadini rimborsino gli investitori di perdite che ammontano al 40% del PIL, e promette l’ingresso dell’Islanda nell’UE, che limita il deficit di bilancio al 3%!

Nel caso della Grecia, che si trova sull’orlo della bancarotta, l’economista capo della BCE Juergen Stark ha detto a Il Sole 24 Ore che i mercati non dovrebbero confidare in un salvataggio dell’UE. Oltre al fatto che sarebbero i contribuenti tedeschi ad essere chiamati a fare sacrifici, il dilemma è, come ha dichiarato Helga Zepp-LaRouche, che “se vengono concessi prestiti alla Grecia, cosa esplicitamente proibita dallo statuto della BCE, allora tutti gli altri stati membri che rischiano il default ne farebbero uso. Ma se la Grecia non viene salvata, e tenta di ridurre il deficit e il debito pubblico con tagli massicci, le tensioni sociali che da tempo agitano il paese esploderanno. Se la Grecia uscisse dall’Euro, sarebbe probabilmente seguita da altri.

“Il problema essenziale è che la burocrazia verde dell’UE continua ad aggrapparsi al dogma neoliberista, nonostante tutti i suoi fallimenti, e sta così trascinando le nazioni europee, strette nella camicia di forza di Maastricht, nella marginalizzazione storica”, scrive Zepp-LaRouche.

Ironicamente, questo è il pericolo contro cui ammonisce qualcuno che ha contribuito più di altri a imporre il corsetto dell’Unione Monetaria Europea: Jacques Attali, ex consigliere del Presidente francese Francois Mitterrand. Nella sua rubrica su L’Express, Attali si lamenta che l’Europa stia uscendo dalla storia, mentre sorgono le potenze asiatiche. Egli si rammarica che “il centro del mondo si stia spostando dall’Atlantico al Pacifico”.

L’osservazione di Attali è corretta, afferma Helga Zepp-LaRouche, ma “egli non è in grado di correggere gli errori assiomatici del proprio pensiero”. Il fatto è, ella afferma, “che ovunque nel mondo, dove vengono sviluppati il nucleare, il treno a levitazione magnetica e altri sistemi ad alta velocità, le tecnologie spaziali e quelle ad alta densità energetica, come in Asia, ci sono alti tassi di crescita a dispetto della crisi, mentre ovunque venga perseguito l’obiettivo della ‘green economy’, come negli USA e in Europa, l’economia e i livelli di vita affondano”.

Le lezioni da trarre per i paesi membri dell’UE sono ovvie.

Il sistema è più in bancarotta che mai

Nell’anno trascorso, gli economisti (compresi i banchieri centrali e quelli privati), che sono stati incapaci di accorgersi dello sviluppo della crisi, hanno sostenuto che “il peggio è passato”, che “è stato salvato il sistema” e che “la ripresa è in arrivo”. Niente è più lontano dalla verità. Il sistema non è stato salvato, la ripresa non è in vista e il peggio deve ancora arrivare. Il recente rapporto del Comptroller of the Currency degli Stati Uniti conferma che il sistema finanziario è oggi più in bancarotta di quanto lo fosse allo scoppio della crisi nel 2007. Solo gli sciocchi e gli economisti lo negano.

Secondo il rapporto, nel terzo trimestre 2009 il valore nominale dei contratti derivati delle banche americane ammontava a 204 trilioni di dollari, che è 14 volte il PIL degli Stati Uniti. Nel giugno 2007, ammontavano “solo” a 152 trilioni. Il 97% dei 204 trilioni è posseduto dalle cinque principali banche americane: JP Morgan, Goldman Sachs, Bank of America, Citibank e Wells Fargo.

Per coloro che sostengono che il valore nozionale dei derivati è fittizio, si guardi al livello di esposizione (ciò che tradizionalmente è considerato il rischio): nel terzo trimestre del 2009, era 484 miliardi di dollari, ben più del doppio dell’ammontare del giugno 2007 (199 miliardi). L’esposizione in derivati delle quattro principali banche USA ammonta al 371% del loro capitale.

Le banche europee non navigano in acque migliori. Nel terzo trimestre 2009, il 16% del reddito delle 20 principali banche europee proveniva dal trading, mentre nello stesso periodo del 2008 era solo il 3%. E questo, mentre il credito alle imprese veniva tagliato.

Alla Goldman Sachs, il deus ex machina della politica dei salvataggi americana, il rapporto derivati/attivi era di 40 a 1,6 nel marzo 2009, e di 42 a 1,1 nel settembre dello stesso anno. Queste cifre mostrano chiaramente che il prossimo collasso finanziario è dietro l’angolo. Mentre l’economia fisica si è ridotta di un terzo dal 2007, l’economia del debito è aumentata, grazie ai trilioni di dollari dei salvataggi messi in atto dalla Federal Reserve, dalla Bank of England e dalla BCE.

Quegli stessi banchieri centrali non nascondono il nervosismo. La Banca per i Regolamenti Internazionali ha convocato un conclave di tre giorni a Basilea lo scorso weekend per discutere dei “rischi eccessivi” incorsi dalle banche sui mercati finanziari. In linguaggio che più esplicito non si può per i banchieri centrali, si è constatato che “si stanno ricreando le condizioni che hanno portato allo scoppio della crisi finanziaria”. Ma anche se vedono arrivare il treno in corsa, i banchieri centrali non sono in grado di fermarlo, perché incapaci di rinunciare all’attuale sistema della globalizzazione.

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Brutte notizie da oriente per gli Usa

Domenico Moro,   11.01.2010

Il nuovo ministro delle finanze giapponese, Naoto Kan, ha annunciato l’intenzione da parte del governo del Giappone di favorire la svalutazione dello yen. La politica monetaria di Kan rappresenta un brusca sterzata non solo rispetto a quella del suo predecessore, Fujii, ma anche rispetto alla politica monetaria seguita dai governi giapponesi da decenni e fondata sul mantenimento di uno yen forte

Perché una svalutazione della valuta nipponica sarebbe una brutta notizia per gli Usa? In primo luogo perché il Giappone è, dopo la Cina, il maggior possessore di titoli di stato Usa e quindi il secondo maggior finanziatore del debito pubblico Usa, recentemente arrivato a eguagliare il livello della Seconda guerra mondiale. Gli Usa nell’ultimo periodo hanno fatto in modo di svalutare la loro valuta, il dollaro, riducendo il valore dei titoli di stato Usa in mano ai Paesi creditori, e scaricando così all’esterno i costi del salvataggio del loro sistema finanziario e industriale in forte recessione.
Sono molti anni che il Giappone svolge il ruolo di donatore di sangue agli Usa, avendo finanziato la superpotenza occidentale nel corso della “guerra fredda”. Gran parte di tale prestito e dei suoi interessi non è stato restituito e il Giappone ha subito gravi perdite proprio a causa della svalutazione operata dalle autorità monetarie Usa successivamente al 1985.
Ora, il Giappone, dopo aver pagato l’appoggio agli Usa con una stagnazione durata quindici anni, ha deciso l’abbandono della politica dello yen forte, riducendo di fatto con la svalutazione dello yen gli effetti della svalutazione del dollaro, a cui gli Usa stanno nuovamente facendo ricorso. Ma la decisione del Giappone risulta ancora più importante se inserita all’interno di quanto più in generale sta avvenendo in Asia.
Infatti, se il 2010 si è aperto con una cattiva notizia per gli Usa, il 2009 si è chiuso con due pessime notizie.
La prima è che l’Asia Orientale lancerà a marzo un suo Fondo Monetario, che costituirà un fondo di emergenza di 120 miliardi di dollari contro le crisi e a cui aderiscono i Paesi dell’Asean, tra i quali ci sono la Cina, il Giappone, Hong Kong, e la Corea del Sud. Del resto l’integrazione finanziaria asiatica segue quella commerciale: la Cina nel 2009 ha sostituito gli Usa come terzo partner commerciale dell’Asean, una posizione che gli Usa detenevano da decenni, e mentre nel 2009 sul 2008 l’export cinese verso la Ue e gli Usa è caduto rispettivamente dell’8% e dell’1,7%, quello verso l’Asean è aumentato del 20,8%, e le importazioni sono cresciute addirittura del 45%. Con il suo Fondo, l’Asia Orientale si sgancia, almeno parzialmente, dal Fondo Monetario Internazionale, controllato dagli Usa, e organizza autonomamente il proprio enorme potere finanziario. Sul piano economico si tratta di uno smacco per gli Usa, perché la massa finanziaria nelle mani dei Paesi Estremo Orientali, dovuta all’enorme surplus commerciale accumulato, può trovare così altre destinazioni alternative a quella Usa. Infatti, il nuovo Fondo monetario asiatico si lega alla precedente proposta del vice governatore della Banca centrale cinese di creare un fondo sovrano internazionale che investa nei Paesi in via di sviluppo e alla proposta dell’ex responsabile dell’ufficio delle imposte cinesi di creare un nuovo Piano Marshall per il finanziamento di progetti in Asia, Africa e America Latina. Tuttavia, il Fondo asiatico rappresenta un forte smacco anche sul piano geostrategico, perché il controllo dell’Asia da parte degli Usa si è sempre basato sulla divisione (se non sul contrasto) tra i due giganti dell’area, Cina e Giappone, che invece stanno sviluppando un atteggiamento più collaborativo.

La seconda notizia che dovrebbe preoccupare gli Usa riguarda l’inaugurazione dell’oleodotto Expo, che permetterà potenzialmente di dirigere verso la Cina (e l’Estremo Oriente) un terzo dell’attuale export di greggio petrolifero russo, aggirando il controllo da parte della flotta statunitense delle rotte petrolifere tra Golfo Persico e Giappone. Il controllo delle fonti di energia rappresenta un elemento fondamentale nella strategia Usa in Asia Orientale. Se questo controllo viene a indebolirsi in concomitanza con una maggiore integrazione asiatica, connessa ad un aumento della sua capacità di direzionare autonomamente il suo surplus, si viene ad approfondire la già evidente difficoltà da parte Usa di svolgere un ruolo guida sul piano economico, e soprattutto di attrarre il surplus mondiale.
Non è un caso che proprio nelle ultime settimane il presidente Obama abbia rispolverato l’argomento del terrorismo islamico per rinsaldare una opinione pubblica interna sempre più scettica verso la guerra in Afghanistan, la cui importanza sta invece proprio nella posizione strategica occupata al centro dell’Asia, tra Russia, Cina e India. A dimostrazione, casomai ce ne fosse bisogno, che sono le contraddizioni strutturali a fare la politica.

http://www.aprileonline.info/notizia.php?id=13906

Fisco, una controriforma ottocentesca 11.01.2010

Con la proposta di introdurre due sole aliquote Irpef Berlusconi vuole abolire un principio cardine del nostro ordinamento costituzionale: la progressività del prelievo fiscale. Un balzo in pieno ‘800 verniciato di “modernità”.

di Emilio Carnevali

Se c’è un merito che al nostro Presidente del Consiglio possiamo riconoscere – fra i tanti demeriti che certamente i lettori di MicroMega non avranno problemi a richiamare alla memoria – è quello di riuscire spesso a divincolarsi nella confusione e nell’autoreferenzialità del dibattito politico con proposte di spiazzante semplicità e grandissimo impatto popolare.

L’idea di una riforma fiscale basata sull’introduzione di due sole aliquote Irpef sgombra il campo dalle tante chiacchiere di ministri che disquisiscono su “mercatismo” ed encicliche papali, riportando la politica alla dura semplicità di una partita che contrappone i ricchi ai poveri, “chi sta sopra contro chi sta sotto e chi verrà dopo”. Qui torniamo davvero ai “tempi in cui si cominciava la guerra santa dei pezzenti”, per dirla con le parole di Francesco Guccini. Purtroppo stavolta è il “treno pieno di signori” a caricare contro il macchinista.
Berlusconi vuole sostanzialmente introdurre nel nostro Paese una flat tax al 23%, un’unica imposta sul reddito delle persone fisiche, dato che la seconda aliquota al 33% riguarderebbe solo i redditi sopra i 100.000 euro corrispondenti a circa lo 0,5% dei contribuenti.

La progressività del prelievo fiscale è stata introdotta nei Paesi europei tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo, nell’ambito di una serie di riforme sociali recepite sotto la spinta del movimento operaio e sindacale e variamente ispirate alla legislazione adottata nella Germania bismarckiana degli anni ’80 dell’’800. La nostra Costituzione, all’art. 53, recita: “Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività”. La riforma fiscale varata nel 1973 prevedeva 32 (32!) scaglioni di reddito: l’intento era quello di avvicinarsi quanto più possibile alla progressività continua (scaglioni della dimensione di una unità monetaria) come modello ideale di equità. L’aliquota più alta era all’82% (82%!), poi portata al 72% nel 1975 (ricordiamo che si parla di “aliquote marginali”, da applicare dunque solo alle corrispondenti porzioni di reddito, così che l’aliquota media viene ad essere assai inferiore).

Mentre Gordon Brown innalza l’aliquota sui redditi oltre i 167 mila euro dal 40 al 50%, mentre la Merkel e Sarkozy studiano metodi per la maggiore tassazione dei bonus milionari, il governo Berlusconi promuove riforme fiscali che hanno lo stesso grado di “civiltà tributaria” dell’imposta sul macinato del 1868, quella dei primi tumulti per la farina dell’Italia unitaria. Fra l’altro non deve ingannare la patina reaganian-populista del “meno tasse per tutti” con cui si cerca di verniciare questo attacco alle ultime vestigia di equità fiscale nel nostro Paese: con un deficit oltre il 5% del Pil e un debito pubblico che veleggia verso il 120%, i 20 miliardi di euro necessari per questa riforma si inseriranno necessariamente in un piano complessivo di riassetto del sistema fiscale che renderà il nostro Paese ancora più ingiusto e diseguale (aumentando ad esempio il peso delle imposte indirette). Già prima della crisi e di queste eventuali “riforme” l’Italia aveva un indice Gini (il coefficiente di concentrazione dei redditi che indica sinteticamente il “grado di disuguaglianza” di un Paese) superiore alla media dei 24 paesi dell’Ocse e molto più vicino a quello degli Usa che a quello di nazioni di “modello europeo” come Germania e Francia.

A Pierluigi Bersani viene attribuita una battuta: “Se votassero solo i ricchi, vinceremmo sempre noi. Ci ha fregati il suffragio universale”. Di fronte a una destra che si incunea senza scrupoli nelle guerre fra ultimi e penultimi per lucrare consenso politico (vedi, da ultimo, i recenti fatti di Rosarno), il vigoroso contrasto di questo disegno di “riforma fiscale” di impronta smaccatamente regressiva potrebbe essere la prima grande iniziativa di una opposizione sociale della quale il Paese ha disperatamente bisogno. Sarebbe ora di riuscire a recuperare un po’ di quei voti popolari migrati negli ultimi anni fra Arcore e Pontida.

http://temi.repubblica.it/micromega-online/fisco-una-controriforma-ottocentesca/

In relazione all’articolo Contro la messa al bando delle coltivazioni biologiche

alla pagina: https://adrianaemaurizio.wordpress.com/mediattivismo/mediattivismo-39/ ricevo da magius@magius.info sulla lista decrescita@liste.decrescita.it il 13.01.2010:

da notizie ricevute, sembrerebbe in sostanza non essere una notizia del tutto vera.
http://motherjones.com/blue-marble/2009/04/will-hr-875-kill-organic-farming-nope
http://www.thedailygreen.com/healthy-eating/blogs/healthy-food/organic-farming-440320604
http://www.snopes.com/politics/business/organic.asp

– l’appello gira negli Stati Uniti da Marzo 2009;

– la proposta di legge esiste ma riguarda la sicurezza negli alimenti (è nato in seguito ad alcuni episodi avvenuti in USA di salmonella trasmessa da alimenti avariati);

– il marito della senatrice DeLauro non ha contatti lavorativi da almeno 10 anni con Monsanto, quindi in ogni caso non dovrebbe esserci conflitto d’interessi;

– nella proposta di legge non ci sono cenni specifici a fattorie, banche di semi e tecniche di agricoltura, tanto meno ad orti famigliari.

Allego la pagina web della DeLauro che parla della questione

http://delauro.house.gov/release.cfm?id=1469

e la smentita ufficiale della senatrice riguardo i pericoli di HR875
http://delauro.house.gov/files/HR875_Myths_Facts1.pdf

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Petro Standard

Rosario Patalano – 12.01.2010

Nell’ultima riunione del Consiglio di cooperazione del Golfo (Gcc), il 17 dicembre scorso, Arabia Saudita, Kuwait e Qatar (che controllano circa il 45% delle riserve mondiali di petrolio e il 25% di quelle di gas), a cui si è aggiunto l’arcipelago del Bahrein, hanno deciso di avviare la prima fase[1] per  la costituzione di una unione monetaria che dovrebbe portare in breve tempo all’emissione di una nuova moneta, il Gulf, con l’obiettivo annunciato di sganciarsi definitivamente dall’uso del dollaro[2] per gli scambi petroliferi e costituire una nuova moneta di riserva sotto il loro diretto controllo. Tra il 2007 e il 2008, infatti, la tendenza del dollaro a svalutarsi ha colpito  innanzitutto i paesi esportatori di petrolio riducendo le loro entrate in termini reali, determinando forti pressioni inflazionistiche favorite anche dal continuo incremento della domanda interna nella regione.

Se il progetto di moneta comune dei paesi del Golfo si realizzasse, il dollaro potrebbe questa volta seriamente temere di perdere il suo ruolo centrale[3]. Il Gulf si presenterebbe sul mercato con la caratteristica di una moneta di riserva molto più credibile del dollaro (e del suo concorrente euro), in quanto  il suo valore sarebbe garantito, anche se indirettamente, dal petrolio, perché di fatto il fondamento fiduciario della nuova moneta andrebbe a cadere sull’unica ricchezza posseduta dai paesi della penisola arabica che è costituita dalle ingenti riserve petrolifere. Il Gulf sarebbe poi facilmente immesso nel circuito monetario internazionale attraverso le transazioni tra i paesi petroliferi e il resto del mondo. La nuova moneta diventerebbe un bene rifugio per molti paesi emergenti, che da anni si vogliono svincolare dalla divisa americana considerata da tempo non più completamente affidabile. Insomma, a differenza dell’euro e dello yen che non sono stati in grado di ridurre sensibilmente il dominio del dollaro[4], il Gulf potrebbe avere maggiori potenzialità proprio per il suo legame con le immense ricchezze petrolifere gestite dai paesi emittenti, che fornirebbero una garanzia ben più solida di quella che le politiche monetarie degli Usa e dell’area euro possono offrire[5].

Appena varato il Gulf, tutti gli ingenti surplus commerciali dei paesi del Golfo detenuti in dollari potrebbero essere rapidamente convertiti e questo determinerebbe il crollo della valuta americana sul mercato con effetti che tutti possono immaginare. Il sistema monetario troverebbe a questo punto un nuovo centro di gravità nei paesi esportatori di petrolio, a cui sarebbe affidato un potere enorme non solo come detentori delle riserve energetiche essenziali, ma anche come emittenti di una nuova moneta riserva di valore internazionale. La moneta comune del Golfo potrebbe essere addirittura utilizzata fin dall’inizio come àncora (peg) per stabilizzare il livello dei prezzi di dei paesi importatori di petrolio che hanno una dimensione trascurabile nel commercio mondiale.

L’iniziativa dei paesi del Golfo si inserisce in un progetto più ampio diretto, nonostante le diplomatiche smentite ufficiali, alla definitiva sostituzione del dollaro come moneta internazionale di riserva. In questo contesto la crisi, cronica ormai, del dollaro potrebbe consolidare il progetto, largamente condiviso soprattutto dai pesi emergenti[6], di un ritorno ad un regime monetario internazionale fondato sull’uso di monete merci.

Un disegno questo che incontra innanzitutto il favore dei paesi islamici che da tempo sostengono addirittura la necessità di un ritorno al gold standard non solo per ragioni legate alla difesa del potere d’acquisto, ma anche per questioni religiose, in quanto per la legge islamica (sharia) è immorale ogni forma di guadagno non legata direttamente alle attività produttive, come sono le entrate provenienti dall’uso speculativo delle ingenti riserve in dollari dei paesi arabi produttori di petrolio. Da più parti nel mondo islamico si preme per la reintroduzione del dinaro aureo, antica moneta araba coniata per ben 13 secoli, fino al crollo dell’Impero Ottomano. Passi concreti in questa direzione li ha già compiuti il premier della Malesia, Mahathir, con l’obiettivo di sganciarsi dalla dipendenza del dollaro e dalle restrizioni imposte dal Fondo Monetario Internazionale dopo la crisi del 1998, coniando nel 2001 una moneta aurea (Kijang Emas) e proponendola, senza successo,  ai paesi della lega araba come nuovo standard.

In questa direzione si muovono da tempo anche autorevoli economisti, come il premio Nobel Robert Mundell,  che ha proposto l’istituzione di una nuova moneta internazionale, l’Intor, che dovrebbe essere ancorata per il 50% del suo valore all’oro  e per l’altro 50% alle monete più forti, dollaro, yen, euro in primo luogo (in prospettiva un ruolo determinante dovrebbe ricoprire la nuova moneta dei paesi del Golfo)[7]. La proposta di Mundell non è isolata: dal 1971 influenti economisti sostengono la necessità di un ritorno a regimi monetari fondati sul ruolo centrale dell’oro come ancora garante della stabilità (ricordiamo tra questi le posizioni esplicitamente favorevoli al regime aureo di Barro e di Greenspan, e la propaganda a favore dell’oro di molti esponenti della scuola austriaca del von Mises Institute). Insomma vi sono precisi segnali che indicano il disegno, più o meno consapevole,  di ritornare a sistemi basati su commodity standard, considerati come lo strumento più idoneo per garantire la stabilità monetaria internazionale.

Ma non ci si ferma all’oro: il progetto di istituire una moneta internazionale garantita direttamente dalle riserve petrolifere, nella sostanza un petroleum standard (o in altri termini un energy-based currency) è stata esplicitamente avanzata al secondo South American-Arab League Summit del marzo 2009, dal presidente venezuelano Hugo Chavez. La nuova moneta, denominata Petro, dovrebbe, nelle intenzioni del presidente venezuelano, proporsi esplicitamente come una nuova commodity money internazionale garantita dalle riserve petrolifere, con l’obiettivo annunciato di superare l’instabilità sistemica che ha caratterizzato l’ultimo quarantennio di regime di moneta fiduciaria[8].

Particolare risalto ha avuto in questi anni il progetto di una nuova moneta internazionale proposto nel 2001 dall’economista belga Bernard A. Lietaer, in The Future of Money: Beyond Greed and Scarcity. La nuova moneta, che Liataer chiama Terra, dovrebbe essere basata su un paniere composto dalle dodici più importanti merci commerciate a livello mondiale e caratterizzate da una relativa stabilità di valore. La nuova moneta dovrebbe essere emessa dalla Terra Alliance, una associazione di iniziativa privata e non governativa, un ente finanziato dai paesi produttori di petrolio con l’investimento dei loro surplus e sarebbe poi immessa nel circuito monetario internazionale attraverso le transazioni tra i paesi petroliferi e il resto del mondo.

Ma chi ha un po’ di familiarità con la storia monetaria non può lasciarsi sedurre dal mito della moneta merce come meccanismo infallibile in grado di assicurare automaticamente la stabilità dei prezzi interni ed internazionali. Questa stabilità si ha solo a condizione  che l’offerta di moneta merce sia sempre in proporzione con le variazioni di produttività di tutte le altre merci, sia insomma dotata di una elasticità di offerta tale da evitare sia spinte deflazionistiche (aumento del prezzo relativo della moneta merce rispetto alle altre merci e ristagno dei mezzi di pagamento), sia fiammate inflazionistiche (diminuzione del prezzo relativo della moneta merce rispetto alle altre merci). Le fluttuazioni dei prezzi sarebbero quindi sempre esogenamente determinate in base alle variazioni del prezzo mondiale della moneta merce e quindi politicamente non controllabili. Del resto il sistema del commodity standard, così come la vicenda storica ha dimostrato, tende a creare forti asimmetrie tra i paesi. Sono avvantaggiati innanzitutto i paesi che hanno un maggior peso nel commercio internazionale e che accumulano crescenti surplus, mentre sono del tutto svantaggiati i paesi in deficit o che rivestono un ruolo marginale nel commercio mondiale. La probabile tesaurizzazione delle riserve[9] porterebbe poi ad un ristagno dei mezzi di pagamento internazionale e a pressioni deflazionistiche che sopporterebbero prevalentemente i paesi in deficit, costretti ad adottare politiche di riduzione dei redditi interni per poter ristabilire il loro equilibrio esterno. La maggiore stabilità assicurata da forme di commodity money è quindi solo un’illusione.

La strada per evitare il ritorno al barbarico relitto della moneta merce passa attraverso una riforma politica del sistema monetario mondiale che sia diretta al potenziamento di strumenti di liquidità internazionale, come i diritti speciali di prelievo, sotto il controllo di una autorità sovranazionale come il Fondo Monetario Internazionale, che dovrebbe essere opportunamente riformato per dare maggior peso ai paesi emergenti. L’uso di tali strumenti insieme a meccanismi istituzionali che tendano a controllare i movimenti di capitali darebbero al sistema monetario internazionale una maggiore possibilità di governo politico degli squilibri (così come aveva intuito Keynes negli anni Quaranta e Triffin negli anni Sessanta), assicurando, attraverso forme di intervento condivise, una maggiore stabilità. E’ questa la direzione che le autorità monetarie cinesi hanno già realisticamente indicato[10] e che è stata raccolta molto limitatamente nel vertice di Pittsburg del settembre scorso. Sul tema della riforma del sistema monetario internazionale gli interessi delle forze democratiche[11], in primo luogo quelle dell’Occidente, dovrebbero convergere sulla proposta cinese di internazionalizzazione delle riserve per evitare che emergano drastiche soluzioni della crisi del dollaro che finiscano “per gettare via il bambino insieme all’acqua sporca”. Il dollaro potrebbe essere la vittima più illustre di questa crisi, ma il definitivo tramonto della divisa americana per una crisi di fiducia potrebbe facilitare il ritorno a tecnologie di pagamento basate su merci, inasprendo le asimmetrie e le rigidità del sistema dei pagamenti internazionali. Gli stessi Usa potrebbero essere spinti per difendere la loro moneta a ripristinare il dollaro convertibile[12], tentazione che nei circoli politici e finanziari di Washington e Wall Street è stata sempre molto viva.

[1] La prima fase prevede la costituzione del Gulf Monetary Council, nucleo della futura Banca centrale dell’Unione. Gli Emirati Arabi Uniti non hanno aderito al protocollo di intesa per contrasti riguardo alla decisone di scegliere Ryad come sede del nuovo organismo e non Abu Dhabi, ma il loro l’ingresso nella nuova unione monetaria avverrà in una seconda fase, quando è prevista anche l’adesione dell’Oman.
[2] Dal punto di vista dei regimi di cambio, l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti, il Bahrein e il Qatar restano ancorati al dollaro, ed il Kuwait ad un paniere composito, con un meccanismo di conventional fixed peg, il paese cioè, fissa il cambio con un’altra valuta o ad un paniere mantenendo con essi un piccolo margine di oscillazione (es. 1%). Negli ultimi tre anni, soprattutto per evitare pressioni inflazionistiche interne, l’aggiustamento automatico con il dollaro è stato più volte evitato.
[3] Del resto già si annuncia che nel prossimo decennio, Dubai è destinata, insieme a  Shanghai, a superare la piazza finanziaria di Londra.
[4] Se consideriamo il dato delle riserve monetarie mondiale (dati IMF del I quadrimestre del 2009), il 65 %, è costituito da dollari, mentre l’euro si attesta al 26%, seguito dalla sterlina britannica (al 4%) e dallo yen (al 3%). Se si considera poi l’evoluzione della composizione delle riserve mondiali negli ultimi anni,  la percentuale in euro sul totale è passata (fonte IMF, 2005). dal 17,9% del 1999 al 24,9% del 2004, toccando il 25,3% nel 2003 (alla fine del 1998, l’ammontare di riserve mondiali in marchi tedeschi, franchi francesi, fiorini olandesi e in ECU era pari al 14,5%). A fronte di questa ascesa dell’euro, le riserve in dollari Usa sono passate, nello stesso periodo, dal 71,0% al 65,9% , mentre le riserve mondiali in yen giapponesi sono diminuite nello stesso periodo dal 6,4% al 3,9%.  Leggendo questi dati si può dire che il dollaro dopo la nascita dell’euro ha ceduto solo qualche palmo di terreno, restando ben piazzato a rappresentare quasi due terzi delle riserve mondiali, mentre la moneta unica europea si è avvantaggiata soprattutto a spese delle monete minori, yen e sterlina britannica.
[5] Il passaggio dalla egemonia della sterlina a quella del dollaro avvenne nel tempo relativamente breve di due decenni, tra gli anni Trenta e Quaranta del secolo scorso, ma in un contesto molto diverso da quello attuale. La sterlina e il dollaro erano in quel tempo monete formalmente convertibili in oro,  e il passaggio dall’una all’altra egemonia fu determinata in primo luogo dall’accumulo di riserve auree negli Stati Uniti e rafforzato dalla posizione assunta da quest’ultimo paese come creditore netto internazionale. Tuttavia, il fatto che la convertibilità in oro del dollaro era assicurata, il passaggio dalla sterlina alla divisa americana non fu percepito come una trasformazione radicale, dato che sempre il metallo giallo permaneva, almeno formalmente,  nelle sue funzioni di standard.
[6] Le autorità monetarie della Repubblica popolare cinese, che detengono in dollari circa il 65% delle loro riserve valutarie (secondo stime non ufficiali, fonte IBS-Reuters),  hanno più volte manifestato in modo esplicito timori sulla stabilità del biglietto verde, e dal 2005 hanno ancorato lo yuan a un paniere composito di monete svincolandosi dal rapporto stretto ed esclusivo con la divisa Usa. Da tempo la Russia, seguita da altri paesi emergenti, è impegnata a modificare al composizione delle sue riserve a vantaggio dell’euro.
[7] L’iniziativa della moneta comune della penisola arabica è stata sempre sostenuta dal FMI, cfr. E. Jadresic, On a common currency for the GGC Countries, IMF Discussion Paper, december 2002, come un passo decisivo verso la semplificazione del sistema monetario mondiale.
[8] E il Gulf potrebbe rappresentare una prima tappa nell’attuazione di questo disegno.
[9] Per questo molte proposte contemporanee di ritorno a forme di commodity money prevedono per evitare la tesaurizzazione la definizione di regole internazionali che impongano il pagamento di costi di deposito per le riserve accumulate oltre un certo limite.
[10] Si veda il recente intervento (http://www.pbc.gov.cn/english//detail.asp?col=6500&ID=178),  Zhou Xiaochuan, governatore della Banca Centrale della Repubblica Popolare Cinese (People’s Bank of China); cfr. anche R. Patalano, Keynes a Pechino.
[11] Nel recente congresso dell’Internazionale Socialista del luglio scorso neppure una tesi è stata dedicata al problema della riforma del sistema monetario internazionale, ma solo generici riferimenti alla cooperazione, alla lotta contro la speculazione e alla riforma delle quote di partecipazione del FMI a maggior vantaggio dei paesi in via di sviluppo.
[12] Del resto gli Usa sono ancora al primo posto come detentori di riserve auree (con 8133,5 tonnellate), seguiti dalla Germania (3407,6 tonnellate), dall’Italia (2451,8 tonnellate) , dalla Francia (2435,4 tonnellate) e dalla Cina (1054 tonnellate). Dati dicembre 2009.

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classi, immigrati, scuola di Fiorella Farinelli

Trenta per cento: Gelmini sbaglia i conti 12.01.2010

L’annuncio, la necessaria correzione, il pattinaggio amministrativo. Ma il messaggio del tetto del 30% agli stranieri in classe è chiaro: quelle ragazze e quei ragazzi sono un problema, un danno da ridurre. Così si ignorano i numeri reali, si calpestano le esperienze concrete e autonome delle scuole, e si impone un modello di società chiusa

Segregazione o integrazione? Quale di queste due finalità prevale nella circolare ministeriale che introduce un tetto del 30% alla presenza degli studenti stranieri nelle classi? Il testo, firmato da Mario Dutto, un direttore generale esperto della complessità del tema per aver operato a lungo in Lombardia misurandosi anche con esperimenti contrastati come quello della “scuola araba”, è indubbiamente abile. Un buon esercizio di pattinaggio amministrativo, tra norme di ispirazione inclusiva (come il DPR 394/1999) e intenzionalità politiche di tutt’altro segno. Ma l’ambiguità resta, e con essa i varchi a un utilizzo perverso della nuova regola.

Ambiguo, del resto, è il comportamento del ministro. Non sfugge la doppiezza politica e la tortuosità comunicativa di ciò che è accaduto nel giro di pochissime ore, tra l’8 e il 10 gennaio. Prima l’annuncio all’opinione pubblica dell’introduzione del tetto, con il testo della circolare ancora stranamente assente dal sito del ministero. Poi, in una trasmissione televisiva di due giorni dopo, la precisazione che il provvedimento non riguarda, perché certamente già in possesso di competenze linguistiche adeguate, i bambini e i ragazzi stranieri nati in Italia. Con l’intenzione evidente di portare a casa due risultati che difficilmente stanno insieme. Da un lato, il consenso di una Lega che in verità vorrebbe ben di più ma che al momento è rassicurata dalla recente proposta di legge Bartolini del PdL sulla cittadinanza, peggiorativa della legge Martelli del 1991 proprio per il ruolo di controllo dei requisiti di accesso che attribuisce all’istruzione. Dall’altro, un’apertura – in verità debole perché una circolare non ha certo la forza di una legge – alle posizioni di chi, anche nella maggioranza, propone il riconoscimento dello status di cittadini almeno alle seconde generazioni di chi è nato qui o ci è arrivato prima o all’inizio dell’età scolare. E infatti Sarubbi, l’onorevole PD che ha firmato con il finiano Granata una proposta di legge che va in questa direzione, oggi dalle pagine della Stampa applaude alla Gelmini che esclude dal tetto chi è nato in Italia. Un quadro in cui la scuola – le responsabilità, la scommessa e le fatiche dell’integrazione, le risorse e gli strumenti per realizzarla – rischia di restare sullo sfondo. Affidata, appunto, ai difficili equilibri del testo della circolare.

E’ comunque indubbio che il messaggio che si dà con l’introduzione del tetto conferma e incoraggia il già diffuso pregiudizio secondo cui la presenza di alunni stranieri costituirebbe un immancabile svantaggio per gli studenti italiani e un altrettanto immancabile ostacolo al buon funzionamento della scuola. Il ministro, del resto, lo dice esplicitamente (“lo sanno le mamme che vedono le classi dei loro figli procedere a due velocità, con alcuni studenti che restano indietro ed altri che vanno meglio“), offrendo il conforto dell’ufficialità a quegli stessi comportamenti di fuga delle famiglie italiane dagli istituti con “troppi” ragazzi di altra cittadinanza che si dichiara invece di voler evitare. E che altro si può fare di fronte a tale flagello, se non tentare di contenerlo o di ridurlo nei limiti del sostenibile, come si trattasse dell’inquinamento dell’aria o del surriscaldamento del pianeta? Nel testo del provvedimento e in dichiarazioni successive si precisa, è vero, che la malattia non si presenta sempre in forma acuta e che bisognerà considerare delle variabili, come la conoscenza più o meno “adeguata” della lingua italiana o il fatto che una parte consistente di questi bambini e ragazzi (sono il 37% del totale, oltre il 60% nella scuola primaria) sono già oggi nati in Italia. Ma, appunto, si tratta di variabili che dovranno essere accertate e che comunque possono solo dar luogo a deroghe: eccezioni alla regola che non sono nella potestà delle scuole ma che dovranno essere autorizzate dall’amministrazione scolastica regionale. Si prevede, anzi, la possibilità di deroghe anche in basso – quindi al di sotto del 30% – come auspicato dall’attuale neonominato direttore scolastico regionale della Lombardia che, più realista del re, sostiene non si debba oltrepassare il limite del 20%. Sebbene il ministro si sbracci a dichiarare che il problema, per carità, non è certo “il razzismo” ma al contrario l’”integrazione” e che il suo provvedimento interviene su problematiche di natura esclusivamente “didattica”, è un fatto che alle scuole – e al paese – non si manda a dire di tenere per quanto possibile conto, nella formazione delle classi, di tutte le variabili effettivamente importanti per impostare una didattica efficace. Non si dice che nella maggioranza dei casi anche i bambini che arrivano a scuola con pochissimo italiano lo imparano velocemente se sostenuti da una didattica esperta. Non si sottolinea il vantaggio per tutti del plurilinguismo, del confronto tra culture e identità diverse, e delle altre caratteristiche che le nostre scuole migliori hanno imparato a valorizzare come risorsa di un’educazione per diventare cittadini di un mondo un po’ più largo ed aperto della Brianza felix. Non si concentra l’attenzione su quali percorsi e strumenti didattici si devono attivare per misurarsi con le situazioni che, per quanto minoritarie, sono davvero problematiche, cioè i ragazzi “ricongiunti” che talora approdano nelle nostre scuole in corso d’anno scolastico senza una parola di italiano. Le nuove Linee guida, invece, incrinano la saggia regola finora vigente per cui i ragazzi dovevano essere “di norma “ inseriti in classi corrispondenti alla loro età, aprendo così ulteriori varchi a mortificazioni inutili e pericolose. Quasi un invito a generalizzare una prassi già fin troppo diffusa di eccezione a quella regola. Gli alunni stranieri in ritardo scolastico erano due anni fa attorno al 30% nella scuola primaria, oltre il 50% nella scuola media, oltre il 70% nella scuola secondaria superiore. Percentuali enormi, che parlano di pregiudizi e di timori degli insegnanti o di difficoltà e povertà delle scuole, ben più che di effettive difficoltà di apprendimento.

I limiti del provvedimento

Tra i limiti più gravi del provvedimento, in termini di politica scolastica, c’è anche la sua fisionomia rigorosamente centralistica. La regola che viene imposta è indipendente dai contesti territoriali, dalle caratteristiche ed esperienze delle scuole e della loro interazione con il territorio di appartenenza, dai diversi livelli e tipi di formazione scolastica. Mentre è evidente che solo nei contesti specifici le scuole possono valutare ciò che costituisce problema e come affrontarlo. Non solo, anche la non familiarità con l’italiano ha con tutta evidenza un significato diverso se si tratta della prima classe della primaria dove italiani e stranieri hanno tutto o quasi da imparare, o della prima classe di scuola secondaria superiore dove è necessaria una competenza linguistica più evoluta per misurarsi con un apprendimento che, nel nostro sistema scolastico, è ancora fortemente incentrato sui libri di testo e sui linguaggi formalizzati. Perfino la condizione di nativi, che solitamente si accompagna a una conoscenza della lingua di livello se non identico almeno comparabile con quello dei coetanei italiani, può avere effetti diversi per i figli delle donne arabe o asiatiche che non lavorano e restano relegate in casa: niente asilo nido per i loro figli, in questi casi, spesso neanche la scuola materna, dunque bassissimi livelli di esposizione all’ambiente linguistico esterno alla famiglia che è decisivo per l’acquisizione dell’italiano, e maggiori difficoltà nell’impatto con la scuola. Dovrebbero dunque essere le scuole a decidere – i criteri di formazione delle classi sono del resto da sempre una loro prerogativa, anche prima dell’autonomia scolastica – e non in base a un criterio quantitativo astratto quantunque derogabile, ma in base alla conoscenza delle situazioni e dei problemi specifici, alla loro stessa esperienza e capacità di intervento. E in coerenza con il principio tradizionale della “pluralità omogenea”, un principio di tipo inclusivo che impedisce che gli istituti scolastici e le classi si caratterizzino per intenzionali o artificiose omogeneità di tipo sociale, economico, culturale, di successo scolastico (e quindi, per estensione, di nazionalità e cittadinanza).

Ma tenere conto delle valutazioni delle scuole e ascoltarle non appartiene allo stile di governo del ministro Gelmini. Se la presenza dei ragazzi di provenienza straniera nelle scuole – tanti o pochi che siano – non determina automaticamente difficoltà di apprendimento degli studenti italiani e se anzi nelle scuole più esperte gli insegnanti verificano che le diversità culturali e linguistiche possono risolversi in arricchimenti educativi, preziose competenze relazionali e comunicative, maggiori capacità di problem solving, stimoli maggiori all’apprendimento delle lingue straniere, è però certo che tutto ciò obbliga a una didattica meno standardizzata, a percorsi personalizzati, a un utilizzo più variato dei diversi linguaggi dell’apprendimento. Occorrono tempi diversi, nuove flessibilità, specifiche competenze, ma dove trovarle e come formarle in una scuola sempre più povera di soldi, organici, strumentazioni tecniche? Anche i laboratori per il potenziamento dell’italiano, preliminari o contestuali alla frequenza scolastica, di mattina o pomeridiani – i quali, per rassicurare le truppe di Bossi, la Gelmini si ostina a chiamare “classi di durata limitata “ – richiedono mezzi. Che oggi vengono negati e ridotti. E’ nota l’avversione del ministro nei riguardi delle compresenze, un tempo strumento diffuso che permetteva la formazione di gruppi ridotti di alunni e l’attuazione di interventi anche individualizzati per alcune ore settimanali. Ed è accertata la tenacia con cui si stanno riducendo progressivamente gli insegnanti facilitatori per l’insegnamento dell’italiano lingua 2. In provincia di Milano, al forte aumento di alunni stranieri negli ultimi dieci anni, corrisponde una riduzione secca delle risorse professionali dedicate all’integrazione: dai circa 700 di dieci anni fa ai 90 di oggi. L’integrazione è una strategia decisiva, strategica per un paese caratterizzato da un’immigrazione insieme crescente e strutturale, ma ha i suoi costi. Se si vogliono negare, è ovvio procedere con provvedimenti di natura centralistica.

Hanno dunque ragione i dirigenti scolastici e gli insegnanti che non vedono niente di buono in questo nuovo provvedimento. Quanto poi alla pietra dello scandalo, cioè la presenza di realtà scolastiche fortemente polarizzate, istituti, plessi o classi frequentati quasi esclusivamente da migranti, a fronte di altri frequentati quasi esclusivamente da italiani, è indubbio che qui l’integrazione è messa a forte rischio e che sono opportuni, se possibili, degli interventi correttivi. In effetti, è proprio nella separazione e quindi nella negazione della possibilità di studiare, crescere, diventare cittadini insieme, l’argomento più forte contro le famose “classi-ponte” dell’onorevole Cota. Ma anche qui, bisognerebbe saper guardare ai fatti senza i pregiudizi e gli allarmismi fuori misura prodotti dai media e dalla cattiva politica. I numeri, intanto. A Milano e a Roma, due piazze entrambe fortemente connotate da indici alti di popolazione immigrata, i casi di scuole ad altissima presenza di allievi stranieri al momento si contano sulle dita più di una mano che di due, e sono molto pochi in tutto il Centro-Nord. Non solo, ci sono due diverse tipologie di situazione che richiedono interventi diversi, e di natura assai più complessa dell’imposizione di una quota.

Nel caso di scuole polarizzate in un senso e nell’altro che appartengono allo stesso territorio, c’è infatti sempre qualcosa che non va nei comportamenti di alcuni istituti scolastici – scuole che scoraggiano la presenza straniera, scuole che viceversa la incoraggiano, talora anche per banali ragioni di conservazione o incremento degli organici – a cui si intrecciano le dinamiche delle famiglie, che per motivi diversi cercano o, più spesso, rifuggono dalle scuole “troppo “ connotate da presenze straniere. Quando ciò si verifica all’interno di un contesto territoriale dotato di più scuole dello stesso tipo (quindi scuole elementari e medie: tutt’altri problemi, evidentemente, con la specificità/rarità degli indirizzi della scuola superiore, peraltro quasi sempre molto connotati dalle provenienze sociali ) è non solo possibile, ma necessaria una distribuzione più equilibrata sia dei ragazzi italiani che di quelli stranieri. A questo proposito la circolare indica alle scuole e ai loro dirigenti di lavorare per patti territoriali e accordi nella formazione delle classi con utenza straniera. Un suggerimento condivisibile, ma tutt’altro che semplice da realizzare senza una forte regia dell’amministrazione scolastica e degli Enti Locali. Si sarebbe dovuto farlo già da tempo, mettendo in campo un governo razionale e lungimirante dei processi. Il sistema educativo non può essere la somma di tante autonomie scolastiche tra loro separate e concorrenti. E’ comunque corretta la precisazione della circolare secondo cui le indicazioni “non vanno intese quali vincoli imposti ai genitori che iscrivono i loro figli, bensì quali criteri organizzativi per le scuole “: pare di capire, infatti, che a nessun genitore, italiano o straniero, può essere imposto di iscrivere “altrove” il proprio figlio. Bisognerebbe, quindi, nell’ipotesi di redistribuzione dei ragazzi per evitare scuole “polarizzate”, persuadere della bontà di scuole non polarizzate i genitori stessi.

Da Prato a Torino

Tutta diversa la situazione dei contesti territoriali – arcinota quella di Prato – in cui è la popolazione in età scolare ad essere “polarizzata”. La regola del 30%, ma anche del 40 o del 50, qui risulta del tutto inutile, ed impropria. Le scuole pubbliche, che per costituzione e norme non possono rifiutare nessuno, non sono in grado, con tutta evidenza, di cambiare i connotati degli insediamenti sociali, degli assetti produttivi, del mercato del lavoro, delle politiche abitative. E neppure l’alleanza tra scuole ed Enti Locali può determinare, per evitare le concentrazioni, irragionevoli (e costose) deportazioni dei diversi tipi di studenti da una zona all’altra. Né, tanto meno, deprivare interi territori delle loro scuole. Se ci sono “ghetti” sociali o etnici, la scuola non deve essere messa sotto accusa perché li riflette, ma aiutata a misurarsi nel modo più intelligente con le situazioni più difficili. Si può fare. Nella scuola di San Salvario di Torino lo si è fatto con successo, grazie agli insegnanti ma anche al Comune, ai teatri, alle biblioteche, ai musei, alle università della città. E oggi ci sono famiglie italiane di altre zone che si mettono in lista per iscrivere lì i loro figli. Perché l’Italia è, per fortuna, anche altro – meno tetra, meno impaurita e rancorosa, più moderna e intelligente – da quello che immaginano Gelmini e tanta politica di destra e anche di sinistra.

Ci si dovrà, del resto, prima o poi rendere conto che anche la società italiana è, e sarà sempre di più composta, stratificata, integrata di provenienze diverse. E’ una fortuna che da noi i figli degli stranieri – quasi tutti – vadano a scuola. E’ pericoloso che si vogliano mortificare, escludere, marginalizzare. Tanto più in un paese in cui è soprattutto nell’esperienza scolastica delle seconde generazioni che si gioca la partita della cittadinanza sostanziale, e dunque dell’integrazione e della convivenza. Ma ci sono anche altre sfide, non meno importanti, a cui occorrerebbe guardare. Perché dire ai ragazzi italiani che quei loro stessi coetanei con cui giocano, fanno sport, scaricano musica, chattano e amoreggiano possono stare nella loro stessa classe solo se non superano l’aurea regola di 1 a 3, di sicuro non gli fa bene. Sono già fin troppi quelli che negli stadi insultano il calciatore nero, ancorché di cittadinanza italiana.

http://www.sbilanciamoci.info/Sezioni/italie/Trenta-per-cento-Gelmini-sbaglia-i-conti

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Mediattivismo 041

La rassegna di http://www.caffeeuropa.it/ del 14.01.2010

Le aperture

“Haiti è diventata un cimitero” è il titolo di apertura del Corriere della Sera. Il terremoto del settimo grado della scala Richter ha “spazzato via i palazzi di Port-au-Prince, dal parlamento alla cattedrale”, che è “rasa al suolo”. “Il governo: i morti sono più di centomila” (c’è anche chi dice che possano essere oltre 500.000). L’editoriale di Sergio Romano è titolato “L’isola degli ultimi”, sulla prima pagina del quotidiano ci sono anche testimonianze su Haiti, come quella di Ettore Mo (“Lì ho visto la miseria e la fame che uccide”). In prima pagina c’è spazio anche per un riquadro sulla politica interna (“Giustizia, niente decreto. Berlusconi contro i pm. Il premier frena sul fisco: le tasse non calano”) e per Google, che ha deciso di eliminare ogni filtro politico dai suoi siti in Cina, e si è detta pronta a lasciare il Paese se Pechino non rinuncerà alla censura: “Google e la ribellione al muro digitale cinese”, il titolo dell’articolo.

La Repubblica: “Apocalisse ad Haiti, centomila morti”. “Terremoto devasta l’isola, migliaia sotto le macerie. Forse anche italiani tra le vittime”. La politica occupa un riquadro. “Giustizia, salta il decreto blocca processi. Tasse, il premier ci ripensa. Minzolini al Tg1: ‘Craxi uno statista’. E’ polemica”. In prima le firme di Giuseppe D’Avanzo (“Il vero asso nella manica del Cavaliere”), e di Edmondo Berselli (“Promesse fiscali e politica artificiale”, il titolo). La decisione del premie di non procedere con un decreto sarebbe stata “apprezzata” dal Quirinale, come spiega tra gli altri un articolo del Sole 24 Ore.

La Stampa: “Haiti, il giorno dell’Apocalisse”, con commento di Lucia Annunziata. In prima anche uno spazio sulla politica interna. Oltre alle dichiarazioni del premier, anche le regionali in Piemonte: “Chiamparino capolista Pd. Il sindaco di Torino farà da traino alla Bresso. Puglia: sì alle primarie”.

Anche su Il Foglio grande evidenza al terremoto di Haiti, “l’isola che non c’è più”, e per Google, che “minaccia il ritiro dalla licca contro la lotta del regime a Internet”.

Il Sole 24 Ore: “Tagli fiscali sì, ma dopo la crisi. Premier e Tremonti: fisco iniquo e inefficiente, riforma rinviata”.

Per Il Riformista il governo è in “Stato confusionale. Berlusconi dietrofront su taglio delle tasse e decreto blocca-processi. Bersani: è la destra a non volere le riforme, ma io non rinuncio”. Nelle pagine interne il segretario del Pd è protagonista di una lunga intervista: “Col badile contro le leggine, ma sulle riforme vere pronto da domani”, il titolo.

Il Giornale: “Il pasticcio delle tasse. Per il momento non si taglia. Il premier annuncia: non è possibile ridurre le aliquote quest’anno. La crisi ce lo impedisce. Vero. Ma perché nei giorni scorsi ci aveva illusi parlando di riforma fiscale imminente?”: Vittorio Feltri sviluppa la domanda nel suo editoriale.

Anche Libero è severo con il premier: “Caro Silvio, non ci stiamo. Berlusconi dice che le tasse non si possono abbassare. Questa volta pensiamo che sbagli. Il Fisco è una giungla di 1834 tributi. C’è un balzello anche sull’aria. Ecco i primi cento”.

Elezioni

“Il popolo nero non esiste. Le tessere dell’Ugl? Facciamo come gli altri”. É il titolo di una intervista a Renata Polverini, su Il Riformista, in cui la candidata del centrodestra replica alle accuse di questi giorni e anticipa le priorità del programma della sua coalizione che sarà pronto a fine mese. “Sgravi per famiglie e imprese subito, ma anche l’impegno a ripianare il deficit di bilancio negoziando il piano di rientro e tagliando le spese”.

Sulla Puglia il Pdl ha deciso: si faranno le primarie per scegliere il candidato, tra Vendola e Boccia. “Pressing di D’Alema, anche Casini dà il via libera”.

Sulla Calabria, scrive Repubblica che Bersani sarebbe tentato dal lasciare la scelta del candidato presidente all’Udc. “E Pierluigi gela i suoi candidati: diamo la Calabria all’Udc”.

Su L’Unità si fa il punto sui rapporti del Pd con Prc e gli altri partiti della Federazione della sinistra. “Accordi difficile in almeno 4 regioni. In una regione su tre la sinistra radicale sosterrà candidati alternativi a quelli del Pd”.

Su Libero una intervista a Enzo Carra, ex dc e oggi anche ex Pd: “Il Pd è un ogm politico, adesso me ne vado. Il caso Bonino è la conferma della mutazione del partito, una sigla di sinistra senza pluralismo”.

Su Il Giornale intervista a Isabella Rauti, “lady Alemanno”, che forse si candida nella lista del Pdl che sostiene la Polverini.

Craxi

Su La Repubblica Diario pagine dedicate a Craxi e al “craxismo”, con articoli di Miriam Mafai, Giorgio Ruffolo, Filippo Ceccarelli”. Sullo stesso quotidiano spazio anche alle polemiche in vista della celebrazione del decennale della morte: l’editoriale del Tg1 viene commentato da Curzio Maltese (“Un comizio in diretta per la prima Repubblica”), e un retroscena parla del convegno che si terrà in Parlamento: “Alla fine il Quirinale sceglie un gesto privato verso la signora Anna, che continua a vivere in Tunisia. Sarà un telegramma alla vedova di Bettino il messaggio di Napolitano per il decennale”.

Il Corriere offre un ritratto di Anna Craxi e una conversazione firmata da Aldo Cazzullo: “Tra me e Bettino una promessa. Il suo corpo non tornerà mai in Italia”. “Non tutti ci credettero quando sissi che sarei rimasta ad Hammamet. Ora sono una cittadina tunisina”.

La Stampa offre un articolo di Giuseppe Culicchia che torna sul tema “che Italia sarebbe senza immigrati”. “Il mercato non c’era più e all’edicola mancavano i quotidiani. L’edicolante mi ha detto: il corriere che li porta è rumeno, e lui preferisce i romeni”. “Scomparsa la domesticaperuviana e mia madre non ha più l’aiutante russa. Mancano le arance perché adesso nessuno le raccoglie”.

E poi

Su La Stampa una intervista a Riccardo Di Segni, rabbino capo di Roma, in vista della visita del Papa in Sinagoga: “Col Papa dialogo complicato ma non si ferma”, il titolo.

Su La Repubblica una intervista allo storico Saul Driedlander, che “ribalta la tesi di Hanna Arendt” sulla “banalità del male”. “Non è stata una macchina burocratica a portare avanti lo sterminio”, ma l’antisemitismo “redentivo, apocalittico” di Hitler, “una ossessione pseudoreligiosa che fa molto pensare al fondamentalismo di oggi”, scrive Susanna Nirenstein.

La Repubblica offre una intervista di Die Zeit a Condoleezza Rice: “L’America continuerà a guidare il mondo. Sbaglia chi dice che siamo in declino”. Gli Usa hanno dalla loro “una idea della storia, della direzione in cui muoversi, cosa che aveva anche l’Unione Sovietica. Nel nostro caso è una idea democratica, l’idea della libertà, che va al di là della classica politica basata sugli interessi nazionali e che sviluppa una forza di attrazione universale. Nonostante gli straordinari risultati economici la Cina non ha nulla di simile da offrire. Persegue interessi nazionali, mercantilistici. Non sembra disposta a portare avanti anche una politica di responsabilità o a investire nelle istituzioni globali”.

Da carlovisintini@gmail.com sulla lista neurogreen@liste.rekombinant.org

Libero e assolto Luca Tornatore! domani grande festa di ben tornato alla Casa delle Culture, a Trieste!

un grande grazie a tutt* per la mobilitazione straordinaria per la sua libertà!

intervista a Luca:
http://www.globalproject.info/public/resources/mp3/lucatornatore_global.mp3

l’ultima lettera di Luca dal carcere:
http://www.globalproject.info/it/in_movimento/Reclamare-lindipendenza-e-la-sovranita-di-tutti-e-ognuno/3501

evento fb: http://www.facebook.com/event.php?eid=259828760784&index=1

Addio, imprescindibile Daniel

Salvatore Cannavò,  13.01.2010

Bensaid, filosofo e militante politico dell’Npa francese si è spento il 12 mattina a Parigi. Scompare una delle menti migliori d’Europa, un’immensa perdita per il pensiero critico e il marxismo internazionale

Abbiamo perso una delle menti migliori di questa Europa sconfitta e depressa. Daniel Bensaid ha saputo irradiare con la sua immensa capacità di scrittura e di riflessione diverse generazioni politiche e militanti e non è un caso se oggi lo piangono quelli della sua generazione, la generazione post-sessantotto e anche i più giovani. Quelli che lo hanno conosciuto ai campi della Quarta internazionale dove è sempre stato presente per tenere un meeting sul senso della rivoluzione oggi, oppure per animare la scuola di base o ancora semplicemente per stare al bar, attorno a una tenda, seduti per terra cercando di inventare iniziative nuove, progetti, collegamenti internazionali tra paesi differenti e tra generazioni lontane. E’ stato il miglior intellettuale di frontiera e di collegamento che abbia conosciuto. Amatissimo dentro la Quarta internazionale per il contributo di pensiero che è stato in grado di offrire, come prova la sua straordinaria bibliografia, e per lo stile gioviale, sincero, amabile con cui ha tessuto le sue relazioni. Nella sua biografia, la Lente impatience, pubblicata in Francia qualche anno fa e che pubblicheremo a breve con Alegre, la genesi di questo amore è narrata con semplice linearità senza alcun compiacimento. A ventidue anni nel ’68, Daniel era a fianco di Alain Krivine e Henri Weber (ma anche di Pierre Rousset) ad animare le occupazioni studentesche ma soprattutto a chiedersi come scuotere la società francese e la sua sinistra. Lui, il giovane accanto ai due più grandi, Krivine e Weber, ma con una capacità di scrittura e di pensiero che subito si cristallizza nel Mai 68, Une répétition générale, edito da Maspero e scritto in collaborazione con Weber (il quale finirà nel partito socialista dopo aver contribuito a fondare la Lcr).

Lo sforzo riesce perché dopo il ’68 l’allora Junesse communiste revolutionnaire fonda la Lcr, la mitica Ligue, un’organizzazione che ha fatto, ad esempio, la differenza tra l’estrema sinistra francese e quella italiana. Un’organizzazione che ha resistito per quarant’anni e che quando si è sciolta, nel febbraio del 2009, lo ha fatto solo per far nascere un nuovo partito, l’Npa, tre volte più grande e in grado di catturare il 5% dei consensi. Una success story, risultato di un lavoro paziente e certosimo, a differenza dell’Italia dove l’estrema sinistra si è via via autoconsumata nel corso degli anni, con una dispersione micidiale di energie, anche intellettuali, e una desertificazione del dibattito da far paura. Se oggi possiamo registrare questa differenza lo dobbiamo anche alla mente lucida e curiosa di Bensaid e soprattutto a una qualità rara per un intellettuale della sua levatura: costruire pensiero e strategia e guidare organizzazioni politiche, stare in prima linea, costruire progetti anche dal basso, magari solo nella sua facoltà. Negli ultimi dieci anni ci ha permesso di formare Projet K, la rete europea di riviste marxiste che a lui doveva la nascita e soprattutto la capacità, per un breve periodo purtroppo, di mettere in rete esperienze tra loro diverse animando diversi dibattiti che si sono proiettati dentro il flusso dei Forum sociali mondiali. Senza Daniel questa esperienza militante internazionale non sarebbe mai nata, lui garantiva il collante e la credibilità necessari anche verso le aree politiche esterne alla storia della Quarta internazionale. Nel passaggio dalla Lcr al Npa si era molto impegnato per far nascere la Fondazione Louise Michel, centro di studi e ricerca non a caso dedicato alla memoria di una storica libertaria francese, a testimonianza della sua ricerca per un marxismo aperto, creativo, per nulla dogmatico. In questo senso, la sua opera più grande resta forse Marx l’intempestivo, dove coglie un Marx in anticipo sui tempi, intempestivo appunto, e ne ripercorre con un respiro inusitato i tre cicli di pensiero: quello storico, quello filosofico e quello economico. A Marx ha continuato a dedicarsi anche nel dettaglio: pochi in Italia conoscono una bellissima ricostruzione della vita di Marx – Passion Marx, edito da Textuel – del tutto estranea se non avversa alla santificazione del personaggio, in cui si ripercorrono i passi della vita del filosofo di Treviri attraverso la sua fitta corrispondenza con Engels. E sempre su questa linea, una delle ultime produzioni di Bensaid sarà di nuovo la ricostruzione del pensiero marxiano illustrato stavolta dalle vignette di Charb. «Un modo – spiegava – per rendere Marx ancora più accessibile e popolare di quanto in genere sia». E poi potremmo citare ancora gli Spossessati (Ombre corte) in cui si applica all’annosa questione del furto di legna nei boschi con cui Marx inizia a polemizzare con la struttura hegeliana e l’approfondimento del Marx politico realizzato in Inventer l’inconnu, un lungo saggio a corredo del carteggio tra Marx e Engels sulla Comune di Parigi. Così come è altamente formativo, per noi lo è stato, le Sourire du Spectre in cui si diverte a rimotivare, nel 2000, alla vigilia del nuovo movimento antiglobalizzazione, gli assi fondanti del comunismo marxiano nella società moderna.

Il movimento di Seattle e Porto Alegre non lo prende assolutamente alla sprovvista. Filosoficamente lo aveva già presentito e elaborato e nondimeno l’esperienza dei Social Forum è fondativa proprio per motivare il filo rosso del suo pensiero e della sua ricerca: attualizzare Marx e il marxismo, non ossificarlo, non lasciarlo carne morta in attesa di adorazione ma soggetto vivo, operante nell’immanente e strumento ineludibile di comprensione del ritmo, del divenire, dell’imprevedibilità della lotta di classe. Era stato già pronto nel 1995 in Francia, all’epoca del grande sciopero generale che cambia la storia recente francese, quando insieme a Christophe Aguiton scrive Le retour de la question sociale e lo è di nuovo nel primo decennio degli anni 2000. La sua produzione libraria da qui in avanti è impressionante, complice anche la presenza di una malattia difficile con la quale convive con caparbietà e determinazione ma che lo spinge a dare il massimo per liberare tutte le sue energie. Scrive testi di polemica francese – contro Henri Levy, ad esempio – produce ricerca marxista, scrive la sua biografia più completa, il cui titolo, la lenta impazienza, costituisce il programma politico del nostro tempo e accompagna la nascita del Npa con Penser Agir, pour une gauche anticapitaliste e Prenons parti – Pour un socialisme du XXIe siècle, scritto con Olivier Besancenot. E poi articoli su articoli, organizza e partecipa a convegni.

L’ultima volta che l’ho incontrato è stato l’estate scorsa a Port Leucat nella Catalogna francese, a Perpignan, dove l’Npa ha organizzato la sua prima Università estiva, con circa 1500 partecipanti. Abbiamo discusso a lungo nonostante fosse già malato e avesse una miriade di impegni. Abbiamo discusso dell’opportunità di pubblicare in Italia i suoi scritti su Walter Benjamin – eventualità ancora più necessaria, ora – altro autore caro a Bensaid proprio per la sua “eterodossia” mentre era già preso nell’organizzazione di un grande convegno a Parigi sull’attualità del comunismo. Era a sua agio in quell’ambiente, l’ambiente della sua vita a cui non ha mai fatto mancare il suo apporto, nemmeno nei momenti più difficili della sua lunga malattia.
L’ambiente che ha contribuito a creare e rafforzare quando, alla fine degli anni 70, al termine di quel decennio in cui “la storia ci mordeva la nuca” come ha scritto nella Lente impatience, prese la direzione della Quarta Internazionale e lavorò attivamente per aiutare nella costruzione della sezione brasiliana – quella di Porto Alegre dove Daniel è stato uno dei personaggi internazionali più riveriti – o di quella spagnola, l’analoga Lcr che all’inizio degli anni 80 costituiva una delle realtà più dinamiche e vivaci della sinistra europea. Per più di un decennio Bensaid è stato un dirigente politico a tutto tondo, costruendo il passaggio dagli anni 70, gli anni del grande balzo in avanti del movimento trotzkysta, alla depressione e al riflusso degli anni 80. Il libricino Chi sono questi trotzkysti, è in questo senso amabile e completo perché restituisce una vicenda complicata, intricata che Daniel riesce a collocare storicamente, a inquadrare nel difficile corso storico del movimento operaio.

Da dirigente politico, Bensaid era particolarmente “gauchiste”, termine traducibile con estremista anche se nell’accezione francese ha un sapore più complesso. E’ tra coloro che dirige l’assalto della Lcr nel ’71 contro i fascisti di Ordine nuovo, in seguito al quale la Ligue verrà messa fuorilegge. Quando lo racconta nella sua biografia ricorda divertito il ruolo che in quell’azione svolsero personaggi in seguito divenuti famosi non certo per la loro bellicosità come Aguiton, leader del movimento altermondialista, ma soprattutto Edwy Plenel, storico caporedattore, e poi direttore, di Le Monde. Con gli anni, e nel corso dei Novanta, diventa più completo e il lavoro intellettuale si riversa nell’elaborazione politica conferendola uno spessore nuovo. E un’autorità morale innegabile.
Dirigente politico e intellettuale, militante modesto e pensatore. In Italia non ne abbiamo conosciuti molti. E al nostro paese un intellettuale pensiamo che sia mancato molto. Un intellettuale tenace, resistente, in grado di mantenere per oltre quarant’anni, senza cedimenti, senza abiure, senza tentennamenti, il filo rosso del progetto rivoluzionario. Un intellettuale in grado di “sporcarsi le mani” e di dare ancora un volantino a 60 anni, in grado di stare in mezzo ai giovani come se fosse ancora ventenne, di indicare la strada, di restare imprescindibile, per usare l’espressione celebre di Che Guevara.
Imprescindibile, è così che vogliamo ricordare Daniel Bensaid, la cui amicizia ci ha onorato, la cui presenza ci ha dato una grande forza e un grande slancio e la cui assenza non sappiamo proprio come possa essere colmata.

http://www.aprileonline.info/notizia.php?id=13922

Corsi di scienze sociali in salsa chili 13.01.2010
Gli americani si considerano e sono considerati dai loro vassalli sparsi in giro per il mondo, per indiscutibile definizione, veri e unici depositari dei principi democratici. Conseguentemente a questo giudizio (quasi dogmatico) deriva che, essendo loro la sintesi massima di quanto di meglio l’umanità sia riuscita a sviluppare dal punto di vista delle istituzioni, della rappresentanza e dell’amministrazione della giustizia, essi detengano il diritto di affibbiare o meno a tutti gli altri paesi del mondo la patente di “paese democratico”.
Una democrazia non può definirsi, quindi, compiuta se non é riconosciuta come tale da un presidente a stelle e strisce.
Gli americani sono talmente convinti di questo che, coerentemente, si permettono di insegnare agli altri, organizzando veri e propri corsi scolastici, i propri concetti (che a questo punto intendono universali) riguardo la creazione e la gestione delle libere istituzioni.
A tal proposito vi segnaliamo il lavoro che si compie presso l’ ”Istituto di cooperazione e sicurezza dell’emisfero occidentale”dove viene spiegato cosa significhi la democrazia e come i principi sacri legati al concetto di libertà debbano essere trasmessi al mondo intero.
Tale istituzione, meglio nota come “La escuela de las Americas”, si trova in Georgia, ma, causa incomprensioni con i locali gruppi di difesa dei diritti umani, il presidente Obama sta pensando, non certo di interrompere l’ottimo lavoro che in quelle aule nel corso degli anni si è riusciti a produrre, ma di trasferire, baracca e burattini, nella più comprensiva Haiti (paese che da anni ormai è occupato arbitrariamente dalle forze Usa).
Curiosamente la scuola è un’emanazione diretta della Cia, che altrettanto stranamente, ha definito, tra i vari compiti che la scuola si è data, quello della lotta al comunismo come prioritario.
A noi questa definizione pare un po’ riduttiva rispetto ai meriti che la scuola può vantare; in effetti, come si fa sintetizzare in maniera così estrema il completo piano di studi che i frequentatori dei vari corsi sono tenuti a seguire?
Uno studente, un diplomato alla fine del suo percorso, oltre a ricevere la “medaglia dell’anticomunismo”, potrà vantarsi di padroneggiare le più raffinate tecniche di dissuasione, repressione, interrogatorio e di conoscere le più sofisticate tecniche di tortura (equivale o no ad un corso di scienze sociali con, in più, l’esperienza diretta, non già di laboratorio, direttamente sul campo?).
Tra gli studenti modello che tale scuola può vantare tra i suoi frequentatori vi sono:
– i generali Effrain Vazquez e Ramirez Povera che nel 2002 furono protagonisti del fallito golpe contro Chavez
– il generale Neuman, diplomatosi a pieni voti nel 1965 e che a capo della Dina (servizi segreti cileni) partecipò al golpe del 1973
– il generale Alvarado che organizzò il golpe in Perù nel 1968
– i membri del “gruppo collina” che, sempre in Perù risultano essere i responsabili di decine di omicidi durante il governo Fujimori
– alcuni capi delle organizzazioni paramilitari attive in Colombia
– i protagonisti del golpe in Bolivia del 1971
– sicuramente un membro (ma forse più) della giunta militare argentina come il generale Galtieri.
Insomma per ogni golpe, tentato o riuscito, in America latina c’è lo zampino della scuola. Legittimamente, quindi, il presidente Obama non rinuncerà a questa istituzione emerita.

M.R.

http://www.ilbuio.org/index.php?articolo=9_168.txt

Il paese sudamericano lascia i progressisti e sposa gli eredi «liberal» del generale

Cile a destra, 20 anni dopo Pinochet 17-18.01.2010

L’imprenditore Sebastian Pinera batte all’ex presidente Frei, candidato della concertación di centrosinistra

SANTIAGO (Cile) – Il candidato della destra, l’imprenditore Sebastian Piñera, è il nuovo inquilino della Moneda, la sede presidenziale cilena. Dopo un primo turno che lo aveva visto in netto vantaggio, nel ballottaggio di domenica ha sentito il fiato sul collo dell’ex presidente Eduardo Frei, riuscito a recuperare buona parte dello scarto. Ma a un paio d’ore dalla chiusura dei seggi, lo spoglio delle schede ha dimostrato senza ogni dubbio che tra i due restava uno scarto di alcuni punti ma assolutamente incolmabile. Lo stesso Frei, con il procedere dello scrutinio, ha riconosciuto la vittoria del suo avversario: «Nella vita bisogna guardare con la stessa faccia la vittoria e la sconfitta», ha detto davanti ai suoi simpatizzanti.

SCARTO INCOLMABILE – I primi dati ufficiali a spoglio non ancora ultimato assegnano a Piñera il 51,87% dei voti, a fronte del 48,12% ottenuto da Frei. Circa quattro punti percentuali di distanza, insomma, che hanno reso evidente l’impossibilità di un recupero. Senza aspettare la chiusura ufficiale dei conteggi, dunque, Frei ha preso atto della battaglia persa e ha dato atto del passaggio di consegne tra il centrosinistra della «concertación», che guidava il Paese con Michelle Bachelet, e la nuova destra liberal erede di quella del generale Pinochet. Un risultato che si era prospettato già al primo turno, lo scorso 13 dicembre, quando Piñera aveva ottenuto una valanga di consensi: il 44% a fronte del 29,6% andato al 67enne Frei, che aveva pagato pegno ad un altro candidato, il dissidente socialista Enriquez-Ominami.

SVOLTA A DESTRA – Si tratta dunque di una vera e propria svolta. Era dal 1989 che il fronte progressista vinceva ininterrottamente le elezioni in Cile. La destra, dunque, torna al potere, anche se si tratta di una destra di orientamento liberal, per quanto erede del «post-pinochetismo». Un evento che va ad influire sulla geografia politica sudamericana che, malgrado l’attenzione alle notizie provenienti da Haiti, ha guardato con grande attenzione alla tornata elettorale cilena. Il Paese, del resto, ha nell’area un peso specifico (politico, economico e sociale) molto superiore alle sue dimensioni geografiche. Piñera incarna la nuova destra cilena, non molto lontana dalle ricette pro-mercato, ma con un ruolo attivo dello Stato, portate avanti in questi anni dal centro sinistra. Gli interrogativi di queste ore su Piñera riguardano quanto si lascerà influenzare dagli ambienti ex pinochetisti, anche per quel che riguarda la nomina dei ministri o di uomini chiave nel suo esecutivo.

Il candidato della “Concertacion” è quindi in rimonta, anche se per poter vincere affronta, almeno sulla carta, una missione quasi impossibile: essere votato della maggior quantità possibile di persone, incamerare cioè quasi tutti i voti che al primo turno sono andati al nuovo enfant prodige della politica cilena, Enriquez-Ominami.

http://www.corriere.it/esteri/10_gennaio_17/cile-elezioni-vantaggio-destra_b3f66e5e-03ae-11df-a5a7-00144f02aabe.shtml

Lo “scandalo” Craxi. 15.01.2010

A molti anni dalla sua scomparsa, c’e’ ancora una vasta polemica su Craxi. A parte il fatto che la famiglia ha gia’ detto che la salma non tornera’ mai in Italia perche’ Craxi stesso non voleva che succedesse, il problema e’ che Craxi rappresenta un pochino la coscienza sporca di una parte del paese. E non mi riferisco ai socialisti.

Per prima cosa, affermare come fa Di Pietro che Craxi fosse “un condannato e basta” significa dare alle sentenze ordinarie di un tribunale il valore di giudice storico e politico. Mi spiace per Di Pietro, ma un tribunale non fa tanto. Indubbiamente a Di Pietro sarebbe piaciuto perseguitarlo di piu’, avendo il pensiero di Di Pietro la forma mentis dello sbirro piu’ che quella del giudice; in fondo le sue dimissioni dalla magistratura sono state una cosa buona per il paese.

Craxi fu uno dei politici piu’ importanti del dopoguerra, di cose per il paese ne ha fatte, e pretendere che una sentenza dello sbirro di turno le cancelli e’ impossibile, sarebbe come dire “Mah, alla fine Churchill era un alcoolizzato di merda, o che Patton fosse uno sciroccato newage convinto di essere la reincarnazione di un ufficiale cartaginese morto per difendere Tunisi.

Entrambe le cose sono vere, ma Churchill oltre che alcoolizzato era uno statista, e Patton oltre che un vanaglorioso idiota e un probabile criminale di guerra era anche un ottimo generale. Cosi’, Craxi era sicuramente un condannato per tangenti, e fu uno dei piu’ grandi statisti del dopoguerra. (1)

Quella di Craxi fu l’unica politica internazionale che non nascesse dai dossier di Washington, e lo dimostro’ con la vicenda di Sigonella, con la vicenda di Tripoli , e con la progressiva espansione dell’area di interesse politico e commerciale italiana nel mediterraneo, mediante una politica di distensione filoaraba.

L’italia pre-Craxi era un paese di patetici mandolinisti con le pezze al culo. Un’inflazione a due cifre divorava le imprese, che licenziavano a piu’ non posso: se lo stipendio dei lavoratori aumentava con la scala mobile, questo non succedeva alla loro liquidita’, che veniva erosa rapidamente. Le banche, per non rimetterci nell’inflazione, prestavano denaro a condizioni impossibili, ed era praticamente inutile risparmiare soldi perche’ venivano erosi in pochissimo tempo.

NON esisteva per questo alcun ceto medio, visto che il ceto medio e’ una combinazione di piccolo risparmio e piccola imprenditoria: ma avere credito era impossibile , risparmiare anche, e un’azienda che accumulasse liquidi per un investimento arrivava vicina alla fine del ciclo senza nulla da investire perche’ era eroso.

Cosa dobbiamo a Craxi?

Lo scontrino fiscale e il registratore di cassa. Prima, i negozi evadevano quanto volevano. Semplicemente. Era difficile trovare i soldi per mettere su un negozio, quindi erano tutti negozi di famiglia, ma se riuscivate, eravate borghesi, o giu’ di li’. Curioso particolare, per chi lo accusa di essere il patrono degli evasori. Indovinate chi scese in piazza contro?

L’inflazione scese dal 16% al 4%, grazie al fatto che si mise contro la CGIL e il PCI , e riusci’ a fermare il meccanismo della scala mobile, che persino gli elettori capivano essere deleterio, tantevvero che la battaglia fu vinta con un referendum.

Rese facoltativo l’insegnamento della religione nelle scuole, colpo durissimo per la chiesa, mettendoseli contro un bel pochino. Indovinate con quale governo ha smesso di esserlo?

L’italia avanzo’ dal tredicesimo posto sino al quinto posto tra i paesi a PIL piu’ alto del mondo.

Senza la sua politica nei confronti dei paesi mediterranei, non sarebbe stata possibile la metanizzazione del paese, e oggi saremmo a bruciare gasolio per scaldarsi, o carbone. Esattamente come si faceva all’epoca. C’era anche il Kerosene, e’ vero.

Ora, questo non significa che le sentenze siano nulle. Significa solo qualcosa che Di Pietro non puo’ capire: che la vita di una persona, e di un politico, non si esauriscono con la fedina penale.

Di Pietro, certo, e’ incensurato: ma puo’ dire di aver fatto altrettanto per il paese? Di essersi opposto alla Chiesa Cattolica al punto da rendere facoltativa l’ora di religione. Da aver ridotto all’estremo uno dei fenomeni di evasione fiscale piu’ radicati del paese introducendo il registratore di cassa? Puo’ dire di aver sollevato il paese sino a farlo entrare nel G8 e poi nel G7? No.

Ed e’ qui il problema: finche’ paragoniamo le fedine penali, e solo se ci fermiamo qui, Di Pietro vince su Craxi. Il problema viene quando ci chiediamo quanto abbiano dato al paese. Eh, perche’ il problema diventa piu’ grosso, e Di Pietro non ha grandi imprese da raccontare.

Oggi ci si lamenta per una posizione prona rispetto alla Chiesa. Beh, vista la performance dei governi di Prodi (I e II) , D’Alema e Amato, direi che l’unico capo di stato italiano che si sia messo di fronte a loro e a ridurre i loro privilegi. La religione cattolica fini’ di essere ufficialmente “religione di stato”, l’ora di religione divenne facoltativa, venne abolita la congrua, cioe’ il fatto che all’epoca era lo stato a pagare lo stipendio a preti dal bilancio del ministero della giustizia.

Ci si lamenta dei condoni ? Beh, nel provvedimento di Nicolazzi,veniva istituito l’obbligo dei piani regolatori e la responsabilita’ penale dei comuni quali organi di controllo. La speculazione edilizia riprese quando si cambiarono le leggi a riguardo.

Adesso vi lamentate delle banche ? Bene, Cuccia fu costretto alle dimissioni proprio da Craxi, che se lo mise contro un bel pochino. Con confindustria ando’ d’accordo sino ad un certo punto, finche’ all’ennesima richiesta degli industriali di soldi di stato li accuso’ di “voler lucrare senza pagare”, cosa che inizio’ un certo “gelo”. Non che coi sindacati andasse piu’ d’accordo, visto che si scontro’ con CGIL sia sulla scala mobile che sulla redistribuzione dei redditi.

Insomma, dopo di lui , di politici con quel tipo di palle, quelle di opporsi a banche e chiesa, di opporsi a CGIL e a Confindustria, non ce ne sono stati, nemmeno nei due famosi governi di centrosinistra.

E cosi’, giocoforza quando si parla di Craxi bisogna per forza di cose misurarsi con la fedina penale: nessuno dei politici attuali puo’ vantare di aver fatto cosi’ tanto per il paese. Nessuno.

L’italia che abbiamo oggi ha componenti moderne e forti componenti di arretratezza. Beh, quelle moderne le dovete tutte a Craxi, che traghetto’ il paese da miserabile branco di straccioni provinciali dei primi anni ‘70 ad economia del G7.

E dopo Craxi, molte di queste cose sono morte. Prodi ha legiferato sulle scuole private dando soldi ai preti: tutt’altra musica rispetto ad uno che rese facoltativa la religione cattolica.(2) Prodi creo’ quelle mostruosita’ fuori controllo che sono le fondazioni bancarie, cui i governi sono a tutt’oggi chini. Craxi avviso’ Gheddafi dei bombardamenti americani e nego’ a Reagan le basi per gli aerei , mentre D’Alema si piego’ supino e presto’ le basi a Clinton. Contro l’evasione fiscale Visco non fece quanto fece Visentini istituendo il registratore di cassa obbligatorio, che stoppo’ il piu’ diffuso fenomeno di evasione del tempo.

Non ce ne sono. Se non guardiamo alle fedine penali, non ci sono nel dopoguerra italiano politici con quel coraggio.

Ci furono indubbiamente altri buoni politici, ma quanto a coraggio delle proprie opinioni di fronte ai vari potentati (Chiesa, Confindustria, Banche , Sindacati, Commercianti, Washington) non ne troverete uno, uno solo, che abbia tenuto il polso fermo come lui. Potete fare a meno di cercarli.

Questa e’ la grossa colpa del paese. Perche’ sappiamo in fondo che aveva ragione anche su una cosa diversa, e cioe’ che le accuse rivolte a lui potevano essere rivolte a chiunque. (3) E quindi ci chiediamo: ma davvero e’ valsa la pena? Che cosa ci ha dato, alla fine, questa “Mani Pulite”.

Ci ha dato un paese migliore? Al contrario, proprio in quegli anni e’ iniziato il declino. Una classe politica migliore? Non la vedo, ne’ a destra ne’ a sinistra. Non ci ha dato una destra migliore della DC ne’ una sinistra migliore del PCI. Ci ha dato solo due nuovi estremismi, la Lega e Di Pietro. Fantastico.

Mani Pulite ci ha dato un’economia migliore? No.

Mani Pulite ci ha dato un paese piu’ laico? No.

Mani Pulite ci ha dato una politica estera piu’ attenta agli interessi nazionali? No.

La verita’ e’ che Mani Pulite, al paese, ha dato solo la libidine della condanna. E basta.

Nominare Craxi oggi, ovviamente, solleva questo problema. Qualcuno potrebbe andare a dire chi sia stato Craxi. Che cosa ha fatto per il paese. E la differenza di statura politica si nota. L’estrema sinistra si ritiene terzomondista? Craxi  fu rappresentante del segretario generale dell’ONU Peréz de Cuéllar per i problemi dell’indebitamento dei Paesi in via di sviluppo (1989); successivamente svolse l’incarico di consigliere speciale per i problemi dello sviluppo e del consolidamento della pace e della sicurezza (rinnovatogli nel marzo 1992 da Boutros Ghali). Che vi piaccia o no, la moratoria dei debiti del terzo mondo fu un’idea sua, non di Bono Vox o di Bertinotti.

Perche’ ai politici venuti dietro non viene riconosciuto niente di simile? Perche’ sono delle mezze seghe. Tutto qui.

Allora cosa si fa? Si va a prendere la fedina penale. L’unico campo possibile.

Si parla di Craxi e del debito pubblico; vero. Ma il debito crebbe ugualmente anche dopo, ed era in forte crescita anche prima di Craxi, il ritmo non cambio’ di molto. E’ solo che Craxi governo’ a lungo, e per questo il debito crebbe molto sotto di lui. Tantevvero che il rischio di default lo abbiamo avuto con uno dei “governi tecnici” venuti dopo Mani Pulite. Per tutta l’era Craxi nessuno parlava di pericolo default.  Ne’ di declino.

Questo e’ lo scandalo Craxi: per batterlo potete usare SOLO la fedina penale. Perche’ sul piano politico, sia interno che estero, nessuna delle ridicole scimmie al potere oggi , e neanche le patetiche scimmie che lo sono state da Mani Pulite in poi, gli arrivano alle ginocchia.

Ovviamente, un politico come Di Pietro non puo’ sperare altro che questo: che tutti si ricordino solo della fedina penale. Che tutti considerino le sue condanne e solo quelle. Perche’ in nessun altro campo hanno chances di competere con quei politici di quei tempi.

Perche’ lo scandalo e’ che dopo Mani Pulite non solo non e’ cambiato nulla in Italia, ma e’ peggiorato tutto.

Ed e’ peggiorato tutto, lo sappiamo bene  , perche’ quella classe politica abbattuta dalle inchieste era si’ poco onesta (quanto la media degli italiani)  , ma come politici sono stati i migliori uomini politici del dopoguerra.

E questo non gli va giu’.

Lo scandalo di Craxi e’ dovuto a questo.

Ci si incazza perche’ gli si vogliono intitolare delle vie. Ah, si? Beh, a Bologna ho vissuto in Via Togliatti, ed esiste via Lenin. Posso sapere, per favore, perche’ non Via Craxi? Che cosa ha fatto Lenin per l’ Italia? E Togliatti? E Vittorio Emanuele?

Ma specialmente, che cosa ha fatto Di Pietro?

Perche’ ancora, io, gli effetti positivi di Mani Pulite non li ho visti. Ne’ sul paese, ne’ sulla mia vita materiale.

Uriel

(1) Non cagate il cazzo con Berlinguer, perche’ non mi sovvengono le sue eroiche imprese. E se mi dite che non ne fece perche’ non vinse mai le elezioni, la risposta e’ che una di queste eroiche imprese che non mi sovvengono e’ proprio quella di non essere mai riuscito ad andare al governo del paese.

(2) Nell’emilia comunista, io fui l’unico della classe a dire di no alla religione cattolica alle superiori. I signorini dell’ FGCI dell’epoca pensavano che “un amico in piu’ nel consiglio dei professori fosse piu’ nell’interesse degli studenti” e lasciarono “liberta’ di coscienza”. Non per nulla, col Prodi I….

(3) Ripeto: da un giurista mi aspetto la lettura di massime latine. Non l’ Italiano di Di Pietro. In che modo si vincano i concorsi lo sappiamo, e non pensiamo che quelli per diventare magistrati a Milano siano molto diversi. O in Italia si salva solo un tipo di concorso, quello che  ha fatto Di Pietro? Se sentissi una persona parlare come Tonino e dovessi scommettere  per la sua vittoria ad un concorso con una prova scritta, diciamo che non lo darei vincente.

http://www.wolfstep.cc/2701/lo-scandalo-craxi/

Non dobbiamo dimenticare l’8 per 1000 e la legge Mammì…

L’H1N1? Una truffa colossale (ufficiale) 14.01.2010

L’influenza A, le cui conseguenze per settimane hanno tenuto in allarme milioni di persone, in realtà era una “falsa pandemia” orchestrata dalle case farmaceutiche pronte a fare miliardi di euro con la vendita del vaccino: l’accusa arriva da Wolfang Wodarg, il presidente tedesco della commissione Sanità del Consiglio d’Europa.

Wodarg ha anche accusato esplicitamente le industrie farmaceutiche di aver influenzato la decisione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità di dichiarare la pandemia. Pesante il j’accuse di Wodarg, ex membro dell’Spd, medico ed epidemiologo, secondo cui le multinazionali del farmaco hanno accumulato “enormi guadagni” senza alcun rischio finanziario, mentre i governi di tutto il mondo prosciugavano i magri bilanci sanitari spendendo milioni nell’acquisto di vaccini contro un’infezione che in realtà era poco aggressiva.

Wodarg ha fatto approvare una risoluzione nel Consiglio d’Europa che chiede un’inchiesta sul ruolo delle case farmaceutiche; e sulla questione il Consiglio d’Europa terrà un dibattito a fine mese. La denuncia, riportata con grande evidenza dal Daily Mail, arriva qualche giorno dopo quella secondo cui i governi di mezzo mondo stanno cercando di sbarazzarsi delle milioni di dosi di vaccino, ordinate all’apice della crisi. Il Mail ricorda che, in Gran Bretagna, il ministero della salute aveva previsto 65.000 decessi, creato una linea-verde e un sito web per dare consigli, sospeso la regola che vieta di vendere anti-virali senza prescrizione medica; furono allertati gli obitori e persino l’esercito, che doveva essere pronto a entrare in campo qualora si fossero verificati tumulti tra la popolazione a caccia dei farmaci.

Secondo Wodarg, il caso dell’influenza suina è stato “uno dei più grandi scandali sanitari” del secolo. Le maggiori aziende farmaceutiche, secondo Wodarg, sono riuscite a piazzare “i propri uomini” negli “ingranaggi” dell’Oms e di altre influenti organizzazioni; e in tal modo potrebbero aver persino convinto l’organizzazione Onu ad ammorbidire la definizione di pandemia, il che poi portò, nel giugno scorso, alla dichiarazione di pandemia in tutto il mondo.

“Per promuovere i loro farmaci brevettati e i vaccini contro l’influenza, le case farmaceutiche hanno influenzato scienziati e organismi ufficiali, competenti in materia sanitaria, e così allarmato i governi di tutto il mondo: li hanno spinti a sperperare le ristrette risorse finanziari per strategie di vaccinazione inefficaci e hanno esposto inutilmente milioni di persone al rischio di effetti collaterali sconosciuti per vaccini non sufficientemente testati”.

Wodarg non fa alcun nome esplicito di persona in conflitto di interessi; ma lo scorso anno il Daily Mail aveva rivelato che Sir Roy Anderson, uno scienziato consulente del governo britannico sull’influenza suina, fa parte del consiglio d’amministrazione della GlaxoSmithKline. L’azienda farmaceutica, che produce antinfluenzali e vaccini, ha immediatamente replicato alle accuse, definendole “sbagliate e infondate”.

Fonte: AGI

http://temi.repubblica.it/micromega-online/lh1n1-una-truffa-colossale-il-jaccuse-del-responsabile-sanita-del-consiglio-deuropa/

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Morire nel deserto 14.01.2010

di Fabrizio Gatti

Un filmato documenta la tragica fine degli immigrati espulsi dalla Libia. Così come prevede l’accordo siglato tra Berlusconi e Gheddafi

http://espresso.repubblica.it/dettaglio/morire-nel-deserto/2119367//0

Le mani nere sollevate ad afferrare l’aria. Pochi passi oltre, il vento sulla camicia anima la smorfia dell’ultimo respiro di una donna. E subito accanto, il corpo di un ragazzo ancora chino nella preghiera da cui non si è mai rialzato. Muoiono così gli immigrati. Così finiscono gli uomini e le donne che non sbarcano più a Lampedusa. Bloccati in Libia dall’accordo Roma-Tripoli e riconsegnati al deserto. Abbandonati sulla sabbia appena oltre il confine. A volte sono obbligati a proseguire a piedi: fino al fortino militare di Madama, piccolo avamposto dell’esercito del Niger, 80 chilometri più a Sud. Altre volte si perdono. Cadono a faccia in giù sfiniti, affamati, assetati senza che nessuno trovi più i loro cadaveri. Un filmato però rivela una di queste stragi. Un breve video che ‘L’espresso’ è riuscito a fare uscire dalla Libia e poi dal Niger. Un’operazione di rimpatrio andata male. Undici morti. Sette uomini e quattro donne, da quanto è possibile vedere nelle immagini.

Il video è stato girato con un telefonino da una persona in viaggio dalla Libia al Niger lungo la rotta che da Al Gatrun, ultima oasi libica, porta a Madama e a Dao Timmi, avamposti militari della Repubblica nigerina. È la rotta degli schiavi. La stessa percorsa dal 2003 da decine di migliaia di emigranti africani. Uomini e donne in cerca di lavoro in Libia, per poi pagarsi il viaggio in barca fino a Lampedusa. Secondo la data di creazione del file, il video è stato girato il 16 marzo 2009 alle 12.31. L’ora centrale della giornata è confermata dall’assenza di ombre nelle immagini. L’uomo che filma è accompagnato da una pattuglia militare. Per una breve sequenza, si vede un fuoristrada pick-up con una mitragliatrice. Le 11 persone morte di sete sarebbero arrivate fino a quel punto a piedi. Si sono raccolte vicino a una collina di rocce e sabbia. Forse speravano di avvistare da quell’altura un convoglio di passaggio e chiedere aiuto. Addosso o accanto ai cadaveri, scarpe e pantaloni di marche che si comprano in Libia. Intorno non ci sono altri fuoristrada o camion. Non ci sono strade né piste battute. È una regione del Sahara in cui ci si orienta solo con il sole e le stelle.

In quei giorni migliaia di emigranti dell’Africa subsahariana salgono in Libia da Agadez, l’ultima città del Niger, ancora isolata dal mondo per la guerra civile tra l’esercito e una fazione di tuareg. Dalla fine del 2008 si contano almeno 10 mila emigranti in partenza ogni mese, dopo una lunga interruzione del traffico di clandestini. I passatori del Sahara riaprono gli affari sfruttando la ribellione tuareg, sostenuta dalla Francia per ottenere lo sfruttamento del secondo giacimento al mondo di uranio, a Imouraren, vicino ad Agadez. Il 2 marzo il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, è invece in Libia per siglare l’ennesimo accordo con il colonnello Muhammar Gheddafi. È la visita in cui Berlusconi porge le scuse per l’occupazione coloniale. Quella in cui i governi di Roma e Tripoli mettono le basi per la collaborazione nei pattugliamenti sottocosta, contro le partenze per Lampedusa. Nel 2008 il regime di Gheddafi aveva lasciato salpare verso l’Italia più di 30 mila immigrati, un record che ha richiamato in Libia migliaia di persone fino a quel momento bloccate ad Agadez.

Nell’incontro Berlusconi e Gheddafi non parlano solo di immigrazione. Discutono di affari personali, dei 5 miliardi di dollari in vent’anni a carico dell’Eni per il risarcimento dei danni di guerra, di contratti per il petrolio e il gas. Tripoli offre subito un segnale di buona volontà e rispedisce verso il Niger centinaia di migranti rinchiusi nel campo di detenzione della base militare di Al Gatrun. Forse i cadaveri filmati con il telefonino sono la tragica conclusione di una di quelle operazioni. Al Gatrun e Agadez sono separate da 1.490 chilometri di deserto. Dieci giorni di viaggio e in mezzo una sola oasi, Dirkou. Fino a quando non si entra ad Agadez non si può dire di essere sopravvissuti al Sahara. Ma la polizia e l’esercito libici di Al Gatrun non si sono mai preoccupati della sorte degli stranieri una volta lasciati al di là del confine con il Niger. Gli immigrati espulsi vengono scaricati dai camion militari e costretti a proseguire a piedi. Oppure sono affidati ai trafficanti che spesso li abbandonano molto prima di arrivare a destinazione. Dalla linea di frontiera tratteggiata sulla carta geografica, la prima postazione militare del Niger è solo Madama, a 80 chilometri di colline e avvallamenti senza pozzi. Non c’è altro. Ottanta chilometri in cui, persa la rotta e abbandonato il bidone d’acqua per camminare leggeri, si è destinati a morire. Già nel 2005 ‘L’espresso’ aveva scoperto che le operazioni di rimpatrio verso il Niger, dopo il primo accordo tra Berlusconi e Gheddafi, avevano provocato 106 morti in quattro mesi. Ed erano soltanto le cifre ufficiali. Come i 50 schiacciati da un camion sovraccarico che si è rovesciato. Oppure il ragazzo del Ghana mai identificato, sbranato da un branco di cani selvatici durante una sosta a Madama. E le tre ragazze nigeriane morte di sete o le15 raccolte in fin di vita con quattro uomini da un convoglio umanitario francese, dopo essere state abbandonate. Tutti condannati a morte da chi aveva organizzato il loro rimpatrio.

La notizia del filmato arriva a ‘L’espresso’ nella primavera 2009 durante la preparazione del documentario ‘Sulla via di Agadez’. L’uomo con il telefonino però non è più nella città di fango rosso: “È tornato in Libia”, sostiene una fonte: “Lo stesso giorno del filmato, a molti chilometri da quei cadaveri, hanno soccorso due ragazzi ancora vivi. I due hanno detto che erano stati costretti dai militari a partire da Al Gatrun. Arrivati nella zona del confine hanno dovuto proseguire a piedi”. Nel Sahara i passaparola richiedono molto tempo. Ma di solito vanno a destinazione. Il 16 luglio il dvd con il filmato viene recapitato in redazione. Mancano altre conferme. Bisogna aspettare che l’uomo con il telefonino torni ad Agadez e passano cinque mesi. È il 9 gennaio di quest’anno quando finalmente arrivano le risposte. Nel frattempo il video finisce anche in altre mani. Il 13 dicembre qualcuno lo carica su YouTube dagli Stati Uniti. Dice di averlo ricevuto da Augustine, ospite di un campo di rifugiati a Malta. Augustine però non conosce la storia delle espulsioni a piedi.

Palazzo Chigi sa ufficialmente dal 3 marzo 2004 che gli immigrati bloccati in Libia subiscono maltrattamenti. È la data stampata su un rapporto riservato della presidenza del Consiglio che ‘L’espresso’ ha potuto leggere. La relazione viene consegnata allo staff di Berlusconi, dopo la visita nel Sahara della delegazione della Protezione civile che deve progettare la costruzione dei centri di detenzione libici: “Si ritiene di dover scegliere, per motivi di opportunità e per una fluidità delle operazioni, la via che impegna il governo italiano in misura ridotta”, dice il rapporto: “Tale soluzione ci farebbe calare meno nella configurazione dei centri, in considerazione anche del trattamento che riservano i libici ai cittadini extracomunitari trattenuti nei loro centri, di cui si allega documentazione fotografica”. Il governo invece si cala, eccome. Fino a chiedere a Gheddafi di proteggere i nostri confini meridionali. Costi quel che costi. Incuranti che in Italia esiste ancora l’articolo 40 del codice penale. Dice così: “Non impedire un evento, che si ha l’obbligo giuridico di impedire, equivale a cagionarlo”.

http://espresso.repubblica.it/dettaglio/morire-nel-deserto/2119367//0

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L’eleganza del Quanto 12.01.2010

Indagando gli effetti della meccanica quantistica su scala atomica, un gruppo di ricercatori europei ha scoperto una simmetria nascosta. Fra i numeri compare la sezione aurea

Esiste un’armonia anche nel nanomondo governato dalla leggi della meccanica quantistica. O, quanto meno, esiste una simmetria dovuta agli effetti quantistici che agiscono sugli atomi di un cristallo. E fra i numeri che la descrivono compare anche la sezione aurea: il classico “1,618”,  ben noto in geometria, nell’arte e nell’architettura. La scoperta, riportata su Science, è di un gruppo di ricercatori europei coordinato da Radu Coldea dell’Università di Oxford.

Su scale atomiche i fenomeni fisici obbediscono alle leggi quantistiche, fra cui il famoso Principio di Indeterminazione di Heisenberg in base al quale è impossibile conoscere con precisione (arbitrariamente) alta il valore di certe coppie di grandezze fisiche, per esempio impulso e posizione di una particella. Per studiare gli effetti quantistici su scale nanometriche, i ricercatori hanno utilizzato un materiale chiamato niobato di cobalto (CoNb2O6). Portando il materiale a temperature poco superiori allo zero assoluto, gli atomi si dispongono in lunghe catene, formando sottilissimi magneti larghi appena un atomo, che si comportano come corde di uno strumento musicale.

Applicando un intenso campo magnetico (perpendicolare agli spin degli elettroni nelle catene atomiche), il sistema raggiunge uno “stato quantistico critico” in cui è possibile misurare i “modi di vibrazione” del sistema. I ricercatori hanno evidenziato che i modi possibili obbediscono a relazioni matematiche tipiche di una simmetria chiamata E8, ben nota agli scienziati, poiché è molto usata in fisica teorica nella formulazione della teoria delle Stringhe e nelle teorie di Supergravità.

Analogamente alla corda di una chitarra, che possiede certe note caratteristiche, anche queste catene atomiche hanno modi di eccitazione ben determinati. Studiandoli in dettaglio, gli scienziati hanno trovato che il rapporto fra le frequenze delle prime due “note” vale circa 1,618, il numero della sezione aurea, l’ideale classico di bellezza e armonia.  Secondo Coldea non si tratta di una coincidenza, ma il rapporto riflette una bellissima proprietà di un sistema quantistico, cioè una simmetria nascosta. Che ha stupito tutti facendo la sua prima comparsa nella fisica dello stato solido. (m.r.)

Riferimento: DOI: 1180085/JEC/PHYSICS

Immagine: Il campo magnetico è utilizzato per portare il sistema in uno stato critico quantistico. Usando la diffusione di neutroni si possono misurare i modi caratteristici di vibrazione del sistema.
Credits: Helmolz-Zentrum Berlin fur Materialen un Energie (HZB)

http://www.galileonet.it/news/12236/leleganza-del-quanto

Tabacco, la legge delle lobby 13.01.2010

Le industrie del tabacco influenzano le scelte politiche dell’Europa per accrescere i propri guadagni. Ne fa le spese la salute pubblica

In uno studio pubblicato su PloS Medicine, i ricercatori dimostrano che le grandi industrie del tabacco influenzano le scelte politiche europee favorendo una logica del profitto a danno della tutela della salute. La ricerca, coordinata da Katherine Smith dell’Università di Bath, in Gran Bretagna, ha mostrato che, nel valutare le politiche da adottare, l’Unione Europea non sempre agisce in modo libero e indipendente. Singole corporazioni, infatti, possono influenzare la scelta dei criteri di valutazione delle nuove leggi, agendo in modo da tutelare i propri interessi a discapito dei diritti dei cittadini.

In Europa, ogni nuova decisione dovrebbe essere soggetta per legge a un “giudizio d’impatto” (IA). Si tratta di una procedura mirata a stimare costi e benefici di una determinata scelta politica, in modo da analizzare la proposta legislativa alla luce delle sue potenziali conseguenze economiche, sociali, ambientali e sanitarie. Naturalmente, il risultato di tale giudizio dipende dal peso che si attribuisce ai singoli aspetti. “Alcuni studi indipendenti sul meccanismo dell’IA, suggeriscono che nel giudizio d’impatto le considerazioni di tipo economico hanno sempre più valore delle altre”, hanno raccontato i ricercatori: “ Per esempio una revisione dei giudizi di impatto effettuati dalla Commissione Europea nel 2005-2006 ha mostrato che nel 50 per cento delle valutazioni la parola ‘salute’ non era mai nominata.

Per capire se e in quale modo le industrie intervengano nel determinare le scelte politiche europee, i ricercatori hanno intervistato politici e lobbisti ed analizzato ben 5.677 documenti interni della British American Tobacco (Bat), la seconda multinazionale del tabacco più potente al mondo. Tra tutti i documenti studiati, i ricercatori ne hanno identificati 714 che indicavano un tentativo da parte della Bat di influenzare le riforme normative europee. Ne è emerso che la Bat, promuovendo un’ampia alleanza con altre potenti industrie, soprattutto del settore chimico e farmaceutico, è riuscita ad “assicurarsi” un emendamento al Trattato europeo (documento che regola la politica comunitaria dell’Europa) che favorisce un meccanismo di valutazione d’impatto orientato al solo business. In questo modo, le multinazionali hanno alterato il processo decisionale europeo piegandolo ad una logica puramente economica, che non tutela adeguatamente gli interessi dei cittadini.

“Per proteggere la salute pubblica”, concludono i ricercatori, “bisogna innanzitutto che i politici europei ammettano l’esistenza del problema, troppo spesso ignorato. Poi, è necessario rivedere attentamente il meccanismo del giudizio d’impatto, così da garantire trasparenza e credibilità”. (m.s.)

Riferimenti: PLoS Medicine doi:10.1371/journal.pmed.1000202

http://www.galileonet.it/news/12240/tabacco-la-legge-delle-lobby

Verso una rete verde 14.01.2010

Presentato Green Touch, un consorzio organizzato dai laboratori Bell dell’Alcatel-Lucent con lo scopo di sviluppare tecnologie di rete che permettano la riduzione del consumo energetico

Un passo verso una comunicazione più ecologica è stato compiuto. L’11 gennaio i laboratori Bell dell’Alcatel-Lucent hanno presentato a Londra Green Touch, un consorzio tecnologico globale con l’obiettivo di sviluppare reti di comunicazione con un’efficienza energetica mille volte superiore a quella attuale. All’iniziativa, che partirà a febbraio contando su un investimento di dieci milioni di euro, partecipano diverse compagnie leader del settore (AT&T, China Mobile, Samsung), istituzioni accademiche di diversi paesi (Massachusetts Institute of Technology, Stanford Univesity e University of Melbourne) ed enti governativi.

La maggiore efficienza delle reti si rifletterebbe in una consistente riduzione delle emissioni di anidride carbonica. Il settore delle Tecnologie dell’Informazione e delle Comunicazioni (Ict) emette giornalmente trecento tonnellate di diossido di carbonio. “Con l’uso della banda larga, il consumo di energia delle Ict sta crescendo rapidamente, perció è necessario adottare misure immediate”, ha spiegato Vernon Turner, vicepresidente della IDC. In questo senso, una riduzione del consumo energetico a una millesima parte equivarrebbe ad alimentare per tre anni le reti di comunicazioni di tutto il mondo – compresa la rete Internet – con la stessa quantità di energia impiegata attualmente in un solo giorno.

Secondo le indagini realizzate sulle proprietà fondamentali di sistemi ottici, inalambrici, elettronici, di processamento, di routing e architettura, le reti delle Ict potrebbero addirittura essere 10mila volte più efficienti delle reti operative usate oggi. “Per raggiungere il nostro obiettivo, è necessario reinventare tutti gli elementi della rete di comunicazioni. La rete di oggi è ottimizzata per migliorare le sue prestazioni, pertanto richiede moltissima energia per operare. La rete di domani avrà un alto livello di prestazioni ma un basso consumo di energia”, ha dichiarato Gee Rittenhouse, direttore della ricerca nei laboratori Bell.

Per aumentare le probaiblità di successo, Green Touch ha invitato apertamente tutti i membri della comunità delle Ict ad unire gli sforzi: “è sempre stata data una migliore risposta alle sfide globali integrando le persone più brillanti in un ambiente creativo e senza restrizioni. È questo l’approccio che dobbiamo applicare per rispondere alla crisi climatica globale”, ha commentato Steven Chu, segretario all’Energia degli Stati Uniti. (a.o.)

Riferimenti: GreenWire

http://www.galileonet.it/news/12242/verso-una-rete-verde

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Piano B per salvare la nuova sanità americana 19.01.2010

NEW YORK – Sarebbe davvero drammatico per i democratici se la riforma sanitaria dovesse affondare per la perdita del seggio di Ted Kennedy in Massachusetts. Eppure proprio ieri sera, a campagna chiusa per l’elezione speciale che vede sfidarsi la democratica Martha Coakley e il repubblicano Scott Brown (che ha visto allargarsi il vantaggio a nove punti secondo un nuovo sondaggio InsiderAdvantage), gli strateghi della Casa Bianca non pensavano più all’elezione, ma a come salvare il progetto di riforma sanitaria in caso di sconfitta. E c’è già un piano B: portare al voto della Camera la proposta già approvata dal Senato senza nessun cambiamento. Farla votare e portarla al più presto alla firma del presidente Obama, che ieri ha rotto gli indugi e annunciato anche che terrà il discorso sullo stato dell’Unione il 27 gennaio.
Le due proposte sono praticamente identiche, con due importanti eccezioni. La Camera ha approvato un progetto per l’opzione pubblica, che prevede un’offerta di assicurazione direttamente da parte dello stato in concorrenza con quella privata, il Senato l’ha respinto. È proprio attorno a questa e ad altre differenze minori che la settimana scorsa si è cercato di negoziare con la mediazione diretta di Obama. Negoziato inutile se la Coakley dovesse perdere. A quel punto i democratici non avranno più la maggioranza blindata di 60 voti in Senato, che consente di superare l’ostruzionismo repubblicano. Fra i deputati ci sono molte resistenze, ma la promessa è che qualche modifica sarà possibile in futuro, in sede di riconciliazione di bilancio, un negoziato parallelo che potrebbe includere la riforma. Un’altra ipotesi è quella di accelerare il negoziato e forzare il voto di riconciliazione per il testo unico al Senato prima dell’insediamento di Brown. Ma questa tattica avrebbe un impatto negativo sul piano politico: i repubblicani denuncerebbero un vero e proprio scippo, con conseguenze ancora peggiori per le elezioni del prossimo novembre.
L’ipotesi resta per ora da ultima spiaggia: anche se Brown ha accumulato un vantaggio nei confronti della Coakley in numerosi sondaggi e corre con il vento in poppa, i democratici sanno di avere nello stato una maggioranza di tre a uno. E dunque sperano che alla fine la solidarietà di partito prevalga. Una speranza sottile: un sondaggio privato ha dimostrato che coloro che oggi appoggiano Barack Obama non se la sentono di appoggiare la Coakley, che ha sviluppato un’ondata di antipatia insospettabile. Un altro problema è che solo il 36% della popolazione del Masschusetts è favorevole al progetto di riforma sanitaria messo a punto alla Camera e al Senato. E i repubblicani appoggiati dalle lobby contrarie al progetto hanno trasformato l’elezione in un referendum sulla riforma e sull’operato di Barack Obama.

http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Mondo/2010/01/usa-riforma-sanita-democratici.shtml?uuid=ed5937fa-04ce-11df-ae2c-7d81881e181b&DocRulesView=Libero

FBI, fotoritocco in barba al politico 18.01.2010

Per ricreare un’immagine attualizzata di Bin Laden l’agenzia statunitense ha utilizzato la foto di un parlamentare spagnolo

Roma – Finire sulle foto segnaletiche spesso vuol dire che la si è fatta grossa, ma se a finirci ci sono soltanto i propri capelli e la fronte, mentre il resto del viso ricalca i tratti somatici di un Osama Bin Laden invecchiato secondo la visione di un artista ingaggiato dalla FBI, c’è qualcosa che non va. Gaspar Llamazares, parlamentare spagnolo che si è trovato suo malgrado a fare da “base” per questo lavoro di forensic art, si è accorto grazie ad un amico dell’eccessiva somiglianza con quell’immagine che nei giorni scorsi aveva iniziato a circolare insieme ad altre foto modificate di membri di Al-Qaeda.

“Sono rimasto sorpreso, oltre che sconcertato, dell’utilizzo senza vergogna dei tratti di una persona reale per ritrarre l’immagine di un terrorista” ha dichiarato Llamazares. Un imbarazzato portavoce dell’FBI ha spiegato che le tecniche in loro possesso necessitano quasi sempre di un volto reale su cui poi intervenire modificandone i caratteri somatici. In ogni caso l’autore dell’immagine non era al corrente dell’identità di Llamazares, il quale però ha rincarato la dose spiegando che fatti del genere non fanno altro che dimostrare il basso livello dei servizi di sicurezza statunitensi.

La stessa FBI avrebbe ammesso che i suoi sistemi non sono molto efficaci nel ricreare alcuni segni particolari come barba e capelli: da qui la necessità di prendere in prestito il volto di Llamazares per avere qualche speranza in più di acciuffare il capo di Al-Qaeda. Oltre a suscitare dubbi circa l’efficacia di una macchina governativa da diversi milioni di dollari, come fanno notare alcuni, questa singolare vicenda ha avuto per ora l’unico effetto di rendere meno sereni i viaggi di Llamazares.

Attualmente la foto incriminata non è più presente negli archivi USA ma è facilmente rintracciabile sul Web. Digitando infatti le iniziale del politico spagnolo compaiono anche diverse versioni del contestato fotomontaggio.

Giorgio Pontico

http://punto-informatico.it/2789498/PI/News/fbi-fotoritocco-barba-al-politico.aspx

I Disegni spazzatura di Jane Perkins 19.01.2010

L’arte è arte, a prescindere dai mezzi utilizzati.

Abbiamo visto come un artista italiano sia balzato agli onori della cronaca per i suoi disegni nel grano, oggi vediamo come un quadro può essere realizzato con il materiale più povero del mondo, la spazzatura.

Queste sono le opere di Jane Perkins, l’artista inglese che fa ritratti utilizzando accessori da golf, coltelli di plastica e chi più ne ha più ne metta

I quadri di questa eco artista hanno come protagonisti Barack Obama, sua moglie Michelle, la Regina d’Inghilterra, David Beckham, Nelson Mandela, Madonna, e sono tutti realizzati con prodotti presi nei negozi di usato, bottoni, giocattoli guasti, gioielli e tutto quello che le capita sottomano.

Dichiara l’artista “Amo l’arte con elementi divertenti e inusuali, e prendo ispirazione tra gli oggetti che trovo ogni giorno pensandoli in modo nuovo.”

http://www.ecozoom.tv/blog/area/2010/01/i-disegni-spazzatura-di-jane-perkins/

Dove poter vedere altri lavori:

http://images.google.it/images?hl=it&source=hp&q=Jane+Perkins&lr=lang_it&um=1&ie=UTF-8&ei=WN9WS-3gL4iC_AbxxM2BBA&sa=X&oi=image_result_group&ct=title&resnum=4&ved=0CBsQsAQwAw

Il Cile va alla destra dura e pura 19.01.2010

Il Cile va alla destra dura e pura, sia pur mascherata con la paccottiglia mediatica, l’aberrazione dell’invocazione continua di dio (e il terzo comandamento?) e i cotillon dell’american dream, di . Il Berlusconi cileno per semplificare attenendosi al libretto, rappresenta quella concentrazione di potere economico, mediatico, perversione e capacità di corruttela e menzogna per la quale il modello neoliberale, l’informalizzazione di ogni rapporto di lavoro, l’azzeramento dello Stato come strumento di difesa dei deboli e il favorire senza limiti la concentrazione della ricchezza, sarebbe tuttora il destino naturale dell’uomo. Ciò nella presunzione che tale destino naturale rappresenti il “cambio” necessario per il paese a vent’anni dalla fine della dittatura e nonostante vent’anni di centro-sinistra non si siano mai discostati dal modello neanche quando sono stati a guida socialista, con Ricardo Lagos e Michelle Bachelet.

La storia della Concertazione è finita così in un caldissimo pomeriggio di gennaio in un hotel a cinque stelle di Santiago, un buon posto per una coalizione che ha da tempo smarrito la sua storia. Poche facce ricordano quelle dell’88, quando donne e uomini feriti, mutilati e umiliati dalla dittatura ma non sconfitti, pensavano che ci fosse finalmente l’opportunità di costruire, sia pure con l’ipoteca della Costituzione pinochetista, un paese e una democrazia nuova. In pochi oggi ascoltano le parole di circostanza del candidato sconfitto, il bolso democristiano Eduardo Frei, una minestra riscaldata (era stato già grigio presidente negli anni ’90), che ha rappresentato il tentativo suicida di far passare equilibri di partito come necessità del paese. Una militante, mostrando rara capacità di sintesi, gli grida inascoltata: “abbiamo perso per la nostra superbia e la nostra incapacità”.

Adesso, con Piñera che alla Moneda prenderà il posto di Salvador Allende e di Augusto Pinochet (e non ci sono dubbi su di chi si consideri erede) tutte le illusioni sono cadute. A partire da quella puerile e consolatoria che già rilancia la campagna per riportare Michelle Bachelet alla Moneda nel 2014. Come se il prestigio personale potesse controllare fino ad allora una coalizione da anni in corso di esplosione e piena di fazioni e interessi privati che difficilmente potranno essere superati in peggio da quelli della destra.

La Concertazione in Cile, l’alleanza tra la Democrazia Cristiana (che in parte fu complice della dittatura fondomonetarista di Augusto Pinochet) e il Partito Socialista rinnovato, riconvertito dall’esilio (complice Bettino Craxi) si basava sulla svendita di un patrimonio storico che risaliva da ben prima di Salvador Allende a Luís Emilio Recabarren. La riconversione al secolarismo neoliberale significava, e lo hanno scoperto amaramente i cileni negli ultimi vent’anni, che non si apriranno mai più “le grandi alamedas dove passa l’uomo libero”. Certo, oggi sarebbe totalmente illusorio in un paese socialmente frammentato come pochi dal modello economico ripensare a Recabarren o Allende ma la menzogna sulla quale per vent’anni si è basata la Concertazione è purtroppo caduta.

Molti cileni democratici, soprattutto tra le classi medio-alte e intellettuali, e spesso con un passato cristallino di militanza e spesso di esilio, fino alle ultime ore prima della chiusura dei seggi e l’apertura delle urne si erano continuati ad illudere che Piñera non potesse vincere. Sono tra quelli che in questi anni hanno trovato buone maniere per sopravvivere agiatamente ed approfittare delle virtù del modello, per esempio pagando impiegate domestiche a tempo pieno meno di quanto spendono per fumare, ma continuando a sproloquiare da sinistra e senza mai mettere piede nelle “comunas popolari” da dove quelle impiegate domestiche licenziabili su due piedi provengono arrivando ogni mattina all’alba nelle loro case borghesi a Vitacura o a Las Condes. Si sono continuati ad illudere che quel limbo ventennale nel quale la Concertazione aveva rinchiuso il Cile, un neoliberismo funzionante nel bene e nel male con qualche spuntatura delle peggiori brutalità, associato alla comoda illusione che quella fosse l’unica democrazia possibile, la migliore delle democrazie possibili nel paese di Pinochet, potesse continuare a governare il Cile sia pure nella burocratizzazione più bieca dell’esistente.

Adesso il disastro è compiuto e vedremo se e come una Concertazione arriverà al prossimo appuntamento elettorale e con quali programmi. Difficilmente la unirà Marco Enríquez-Ominami, il giovane uscito dal partito socialista. Al primo turno, raccogliando un voto su cinque, ha messo a nudo che un’epoca stava arrivando al capolinea. Marco al ballottaggio ha appoggiato Frei senza neanche nominarlo, una dimostrazione di freddezza che testimonia quanto post-politica fosse la sua candidatura e vago il suo appellarsi al cambio da sinistra in quanto giovane, in un paese dove oltre la metà dei giovani non si sono neanche presi il fastidio di registrarsi per votare. Così non sorprende che un terzo dei suoi votanti, soprattutto uomini tra i 25 e i 45, al ballottaggio abbia optato per Piñera. Cambio che invece potrebbe essere rappresentato da una battaglia di lunga durata per una Assemblea Costituente che superi la Costituzione escludente pinochetista. Jorge Arrate, anche lui ex-socialista e candidato delle sinistre, sia pur fermo al 6% al primo turno, ha detto parole interessanti in merito. Parole che qualunque opposizione, nella quale Ricardo Lagos è al massimo un padre nobile e Michelle Bachelet solo una possibile risorsa alla quale dare contenuti nuovi, dovrebbe prendere in serio conto per ricominciare a sperare.

È innegabile infine che la sconfitta della Concertazione rappresenti un pericolo politico, economico e militare per l’America latina integrazionista e in particolare per la Bolivia. Il Cile neoliberale ha costruito un’efficiente economia ancillare di quella statunitense ma ha agito, soprattutto con Michelle Bachelet, come un attore neutro rispetto ai grandi movimenti politici, sociali ed economici del continente. Adesso dal colombiano Àlvaro Uribe passando per il peruviano Alan García fino a Piñera, sulla costa pacifica del Sud America (senza dimenticare il Messico di Felipe Calderón) si salda un poderoso fronte politico di destra filostatunitense e che si mette di traverso ai progetti d’integrazione del Continente. Vengono tempi duri in America latina e la faccia di plastica di Sebastián Piñera non promette nulla di buono.

Gennaro Carotenuto

http://www.giannimina-latinoamerica.it/archivio-notizie/521-il-cile-va-alla-destra-dura-e-pura

Il dossier – Le stime del Centro di documentazione sull’infanzia

In Italia 2 mila spose bambine ogni anno
E molte sono costrette a rimpatriare
20.01.2010

Nozze imposte soprattutto tra indiani e pachistani. «Salvata» una giovane a Novara

MILANO — «Viviamo con il cervello a metà. Una parte nel Paese della nostra famiglia. Una parte con i nostri amici. Che ci dicono di restare qui, di inserirci in questa società». La vita spezzata delle adolescenti straniere inizia a tredici, quattordici anni. È a quell’età che (secondo i sociologi che hanno intervistato queste ragazze) si vedono i primi segni di conflitto. Fino all’anno prima potevano portare i loro compagni in casa. Poi, diventa proibito. Oppure: non vanno in gita con la classe. E iniziano le liti sui vestiti, il trucco, le magliette troppo corte. Situazioni comuni, a Milano, Roma, Brescia. Le ragazze con il «cervello a metà» crescono su due binari, senza sapere quale seguire. Dicono: «Per noi è impossibile progettare il futuro». Si trovano in mezzo a due forze. E non sanno come metterle in equilibrio. «Poi ogni tanto qualcuna sparisce dalle scuole superiori — racconta Mara Tognetti, docente di Politiche dell’immigrazione all’università di Milano Bicocca— oppure non rientra dalle vacanze. Le famiglie le hanno riportate nel loro Paese, per farle sposare». In un solo anno, nella città inglese di Bradford, sono «scomparse» 200 ragazzine tra i 13 e i 16 anni, figlie di immigrati. In Italia non esistono statistiche dettagliate. L’unica stima è del Centro nazionale di documentazione per l’infanzia, Secondo cui le «spose bambine» nel nostro Paese sarebbero 2 mila all’anno.

MATRIMONI SOMMERSI – In Italia i minorenni non possono sposarsi. Esiste però una deroga. Per «gravi motivi», dai 16 anni in poi il tribunale per i minori può autorizzare le nozze. Il Centro di documentazione per l’infanzia registra da anni questi casi: nel 1994 erano 1.173, poi sono via via diminuiti, fino ai 209 del 2006 e i 156 del 2007 (ultimo dato disponibile). La Campania è la regione in cui ne avvengono di più, 77. Per la maggior parte si tratta di matrimoni tra stranieri, con in testa le comunità di immigrati da Pakistan, India e Marocco.
Questi numeri descrivono però solo l’aspetto legale, che secondo gli esperti è minimo rispetto a tutti i legami imposti all’interno delle famiglie, a volte suggellati con un rito in qualche moschea, più spesso con unioni celebrate nei Paesi d’origine. «Le seconde generazioni delle ragazze sono e saranno una vera emergenza— spiega Mara Tognetti —. Se non si interviene con politiche più incisive, i contrasti tra l’idea di famiglia imposta dai genitori e il modello delle adolescenti diventerà inconciliabile».

CONFLITTI LATENTI – Altri dati definiscono questa situazione di rischio potenziale. Le ragazze immigrate di seconda generazione nel nostro Paese sono circa 175 mila. «Il matrimonio combinato — racconta la ricercatrice — riguarda però solo alcune comunità, quella indiana e quella pakistana più delle altre, in misura minore la marocchina e l’egiziana». Le nozze imposte sono il male estremo. Il pericolo dei prossimi dieci anni rischia di essere la «conflittualità latente», incarnata da ragazze che studiano e si integrano, ma che vivono in famiglie attaccate alle tradizioni. «Molti genitori non hanno un grado di istruzione elevato— racconta Fihan Elbataa, della sezione bresciana dei Giovani musulmani d’Italia — e quindi di fronte a situazioni in cui vedono un pericolo non sanno come reagire. Si chiudono, diventano severi e impongono le regole con l’aggressività. Noi cerchiamo di spingerli al dialogo, a lasciare spazi di libertà».
A Brescia alcuni ragazzi sono scappati, o si sono allontanati da casa per qualche tempo, proprio per sfuggire alle «leggi» dei genitori: «Sono convinta che le famiglie cerchino il bene dei propri figli— conclude Fihan Elbataa—. Le intenzioni sono buone, ma purtroppo rispetto alla loro educazione si trovano in un contesto nuovo, e quindi devono cambiare i loro metodi».

RICERCA DI AUTONOMIA – Venerdì scorso, su segnalazione dell’associazione Donne marocchine in Italia, è stata salvata una ragazza a Novara. Diciassette anni, una figlia di 4 mesi, moglie maltrattata di un «matrimonio combinato». Ora si trova in una comunità di Roma. A denunciare la situazione è stata una vicina di casa. Lei non era riuscita, non sapeva neppure a chi rivolgersi. La ribellione è complicata. E allora, per trovare un equilibrio, le promesse mogli adolescenti cercano uno «spazio di negoziato». È un rimedio estremo, scoperto dalla ricerca che la sociologa Tognetti pubblicherà il prossimo mese. Contiene interviste a ragazze che hanno cercato di trattare sulla loro condanna. Queste sono le loro voci.
Una giovane marocchina che vive aMilano: «Ho accettato la richiesta di mio padre, sposerò un uomo del mio Paese. Ma ho chiesto di poter scegliere tra più di un possibile marito, di vederne almeno tre o quattro». Ragazze che non possono, o non vogliono, scardinare il sistema di regole della famiglia. Ma cercano di ricavare spazi minimali si sopravvivenza. Altro racconto, di un’adolescente egiziana, anche lei studentessa «milanese» : «Hanno scelto l’uomo per me, non mi oppongo. Ma ho chiesto due cose. Prima del matrimonio volevo vederlo. E poi ho ottenuto una garanzia, una specie di “contratto” non scritto: dopo il matrimonio potrò continuare la scuola e poi andare all’università, per laurearmi».

Gianni Santucci

http://www.corriere.it/cronache/10_gennaio_20/in-italia-2000-bambine-scomaprse-gianni-santucci_e822cdb8-0592-11df-a1d7-00144f02aabe.shtml

La Cina blocca Avatar: «Istiga alla ribellione» 20.01.2010

MARCO DEL CORONA PER IL CORRIERE DELLA SERA –
I più pronti avevano sussultato già al cinema. Gli altri hanno cominciato a parlarne dopo, in casa, tra amici, con i colleghi. Il grosso è arrivato però quasi subito, su Internet. Più che un bisbiglio, un coro: Avatar parla (anche) della Cina. E il tam tam si è propagato inarrestabile: nella pellicola di James Cameron — si è letto per giorni su forum e blog — il destino degli alieni di Pandora minacciati dagli umani ricorda quello di tanti cittadini cinesi, sfrattati a forza delle loro case che dovranno essere demolite, per far posto a grattacieli innalzati da palazzinari senza scrupoli, magari con l’ok di funzionari corrotti. Così, quando è arrivato l’ordine di anticipare di oltre un mese la fine della programmazione della versione non tridimensionale di Avatar (2D), il sospetto che si trattasse di una decisione politica è parso fondato.

Il quotidiano di Hong Kong Apple Daily, che spesso azzecca i suoi dietro le quinte, ha scritto che sono stati i vertici della propaganda a decretare che il tempo degli extraterrestri in Cina dovesse concludersi. Un no politico, troppe le possibili allusioni alla Repubblica popolare, con i suoi problemi di armonia etnica (Tibet, uiguri del Xinjiang), con le sperequazioni economiche alimentate del boom. Avatar, uscito il 4 gennaio, rimarrà in programmazione fino al 28 febbraio solo nella versione in 3D, circa 700 sale, ma quella in 2D è la più diffusa e la sua sparizione dai cinema il 22 gennaio significa un siluramento del kolossal. Al suo posto, gli spettatori cinesi potranno corroborare la loro adesione ai valori della nazione assistendo alle due ore del film biografico su Confucio, produzione honkonghese della regista Hu Mei, con Chow Yun-fat protagonista.

La fantascienza come la Cina, il pianeta Pandora come le sue metropoli, il film Avatar come metafora del dramma degli sfratti forzati. Il giornalista sportivo Li Xhengpeng ha paragonato esplicitamente gli umani ai «chengguan», gli sgherri che intimidiscono i proprietari e procedono agli sgomberi. « Resistiamo, prendiamo l’esempio dagli extraterrestri», aveva scritto un netizen sul web nei primissimi giorni di programmazione. Confucio, invece, dovrebbe ristabilire una linea ufficiale che il successo di Avatar (53 milioni di euro incassati, record assoluto per la Cina) ha appannato. L’epopea del filosofo che i leader di Pechino hanno deciso di (ri)abbracciare ha un intento edificante, oltre che spettacolare, ma dopo le anteprime ha già raccolto la freddezza e le critiche degli studiosi.

Incongruenze, inesattezze. L’accademico Bao Pengshan ha notato che il nome del figlio è sbagliato, che le battaglie sono troppo affollate, che titoli e appellativi nei dialoghi non sono corretti. C’è poi una storia d’amore trattata senza fedeltà. E – affronto per i custodi dell’ortodossia storica – il filosofo pare reinterpretato secondo la rilettura di Yu Dan, giovane divulgatrice che ha fatto di Confucio un contemporaneo e della sua interpretazione un bestseller (tradotto anche in Italia). Il filmone di Hu Mei si inserisce sulla scia delle pellicole patriottiche fiorite intorno al sessantennale della Cina comunista dello scorso 1° ottobre. La mossa ai danni di Avatar, tuttavia, rimanda suo malgrado al tema — costato un verdetto sfavorevole da parte del Wto lo scorso agosto— dei vincoli che la Cina impone ai prodotti culturali e multimediali stranieri sul proprio territorio. Ma soprattutto — una beffa— sembra essere più vicina alla Cina di oggi la saga fantascientifica anziché il polpettone edificante che più cinese di così non si può.

http://altrimondi.gazzetta.it/2010/01/la-cina-blocca-avatar-istiga-a.html

Fonte Unicredit 20.01.2010: Cina: banca centrale limita credito

In Cina, le autorità bancarie cinesi hanno dato istruzione ad alcuni dei principali istituti del Paese di limitare la concessione di crediti nella seconda parte di gennaio, dopo un iniziale boom degli affidamenti. Lo affermano organi di stampa ufficiali, con conferme giunte da fonti bancarie. La Banca centrale ha inoltre chiesto ad alcuni specifici istituti, tra cui Citic e Everbright Bank di alzare i loro coefficienti di riserva obbligatoria dello 0,5%, secondo quanto riferito a Reuters da fonti bancarie. Si tratta di un’ulteriore misura adottata dalla autorità cinesi per tenere sotto controllo la crescita del credito. Un’esigenza dettata dai dati che hanno mostrato una forte espansione dei prestiti nelle primissime settimane dell’anno e che già aveva spinto Pechino nei giorni scorsi ad alzare i coefficienti di riserva delle banche commerciali.

(Evidentemente per scongiurare i danni provenienti da prestiti/bolla immobiliare).

L’arcivescovo: «Le cause sono più etniche che religiose» 20.01.2010

Rabbia per la costruzione di una moschea in un quartiere cristiano. Il vicepresidente: «Una minaccia per il Paese»

JOS (Nigeria) – Trecento morti: suona quasi assurdo il bilancio degli scontri tra cristiani e musulmani iniziati domenica a Jos, in Nigeria. Nella capitale dello Stato di Plateau le autorità hanno imposto il coprifuoco e il governo ha mandato truppe dell’esercito per cercare di riportare la calma. I feriti sarebbero 800, decine gli arrestati.

I PRECEDENTI – «Gli attacchi continuano nelle zone sud della città, a Kuru Karama, Bisiji, Sabongidan e Kanar» ha detto un testimone. Altri hanno riferito che nelle strade ci sono rivoltosi vestiti con uniformi militari. Il motivo scatenante delle violenze è la decisione di costruire una moschea nel quartiere a maggioranza cristiana di Nassarawa Gwom. Jos, 500 mila abitanti, è situata in un punto cruciale: tra il nord del Paese, musulmano, e il sud, cristiano e animista. Le violenze sembrano non avere fine: nel novembre 2008 le vittime degli scontri erano state centinaia e nuove drammatiche recrudescenze del conflitto risalgono a luglio e dicembre dello scorso anno, ma già a settembre del 2001 erano state incendiate chiese e moschee, con un bilancio di oltre 900 morti.

MINACCIA PER IL PAESE – «Il governo è determinato a trovare una soluzione permanente alla crisi di Jos – ha promesso il vicepresidente nigeriano Goodluck Jonathan, che ha assunto da due settimane la guida ad interim del Paese al posto del presidente Umaru Yar’Adua, ricoverato da novembre in Arabia Saudita per problemi cardiaci -. Questa è una crisi di troppo. Il governo valuta che essa è assolutamente inaccettabile, reazionaria ed è una minaccia per l’unità del Paese».

L’ARCIVESCOVO: SCONTRO ETNICO – Secondo monsignor Ignatius Ayau Kaigama, arcivescovo di Jos, «le versioni che sono state finora pubblicate sull’origine degli scontri non sono corrette. In particolare non è vero che sia stata attaccata e bruciata una chiesa – ha detto Kaigama all’agenzia cattolica Fides -. Un’altra versione riportata dalla stampa afferma che la scintilla che ha provocato gli scontri sarebbe stata l’assalto al cantiere di una casa in costruzione di un musulmano. Ma anche questo fatto va accertato». Secondo l’arcivescovo le cause delle violenze sono da ricercarsi in fattori etnici e politici più che religiosi: «All’origine degli scontri odierni, come quelli del novembre 2008, vi sono i contrasti tra gli hausa, di religione musulmana, e le popolazioni indigene, in gran parte cristiane, per il controllo politico della città».

«SITUAZIONE FUORI CONTROLLO» – «La situazione sembra essere totalmente fuori controllo – racconta Leonello Fani, capoprogetto della ong Apurimac, a Radio 24 -. Hanno messo un coprifuoco di 24 ore, cosa che non era mai successa prima, nemmeno durante la crisi del 2008. Nessuna crisi era mai durata più di due giorni, qui siamo al terzo giorno di combattimenti, con spari che si sentono ancora. Ci arrivano notizie che hanno appena dato fuoco alla più importante fabbrica di Jos, la Nasco. Sentiamo spari, sappiamo di uccisioni e finti soldati in giro, tutti elementi che non fanno ben sperare. Vedremo se nelle prossime ore si potrà lasciare la città, che al momento è letteralmente sigillata: non si entra e non si esce». Secondo il cooperante italiano «i combattimenti sono tra indigeni e coloni. Gli indigeni sono di religione cristiana mentre i coloni fanno riferimento agli hausa musulmani. Gli indigeni spingono fuori gli hausa con qualsiasi mezzo e si arriva a questa situazione di scontro. Ma i pretesti per conquistare questo Stato cruciale sono i più vari. Le ragioni sono in realtà come sempre politiche». (Leggesi petrolio).

http://www.corriere.it/esteri/10_gennaio_19/nigeria-scontri-cristiani-musulmani-morti_68975770-0507-11df-aece-00144f02aabe.shtml

ambiente, energia, risparmio di Andrea Molocchi

Il risparmio di energia, virtù dimenticata 17/01/2010

Bocciata sulle emissioni di Co2, l’Italia ha invece buoni risultati sull’efficienza energetica. Ma non valorizza il suo patrimonio virtuoso. Ecco come potrebbe farlo

E’ noto il fatto che l’Italia è in grave ritardo nel rispetto degli obiettivi della politica climatica europea, sia con riferimento a quelli di Kyoto per il periodo 2008-2012, sia in relazione agli obiettivi nazionali al 2020 impliciti del pacchetto energia e clima, pubblicato dall’Ue nel giugno 2009. Meno noto è invece il fatto che, sia pure in tale contesto negativo, abbiamo anche alcuni primati nel campo dell’efficienza energetica (a partire dalla bassa intensità energetica totale e negli usi finali dell’energia) che spesso il paese non conosce e che, dunque, non valorizza in termini politici e di sistema (1).

Tale risultato si deve, in linea generale, alla rendita di posizione che deriva dai miglioramenti di efficienza ottenuti in seguito alla crisi petrolifera del 1973, che si è assottigliata nel tempo (non si registrano miglioramenti del livello di intensità energetica finale dal 1986) ma che rappresenta tutt’oggi un patrimonio – innanzitutto industriale – di grande valore (i materiali, le tecnologie e i sistemi per l’efficienza energetica sono offerti praticamente da tutti i settori dell’industria italiana). E’ proprio su questo patrimonio che occorre oggi puntare con convinzione, non solo per raggiungere gli obiettivi nazionali di riduzione delle emissioni ma soprattutto per incrementare la competitività dei nostri beni e servizi su mercati globali che dovranno necessariamente fare i conti con prezzi dell’energia elevati e con la riduzione delle emissioni di CO2. La rilevanza di quest’opportunità è dimostrata dal recente accordo strategico della Fiat negli Stati Uniti, reso possibile dalla sua posizione di primato nel settore auto in termini di emissioni di CO2/km del venduto europeo, un primato che è probabilmente globale, visto che gli standard europei sono diventati – col nuovo regolamento CE 443/2009 per la riduzione della CO2 delle auto nuove – i più stringenti a livello mondiale. Dall’analisi più dettagliata della situazione attuale dell’Italia emergono con chiarezza, accanto ad alcune eccellenze in termini di efficienza come il settore termoelettrico, i settori relativamente più arretrati che costituiscono la priorità d’intervento, come il riscaldamento del settore residenziale e i trasporti merci e passeggeri.

Come mai se siamo tra i primi per efficienza, siamo fra gli ultimi nel rispetto degli obiettivi di CO2? In valore assoluto consumiamo molta energia e produciamo molte emissioni ma – semplificando – consumiamo tanta energia e produciamo tanta CO2 perché produciamo molti prodotti per l’esportazione, ospitiamo molti turisti e ci piace muoverci in autonomia. Non certo perché siamo spreconi quando facciamo queste cose, anzi: molti indicatori dimostrano che siamo relativamente più attenti degli altri paesi europei e molto più attenti rispetto agli altri paesi del globo. Il problema è che invece di cercare di individuare i nostri punti di forza e scommettere su di essi, abbiamo peccato di un eccesso di provincialismo e ci siamo seduti a guardare con invidia gli altri che innovavano in base ai loro punti di forza. Non abbiamo capito che i nostri primati nell’efficienza non sono dovuti al caso, ma sono strettamente legati al patrimonio produttivo, tecnologico, di imprenditorialità diffusa del nostro paese – oltre che ad una nostra vocazione sociale al risparmio nei consumi, alla prudenza e all’eleganza, che non è mai fatta di eccessi. A quella domanda avremmo dovuto dare tempestive risposte da molto tempo, ancor prima di Kyoto e, più recentemente, in occasione dell’ultimo burden sharing comunitario cioè quello del pacchetto energia e clima di gennaio 2008 che ha imposto al nostro Paese obiettivi molto ambiziosi e con costi assai superiori relativamente ad altri stati membri ben più ricchi di noi (cfr. articolo “La strategia europea nel contesto globale e le sue implicazioni per l’Italia”, rivista Efea, n. 4 2009). Invece di fare dell’efficienza un obiettivo comune, in Europa e fra i paesi industrializzati innanzitutto, abbiamo accettato impegni di riduzione delle emissioni basati su criteri vantaggiosi per gli Stati più spreconi e con Pil procapite più elevato. E’ ben noto, infatti, che i costi incrementali della riduzione dei consumi di energia sono maggiori per i paesi più efficienti e che uguali riduzioni percentuali delle emissioni degli stati possono nascondere profonde iniquità sotto il profilo economico, soprattutto se gli stati relativamente più spreconi di energia sono anche gli stati relativamente più ricchi per capacità economica individuale (Pil procapite).

Inutile piangere sul passato. Se l’Italia si è fermata e se ci sono ancora opportunità – come sembrerebbe dai dati comparativi – deve ripartire. Dobbiamo individuare gli ostacoli che stanno frenando la ripresa del miglioramento dell’efficienza energetica nel nostro paese. Dobbiamo moltiplicare lo sforzo di valutazione delle politiche, degli strumenti, dei punti di forza e di debolezza, ricordando che, per poter intervenire in maniera efficace, la politica ha innanzitutto bisogno di un supporto conoscitivo adeguato. Ad esempio, la valutazione dell’Agenzia internazionale dell’energia (Aie) sugli investimenti previsti al 2050 per ridurre le emissioni del 50% a livello globale, afferma una direzione ben precisa: il 53% della riduzione delle emissioni rispetto allo scenario tendenziale sarà dato da interventi di efficienza energetica, sopravanzando il contributo delle fonti rinnovabili (21%), della cattura e sequestro del carbonio (19%) e del nucleare (6%). Inoltre, i corrispondenti investimenti in tecnologie di efficienza energetica assommeranno, con 950 miliardi di dollari l’anno sui 1300 circa previsti nello scenario Blue Map, al 73% degli investimenti complessivi, superando ampiamente lo sforzo richiesto nelle tecnologie low carbon.

Volgiamo ora il nostro pensiero alle attuali direzioni d’investimento dell’Italia: combaciano? La risposta è ovvia: stiamo investendo su priorità diametralmente opposte. Si noti che la maggior parte degli investimenti previsti dall’Aie riguarda le nuove tecnologie di trasporto: nuove navi innovative, nuovi veicoli per il trasporto delle merci, mezzi di trasporto di massa dei passeggeri, nuovi modelli di autovetture e di aerei. Chi, se non il nostro paese, con Fincantieri e gli altri cantieri navali, con Fiat, Iveco e la filiera dell’industria meccanica ed elettro-tecnica, con Ansaldo leader dell’alta tecnologia per il trasporto ferroviario e metropolitano, con le sue grandi e piccole imprese di costruzioni che realizzano opere civili utili in tutto il mondo, dovrebbe realizzare queste innovazioni e realizzare queste opportunità di investimento?

Perché in Italia non si investe nell’efficienza energetica? E’ un problema economico? In teoria no. Le misure di efficienza energetica sono molto convenienti per la collettività. A fronte di un investimento iniziale, consentono a medio e lungo termine ingenti risparmi sui costi e sulle bollette delle varie forme di energia, aumentando la produttività delle imprese e liberando risorse per altre forme di spesa dello stato e delle famiglie. Disponiamo poi di una vasta gamma di strumenti di incentivazione, sicuramente migliorabili, ma intanto ci sono. Anche le banche stanno predisponendo strumenti ad hoc, per grandi e piccoli utenti. Il problema dell’efficienza è quindi un problema di politiche. Di priorità e convinzione nelle politiche di governo. In termini di potenziale quantitativo, gli interventi di efficienza energetica economicamente convenienti, con le tecnologie già oggi disponibili, riguardano tutti i settori di trasformazione e di uso finale dell’energia. L’efficienza energetica rappresenta quindi un’area di investimento imprescindibile per uscire dalla crisi economica.Una recente valutazione dell’Enea del potenziale di abbattimento delle emissioni in Italia e dei relativi costi in uno scenario di accelerazione tecnologica al 2020 (un’elaborazione preziosissima per l’impostazione delle politiche su energia e clima a medio e lungo termine, che per la sua delicatezza andrebbe curata in maniera indipendente, motivata in maniera trasparente e aggiornata con periodicità) conferma che, fra le varie opzioni per la riduzione della CO2, gli interventi di efficienza energetica sono quelli che offrono il maggior potenziale e sono gli unici a non avere costi sociali netti per tonnellata di CO2 ridotta poiché nella maggior parte dei casi presentano un vantaggio economico netto per la collettività. Diversamente dagli investimenti nel nucleare (circa 75 euro/tonnCO2), nelle fonti rinnovabili (30-230 euro/tonnCO2), e nelle tecnologie di cattura e sequestro del carbonio (25-30 euro/tonnCO2): per i loro extracosti rispetto alle forme convenzionali di produzione di energia, tutte queste tipologie di riduzione della CO2 richiedono regimi di incentivazione economica il cui allestimento è a carico dello Stato oppure a carico degli utenti di energia, in quest’ultimo caso con effetti di impoverimento delle fasce di utenti più deboli. Secondo l’ENEA, il potenziale complessivo nazionale di riduzione della CO2 delle misure di efficienza energetica al 2020 (nei trasporti, nell’industria e negli altri settori) è di 60 Mt. C’è poi un ulteriore potenziale di circa 16 Mt di CO2, dato dalle forme “strutturali” di risparmio energetico, misure che comportano il cambiamento di comportamenti di consumo o l’abbandono di produzioni non più competitive, il cui costo sociale è di circa 80 euro/tonn. CO2, un livello comparabile ai costi attualmente previsti per il nucleare e per alcune fonti rinnovabili come le biomasse e l’eolico (particolarmente oneroso nel nostro paese a causa di condizioni di ventosità e localizzazione poco vantaggiose).

Se è sull’efficienza energetica che l’Italia deve scommettere, qual è il suo contributo alla realizzazione dei nuovi obiettivi comunitari al 2020? Basandoci sul nuovo scenario tendenziale formulato dall’Enea nel luglio del 2009 (rapporto Energia e Ambiente) che tiene conto degli effetti della crisi economico-finanziaria, i 60 Mt di CO2 risparmiati nel 2020 mediante interventi di efficienza energetica equivalgono a circa il 12% delle emissioni dell’Italia. Rispetto allo scenario tendenziale, che sconta un’uscita lenta e graduale dalla crisi (emissioni di CO2 2020: -5% rispetto al 2005), l’apporto delle misure di efficienza consente una riduzione della CO2 del 17% nel 2020 rispetto al 2005 che, in base alle stime in nostro possesso, è esattamente l’obiettivo complessivo dell’Italia implicito nei provvedimenti del pacchetto su energia e clima (come noto, il pacchetto stabilisce un obiettivo europeo per i settori ETS del -21% nel periodo 2005-2020 e un obiettivo nazionale per i settori non ETS del -13% nel periodo 2005-2020: l’obiettivo complessivo nazionale degli Stati Membri in tutti i settori (ETS e non-ETS) è quantificabile solo mediante stima). Si noti inoltre che, sempre in base alle stime in nostro possesso (EkoInstitute, 2008), l’obiettivo di riduzione delle emissioni dell’Italia del -17% nel periodo 2005-2020 corrisponde al -3% circa nel periodo 1990-2020, in quanto le emissioni dell’Italia sono cresciute nel primo quindicennio 1990-2005.

Ovviamente, questo non significa affatto che per puntare sull’efficienza energetica dobbiamo abbandonare tutte le altre opzioni di riduzione dei gas serra, ma è solo la dimostrazione che le politiche di efficienza dovrebbero godere di una priorità rispetto alle altre opzioni, una priorità che è invece smentita nei fatti dall’attuale politica di governo, concentrata sul rilancio del nucleare e sospinta a promuovere le fonti rinnovabili con interventi puntuali o parziali, senza un approccio complessivo. Senza pretendere di avventurarmi in un dibattito sul nucleare, vorrei solo mettere in rilevo le cifre del potenziale di risparmio al 2020 negli usi finali di elettricità, che è il settore dove il nucleare può fornire un contributo. Prendendo come riferimento il potenziale stimato dall’Enea – su cui concordano anche altre autorevoli stime – entro il 2020 si potrebbero evitare consumi finali di elettricità per 73 TWh l’anno, cioè il 22% circa dei consumi finali lordi del 2008. Questo enorme potenziale di risparmio energetico al 2020 corrisponde alla produzione di 6-7 grandi centrali nucleari della taglia ipotizzata dal governo (1600 MW), ammesso che siano realizzabili entro il 2020. E’ infatti questa la prerogativa che fa la differenza fra l’efficienza energetica e le altre opzioni basate su innovazioni radicali, siano esse soluzioni hard come il nucleare o soft come le rinnovabili. Le misure di efficienza energetica sono a portata di mano, sono immediatamente realizzabili oggi, consentono di prender tempo laddove le innovazioni radicali non siano ancora mature in termini di prestazioni e di costi.

(1) Si sintetizzano qui i risultati della recente indagine degli Amici della Terra sul posizionamento dell’Italia negli indicatori su energia e clima (“Il posizionamento del sistema Italia su Energia e Clima: eccellenze, ritardi, omissioni”, www.amicidellaterra.it)

In allegato la tabella con “La Pagella dell’Italia”.

tabella_molocchi.pdf 84,05 kB

http://www.sbilanciamoci.info/Sezioni/italie/Il-risparmio-di-energia-virtu-dimenticata

20/1/2010 – INTERVISTA. “LA RIVOLUZIONE DEL XXI SECOLO E’ INTERNET: LA LOGICA DELLA CANOA STA SOSTITUENDO QUELLA DEL KAYAK” “Le idee per cambiare il mondo”

Brockman: gli scienziati pensano, gli altri sono costretti a inseguirli

GABRIELE BECCARIA

Si chiama John Brockman ed è un tipo speciale: interroga gli scienziati migliori, li obbliga a sorbirsi domande impegnative, li fa incontrare sul suo sito edge.org per parlare di tutto e a volte li riunisce anche in carne e ossa, in California o a Parigi. Spesso li convince a scrivere saggi visionari che diventano best-seller. Brockman è molto più di un impresario editoriale e culturale. E’ un «unicum», al momento non replicabile, in un universo – la scienza – che fa della replicabilità e della falsificabilità regole notoriamente irrinunciabili.

Ecco perché proporre domande a chi è abituato a farne, come un ragazzino petulante e geniale, è disorientante. Ospite del Festival delle Scienze di Roma, ha disseminato anche lì le sue provocazioni, cominciando da Alan Turing, lo sfortunato e mitico ragazzo inglese considerato uno dei creatori del mondo digitale, ed è approdato al nuovo «domandone» del 2010, sul quale sta impegnando un gruppo di cervelloni d’America: «Come cambia Internet il modo in cui tu pensi?». Spiega: «E sottolineo il “tu”, anziché il “noi”. Dopo aver oscillato a lungo tra l’uno e l’altro, ho scelto il “tu” perché il sito edge è una grande conversazione. Il “noi” avrebbe invece suggerito un tono pubblico, da esperti sul palco».

«L’interrogativo – aggiunge – si basa su un’intuizione del mio amico ed ex collaboratore collaboratore James Lee Byars».

Prima di scoprire se le risposte che stanno arrivando sono abbastanza genialoidi, che cosa fece Byars?
«Nel 1971 andò nella piazzetta di Harvard e lì fondò il “World question center”: si era convinto che per arrivare al confine della conoscenza – l’edge, appunto – non occorresse leggersi i 6 milioni di volumi della biblioteca dell’università: pensò che bastasse raccogliere in un solo luogo le menti più sofisticate e le avrebbe chiuse dentro finché si sarebbero fatte l’un l’altra le domande che ponevano a se stessi. Questa idea è in perfetta sintonia con la logica digitale di oggi, in cui tutto può essere assemblato con il potere degli algoritmi: è la realtà della Rivoluzione Petabyte».

Spieghi di che cosa si tratta.
«L’accumularsi dei dati è tale che, invece di partire da una tesi per poi testarla con una serie di esperimenti, si indagano i dati già ammassati per scoprire che cosa nascondono».

Significa che il metodo scientifico, quello sacrosanto, è destinato a cambiare?
«In alcuni casi sì e c’è chi ha già avanzato questa ipotesi. Penso a Craig Venter, il decifratore del Genoma: è lui il maggiore cliente privato al mondo di un potere computazionale in crescita continua. Raccoglie miliardi di informazioni genetiche da fonti diverse, compresi gli oceani, e li processa nei propri computer: è una massa di informazioni mai vista prima».

E le risposte al «domandone»? Qual è al momento quella che l’ha intrigata di più?
«Quella di George Dyson: “kayak contro canoe”. Si riferisce a due approcci opposti per lo stesso risultato, la costruzione di barche. Uno si basa sul montaggio di uno scheletro a partire da pezzi e frammenti, mentre l’altro sullo scavo, selezionando alberi interi. Internet ha prodotto una divaricazione simile: eravamo costruttori di kayak, abituati a cercare ogni elemento utile che potesse tenerci a galla, e adesso, invece, dobbiamo imparare a modellare le canoe, eliminando tutto ciò che non è necessario e portando alla luce il nocciolo nascosto della conoscenza. Chi non acquisirà le nuove capacità resterà indietro e sarà costretto a remare su tronchi rozzamente scolpiti».

Lei non si stanca mai di pungolare gli scienziati: il suo ultimo libro – «This will change everything» – è dedicato alle idee che modelleranno il futuro. E’ sicuro di avere scoperto le migliori?
«Anche stavolta ho fatto l’impresario, il tizio che sta dietro le quinte del teatro e fa scrivere gli altri. E’ questo il mio compito e in questo caso il concetto di fondo è che i nuovi mezzi generano nuove percezioni: la scienza crea la tecnologia e nell’utilizzarla noi ricreiamo noi stessi. Fino a tempi recenti nessuno aveva mai pensato di governare un simile processo. Nessuno ha votato su stampa, elettricità, radio, tv, auto, aerei. Nessuno su penicillina, energia nucleare, viaggi spaziali. Nessuno su computer, Internet, email, Google, clonazione. Ora ci muoviamo verso una nuova definizione della vita e in una condizione in cui la scienza non è l’unica notizia, ma La Notizia. I politici sono in ritardo e tutto ciò che possono fare è inseguire, mentre James Watson, l’uomo che scoprì la doppia elica del Dna e che oggi è l’unico ad avere diffuso su Internet il proprio codice genetico, si dice contrario a qualunque interferenza governativa e Craig Venter si prepara a generare la vita artificiale: significa che il tuo cane potrà diventare un gatto. Il risultato è che tutto cambierà e quindi, stavolta, la domanda per il nuovo libro è stata: a quale rivoluzione ti aspetti di assistere?».

Ha avuto 151 risposte: sveli il suo responso.
«Mi ha impressionato Kevin Kelley: ha parlato di un nuovo tipo di mente, amplificata da Internet, in continua evoluzione, e capace di iniziare una nuova fase evolutiva al di fuori dei corpi. E poi tanti altri… Ed Riges e il “molecular manufacturing”, la produzione di nuove molecole che è una delle frontiere delle nanotecnologie. William Calvin e le nostre vulnerabilità di fronte al clima e le nostre capacità intellettuali di reazione. Nicholas Humprey e gli impulsi ribelli della natura umana: per quanto ci trasformiamo restiamo sempre gli stessi, distratti dalla violenza e dalla politica. Freeman Dyson e la telepatia, con l’ipotesi di comunicazioni dirette da un cervello a un altro. E infine un romanziere, Ian McEwan. Mi ha confessato di voler vivere abbastanza per assistere al trionfo definitivo delle tecnologie solari».

Chi è John Brockman Divulgatore
RUOLO: E’ AGENTE LETTERARIO E AUTORE DI SAGGI SCIENTIFICI
IL LIBRO: «THIS WILL CHANGE EVERYTHING. IDEAS THAT WILL SHAPE THE FUTURE» HARPERCOLLINS
IL SITO: WWW.EDGE.ORG

http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplrubriche/scienza/grubrica.asp?ID_blog=38&ID_articolo=1608&ID_sezione=243&sezione=

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Mediattivismo 042

La rassegna di http://www.caffeeuropa.it/ del 21.01.2010, particolarmente succosa

Le aperture

Corriere della Sera: “Sì al processo breve tra le accuse”, “Berlusconi: nei tribunali contro di me plotoni di esecuzione”. A centro pagina una foto da Haiti sul salvataggio dalle macerie di alcune persone a distanza di otto giorni dal terremoto. E poi un titolo su un emendamento approvato dalla commissione Lavoro della Camera: “La scuola dell’obbligo può durare meno: al lavoro a 15 anni”. Spazio in prima anche per il prsidente Usa: “Obama va al tappeto e teme per le riforme” (dopo la perdita del seggio democratico senatoriale un tempo occupato da Ted Kennedy).

La Repubblica apre sintetizzando le parole del premier: “Il processo breve non mi basta”, “Berlusconi: ‘Contro di me plotoni d’esecuzione’. Sì del Senato alla legge”. Il provvedimento “approvato tra le proteste dell’opposizione. I magistrati: ‘E’ un’amnistia di fatto’. Di Pietro: ‘Spero in Napolitano’”. Un intervento in prima pagina dello scrittore Roberto Saviano: “Cittadini senza giustizia”.A centro pagina la foto del senatore che Usa che ha sfilato il seggio ai democratici, Scotto Brown, e il titolo: “Obama dopo la sconfitta: ‘Pronto a trattare sulla sanità”.

Il Giornale: “Sciopero vietato ai negri”, “Gli stranieri che lavorano in Italia vorrebbero incrociare le braccia il primo marzo per far vedere quanto contano. Ma Cgil, Cisl e Uil dicono no: temono di perdere i lloro potere”. Il sindacato spiega che l’idea di una protesta ‘etnica’ non piace ai sindacati, secondo cui servono contenuti più precisi.

La foto in prima pagina è per Eugenio Scalfari, perché si spiega che da parlamentare apprezzò l’istituto dell’immunità (si parla del 1968, inchiesta Sifar-De Lorenzo).

In basso: “Il Pdl lancia Brunetta: sindaco a Venezia”.

Libero: “Il caso Emma Bonino”, “Abortista e presidente”. E si spiega: “La candidata del Pd nel Lazio praticava aborti e se ne vantava. Per questo fu arrestata. Si fece pure riprendere mentre aspirava un feto”. Il quotidiano promette “la foto e la storia che nessuno vuol ricordare”.

La Stampa: “Processo breve, sì con rissa”, “Via libera al Senato. Nuovo attacco di Berlusconi ai giudici: sono plotoni di esecuzione. E candida Brunetta sindaco di Venezia. Regionali: intesa Pdl-Udc solo a livello locale”. A centro pagina il senatore repubblicano Scott Brown in felpa e jeans. Analisi di Alberto Bisin: “Il ceto medio avvisa Barack”.

Il Sole 24 Ore: “Italia Paese forte del G-20”. Si parla di una ricerca Aspen-Fondazione Edison sull’economia mondiale secondo cui la Cina sarà il Paese più forte nel 2041.

Un titolo anche sulla perdita del seggio democrat: “Obama battuto. Ritorna in forse la riforma della Sanità”. E Alberto Alesina spiega “perché i repubblicani hanno vinto”: “La rivolta degli yankees, ‘Non vogliamo tasse più alte’”.

Anche Il Foglio spiega “come hanno fatto i democratici a perdere giocando in casa”: “le forze del cambiamento -ha scritto Politico.com- adesso hanno preso di mira Obama perché c’è lui in carica”.

Sulla politica interna iil quotidiano scrive che “Il Cav. dà di opportunista a Casini ma (forse) non farà saltare gli accordi”.

Obama

Secondo Simon Shama, che sul Sole 24 Ore firma una analisi della sconfitta democratica in Massachusetts, “Obama inciampa sul populismo. L’amministrazione americana paga il politicamente corretto del primo anno di attività”, ma, anche se la presidenza è in difficoltà, “la storia è tutt’altro che finita”. Schama ricorda che altri presidenti cominciarono con delle sconfitte (la Baia dei porci per Kennedy, lo stop alla riforma sanitaria per Clinton), e l’eccezione fu quella di Roosevelt, ma in un contesto in cui poteva contare su maggioranze parlamentari larghissime. Obama dovrebbe – secondo Schama – tornare a “sporcarsi le mani con la demagogia”, perché “la politica americana si nutre di rabbia e rumore”, e compito di Obama “è dargli un significato”. Il rischio altrimenti è che il suo governo “perirà per effetto della propria stessa nobile schizzinosità”.

Della situazione economica Usa e di Obama si occupa in prima pagina l’editoriale di Massimo Gaggi: “La battaglia del tè”.Il riferimento è alla nuova destra del Tea Party, il nuovo movimento che prende il nome dalla ribellione anti-inglese del 1773.

Sulla Repubblica si parla della “irresistibile ascesa” del Tea Party, alla radicale e movimentista, populista, antitasse e antistato che ha trionfato nel Massachusetts. Sottovalutato dai liberal, è diventato protagonista della riscossa repubblicana. Per un crudele scherzo del destino è proprio nella Boston ex progressista che ha trovato riferimento storico per brevettare la propria etichetta.

Sul Corriere della Sera si scrive che Obama è pronto al compromesso sulla sanità e intende trovare un accordo con i Repubblicani. Nelle foto delle proteste del Tea Party a New York i manifestanti inalberano un ritratto di George Washington e un cartello in cui la O di Obama è rimpiazzata da una falce e martello.

Processo breve

Sulla ragionevole durata dei processi, dopo il voto del Senato alla legge sul processo breve, Il Sole 24 Ore sente i pareri di tre ex presidenti della Corte Costituzionale. Annibale Marini (“Perché sì) dice che si tratta di una legge “non solo opportuna ma anche necessaria”, e nega che ci siano rischi di incostituzionalità. “Se c’era un discorso di incostituzionalità era nel sistema attuale. Cito ad esempio il caso del processo all’onorevole Mannino, che ha avuto una durata scandalosa che violava non solo la Costituzione ma anche la Convenzione europea”. Cesare Mirabelli invece dice che se la Costituzione prevede una ragionevole durata del processo, è pur vero che, con il ddl licenziato ieri, “nasce una sorta di prescrizione processuale”. Secondo Valerio Onida infine per il tempo eccessivo bastava la prescrizione, ed è per certi versi un’amnistia, “visto che si arriva ad una estinzione del processo”. Una analisi di Luigi Ferrarella sul Corriere della Sera evidenzia che mai prima d’ora in Parlamento “una norma retroattiva si appresta ad avere l’immediato effetto di far evaporare non due figure di reato o due prove di accusa, ma addirittura due interi processi del premier, già a metà del loro percorso verso la sentenza di primo grado: quelli nei quali il Presidente del Consiglio è imputato di frode fiscale sui diritti tv Mediaset, e di corruzione in atti giudiziari del testimone David Mills”. E manca una coerente e sistematica riforma della giustizia.

Secondo lo stesso quotidiano il Presidente Napolitano sta aspettando i pareri del suo ufficio giuridico, impegnato a valutare in particolare l’impatto che la norma transitoria che azzera i processi per i reati commessi prima del 2006, già coperti dal vecchio indulto. Si tratterebbe infatti di una amnistia di fatto non votata però, questa volta, dai due terzi del Parlamento, che avrebbe l’effetto di cancellare migliaia di procedimenti, negando giustizia a migliaia di italiana.

Regionali

Per La Repubblica, “Ruini vuole un patto Casini – Cavaliere, ma Silvio teme il modello Polverini”, perché la candidata Pdl è più indietro rispetto alla sua coalizione: avrebbe il 48 per cento, mentre il Pdl che la sostiene sarebbe al 53. Si tratta della situazione opposta rispetto alla Bonino, che ha un gruzzolo del 46 per cento, laddove il centrosinistra ha un 42 per cento. Il titolo si riferisce all’incontro a pranzo tra il premier e il cardinale Camillo Ruini, che per 15 anni ha guidato la Cei.

Il Pdl sarà alleato dell’Udc nel Lazio, in Campania e in Calabria. In Puglia pare verrà candidato il giornalista Rai Attilio Romita, mentre in Basilicata Magdi Allam (ma si parla ancora di altre candidature, come quella di Stefano Dambruoso).

Sul Corriere della Sera un titolo secondo cui le scelte di Casini non piacciono in Vaticano. Dall’analisi emerge che la linea dura di Berlusconi contro i centristi “per la prima volta” non sarebbe prevalsa nel Pdl: lui puntava a logorare il “doppiofornista” Casini per erodere il voto di “utilità marginale dell’udc”, pari al 2 per cento.

E poi

Alle pagine della cultura del Corriere della Sera un intervento di Giuliano Amato: “Dove si incontrano fede e politica. La secolarizzazione non annulla il sacro, anzi può indurre a riscoprirlo. Amato discute le tesi del filosofo Fred Dallmayr sul dialogo tra le culture. E l’intervento è la sua prefazione, pubblicata dalla rivista Reset.

“Addio notizie gratis online. La svolta del NyTimes”. La novità verrà introdotta a partire dal prossimo anno. Ne parlano La Repubblica e La Stampa.

A 15 anni al lavoro, invece che in classe

Monica Maro,   20.01.2010

L’ultimo anno di scuola dell’obbligo si potrà fare anche con l’apprendistato. A prevederlo è un emendamento del relatore del ddl lavoro, Giuliano Cazzola, approvato oggi dalla commissione Lavoro della Camera. Il testo, che è ora al parere delle altre commissioni, prevede che “l’obbligo di istruzione” si possa assolvere “anche nei percorsi di apprendistato per l’espletamento del diritto dovere di istruzione e formazione”

L’obbligo di istruzione (innalzato a 16 anni dalla Finanziaria del 2006) “si assolve anche nei percorsi di apprendistato”. Recita così l’emendamento della discordia, quello votato oggi in commissione Lavoro alla Camera come modifica al ddl sui lavori usuranti collegato alla Finanziaria. Autore dell’emendamento, che contiene uno dei cavalli di battaglia del ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi, è il relatore del ddl Giuliano Cazzola (Pdl).
Se il testo passerà (il ddl arriva in aula alla Camera lunedì e contiene molte altre norme, dall’innalzamento dell’età pensionabile per i dirigenti sanitari all’allungamento dei tempi della riforma degli ammortizzatori sociali il cui varo è possibile fino a 2 anni dopo l’approvazione del Ddl ) si potrà andare a lavorare a 15 anni e utilizzare l’apprendistato per coprire l’ultimo anno obbligatorio di scuola.
Per Cazzola, chi fa l’apprendistato a 15 anni “non è obbligato a rinunciare alla sua istruzione, è solo una possibilità che viene offerta. Anche perché l’innalzamento a 16 anni dell’obbligo scolastico non ha alcuna espressione di carattere curricolare. Allo studente non resta in mano nulla dopo quei due anni di scuola dai 14 ai 16 anni. Al massimo può fare una formazione di base che non da’ nulla. Tanto vale andare a lavorare”.

L’assolvimento dell’obbligo scolastico con l’apprendistato era già stato previsto nel maxiemendamento alla Finanziaria, ma poi era stato eliminato per estraneità alla materia della legge di Bilancio. Il governo (vedi alla voce Sacconi) ha dunque chiesto di recuperarlo e inserirlo nel ddl sui lavori usuranti.
Disco verde dal ministro dell’Istruzione, Mariastella Gelmini, la quale ha dichiarato che “secondo una condivisa linea governativa”, il ministero dell’Istruzione “è favorevole a ogni iniziativa, anche legislativa, che favorisca la transizione tra scuola e lavoro, consentendo così ai giovani di disporre delle competenze necessarie per trovare un’occupazione”.
Oggi, inoltre, si è insediato il Comitato per l’alternanza scuola-lavoro, a cinque anni dal decreto legislativo che l’aveva istituito. Il Comitato dovrà definire i criteri generali per l’organizzazione e la fruizione di percorsi formativi in ambito scolastico e lavorativo. Dunque, per il ministro Gelmini, l’assolvimento dell’obbligo di istruzione attraverso un vero contratto di lavoro, retribuito secondo i contratti collettivi di lavoro, rappresenterebbe “una possibilità ulteriore di contrasto al fenomeno della dispersione scolastica”.

Ma il provvedimento approvato in Commissione, come è ovvio che sia, allarma e non poco gli attori sociali. “Non è con l’abbassamento dei diritti o con la propaganda che si affrontano temi centrali come il lavoro dei giovani e la lotta al sommerso”, tuona il segretario confederale della Cgil, Fulvio Fammoni. “L’abbassamento dell’obbligo scolastico a quindici anni attraverso l’apprendistato è – secondo Fammoni – sbagliato dal versante formativo, e per questo non deve essere approvato, ma è altrettanto grave che si tenti in questo modo di superare surrettiziamente attraverso questa via anche l’età minima per lavorare, fissata per legge a 16 anni”.

“La maggioranza e il ministro Sacconi hanno deciso di fare carta straccia dell’obbligo scolastico”. Ad affermarlo Giuseppe Fioroni, responsabile area Welfare del Pd.
“E’ inaccettabile – dice Fioroni – che invece di intensificare gli sforzi per collegare la fase educativa alla formazione e mettere in grado i ragazzi italiani di poter competere ad armi pari con i loro colleghi nel resto del mondo, qui si decida di fare un salto all’indietro così macroscopico”.
“Ricordo a questa lungimirante maggioranza – prosegue Fioroni – che, fino a prova contraria, le leggi vigenti prevedono l’obbligo di andare a scuola fino a 16 anni e il buon senso dovrebbe suggerire, proprio nei momenti di crisi economiche violente come quella che ancora attraversiamo, di intensificare la preparazione anche come misura di contenimento degli effetti sociali della crisi, non di giocare al ribasso”.

http://www.aprileonline.info/notizia.php?id=13977

Processo breve, primo sì

Francesco Scommi,   20.01.2010

L’Aula di Palazzo Madama dà il primo via libera al provvedimento che, stabilendo un limite fisso per per i procedimenti, avrebbe l’effetto immediato di salvare Berlusconi dai processi Mills e Mediaset. Compatta l’opposizione nell’attaccare il testo, la maggioranza lo rivendica. Il premier: “Non è incostituzionale”

“Non lo so, non credo”. Lo ha detto il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, rispondendo a chi gli chiede se il ddl sul processo breve sia incostituzionale. “C’e’ l’Europa che ci chiede tempi certi nei processi e c’e’ la Costituzione che ci dice che devono avere tempi ragionevoli” ha aggiunto il premier. In mattinata Il Senato aveva dato il via libera al ddl, che è passa così all’esame della Camera. Si è riacceso lo scontro tra i poli sul tema caldo della giustizia. Il ddl, che ha ottenuto 163 voti favorevoli, 130 contrari e due astenuti, divide in maniera netta maggioranza e opposizione.

Il provvedimento approvato da Palazzo Madama stabilisce che il processo dovrà considerarsi estinto se il giudizio di primo grado non sarà concluso entro tre anni (dall’esercizio dell’azione penale da parte del Pm); entro due per l’appello ed entro un anno e sei mesi per il giudizio in Cassazione. Ma questo riguarderà solo i processi relativi a reati con pene inferiori nel massimo a 10 anni. In caso di annullamento con rinvio disposto dalla Cassazione, ogni grado di giudizio che dovrà celebrarsi di nuovo non dovrà durare più di un anno. I termini si allungano in presenza di reati più gravi: 4 anni per il primo grado; due per l’Appello; un anno e sei mesi per il giudizio di merito. Fino ad arrivare ai reati di mafia e terrorismo per i quali il primo grado dovrà durare cinque anni: tre per l’appello e due per la Cassazione. Il giudice può poi aumentare tali termini fino ad un terzo se il processo è particolarmente complesso o se ci sono molti imputati. Il Pm deve esercitare l’azione penale entro tre mesi dalla fine delle indagini preliminari.

A destare le proteste più dure dall’opposizione è la norma transitoria che applica l’estinzione processuale ai processi in corso, ma solo se sono relativi a reati indultati o indultabili, commessi cioè prima del maggio 2006, e se hanno pene inferiori a 10 anni. Ma sarà più breve di quella per i processi futuri: la ‘tagliola’ scatterà dopo due anni e non dopo tre. In questo modo, accusa l’opposizione, salteranno i processi Mediaset e Mills in cui e’ imputato il premier. Il tetto dei due anni varrà anche per i processi in corso davanti alla magistratura contabile purché siano ancora in primo grado e questo non si sia concluso in cinque anni. Non varrà invece se il giudizio contabile è già in appello (norma modificata ieri da un nuovo emendamento del relatore Giuseppe Valentino).

Il ddl “serve poco o nulla a fissare la ragionevole durata dei processi e approfitta di un sacrosanto principio costituzionale per fare un’amnistia”, ha sottolineato Giampiero D’Alia, capogruppo dell’Udc. “Nessuno di noi è così stolto da non capire che questo provvedimento tenta di risolvere i problemi giudiziari del Presidente del Consiglio e che la soluzione che avete individuato è quella di estendere l’indulto votato nella passata legislatura ai processi in corso che riguardano l’onorevole Berlusconi – ha aggiunto -, ma per l’ennesima volta avete prodotto una norma incostituzionale dal fiato corto che non servirà al premier e che comprometterà seriamente il regolare svolgimento di tanti, tantissimi processi”.

Per D’Alia “Berlusconi non ha tutti i torti e vi è un accanimento giudiziario nei suoi confronti, anche se in misura minore rispetto a quanto da lui denunciato”, ma “non e’ con la ragionevole durata dei processi che si garantisce al Presidente del Consiglio di esercitare appieno il mandato elettorale”. Ha attaccato senza mezzi termini il ddl il Gruppo di Italia dei Valori, che prima del voto ha anche mostrato dei cartelli in Aula contro il provvedimento (alcuni con la scritta ‘Muore il processo diritti TV Mediaset’), ed è stato richiamato all’ordine dal presidente del Senato Renato Schifani.

“Decine di migliaia di vittime vengono beffate dallo Stato – ha sottolineato Luigi Li Gotti di Idv rivolgendosi alla maggioranza -. Dopo aver cercato giustizia per anni, le vittime avranno dallo Stato la porta sbattuta in faccia. Aiuterete invece i delinquenti, aiuterete coloro che rendono insicuro il nostro Paese, aiuterete coloro che hanno commesso torti a tante vittime. Basta con la patetica ipocrisia. Per far durare meno i processi ci vogliono norme per aggiustare la macchina del processo. Voi volete la morte di 100.000 processi per salvare Silvio Berlusconi dai suoi processi”.

Pieno appoggio al ddl da parte della Lega Nord. “Ci aspettavamo ostilità da parte di molti settori della casta dei magistrati responsabile spesso del malfunzionamento della giustizia – ha detto il capogruppo Federico Bricolo -. Ciò che non ci aspettavamo è invece il cambio di linea delle opposizioni visto che questa legge ricalca diverse proposte già presentate dai responsabili giustizia del Pd”.

“Fino a pochi mesi fa eravate favorevoli a questa riforma – ha proseguito Bricolo rivolgendosi al Pd – poi quando vi siete accorti che interessava anche il presidente del Consiglio allora avete di colpo cambiato idea, avete rinnegato le vostre proposte. Di questo vi dovreste vergognare. Ieri in più voti segreti diversi senatori delle opposizioni hanno votato contro emendamenti presentati dai propri gruppi. Senatori del Pd o dell’Italia dei Valori, hanno votato con noi dando ragione alle nostre proposte dando così uno schiaffo morale a Bersani e Di Pietro che proprio ieri annunciavano sui giornali opposizione dura a questo provvedimento. Evidentemente il voto segreto è servito a qualcuno per rivendicare la propria coerenza”.

La risposta del Pd è arrivata dalla capogruppo Anna Finocchiaro. “Non vi siete fermati al processo penale – ha detto alla maggioranza -. Avete rivolto la vostra puntuta attenzione anche al processo contabile. A fronte dei continui richiami, in particolare da parte della Lega, al principio di responsabilità di funzionari ed amministratori pubblici, avete così giubilato molte centinaia di processi contabili, con il risultato di danneggiare irrimediabilmente le casse dello Stato ed introdurre principi di responsabilità per chi dissipa risorse pubbliche”.

“Tutto questo avviene nel momento in cui tornano fragilmente a mostrarsi le condizioni per una riforma costituzionale condivisa a larga maggioranza – ha aggiunto -. Potremmo trarne une osservazioni: da una parte dite di essere interessati al processo riformatore, dall’altra mostrate atteggiamenti disarmanti, continuando ad avvelenare i pozzi. Eppure su di voi, Governo e maggioranza, grava la responsabilità del clima politico: da una parte vi mostrate interessati al processo riformatore, dall’altra tentate di spacciare questa come riforma della giustizia”.

“Noi siamo orgogliosi di fare questa legge; siete voi gli incoerenti – ha ribattuto il capogruppo del Pdl Maurizio Gasparri -. Le vostre proposte più avanzate le avete messo in un cassetto, ma sono stampate. La vostra ipocrisia è palese, anche nei confronti della Corte costituzionale, svillaneggiata da chi a Milano non ha tenuto conto di una sua sentenza. Quindi, una legge per tutti cittadini. Noi vorremmo arrivare al giorno in cui ogni cittadino, indipendentemente dal suo cognome e dal suo ruolo in queste istituzioni, venga giudicato con imparzialità dalla magistratura italiana. Temiamo che questo oggi ancora non accada. La legge è contro la irragionevole durata dei processi, perché tempi da 10 a 15 anni sfido chiunque a dimostrare che siano brevi. Forse l’Europa ci dirà che è ancora troppo lungo il termine della giustizia che prevede questa legge”.

http://www.aprileonline.info/notizia.php?id=13976

Carie dentale, diamo l’addio al trapano? 20.01.2010

Per quanti soffrono di carie dentale e ogni volta che vanno dal dentista scoprono con orrore qualche buchetto in più questa è la più piacevole delle notizie. Basta ancora aspettare un tre quattro anni per potersi curare la carie dentale con un soffio di gas. Avete capito bene. In pratica dell’aria al posto del trapano.

Il gas che permetterebbe di curare la carie dentale senza più dolore per il paziente sarebbe un plasma freddo che, come per magia, se spruzzato sul dente marcio e bucherellato permette di ripulirlo all’istante da tutti i batteri patogeni, eliminando persino il tessuto infetto senza danneggiare il dente.

Troppo bello per essere vero, eh? Togliere una carie dentale con un getto d’aria fredda, senza più il fastidio dei ferri del mestiere del dentista. E invece a quanto pare la geniale scoperta esiste e dobbiamo ringraziare l’equipe del dottor Stefan Rupf dell’università Saarland di Amburgo, che ha pubblicato la sua invenzione per la carie dentale sul Journal of Medical Microbiology.

I flussi di gas al plasma, detti lampi al plasma, nel giro di pochi secondi sono in grado di ridurre di 10 mila volte la concentrazione di batteri dentali. Immaginate tutte le possibili implicazioni, tenendo conto che esistono persone che vanno dal dentista una volta ogni quattro anni e tranne la pulizia non devono far nulla. Quelle rappresentano il dieci per cento degli italiani.

E invece ci sono quelli che letteralmente si riempiono di carie dentali: quest’ultima categoria, a onor del vero, sta aumentando, tanto da toccare i picchi dell’ottanta per cento della popolazione, con tanti rischi non solo per il dente in sé, che viene danneggiato fino a presentare il cosiddetto buco, ma anche per il benessere delle gengive, che subiscono l’azione batterica e tendono a infiammarsi.

Questi lampi di plasma in pochi secondi eliminerebbero quello che accade nella nostra bocca in un anno di pasti (e a volte anche meno). Insomma, un futuro senza carie dentale sarà presto possibile. “La ricerca in questo campo ha fatto già enormi progressi – ha detto il dottor Rupf – e da qui a 3-5 anni il trattamento clinico delle carie dentale col plasma sarà realtà”.

Sulla stessa scia un’altra scoperta dello scorso anno, che prevede una speciale proteina capace di riparare i buchi sulla superficie smaltata dei denti in maniera naturale.
Lampi di plasma? Più che altro lampi di genio.

Link utili:

Carie dentale, basta trapanare

La carie su Wiki

Carie e malattie dei denti e delle gengive

Carie dentale, guarda il video

http://www.medicina-benessere.com/Utilita/carie_dentale_cura.html

Ricomparsa della rabbia in Italia

Nell’ottobre del 2008 la rabbia è ricomparsa in Italia; il primo focolaio è apparso nel territorio del Comune di Resia (UD), a seguito dell’evolversi dell’epidemia che interessa i paesi dell’est limitrofi (Slovenia e Croazia).
Nel corso del 2009 l’epidemia si è diffusa in direzione Sud- Ovest, comprendendo la province di Udine, Pordenone e Trieste, fino ai casi più recenti riscontrati nella provincia di Belluno lungo l’arco alpino.

La prevalenza dei casi ha interessato gli animali selvatici, per lo più le volpi, che rappresentano il principale serbatoio della malattia, ed alcuni tassi. Ad oggi, sono stati riscontrati positivi anche tre cani di proprietà e un asino (aggiornato al 14.12.2009).

Le autorità veterinarie nazionali e locali hanno messo in atto tutte le misure sanitarie necessarie al controllo della diffusione della malattia.

Nell’Ordinanza Ministeriale del 26 novembre 2009, sono stati disposti i seguenti provvedimenti:

obbligo di vaccinazione antirabbica dei cani e altri animali da compagnia sensibili al seguito di persone che si recano nelle zone interessate

obbligo di vaccinazione dei cani di proprietà e degli animali domestici sensibili condotti al pascolo nelle zone interessate

limitazione della circolazione dei cani ivi inclusi quelli utilizzati nella pratica venatoria

campagne di vaccinazione orale delle volpi, mediante vaccino addizionato a specifiche esche distribuite sul territorio interessato dalla malattia e in un’ampia zona di protezione circostante

intensificazione del monitoraggio degli animali selvatici nel territori

http://www.ministerosalute.it/dettaglio/dettaglioNews.jsp?id=1145 15.12.2009

Consulta l’evoluzione della situazione epidemiologica

http://www.ministerosalute.it/dettaglio/principaleFocusNuovo.jsp?id=17&area=ministero&colore=2

di Benedetto Vecchi

MEETING

Rompere i recinti dell ordine neoliberale 19.01.2010

Dimensione filosofica e giuridica dei beni comuni

Alain Badiou, Slavoj Zizek, Etienne Balibar, Jacques Rancière, Toni Negri e Michael Hardt. Solo solo alcuni dei filosofi e studiosi che da alcuni anni hanno avviato una riflessione attorno al concetto di «comune», dopo che i termini «beni comuni» e common hanno indicato pratiche sociali e politiche di alterità, opposizione o antagonismo rispetto ai «dispositivi» neoliberali di governo delle società capitalistiche. Studiosi che hanno espresso una visione del tema alimentata da quanto in «campo» postcoloniale è stato prodotto nel corso del tempo. Anzi, si potrebbe dire che common e «beni comuni» sono diventati espressioni e termini così diffusi che quando il premio Nobel per l’economia è stato assegnato a Elinor Olstrom, studiosa nota per le sue riflessione su una gestione «non mercantile» dei beni comuni, i commenti si sono a lungo dilungati sul fatto che anche in una istituzione tradizionalmente conservatrice come quella che assegna i nobel per l’economia il «comune» aveva fatto breccia.

Un Nobel ambivalente

Non è questo il luogo per un’analisi delle ambivalenze attorno al concetto di comune presenti nell’opera di Elinor Omstron, ma è indubbio che la questione del «comune» è lì analizzato prevalentemente come un insieme di regole di accesso alla terra, all’acqua prima del fenomeno delle enclosures e che tali regole possano essere rese nuovamente attuali anche per la conoscenza, la salute, la tutela dell’ambiente. Questa lettura «riduttiva» del concetto non appartiene certo né a Alain Badiou (l’Hypothèse communiste, Nouvelles Éditions Lignes) e Slavoj Zizek (In difesa delle cause perse, Ponte delle Grazie). Diverso è invece l’articolazione che ne dà Etienne Balibar, il quale usa il concetto di transindividuale per indicare quella produzione di linguaggio, emozioni e sentimenti che avviene nella relazione tra uomini, dimensione che apre la porta a una trasformazione della società.

È questo il background da cui l’esperienza di Uninomade (un gruppo di studiosi, attivisti e giornalisti, compreso chi scrive) è partita per cercare di superare le ambivalenze e di chiarire il concetto di comune. Sono infatti da almeno due anni che periodicamente organizza incontri e seminari attorno al tema, legandole tuttavia a un altro nodo – quello delle istituzioni – in base al quale pensare a un’organizzazione sociale incardinata sul concetto di comune. Tra sabato e domenica studiosi e attivisti si sono confrontati a Napoli per cercare di delineare il profilo filosofico e giuridico del comune alla luce anche di come in altre parti del mondo è stato elaborato il «comune» (i materiali sono presenti nel sito internet: http://www.globalproject.info). Erano infatti presenti due giovani ricercatori brasiliani che hanno illustrato come il rapporto tra movimenti sociali e la presidenza Lula possa essere illustrato proprio come la difesa dei beni comuni non si sia tradotta in una richiesta della loro semplice trasformazione in beni pubblici, ma nel porre il problema di un accesso generalizzato e in un loro autogoverno.

Tra naturale e artificiale

Tutti gli interventi hanno teso a sottolineare che è sempre più problematica la classica distinzione tra i beni naturali e quelli artificiali. Una distinzione che ha ancora un suo valore nel rendere evidenti la diversa gestione nel corso della storia moderna. L’acqua, la terra in particolare modo sono state dei beni comuni gestiti secondo il criterio della loro scarsità e quindi, oltre che il loro valore d’uso, anche in base al loro valore di scambio. Lo stesso non si può dire della conoscenza, della salute, della tutela ambientale, ritenuti sì beni comuni ma «artificiali», cioè prodotti dall’agire umano. E tuttavia, anche nella loro diversità, con il capitalismo contemporaneo emerge il fatto che anche i beni comuni «artificiali» sono gestiti in base al regime di una scarsità, questa sì artificialmente costruita. Ad esempio, il regime della proprietà intellettuale serve appunto a rendere la conoscenza en general un bene scarso. Di questo convergenza occorre dunque tener presente il valore teorico e politico laddove si cerca di qualificare il comune storicamente e non come una «essenza» della natura umana, come spesso tende a fare, ad esempio, un filosofo come Jacques Rancière.

E se non c’è grande distinzione tra beni comuni naturali e quelli artificiali, va detto che il concetto di comune si pone in un rapporto di tensione, se non di contraddizione con quello di universale (su questo hanno molto insistito Judith Revel, Sandro Chignola, Gianfranco Borrelli, Augusto Illuminati, Toni Negri). Su questo crinale ha molto insistito Ugo Mattei quando ha ricostruito la genesi giuridica del concetto di comune, argomento molto «sottoteorizzato». La polarizzazione tra universale e il comune nasce quindi da una operazione politica che vuol rendere un residuo del passato il «comune» in nome di un universale che punta a stabilire unità di misura e di commensurabilità quegli stessi beni che il nascente capitalismo vuol rendere commodity o, nel caso delle recinzioni delle terre comuni, espressione della proprietà privata intesa nel senso moderno (le pagine di Marx sulle enclosures andrebbero rilette proprio alla luce della tematica del comune).

Ma come tradurre politicamente un accumulo teorico attorno al comune? È questa la domanda che non trova risposta, se non – su questo aspetto non ci sono tate grandi diversità – solo nelle pratiche sociali e nei movimenti attorno alla difesa dei beni comuni. Risposta «minimale» che non può certo dati per risolti tutti i problemi – filosofici, giuridico e politici – che nascono dal mettere il comune come asse privilegiato per una critica politica dell’economia politica dopo che i beni comuni sono stati trasformati in merci (l’acqua, la salute, la conoscenza) e in mezzi di produzione (la conoscenza). L’incontro di Napoli va quindi inteso come una tappa di work in progress di una prassi teorica che ha come punto di arrivo il suo punto di partenza, cioè quelle pratiche sociali e politiche che si pongono il problema del superamento dell’ordine costituito neoliberale.

http://www.ilmanifesto.it/il-manifesto/in-edicola/numero/20100119/pagina/12/pezzo/269346/

Notizie da Israele: la Route 443 sarà aperta al traffico palestinese

Scritto da Associazione    Tuesday 19 January 2010

Tamardressler WordPress

31.12.2009

http://tamardressler.wordpress.com/2009/12/31/israels-supreme-court-rules-against-apartheid-road/

“La Corte Suprema di Israele decreta contro la strada dell’Apartheid”

di Tamardressler

Al tribunale, oggi è stata una bella giornata, dopo più di nove anni i palestinesi possono cominciare a utilizzare la Route 443 – fra cinque mesi e si è provveduto a che le IDF (Israeli Defence Forces) si attengano alla decisione del tribunale.
La Corte Suprema di Israele (Bagatz) ha accolto l’appello di 25 villaggi palestinesi situati lungo la Route 443 per Gerusalemme ed ha deciso che ad essi sarà concesso  l’utilizzo della stessa sul lato israeliano.

Fin dall’ottobre del 2000 ai palestinesi era stato precluso l’uso di questa importante via per quelle che Israele  aveva definito “ragioni di sicurezza”.
La Route 443 collega Gerusalemme con l’area più estesa di Tel Aviv, correndo in parte attraverso la West Bank.

Per metà della sua lunghezza, il tratto di 14 km  dal “check point Atarot”, a nord di Gerusalemme, fino al “check point Maccabim”, vicino a Maccabim-Reut, nel passato era l’arteria principale del traffico palestinese nel Distretto meridionale di Ramallah, attraversava i centri dei villaggi che erano situati sul versante  sud-occidentale della città e serviva a decine di migliaia di palestinesi come via di collegamento tra Ramallah e i  villaggi.

Secondo il giudizio di Bagatz, l’effetto sulla vita degli abitanti dei villaggi è stato rilevante e le IDF devono trovare una soluzione a questa situazione entro 5 mesi.

L’utilizzo della 443 è cruciale per gli abitanti dei villaggi. Per molti di loro, questa è la strada principale che li porta ai loro terreni agricoli, che si trovano su entrambi i lati della via, ed è la strada principale di accesso a Ramallah, il centro commerciale sul quale contano gli abitanti dei villaggi per il loro sostentamento, i servizi di emergenza, i servizi sociali, gli ospedali  e le scuole.

Come effetto del divieto, più di 100 piccoli negozi dei villaggi lungo la via hanno chiuso, fra di loro aziende di mattonelle, negozi di fiori,  depositi di mobili e ristoranti, ulteriore conseguenza dello sforzo per sopravvivere degli abitanti dei villaggi.

(tradotto da mariano mingarelli)

Ultimo aggiornamento ( Tuesday 19 January 2010 )

http://www.amiciziaitalo-palestinese.org/index.php?option=com_content&task=view&id=1697&Itemid=76

Transculturalità e transculturalismo: i nuovi orizzonti dell’identità culturale

Abstract I: This paper argues that the concepts of multiculturalism and interculturalism, both as patterns of cultural interaction and as ideologies, should be overcome in favour of an analytical and operative model based on a new conceptualization of culture which is emerging from different interdisciplinary debates on transnationalization and has been elaborated by Wolfgang Welsch as “transculturality”. This concept offers a new paradigm of cultural identity formation and, together with its complementary term “transculturalism”, indicating a new ideology of cultural interaction, opens up new perspectives for the study of literatures marked by migration, hybridization and cross-cultural creolization.
Abstract II: In questo articolo si argomenta che i concetti di multiculturalismo e interculturalismo, sia come modelli di interazione culturale che come ideologie, dovrebbero essere superati in favore di un modello analitico ed operativo basato su una nuova concettualizzazione della cultura. Tale concettualizzazione, che emerge dai diversi dibattiti interdisciplinari sulla transnazionalizzazione, è stata elaborata da Wolfgang Welsch come “transculturalità”. Questo concetto offre un nuovo paradigma della formazione dell’identità culturale e, insieme al termine complementare “transculturalismo”, che indica una nuova ideologia di interazione culturale, apre nuove prospettive per lo studio delle letterature emergenti dalla migrazione, ibridazione e creolizzazione cross-culturale.

Transculturalità e transculturalismo:
i nuovi orizzonti dell’identità culturale*

Le società occidentali, e in particolar modo le loro metropoli, sono in maniera sempre più evidente punto d’incontro di influenze provenienti da diversi ambiti culturali, etnici e religiosi. L’ideologia progressista dell’Occidente illuminato ha individuato nel concetto di multiculturalismo la sua moderna utopia. La società multiculturale è – o dovrebbe idealmente essere – una società ospitale, tesa ad accogliere e nel migliore dei casi abbracciare la differenza. Il multiculturalismo (inteso come convivenza di diverse culture) e il suo diretto sviluppo, l’interculturalismo (dove la mera convivenza si estende all’accettazione e alla comprensione, se non necessariamente allo scambio) hanno però presto rivelato i loro limiti, poiché radicati in una concezione della cultura che si trova oggi sotto accusa: “[T]he culture concept seems perhaps more contested, or contestable than ever” (Hannerz 1996: 30).
Il concetto tradizionale di cultura, caratterizzato dall’omogeneizzazione sociale, dalla consolidazione etnica e dalla delimitazione interculturale (Welsch 1999: 194) risulta inadeguato di fronte alla molteplicità di interconnesioni culturali sempre più fitte e complesse del processo di globalizzazione e transnazionalizzazione. Frutto di una teoria culturale che frammenta il mondo (Hannerz 1996: 32), l’ideologia multiculturale e interculturale non fa altro che creare e mantenere polarità. Senza voler screditare i meriti di questa ideologia, che ha operato contro la discriminazione, rigettando l’etnocentrismo e incoraggiando un’etica di riconoscimento e rispetto della differenza, ed è servita, nella sua applicazione politica, ad ottenere diritti fondamentali in favore delle minoranze, bisogna comunque riconoscerne anche i limiti e gli sviluppi negativi. Anche nelle sue più recenti concettualizzazioni, questa ideologia mantiene un’accentuata insistenza sulla differenza, sul senso di alterità e straniamento nel contatto tra le culture: “[M]ulticulturalism, as a principle to be acted upon, requires from us all a receptivity to difference, an openness to change, a passion for equality, and an ability to recognize our familiar selves in the strangeness of others” (Watson 2000: 110). Orbene, là dove si pone enfasi sulle differenze tra i gruppi, si corre il rischio di creare tra questi ancor più distanza e si può addirittura, pur senza volerlo, avviare processi segregativi e ghettizzanti. Si mantengono dunque le barriere culturali e si può incorrere nella riaffermazione e nel rafforzamento degli stereotipi. Inoltre, il processo di riconoscimento e valorizzazione dell’alterità può portare a vani e spesso dannosi essenzialismi e ad un’idealizzazione esasperata, da parte delle minoranze, della cultura o del paese di origine (l’idea di autenticità, prodotta dalla nostalgia di “origini pure”, è anch’essa una conseguenza di questo fenomeno che va rivista e superata). Dunque, nonostante i buoni propositi, il sogno multi/interculturale può risultare controproducente e può, invece che tendere alla risoluzione dei conflitti culturali, sfociare nel loro esacerbamento.
Attualmente, in risposta alla sua evidenziata inadeguatezza a spiegare la complessità dei fenomeni odierni, la nozione tradizionale di cultura è in processo di revisione. Soprattutto nell’ambito socio-antropologico e filosofico – e più recentemente in quello letterario – si sente ormai sempre più spesso parlare di transculturalità e transculturalismo. Questi nuovi concetti pongono enfasi sul carattere dialogico delle influenze culturali, tendendo ad una concettualizzazione dell’interazione in cui niente è mai completamente “altro” (straniero ed estraneo), e servono dunque a comprendere i processi di formazione dell’identità culturale in tutta la loro complessità.

L’associazione della nozione di cultura alla particella “trans”, che suggerisce idee tanto diverse eppur complementari come transito, trasferimento, traslazione, trasgressione, trasformazione, non è comunque del tutto nuova. Negli anni quaranta venne introdotto il concetto di transculturazione (Ortiz 1940) nel contesto di uno studio sulla cultura afro-cubana, per rimpiazzare i concetti di acculturazione e deculturazione. Da allora il termine è stato usato in ambito antropologico per descrivere il processo di assimilazione, attraverso un processo di selezione e rielaborazione inventiva, di una cultura dominante da parte di un gruppo subordinato o marginale (non necessariamente minoritario). Tale concetto dunque implica, da una parte, una notevole differenza in termini di potere tra i due gruppi in contatto e, dall’altra, un’ingegnosa creatività che permette al gruppo marginale di trasformare il materiale acquisito, per farne una cultura qualitativamente nuova. Il concetto venne in seguito applicato in letteratura ed elaborato ulteriormente. L’idea della transculturazione narrativa (Rama 1982) serviva a spiegare i molteplici fenomeni di trasferimento culturale nell’ambito letterario dell’America Latina, con riferimento all’interazione di elementi nazionali, transnazionali, regionali e subculturali (locali).
Anche se l’odierno dibattito sulla nuova terminologia e concettualizzazione dell’interazione culturale non fa riferimento alla transculturazione, non è difficile individuare i punti di contatto e continuità. Basti pensare all’applicazione del termine negli studi culturali, in particolare nell’ambito coloniale e postcoloniale, in cui il concetto di transculturazione ha superato l’unidirezionalità originaria per arrivare a costituire un modello di interazione reciproca, sfaccettata e molteplice nelle zone di contatto (Pratt 1992). È opportuno dunque vedere nella transculturazione, come modello di scambio culturale pluridirezionale, un antesignano degli odierni concetti di transculturalità e transculturalismo.
Oggi la necessità di rivedere la nozione di cultura, i modelli di interazione e i processi di formazione dell’identità culturale è una conseguenza diretta della realtà moderna, segnata in maniera sempre più evidente dalla transnazionalizzazione (gli antropologi preferiscono spesso questo termine a quello più ambiguo di globalizzazione), un fenomeno tanto economico quanto politico, tecnologico e culturale, influenzato soprattutto dagli sviluppi nei sistemi di comunicazione a partire dai tardi anni sessanta (Giddens 2002: 10). La comunicazione elettronica immediata altera enormemente le nostre vite e stabilisce interconnessioni prima impensabili: “When the image of Nelson Mandela may be more familiar to us than the face of our nextdoor neighbour, something has changed in the nature of our everyday experience” (Giddens 2002: 11-12). È dunque anche in questo senso, non solo in senso politico, che il mondo odierno vede la caduta delle barriere nazionali e si fa ogni giorno più flessibile. La flessibilità viene identificata come modus operandi del tardo capitalismo (Harvey 1990). Soprattutto al livello economico, si è affermata l’idea di accumulazione flessibile, che, in relazione con i processi lavorativi, i mercati, i prodotti e i modelli di consumo, cambia rapidamente e radicalmente il paesaggio contemporaneo: “It is characterized by the emergence of entirely new sectors of production, new ways of providing financial services, new markets, and, above all, greatly intensified rates of commercial, technological, and organizational innovation” (Harvey 1990: 147). La flessibilità del capitale trova una risposta immediata nei comportamenti individuali e nelle strategie di adattamento e riposizionamento rispetto ai mercati, ai governi e ai regimi culturali, per esempio nella pratica sempre più diffusa della cittadinanza flessibile: “[I]n the era of globalization, individuals as well as governments develop a flexible notion of citizenship and sovereignty as strategies to accumulate capital and power. ‘Flexible citizenship’ refers to the cultural logics of capitalist accumulation, travel, and displacement that induce subjects to respond fluidly and opportunistically to changing political-economic conditions” (Ong 1999: 6). Anche la figura dell’immigrante sradicato viene rivista in base alla flessibilità delle odierne pratiche transnazionali che ne fanno un “transmigrante”: “Transmigrants are immigrants whose daily lives depend on multiple and constant interconnections across international borders and whose public identities are configured in relationship to more than one nation-state” (Glick Schiller / Basch / Szanton Blanc 1997). Al livello culturale questa flessibilità si traduce in mobilità e alterazione continua dei significati e delle identità culturali. Infatti, lungi dal produrre un’omogeneizzazione della cultura, come era stato in un primo momento previsto e temuto, la transnazionalizzazione, con la varietà dei fenomeni che la accompagnano (migrazione, mobilità, circolazione di prodotti, idee, immagini, sapere, ecc.), si sta manifestando in un evidente aumento della diversità culturale, diversità che prende comunque una forma nuova rispetto al passato poiché le fitte interconnessioni e la crescente deterritorializzazione rendono sempre più difficile, se non impossibile, incasellare diverse culture come unità discrete: “There is now a world culture, but we had better make sure we understand what this means: not a replication of uniformity but an organization of diversity, an increasing interconnectdness of varied local cultures, as well as a development of cultures without a clear anchorage in any one territory” (Hannerz 1996: 102).
Particolari articolazioni del globale e del locale nelle società odierne danno luogo a nuove forme culturali, moderne e plurali. Per spiegare i processi di formazione di queste modernità multiple (Pred and Watts 1992), delle modernità migranti (Schulze-Engler 2001) e delle identità comunitarie virtuali, espressioni culturali localizzanti prodotte dalla globalizzazione (Appadurai 1996), si rendono dunque necessarie nuove concettualizzazioni e modelli di interazione culturale. Il concetto di transculturalità elaborato da Wolfgang Welsch (1999), concetto operativo oltre che descrittivo, risponde esattamente a questo bisogno. Riconsoscendo in Nietsche un precursore della transculturalità per la sua formula del “soggetto come moltitudine”, Welsch pone l’enfasi nella fertilizzazione culturale a più livelli, dal macrolivello delle società – le cui forme culturali sono caratterizzate oggi sempre più da differenziazione interna, complessità e ibridazione – al microlivello dell’esperienza individuale, dove l’identità personale e culturale non corrisponde ormai quasi mai o quasi più a quella civica e nazionale ed è invece in maniera sempre più evidente marcata da connessioni culturali multiple. Al livello pragmatico Welsch contrappone il concetto di transculturalità al concetto tradizionale di culture come unità discrete, sviluppato da Herder nel diciottesimo secolo, che, ponendo l’enfasi su ciò che è proprio di un popolo e sull’esclusione di tutto ciò che è diverso ed estraneo, tende irrimediabilmente a una sorta di razzismo culturale, là dove la transculturalità mira ad una visione intersecata e inclusiva della cultura: “It intends a culture and society whose pragmatic feats exist not only in delimitation, but in the ability to link and undergo transition” (ibid:200). Transculturalità è da intendersi dunque non solo come modello di analisi della realtà moderna, ma anche come ideale a cui tendere nella prassi quotidiana di interazione culturale: “It is a matter of readjusting our inner compass: away from the concentration on the polarity of the own and the foreign to an attentiveness for what might be common and connective wherever we encounter things foreign” (ibid:201). Sarebbe opportuno a questo punto operare una differenziazione terminologica per distinguere il livello descrittivo da quello operativo e ideologico. Là dove transculturalità viene ad essere il modello analitico per la lettura della realtà culturale odierna, transculturalismo (i due termini sono spesso usati come sinonimi) potrebbe essere un termine più adatto a designare l’ideologia che ne scaturisce, una volontà di interagire a partire dalle intersezioni piuttosto che dalle differenze e dalle polarità, una consapevolezza del transculturale che c’è in noi per meglio comprendere e accogliere ciò che è fuori di noi, una visione che privilegia la flessibilità, il movimento e lo scambio continuo (Brancato 2004), la rinegoziazione continua dell’identità.

Per noi studiosi delle forme culturali emergenti dai movimenti migratori, dalle diaspore e dai fenomeni di creolizzazione cross-culturale il dibattito sulla deterritorializzazione delle culture e sulla flessibilità dell’interazione culturale è di centrale importanza. Lo sventramento della nozione tradizionale di cultura, non più da intendersi come entità omogenea, e l’idea di fitta interconnessione e continua trasformazione generata dai concetti di transculturalità e transculturalismo aprono nuovi orizzonti teorici e nuovi percorsi di ricerca, facilitando il nostro sforzo di superare i limiti delle letterature viste in termini nazionali o regionali e allo stesso tempo offrendo un’alternativa al paradigma dicotomico del postcolonialismo (che peraltro, pur restando una validissima chiave di lettura, copre solo una parte del nostro campo di ricerca). Come sottolinea Frank Schulze-Engler (2002), il fenomeno della transnazionalizzazione delle culture costituisce una ingente sfida per gli studi letterari, che sono chiamati a sviluppare, a partire da un dialogo interdisciplinare, nuovi approcci teoretici e metodologici per esplorare “l’immaginario transculturale” (79) della letteratura contemporanea. Una nuova cornice teorica basata sulla transculturalità ci permette di meglio inquadrare fenomeni come quello delle letterature di migrazione o quello delle letterature ibride (ma quale letteratura non lo è?) e di meglio comprendere le identità culturali in esse contenute senza correre il rischio di trasformare questo campo di ricerca in un nuovo canone ghettizzante in cui solo pochi eletti vengono ammessi. Che fare, per esempio, di uno scrittore migrante che si occupa di tutt’altro tema nella sua produzione letteraria? Per quanto tempo ancora possiamo distinguere le letterature sulla base dell’etnicità o della generazione di appartenenza dell’immigrante (prassi molto diffusa soprattutto nel campo anglofono)? Che fare di quegli scrittori che utilizzano più lingue? Gli studenti delle nuove letterature sanno bene che queste domande, sempre pressanti quando si tratta di tracciare i confini di un argomento di ricerca, spesso portano ad escludere opere di grande qualità letteraria per il solo fatto di non rientrare pienamente nella categoria analitica selezionata. Ciò, comunque, va oltre lo scopo del presente articolo e sarebbe argomento di una nuova riflessione sulla maniera in cui la terminologia usata in ambito accademico delinea, e limita, i campi di ricerca.
Per concludere, la transculturalità deve essere intesa, in ambito letterario, come cornice teorica che comprende diversi fenomeni di interazione culturale (dall’intertestualità postcoloniale all’ibridazione e creolizzazione cross-culturale fino alle modernità multiple del mondo globale) e permette di estrarre le nuove letterature dagli stretti confini del nazionale e del regionale e di rivedere il locale e il diasporico da un punto di vista globale. A un livello più generale, il transculturalismo è l’altra faccia della globalizzazione, una risposta ideologica alla minaccia dell’omogeneizzazione culturale da una parte e a quella degli essenzialismi fondamentalisti dall’altra, una porta che si apre su percorsi molteplici, i nuovi orizzonti dell’identità culturale.

di Sabrina Brancato
(Università di Francoforte sul Meno)

Riferimenti bibliografici

Appadurai, Arjun. 1996. Modernity at Large: Cultural Dimensions of Globalization. Minneapolis: University of Minnesota Press.
Brancato, Sabrina. 2004. “Transcultural Perspectives in Caribbean Poetry” (paper presented at ASNEL/GNEL Conference, Frankfurt am Main, Germany).
Giddens, Anthony. 2002. Runaway World: How Globalisation is Reshaping Our Lives. London: Profile Books (first edition 1999).
Glick Schiller, Nina, Linda Basch, Cristina Szanton Blanc. 1997. “From immigrant to Transmigrant: Theorizing Transnational Migration”, in Transnationale Migration, ed. by Ludger Pries, Baden-Baden: Nomos, 121-140.
Hannerz, Ulf. 1996. Transnational Connections. London: Routledge.
Harvey, David. 1990. The Condition of Postmodernity: An Enquiry into the Origins of Cultural Change. Cambridge, MA: Blackwell.
Ong, Aihwa. 1999. Flexible Citizenship: The Cultural Logics of Transnationality. Durham: Duke University Press.
Ortiz, Fernando. 1940. Contrapunteo Cubano del Tabaco y el Azúcar. Habana: J. Montero.
Pratt, Mary Louise. 1992. Imperial Eyes: Travel Writing and transculturation. London: Routledge.
Pred, Alan and Michael Watts. 1992. Reworking Modernity: Capitalisms and Symbolic Discontent. New Brunswick, N.J.: Rutgers University Press.
Rama, Angel. 1982. Transculturación Narrativa en América Latina. México, D.F.: Siglo Veintiuno Editores.
Schulze-Engler, Frank. 2002. “Transnationale Kultur als Herausforderung für die Literaturwissenschaft”, ZAA: Zeitschrift für Anglistik und Amerikanistik, A Quarterly of Language, Literature and Culture, 50.1: 65-79.
Schulze-Engler, Frank. 2001. “Migrant Modernities: Literary Renegotiations of Cultural Identity in Twentieth-Century London”, in Anglistentag 2000 Berlin: Proceedings, ed. by Peter Lucko and Jürgen Schlaeger, Trier: Wissenschaftlicher Verlag.
Watson, C.W.. 2000. Multiculturalism. Buckingham, Philadelphia: Open University Press.
Welsch, Wolfgang. 1999. “Transculturality: The Puzzling Form of Cultures Today”, in Spaces of Culture: City, Nation, World, ed. by Mike Featherstone and Scott Lash, London: Sage, 194-213.

SABRINA BRANCATO studied Modern Languages at the Istituto Universitario Orientale di Napoli in Italy (1995) and earned her PhD form the Universitat de Barcelona in Spain (2001), specializing in literature and cultural pluralism. She has given courses on women’s literary history, postcolonial and migration literatures, contemporary poetry, and Black British fiction. She is currently teaching at the Johann Wolfgang Goethe Universität in Frankfurt am Main. Her main research interests and publications are focussed on Black Studies, migration, and gender perspectives.

http://all.uniud.it/all/simp/num2/articoli/art4.html

Reperito il 21.01.2010

Internet deve restare libero 22.01.2010

HILLARY CLINTON

La diffusione delle reti d’informazione sta formando il nuovo sistema nervoso del nostro pianeta. Quando qualcosa accade ad Haiti o nell’Hunan lo veniamo a sapere in tempo reale, e da persone reali, e possiamo reagire subito. Il team di soccorritori Usa e la ragazza sepolta sotto le rovine di un supermarket hanno comunicato in un modo che era impossibile solo una generazione prima.

È stata salvata grazie a un sms. Mentre siamo qui chiunque di voi, o dei vostri figli, può trasmettere la nostra discussione a miliardi di persone in tutto il mondo utilizzando gli strumenti che ci portiamo dietro ogni giorno.

Sotto molti aspetti, l’informazione non è mai stata così libera. Perfino nei Paesi autoritari le reti d’informazione aiutano la gente a scoprire cosa sta accadendo e costringono i governi a tener conto dell’opinione pubblica. Ma in questa esplosione senza precedenti di connettività, dobbiamo anche riconoscere che le tecnologie non sono soltanto una benedizione. Sono strumenti che possono venire utilizzati contro il progresso e i diritti politici. Come l’acciaio può venire usato per costruire ospedali o mitragliatrici, e l’energia nucleare può riscaldare le città piuttosto che distruggerle. Le stesse reti che aiutano a organizzare movimenti per la libertà permettono ad Al Qaeda di diffondere l’odio e incitare alla violenza contro gli innocenti. E le tecnologie che possono rendere i governi più accessibili e trasparenti vengono utilizzate per reprimere il dissenso e negare i diritti umani.

Per loro natura, le nuove tecnologie non si schierano nella lotta per la libertà e il progresso. Gli Stati Uniti invece sì. Noi vogliamo un solo Internet al quale tutta l’umanità ha accesso eguale per attingere conoscenze e idee. La sfida potrebbe essere nuova, ma la nostra responsabilità nell’aiutare il libero scambio di idee risale agli albori della nostra repubblica, e oggi riteniamo cruciale garantire agli utenti di Internet alcune libertà fondamentali.

La prima è la libertà di espressione. Che non si limita più alla possibilità per i cittadini di scendere in piazza. I blog, le e-mail, i network sociali e i messaggi hanno inaugurato nuovi luoghi di scambio di idee, e sono diventati i nuovi bersagli della censura. In questo momento censori governativi stanno lavorando furiosamente per cancellare dalla storia le parole che sto pronunciando. Muri virtuali vengono eretti al posto di quelli di pietra. Alcuni Paesi hanno costruito barriere elettroniche per impedire l’accesso a parte della rete globale. Cancellano parole, nomi e frasi chiave dai motori di ricerca. Violano la privacy dei cittadini. Una nuova cortina d’informazione sta scendendo su parte del mondo, dove i video e i blog sono ormai il samizdat dei giorni nostri.

Tutte le società riconoscono limiti alla libertà di espressione. Non tolleriamo coloro che incitano alla violenza, come gli agenti di Al Qaeda. Ma queste sfide non devono diventare una scusa per i governi per violare sistematicamente i diritti e la privacy di coloro che usano Internet per fini politici pacifici.

È necessaria anche la libertà di religione, Internet può costruire un ponte tra credenti di diverse confessioni. Ma alcune nazioni usano Internet per ridurre al silenzio i credenti di diverse religioni. È necessaria la libertà dal bisogno. Nel nostro mondo il talento è distribuito universalmente, a differenza delle opportunità. Oggi nel mondo ci sono 4 miliardi di cellulari, molti dei quali sono in mano ad ambulanti, guidatori di risciò e altre persone che storicamente non avevano accesso all’istruzione e alle maggiori opportunità. Le reti d’informazione sono un grande livellatore e dobbiamo usarle per aiutare la gente a uscire dalla povertà.

Bisogna anche essere liberi dalla paura. Qualcuno userà le reti globali per scopi oscuri: estremisti violenti, cartelli criminali, predatori sessuali e governi autoritari. Gli Stati, i terroristi e coloro che agiranno per loro mandato devono sapere che gli Usa difenderanno le nostre reti. Chi cercherà di interrompere il libero flusso dell’informazione mette a rischio la nostra economia, il governo e la società civile. Paesi o individui che lanciano cyberattacchi devono pagarne le conseguenze. In un mondo interconnesso, l’attacco alle reti di una nazione può significare un attacco a tutti.

Infine vorrei invocare la libertà di connettersi. Che oggi equivale alla libertà di assemblea nel cyberspazio. In Iran, Moldova e altri Paesi l’organizzazione online è stata cruciale per promuovere la democrazia. E perfino in democrazie consolidate come gli Usa abbiamo visto la potenza di questi strumenti che hanno cambiato la storia. Vi ricorderete ancora le presidenziali del 2008.

Perseguire queste libertà è giusto. Ma è anche intelligente. Così possiamo allineare i nostri principi, i nostri obiettivi economici e le nostre priorità strategiche. Nessuno stato, gruppo o individuo deve rimanere schiacciato dalle macerie dell’oppressione. Non tollereremo che qualcuno venga separato dalla comune famiglia dell’umanità dai muri della censura. E non possiamo più rimanere in silenzio solo perché non sentiamo le loro grida.

* Segretario di Stato Usa

http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=6886&ID_sezione=&sezione=

2010, Anno Internazionale della Biodiversità

11/1/2010 – Si è aperto ufficialmente l’Anno Internazionale della Biodiversità: il WWF scrive alle massime cariche istituzionali, chiedendo una strategia nazionale per difendere flora e fauna

Nel giorno del lancio mondiale, a Berlino da parte dell’ONU del “2010: Anno internazionale della biodiversità” il WWF Italia ha inviato una lettera alle maggiori cariche istituzionali italiane, al Presidente del Consiglio e ai ministri competenti in cui chiede uno scatto d’orgoglio al nostro Paese, quale conferma e rilancio di quel primato internazionale che ha fatto dell’Italia il primo Stato membro dell’Unione Europea che ha sottoscritto il “Countdown 2010”, deciso a Malahide (Irlanda) nel 2004, e promosso la Carta di Siracusa nell’aprile 2009, nell’ambito del G8 Ambiente.

Con 57.468 specie animali di cui l’8,6% endemiche, e 12.000 specie di flora, delle quali il 13,5% specie endemiche, l’Italia è il paese Europeo più ricco di biodiversità ma molta della ricchezza si sta perdendo: attualmente sono a rischio di estinzione il 68% dei vertebrati terrestri, il 66% degli uccelli, il 64% dei mammiferi, il 76% degli anfibi e addirittura l’88% dei pesci d’acqua dolce. Tra le minacce principali la modifica degli habitat e il consumo del suolo. Non ultime ancora oggi il bracconaggio ai danni si specie sempre più rare e la caccia eccessiva. Rischiamo di perdere, nei prossimi anni, specie come l’orso bruno, la lontra, il capovaccaio, l’aquila del Bonelli, la pernice bianca, la gallina prataiola.

E’ dunque il richiamo alle istituzioni il primo passo che il WWF compie in ambito nazionale per l’Anno della Biodiversità, un 2010 nel quale l’associazione sarà impegnata con iniziative speciali, progetti sul campo e ulteriori interventi istituzionali. Nelle lettere inviate al Presidente della Repubblica, ai Presidenti della Camera  e del Senato, al Presidente del Consiglio, ai ministri dell’Ambiente, degli Esteri e delle Politiche Agricole il WWF Italia indica come obiettivo prioritario per il 2010 la definizione in un’apposita Conferenza nazionale, aperta al contributo scientifico delle associazioni ambientaliste e dei maggiori esperti italiani, per definire la Strategia nazionale della Biodiversità e un conseguente Piano d’azione, sostenuto da adeguate risorse economiche, ricordando che ad oggi l’Italia non è tra quei 167 Paesi del mondo (l’87% delle parti che hanno sottoscritto la Convenzione internazionale sulla Biodiversità, CBD) che hanno già adottato proprie Strategie e Piani d’azione a tutela della biodiversità.

L’azione del WWF Italia, nell’ambito della più ampia azione di pressione sulle istituzioni intrapresa dal WWF internazionale su scala globale chiede che l’Italia contribuisca a raggiungere quegli obiettivi significativi utili a contrastare l’attuale ritmo di impoverimento della biodiversità che sono scanditi dal Countdown 2010, lanciato nel 2002 in occasione del Summit mondiale per lo sviluppo sostenibile di Johannesburg in Sudafrica, alla luce del fatto che drammatici sono i dati relativi alla perdita di biodiversità agli habitat e alle specie più minacciate sul nostro Pianeta: insostenibili processi di deforestazione fanno sì che ogni 3-4 anni sparisca per sempre una superficie di foresta pluviale equivalente a tutta la Francia, mentre le specie si estinguono ad una velocità 100 volte superiore a quella dell’era preistorica.
Il WWF Italia, nella lettera inviata in questi giorni alle istituzioni italiane, descrive i cinque pilastri su cui si deve basare la Strategia nazionale della biodiversità, sostenuta dalla creazione di un apposito Fondo per la biodiversità:

1. l’adozione di strumenti legislativi quali una legge per la tutela della biodiversità

2. l’inseririmento nella contabilità nazionale parametri che consentano di “tenere in conto la natura”

3. la definizione di obiettivi strategici non solo su scala nazionale ma anche regionale

4. il coordinamento tra il Piano d’azione nazionale e quelli regionali

5. un piano nazionale di sostegno alla conservazione delle ultime foreste tropicali che sia promossa con politiche rivolte a quei paesi in via di sviluppo che hanno stretti rapporti commerciali con il nostro Paese, che è una delle nazioni al mondo maggiori consumatrici di risorse forestali.

In ambito internazionale, il WWF è da sempre impegnato a tutela della biodiversità, di habitat e specie minacciati dalle attività umane con propri progetti di conservazione, appoggiati dalle autorità e dalle popolazioni locali in difesa: dell’Amazzonia, che rappresenta il 30% della superficie delle foreste tropicali nel mondo, e dove ogni minuto si perde un’area pari a 36 campi di calcio; delle foreste del Centro Africa dove vivono alcune delle più carismatiche specie di scimmie antropomorfe come gorilla e scimpanzé, del Cuore del Borneo e a Sumatra in Asia, dove sopravvivono le ultime popolazioni importanti di Orango, Rinoceronte e Tigre di Sumatra; dell’Himalaya dove è sempre più rara, anche a causa dei cambiamenti climatici, la presenza del leopardo delle nevi; di quello scrigno di biodiversità endemica che è il Madagascar.

In ambito nazionale il WWF è l’organizzazione non governativa che più contribuisce alla tutela della biodiversità in Italia attraverso la gestione diretta di 100 Oasi che hanno contribuito a salvare 30.000 ettari di natura del nostro Paese (foreste, laghi, coste e tratti di mare), consentendo di tutelare  camosci, fenicotteri, faggete e stelle alpine  di assicurare attraverso i Centri di Recupero per Animali Selvatici – CRAS, costituiti nelle oasi, un Pronto Soccorso per 8.000-10.000 animali l’anno (lupi, aquile, ricci, ghiandaie, caprioli, tassi, poiane civette), feriti da impatti con automobili o da colpi di fucile o avvelenati, che, dopo le cure, vengono reintrodotti in natura.

Il WWF per la biodiversità in Italia: verso la Strategia nazionale per la biodiversità >>

La biodiversità in Italia >>

Effetto biodiversità: i servizi offerti dagli ecosistemi, dossier WWF >>

Difendi la biodiversità con il WWF, questo pianeta è l’unico che abbiamo >>

http://www.wwf.it/client/ricerca.aspx?root=23070&content=1

21.01.2010 Repubblica ha intervistato Saviano che ha desiderato lasciare un messaggio ai lettori, in merito alle nuove norme sull’introduzione del processo breve approvate dal Senato:

Il videomessaggio a questo link:

http://tv.repubblica.it/copertina/saviano-non-c-e-piu-garanzia-del-diritto/41540?video

Gli impianti offshore possono favorire la rinascita della barriera corallina 19.01.2010

Di Paola Pagliaro

La barriera corallina sta sparendo? Nessun problema: la soluzione la trova ancora una volta il mondo dell’ecologia. Gli impianti per l’energia eolica offshore e quelli per creare energia dalle onde possono aumentare l’abbondanza locale di pesci, granchi, e della barriera corallina, la quale a sua volta favorisce il proliferare di mitili e balani. Ma c’è di più: è possibile aumentare o diminuire l’abbondanza delle varie specie alterando la loro progettazione strutturale.

Questo è stato dimostrato da Dan Wilhelmsson del Dipartimento di Zoologia, Università di Stoccolma, in una tesi di recente pubblicazione.

Le superfici dure sono spesso difficili da gestire nel mare, e le strutture possono funzionare come barriere artificiali. Le rocce sono spesso disposte intorno alle strutture per prevenire la loro erosione, e questo rafforza la funzione di barriera.

Una maggiore espansione dei parchi eolici offshore è in corso lungo le coste europee, e l’interesse sta crescendo in paesi come gli Stati Uniti, Cina, Giappone e India. Inoltre, anche le tecnologie che riguardano l’energia delle onde si stanno sviluppando molto rapidamente. Molte migliaia di impianti eolici di grandi dimensioni oggi coprono diversi chilometri quadrati di oceani e mari. Se la vita marina si ribelli a questo non è chiaro, ma diversi progetti di ricerca stanno indagando sull’impatto del rumore, le ombre, i campi elettromagnetici, e i cambiamenti nell’idrologia.

Dan Wilhelmsson ha studiato come le turbine eoliche offshore costituiscono habitat per i pesci, granchi, aragoste, crostacei e piante. Egli mostra che le turbine a vento, anche in assenza di protezioni, funzionano come barriere artificiali per i pesci che abitano sul fondo. I fondali in prossimità delle turbine a vento hanno una più elevata densità di pesci rispetto alle aree di riferimento più lontane. Ciò è avvenuto nonostante il fondo naturale sia ricco di massi e alghe.

Gli impianti che producono energia del moto ondoso, costituiti da massicci blocchi di cemento, si sono rivelati utili per attrarre i pesci e granchi di grandi dimensioni. I mitili cadono dalla superficie e il cibo diventa disponibile per gli animali sui fondali. Anche le aragoste possono trovare un habitat in cui svilupparsi. In un grande esperimento, alcuni fori sono stati effettuati nelle fondamenta, e questo ha aumentato enormemente il numero dei granchi.

Tuttavia, le aggregazioni di alcune specie possono avere un impatto negativo su altre specie. Il numero di animali predatori sulle scogliere artificiali a volte può diventare così grande che gli organismi-preda, come le penne di mare, stelle marine, e crostacei, sono decimati nei dintorni, e alcune specie possono sparire del tutto.

Con le centrali che prendono energia dal vento e dalle onde, dovrebbe essere possibile creare aree di grandi dimensioni con strutture di scogliere biologicamente produttive, le quali dovrebbero essere protette dalla pesca a strascico. Progettare con attenzione le basi potrebbe favorire e proteggere le specie importanti o, al contrario, ridurre gli effetti della barriera, al fine di minimizzare l’impatto su un territorio

conclude Dan Wilhelmsson.

Fonte: [Sciencedaily]

http://www.ecologiae.com/impianti-offshore-favorire-barriera-corallina/12283/

Striscia di Gaza, Israele apre la diga di Wadi Gaza e allaga case e campi. Centinaia gli sfollati. 19.01.2010

Gaza – Infopal. Un nuovo crimine israeliano si è compiuto oggi nel centro della Striscia di Gaza: le forze di occupazione hanno allagato le cittadine di al-Mighraqa e Hajar ad-Dik, nelle aree centrali e orientali della Striscia sotto assedio, e, dopo aver aperto la diga di Wadi Gaza, senza preavviso, hanno provocato un’inondazione.

Il nostro corrispondente ha raccontato che decine di case sono state allagate, causando lo sfollamento di centinaia di persone e gravi danni alle abitazioni stesse e ai campi coltivati.

La protezione civile è riuscita a mettere in salvo 60 cittadini rimasti bloccati a al-Mighraqa.

In un collegamento telefonico con il nostro corrispondente, il direttore della Protezione civile, Yussef al-Zahar, ha parlato delle operazioni di salvataggio e dell’evacuazione di numerose abitazioni. Ha tuttavia sottolineato che il livello dell’acqua è in aumento e che ciò rappresenta una minaccia per la sicurezza dei cittadini.

Il ministero degli Affari sociali, in collaborazione con le amministrazioni comunali, hanno deciso di utilizzare le scuole per accogliere gli sfollati e si sono impegnati a fornire cibo, coperte e vestiti.

Al-Zahar ha spiegato che le forze di occupazione israeliane hanno annunciato di voler aprire un’altra diga che dà sulla stessa valle.

La diga di Wadi (valle, ndr) Gaza è stata costruita dalle forze di occupazione decenni fa, allo scopo di privare la Striscia dell’acqua che riempiva la vallata durante l’inverno.

Ieri, l’hanno aperta senza preavviso, a seguito di inondazioni avvenute nel sud di Israele.

“Così – affermano a Gaza – gli occupanti ottengono due risultati: proteggere se stessi dalle inondazioni, allagare la Striscia di Gaza e aumentare la sofferenza della popolazione palestinese assediata”. Veramente una grande dimostrazione di civilità

http://infopal.it/leggi.php?id=13356

Il punto di vista di Lyndon LaRouche, dalla newsletter di http://www.movisol.org/ del 21.01.2010

La voce grossa dell’UE contro la Grecia nasconde il destino segnato dell’Euro

Il modo in cui l’Unione Europea sta gestendo la crisi finanziaria greca ricorda la dinamica di un’automobile che finisce sul ghiaccio. Una volta iniziato a slittare, qualsiasi cosa faccia il guidatore, col volante, l’acceleratore o il freno, accelererà o aggraverà l’unico esito possibile del testacoda: uno schianto. E così l’UE, minacciando la Grecia di multe, negando gli aiuti finanziari ed esigendo un’austerità feroce, peggiora la crisi e incoraggia l’esito che teme maggiormente: un’insolvenza sovrana che porterà allo sfascio del sistema dell’Euro.

Quando Fitch ha declassato il debito greco a BBB+, segnalando la possibilità di un’insolvenza sovrana, gli investitori internazionali hanno iniziato a vendere titoli greci, scatenando le scommesse al ribasso degli hedge funds. Poi, il presidente della BCE Jean-Claude Trichet ha fatto la voce grossa, dichiarando che la Grecia non deve attendersi alcun trattamento speciale, così provocando un’altra caduta dei titoli greci. Il tutto si risolve in un aumento dei costi di rifinanziamento, aumentando la difficoltà di ridurre il deficit. Mentre Trichet chiede tagli brutali della spesa sociale e la Commissione UE accusa il governo greco di ostacolare una verifica dei conti pubblici, un team del governo tedesco è alacremente alla ricerca di una scappatoia giuridica che permetta un salvataggio della Grecia.

Come ha dichiarato Marco Annunziata di Unicredit, l’UE sta giocando al rialzo, esercitando enormi pressioni sulla Grecia per operare i tagli al bilancio, mentre allo stesso tempo sta preparando un salvataggio in caso di emergenza.

Il Presidente del Movimento Solidarietà tedesco (BüSo), Helga Zepp LaRouche, ha descritto il dilemma dell’UE il 16 gennaio: “Se l’UE non concede aiuti alla Grecia, questa potrebbe dichiarare insolvenza e uscire dall’UME”. Reintroducendo una moneta nazionale, la Grecia guadagnerebbe spazio di manovra, perlomeno a breve termine. Ma un’uscita della Grecia dall’Eurozona avrebbe conseguenze devastanti per l’Euro, aumentando drammaticamente i costi di finanziamento degli altri paesi ad alto debito, come la Spagna, il Portogallo, l’Irlanda e l’Italia. Prima o poi altri seguirebbero la Grecia, segnando la fine della moneta unica.

D’altro canto, “se l’UE o il governo tedesco trovano un modo per dare aiuti finanziari alla Grecia, ciò segnerà un precedente e gli altri paesi ad alto debito chiederanno lo stesso trattamento. Non è dato sapere quanto il contribuente tedesco sia disposto a sopportare”.

Il pericolo di uno sgretolamento dell’Euro ha spinto la Banca Centrale Europea a commissionare uno studio sulle conseguenze legali della decisione di un membro singolo dell’UE di uscire dall’Euro. Questo studio, visionato dal Telegraph, è un esempio magistrale di come funzioni il sistema giuridico neofeudale dell’UE. Esso sostiene che se uno stato abbandona l’Euro sarà automaticamente espulso dall’UE.

“L’autore”, scrive il Telegraph del 18 gennaio, “fa una serie di affermazioni contorte, gesuitiche e maligne, come fanno spesso i legali dell’UE”. Mezzo secolo di unione sempre più stretta avrebbe creato un “nuovo ordine giuridico” che trascende un “concetto di sovranità largamente obsoleto” e impone una “limitazione permanente” sui diritti degli stati. L’autore sostiene che l’uscita dall’eurozona comporta l’espulsione dall’Unione Europea. Tutti i membri dell’UE devono far parte dell’Unione Monetaria, tranne la Gran Bretagna e la Danimarca che hanno ottenuto i cosiddetti “opt-out”.

Sono argomenti ovviamente mirati all’opinione pubblica greca, per convincerla ad accettare sacrifici incredibili per restare nell’UE, dove la Grecia è ricevitore netto. Però la loro efficacia è dubbia, specialmente alla luce del fatto che i sacrifici richiesti peggioreranno le cose.

“Se la Grecia e altri paesi ad alto debito”, scrive Helga Zepp LaRouche, “sono costretti a fare i tagli e allo stesso tempo a onorare i debiti, ciò accelererà il loro declino. Dal punto di vista della Tripla Curva di Lyndon LaRouche, ciò condurrebbe ad un’ulteriore, drammatica caduta dei valori che hanno a che fare con la produzione fisica, con l’occupazione e le capacità industriali e agricole. Allo stesso tempo, la curva che descrive la crescita dei titoli monetari si impennerebbe ulteriormente verso l’alto, accelerando un’esplosione di iperinflazione come nella Germania del 1923”.

Helga Zepp LaRouche ricorda che ella fu tra coloro che fin dall’inizio si opposero all’abbandono della sovranità monetaria e al ricatto imposto sulla Germania per la riunificazione nel 1989. Tra le conseguenze di quell’accordo, non solo la Germania è stata costretta a finanziare “obliquamente” tutti gli altri membri dell’UE, tramite la moneta unica, ma anche ad adottare l’ideologia verde anti-scientifica imposta dall’Unione Europea. “Se l’attuale politica UE non viene sostituita con una politica industriale ragionevole, orientata alla scienza”, ad esempio abbandonando la fobia anti-nucleare, le nazioni atlantiche “saranno popolate da cavernicoli”, mentre le nazioni del Pacifico, che oggi applicano “quelli che una volta erano i valori delle nazioni industriali europee”, si svilupperanno e plasmeranno il XXI secolo.

La presidentessa del BueSo chiede di “tornare all’Europa pre-Maastricht, o meglio ancora, all’Europa delle Patrie, delle repubbliche sovrane”, e di “reintrodurre un sistema di cambi stabili, che è comunque necessario”. “Solo se l’attuale sistema in bancarotta irreversibile verrà sostituito da un sistema di credito e se verrà ricostruita l’economia fisica, le nazioni europee avranno la possibilità di riprendere il destino nelle proprie mani. Si ascoltino, ora, le soluzioni offerte da coloro che hanno avuto ragione con i loro avvertimenti”.

Esperti americani chiedono di seguire la guida dell’Asia sull’energia nucleare

Mentre i paesi asiatici, inclusa la Russia, sono fermamente avviati sulla strada del nucleare civile e dello sviluppo infrastrutturale, Europa e Nord America continuano a seguire una politica suicida di deindustrializzazione. Attualmente sono in costruzione 58 nuovi impianti nucleari in 14 paesi, 41 dei quali in Asia e Russia.

Sia la Russia che la Corea del Sud hanno concluso recentemente accordi spettacolari sul nucleare: quattro settimane fa i coreani hanno firmato un accordo da 20 miliardi di dollari con gli Emirati Arabi Uniti per la costruzione di quattro reattori nucleari, mentre i russi hanno appena firmato un accordo simile con la Turchia per un’unità formata da quattro reattori. Inoltre, il governo sud coreano ha annunciato che intende esportare 80 reattori entro l’anno 2030, per un fatturato previsto di 400 miliardi di dollari.

Tuttavia, anche negli Stati Uniti ed in Europa viene messa in dubbio la politica della stagnazione. L’11 gennaio, 224 scienziati ed ingegneri nucleari, medici, docenti universitari, imprenditori, specialisti agricoli americani ed internazionali hanno pubblicato una lettera al consigliere scientifico del Presidente Obama John Holdren, chiedendo al governo di riportare gli Stati Uniti sulla via dell’energia nucleare.

La lettera afferma che gli USA sono “in ritardo rispetto al resto del mondo” nello sviluppo ed anche nella realizzazione dell’energia nucleare. Dei 58 nuovi impianti nucleari in costruzione in tutto il mondo, specifica, solo uno è in Nord America, ed è un impianto da tempo sotto naftalina che la TVA si è finalmente decisa a completare. “La nostra nazione ha bisogno di procedere rapidamente – e non tra venti o cinquant’anni – fintanto che coloro che sono stati i pionieri di questa scienza e ingegneristica possono ancora fungere da guida per una nuova generazione di scienziati ed ingegneri. Non c’è alcuna giustificazione politica, economica o tecnica per rinviare i benefici che l’energia nucleare porterà agli Stati Uniti, mentre il resto del mondo va avanti”.

I firmatari fanno due “raccomandazioni urgenti”. La prima è di “accelerare le licenze e la costruzione” dei reattori nucleari di generazione attuale. La seconda è di sviluppare i reattori di quarta generazione. Si chiede specificamente il ritorno al programma per sviluppare e dimostrare la tecnologia per il riciclaggio del combustibile usato (di riprocessamento) abolito dall’amministrazione Obama. La lettera sottolinea che Russia, Cina, India, Giappone e Corea del Sud hanno espresso interesse nel contribuire ad un reattore veloce dimostrativo.

I firmatari della lettera sono quasi tutti americani, ma ci sono anche firmatari da altre 10 nazioni. Tra loro l’accademico E.P. Velikhov, direttore dell’Istituto Kurchatov e il dott. Baldev Raj, direttore del Centro Indira Gandhi per la Ricerca Atomica in India. Ha firmato anche Harrison Schmitt, astronauta dell’Apollo e geologo. La lettera è stata spedita a tutti i membri del Congresso USA.

La Casa Bianca di Obama nel panico per la riforma sanitaria

Quando costrinse il Congresso ad approvare il pacchetto di salvataggio delle banche di oltre 700 miliardi di dollari nell’autunno 2008, l’amministrazione Bush fece ricorso a qualsiasi trucchetto, inclusa la minaccia di imporre la legge marziale, per ottenere un voto favorevole. Le tattiche usate dall’amministrazione Obama per far passare una riforma sanitaria sul modello britannico sono state simili.

Dopo aver rinunciato alla speranza di ottenere i voti repubblicani, l’amministrazione e la leadership democratica alla Camera ed al Senato hanno dato vita a estenuanti sedute di negoziati per “persuadere” i parlamentari a sottomettersi al più reazionario del due disegni di legge, quello approvato al Senato. Tra le sue disposizioni chiave, non presenti nel testo presentato alla Camera, c’è l’istituzione di un Comitato Indipendente Medicare (o Comitato Indipendente sui Pagamenti, IPAB) che ignorando il volere del Congresso deciderà come ridurre la spesa medica per gli anziani (il Medicare) – ed è diventato noto come una “giuria della morte” che deciderà chi vive e chi muore, relativamente libera da alcuna interferenza da parte del Congresso.

Benché l’amministrazione Obama sostenga che il disegno di legge si propone di estendere l’assicurazione sanitaria a più americani, il vero obiettivo, dichiarato nero su bianco, è di ridurre la spesa sanitaria di almeno 500 miliardi di dollari. E’ inevitabile che un taglio di questa portata significherà la riduzione dell’assistenza sanitaria agli anziani. Dall’estate scorsa la Casa Bianca insiste sull’inclusione nella legge di questa disposizione sul “taglio alla spesa”.

Si tratta tuttavia di una disposizione molto controversa. Continua ad aumentare l’opposizione alla creazione di tale commissione indipendente. Una lettera alla Presidente della Camera Nancy Pelosi, promossa dall’on. Richard Neal per opporsi all’IPAB, è stata sottoscritta da 99 membri del Congresso di entrambi i partiti. Un’altra lettera ai leader del Congresso che si oppone con forza all’IPAB è stata pubblicata da 74 gruppi di medici e pazienti in rappresentanza di 9 milioni di pazienti di Medicare, compresi l’Associazione Ospedaliera Americana, la Medical Group Management Association, l’Association of American Medical Colleges e l’American College of Surgeons.

Inoltre, numerosi sindacati hanno deciso di dare battaglia, nonostante le pressioni della Casa Bianca, e non hanno accettato l’idea che i contributi pagati dai datori di lavoro per la copertura sanitaria dei propri dipendenti verranno tassati dallo stato, se verrà approvato il ddl al Senato. Un’ovvia conseguenza di questo sarà quella di ridurre i contributi alla previdenza sociale per pagare meno tasse. I sindacati che non sono stati “comprati” duranti i negoziati alla Casa Bianca includono quello dei macchinisti e dei lavoratori aerospaziali, uno dei più importanti nel paese, e quello dei vigili del fuoco.

Ora si tenta di far approvare il ddl al Senato prima dei risultati di un’elezione suppletiva nel Massachusetts il 19 gennaio, per assegnare il seggio lasciato vuoto da Ted Kennedy al Senato, o almeno prima che venga insediato il nuovo senatore. La Casa Bianca si sta facendo in quattro per assicurare la vittoria della democratica Martha Coakley da quando, contro ogni aspettativa, il suo antagonista repubblicano Scott Brown è risalito nei sondaggi arrivando a superarla il 14 gennaio. Questo in uno stato che è solidamente democratico dal 1972. Brown dice giustamente che questa elezione equivale di fatto ad un referendum sulla riforma sanitaria di Obama, generalmente odiata.

Presi dal panico, i leader democratici hanno invitato la Coakley a Washington il 12 gennaio per una raccolta fondi sponsorizzata dalle principali ditte farmaceutiche e mutue private (HMO), le stesse che hanno contribuito a scrivere la riforma di Obama! La mossa si è rivelata controproducente e subito dopo la candidata democratica è crollata nei sondaggi.

Se i democratici perdono questa elezione, perderanno il loro 60esimo voto al Senato, quello di cui hanno bisogno per sconfiggere l’ostruzionismo repubblicano. L’on. Barney Frank ha avuto ragione per una volta quando ha detto che se vinceranno i repubblicani “questo metterà la parola fine alla riforma sanitaria”. Anzi, sarà finita politicamente anche l’amministrazione. Ci si attendono dunque sporchi trucchi anche nel Massachusetts.

Pervenuto da Bruna Rumelaj Botta via Facebook il 21.01.2010

Di Carl Lindskoog, su Haiti

Nelle ore seguenti il devastante terremoto di Haiti la CNN, il New York Times ed altri media importanti hanno adottato un’interpretazione comune circa le cause di una distruzione così grave: il terremoto di magnitudo 7.0 è stato tanto devastante perché ha colpito una zona urbana estremamente sovrappopolata ed estremamente povera. Case “costruite una sull’altra”, edificate dagli stessi poveri abitanti, ne hanno fatta una città fragile. Ed i molti anni di sottosviluppo e di sconvolgimenti politici avrebbero reso il governo haitiano impreparato ad un tale disastro.

Questo è piuttosto vero. Ma la storia non è tutta qui. Quello che manca è una spiegazione del perché così tanti haitiani vivono a Port Au Prince e nei suoi sobborghi e perché tanti di loro sono costretti a sopravvivere con così poche risorse. Infatti, anche se una qualche spiegazione è stata azzardata, si tratta spesso di spiegazioni false in maniera vergognosa, come la testimonianza di un ex diplomatico statunitense alla CNN secondo la quale la sovrappopolazione di Port Au Prince sarebbe dovuta al fatto che gli haitiani, come la maggior parte dei popoli del Terzo Mondo, non sanno nulla di controllo delle nascite.

Gli americani avidi di notizie potrebbero anche spaventarsi apprendendo che le condizioni cui i media americani attribuiscono l’amplificazione dell’impatto di questo tremendo disastro sono state in gran parte il prodotto di politiche americane e di un modello di sviluppo a guida americana.

Dal 1957 al 1971 gli haitiani hanno vissuto sotto l’ombra oscura di “Papa Doc” Duvalier, un dittatore brutale che ha goduto del sostegno degli Stati Uniti, perché è stato considerato dagli americani come un affidabile anticomunista. Dopo la sua morte il figlio di Duvalier, Jean-Claude soprannominato “Baby Doc”, è diventato presidente a vita all’età di diciannove anni ed ha regnato su Haiti fino a quando non è stato rovesciato nel 1986. E’ stato nel corso degli anni ’70 ed ’80 che Baby Doc, il governo degli Stati Uniti e la comunità degli uomini d’affari hanno lavorato di concerto per mettere Haiti e la sua capitale sulla buona strada per diventare quello che erano il 12 gennaio 2010.

Dopo l’incoronazione di Baby Doc, pianificatori americani dentro e fuori il governo statunitense hanno avviato un loro piano per trasformare Haiti in una “Taiwan dei Caraibi”. Questo piccolo e povero paese situato convenientemente vicino agli Stati Uniti è stato messo in condizioni di abbandonare il suo passato agricolo e di sviluppare un robusto settore manifatturiero esclusivamente orientato all’esportazione. A Duvalier e ai suoi alleati fu detto che questo era il modo di modernizzare e di sviluppare economicamente il paese.

Dal punto di vista della Banca Mondiale e dell’Agenzia Statunitense per lo Sviluppo Internazionale (USAID) Haiti ha rappresentato il candidato ideale per questo lifting neoliberista. La povertà radicata delle masse haitiane poteva essere utilizzata per costringerle ad accettare lavori a bassa remunerazione, come il cucire palle da baseball o l’assemblare altri prodotti di consumo.

USAID però aveva piani precisi anche per l’agricoltura. Non soltanto le città haitiane dovevano diventare punti di produzione di articoli da esportare: anche la campagna doveva seguirne le sorti, e l’agricoltura haitiana fu riorganizzata per servire alla produzione di articoli da esportare e sulla base di una produzione orientata al mercato estero. Per raggiungere questo scopo USAID, insieme con gli industriali cittadini e con i latifondisti, si è data da fare per impiantare industrie di trasformazione dei prodotti agricoli, al tempo stesso incoraggiando la pratica, già in uso, di rovesciare molte eccedenze agricole di produzione statunitense sul popolo haitiano.

Era prevedibile che questi “aiuti” da parte degli americani, innescando cambiamenti strutturali nell’agricoltura, avrebbero costretto i contadini di Haiti che non erano più in grado di sopravvivere a migrare verso le città, soprattutto verso Port Au Prince, dove si pensava si sarebbro concentrate le maggiori opportunità di occupazione nel nuovo settore manifatturiero. Tuttavia, quanti arrivarono in città scoprirono che i posti a disposizione nel settore manifatturiero non erano neppure lontanamente abbastanza. La città divenne sempre più affollata e si svilupparono grandi insediamenti fatti di baracche. Per rispondere alle necessità abitative dei contadini sfollati si mise all’opera un modo di costruire economico e rapido, a volte edificando le abitazioni letteralmente “l’una sull’altra”.

Prima che passasse molto tempo, tuttavia, i pianificatori americani e le élite haitiane hanno deciso che forse il loro modello di sviluppo non aveva funzionato così bene ad Haiti, e l’hanno abbandonato. Le conseguenze degli stravolgimenti introdotti dagli americani, ovviamente, sono rimaste.

Quando il pomeriggio e la sera del 12 gennaio 2010 Haiti ha subìto quel terrificante terremoto, e via via tutte le scosse di assestamento, le distruzioni sono state, senza dubbio, notevolmente peggiorate dal concreto sovraffollamento e dalla povertà di Port-au-Prince e delle aree circostanti. Ma gli americani, pur scioccati, possono fare di più che scuotere la testa ed elargire qualche caritatevole donazione. Essi possono mettersi davanti alle responsabilità che il loro paese ha per quelle condizioni che hanno contribuito ad amplificare l’effetto del terrremoto sulla città di Port Au Prince, e possono prendere cognizione del ruolo che l’America ha avuto nell’impedire ad Haiti il raggiungimento di un grado di sviluppo significativo.

Accettare la storia monca di Haiti offerta dalla CNN e dal New York Times significa addossare agli haitiani la colpa di essere stati le vittime di una situazione che non era frutto del loro operato. Come scrisse John Milton, “coloro che accusano gli altri di essere ciechi, sono gli stessi che hanno cavato loro gli occhi.”

http://www.commondreams.org/view/2010/01/14-2


D’America, di rivoluzioni e d’altro 22.01.2010

Il compagno che la redazione de IL BUIO mi ha incaricato di contattare per un’intervista in esclusiva sulla situazione in Latino-America vive attualmente a Bogotà, la capitale della Colombia, un Paese al centro delle cronache più infami di quest’angolo di mondo dimenticato dal dio della Giustizia e della Verità.
Un mondo infelice e sciagurato, quello in cui Manuel (così chiameremo il nostro interlocutore, convinto, come lo siamo noi, che i nomi, in sé, non contano nulla, essendo il processo rivoluzionario del tutto impersonale ed anonimo) attualmente vive, perché oggetto delle politiche genocide ed espansionistiche del Nemico dell’Umanità per eccellenza: l’imperialismo Usraeliano.
Bogotà, a sentire Manuel e altri che conoscono di persona l’evoluzione recente della città, pare abbia compiuto un grande sforzo, negli ultimi cinque anni, per rendersi più presentabile: ha riasfaltato le strade piene di buche, ha costruito ponti e strade a scorrimento veloce; ha inaugurato la linea di trasporto veloce Transmilenio. E si è occupata anche dei tanti barboni, venditori ambulanti e mendicanti che popolavano le sue strade.
Ma tutto ciò l’ha fatto solo dal punto di vista estetico, un po’ com’è successo qualche mese fa a Napoli con una spazzatura di altro tipo. La cricca mafiosa e fascista di Uribe ha “ripulito” la metropoli dagli ambulanti, affidando nello stesso tempo la soluzione del problema dei gamines, vale a dire dei bambini di strada, alla polizia.
C’erano bande di gamines che dormivano nei parchi, facendo quello che fanno le bande di bambini senza casa in tutto il mondo: rubavano, picchiavano, uccidevano, violentavano, si prostituivano, sniffavano la coca e fumavano il basuco, la pasta di coca grezza più micidiale del crack.
La polizia si è presa cura di loro: ha preso a perseguitarli, a seviziarli, a sequestrarli, a torturarli, a minacciarli con la pistola in bocca.
A Bogotà, però, ci sono anche quartieri in cui gli sbirri del narcotrafficante al soldo degli yankee non hanno il coraggio di entrare: Cartucho è uno di questi; e proprio a Cartucho, in uno bar “più malfamati” (per dirla con una pubblicità di successo), abbiamo raggiunto Manuel, un compagno internazionalista che, a differenza delle canaglie piciste, ama la libertà, le donne e la Rivoluzione, non necessariamente in questo ordine.

IL BUIO: ¡Hola!, Manuel! Che ne dici se salto i preliminari ed entro subito nel merito della nostra intervista?

MANUEL: Certo, va benissimo!

IL BUIO: La nostra chiacchierata, già lo sai, verterà sull’America Latina. Un continente che, poco più di trent’anni fa, fu percorso dalle guerriglie che lottavano per il potere. Oggi, alle guerriglie, sembrano essersi sostituiti i “governi di Sinistra”, una sorta di alternativa riformistica alla politica rivoluzionaria delle guerriglie, piuttosto che l’evoluzione naturale delle seconde. Insomma, muovendo da Santucho, il leggendario leader dell’ERP argentino, e dal Che siamo arrivati a Chavez e a Morales: un’evoluzione o, piuttosto, un’involuzione della Rivoluzione latino-americana? Tu che ne pensi, compa?ero?

MANUEL: Io partirei dalla constatazione, peraltro abbastanza ovvia e scontata, che sono venute meno le condizioni che hanno determinato la nascita delle guerriglie. Ne elenco solo alcune, e non lo faccio rispettando l’ordine di importanza. Innanzitutto, ricordo l’esempio della rivoluzione cubana, un esempio rivoluzionario che ha finito per rappresentare un modello a cui tutti i rivoluzionari del continente dovevano necessariamente far riferimento. Non va poi dimenticata l’esistenza di dittature al servizio dell’imperialismo yankee: ed anche voi, in Italia, sapete benissimo, per esperienza storica, che la scelta della tattica rivoluzionaria muta, se dalla democrazia si passa alla dittatura, e viceversa.
Oggi, anche per una precisa scelta dell’imperialismo a stelle e strisce, le democrazie vengono ritenute più funzionali al mantenimento della pace sociale. I motivi sono più d’uno: mi limiterò comunque a ricordarvi che, a voi, in Italia, sono stati sufficienti più o meno vent’anni per liberarvi dal regime dittatoriale fascista. Mentre ne sono passati più di sessanta ed ancora non siete venuti a capo della democrazia borghese, un regime che, non a caso e giustamente, i compagni rivoluzionari cileni hanno ribattezzato democradura!

IL BUIO: Questo significa, a tuo modo di vedere, che le guerriglie, come ha sostenuto di recente Chavez, “hanno perso senso”?

MANUEL: Non proprio. Secondo me, la guerriglia ha conservato intatto il proprio “senso storico” (che poi significa: la propria legittimità) in alcuni Paesi come il Perù di Sendero Luminoso ed il Messico (su cui spero mi porrai qualche domanda specifica più avanti): va però detto che, nelle aree geopolitiche in cui è attiva la guerriglia non è all’ordine del giorno la presa del potere. Per una serie di motivi che non ho il tempo di approfondire in una conversazione telefonica.
Prendi comunque il caso delle FARC, visto che siamo, in un certo senso, “a casa loro”.
Fino alla morte di Marulanda, il loro leggendario dirigente, un marxista-leninista forgiato nell’acciaio della lotta, non nella ricotta di certi pseudorivoluzionari delle parti vostre, le FARC si ponevano concretamente il problema della presa del potere. Nel senso che si trattava di una possibilità concreta, all’ordine del giorno, dal punto di vista dei rapporti di forza concreti fra Rivoluzione e Controrivoluzione. Oggi la situazione si è modificata: le FARC, fino alla morte di Marulanda (uso la data dell’episodio come punto di riferimento convenzionale) all’offensiva, in séguito ad una serie di sconfitte si trovano ora sulla difensiva: in pratica, in Colombia la presa del potere non è più all’ordine del giorno.
Per quanto riguarda invece i cosiddetti “Governi di sinistra”, credo vada subito chiarito che nessuno di essi, neppure quello più “avanzato”, rappresenta una reale alternativa di potere. In primo luogo perché “ottenere la maggioranza parlamentare ed andare al governo” non significa affatto “prendere il potere”: il governo  non è lo Stato, i gruppi parlamentari non sono l’Esercito e le leggi non sono né le prigioni né le forze di polizia né le banche né le fabbriche.
Alcuni dei limiti dei “governi di sinistra” sono peraltro alla fonte della legittimità, e dunque della sopravvivenza, di certe guerriglie: prendiamo il caso recente dell’Honduras.

IL BUIO: A proposito di Honduras: qual è il tuo parere? Si tratta di una sorta di anacronistico “ritorno del passato”, oppure no?

MANUEL:  La risposta dovrebbe essere scontata, se ripensi a quello che ti dicevo due bottiglie di birra fa (o un certo numero di scatti del telefono, per te che immagino ti domandassi a che cosa erano dovute le mie pause).
Gli yankee e le loro bestie da cortile di casa non hanno mai rinunciato definitivamente all’opzione armata, all’arma del golpe: non dovete dimenticare il tentato “golpe” in venezuela del 2002, la tentata eliminazione fisica di Chavez ed i ripetuti complotti orditi contro il popolo venezuelano; le manovre sediziose e secessioniste (altro che Bossi e la Lega in Italia!) in Bolivia; la situazione del Guatemala, le voci ricorrenti di imminente colpo di stato in Paraguay e via elencando crimini e progetti che, con la (falsa) immagine di una nuova Amministrazione yankee “tutta amore e pace” (all’italica maniera), non ha proprio nessun tratto in comune. Anche se, in Honduras, gli USsraeliani non sono, almeno in apparenza, intervenuti direttamente, è indubbio che non è affatto difficile scorgere il loro mefitico e criminale zampino. Ti faccio solo notare un particolare, su cui ti invito a riflettere, compa?ero: in passato, il pretesto per il golpe era fornito dall’ingovernabilità provocata dalla forza dei movimenti di massa; oggi, significativamente, da una presunta crisi istituzionale (senza entrare nel merito delle ragioni che l’hanno resa tale). Tutto ciò per dire anche – sottolineo anche – che l’argomentazione secondo cui le guerriglie hanno sempre e soltanto fornito il pretesto per una “sterzata repressiva” è assolutamente falsa: lo dimostra, fra l’altro, proprio il caso dell’Honduras!
Un’intero articolo, poi, andrebbe dedicato all’intervento israeliano in America Latina, più silenzioso e meno roboante di quello statunitense, ma presente in queste aree da tempo.
Dove per gli statunitensi è stato oramai impresentabile presentarsi come alleati di governi dittatoriali o autoritari (per esempio, il Guatemala della “guerra sucia” di Rios Montt), gli israeliani, assieme a Taiwan, hanno dimostrato di non avere alcun problema a fare il “lavoro sporco”.
E, sorpresa, anche nel golpe in Honduras, secondo voi chi è riapparso a “consigliare” l’operato degli squadroni della morte che mantengono sotto pressione (è un eufemismo…) l’eterogeneo fronte della resistenza?
Sai, sono ben allenati in questo…

IL BUIO: Non fa una piega… E a proposito di guerriglie, di sfuggita abbiamo letto di un ritorno di fiamma del PCP (o Sendero Luminoso) in Perù. Hai notizie più particolareggiate?

MANUEL: Bisogna, innanzi tutto, specificare che esistono vari gruppi che, sostanzialmente, si dividono sul riconoscimento del proprio leader storico Gonzalo, catturato nel 1992.
Attualmente chi riconosce Gonzalo come leader ed ispiratore è la corrente in stato di non belligeranza detta “Accordista”, che punterebbe solamente a organizzare iniziative di solidarietà con i militanti incarcerati e ad integrare il rimanente del gruppo nella lotta politica legalizzata, mentre coloro che hanno deciso di proseguire la lotta armata (la parte del PCP autodefinitosi dopo la scissione “Linea Roja”) è tuttora attivo ed è, appunto, l’organizzazione che oggi si è denominata “Proseguir” ed è tornata prepotentemente sulla scena con un attacco a una colonna militare che ha causato 19 morti e vari altri atti di sabotaggio.
Devo dire che il PCP è stato sconfitto militarmente, ma non è mai stata distrutta la sua base sociale. Ad oggi, infatti, sono molto attivi nella zona andina del Perù e hanno ripreso le azioni contro lo stato anche se l’organizzazione è confinata nella zona della selva

IL BUIO: Abbiamo accennato in più di un’occasione al Venezuela. La domanda, allora, è scontata e prevedibile: cosa ci dici del Venezuela?

MANUEL: Per chi, come me e come voi, ha a cuore le sorti della rivoluzione in Latino-America, il Venezuela chavista, bolivariano, è importante. Per la stessa Bolivia in cui mi trovo attualmente e per l’economia più generale dei movimenti progressivi latino-americani. C’è da dire che il chavismo, all’inizio movimento prevalentemente nazionalista, con fumosi ed incerti connotati di classe, ha subìto progressivamente un processo di radicalizzazione. La sua forza riposa anche sul fatto di poter contare sui proventi del petrolio. Il mio giudizio su Chavez? Tutto sommato positivo. Anche se non sono convinto che i passi che il suo Movimento sta compiendo vadano nella direzione del socialismo: semmai, verso una sorta di “capitalismo dal volto umano”, fondato su carattere pubblico (di Stato) dell’industria di base e dei principali servizi. I programmi bolivariani mi suonano bene, favorevolmente: perché mettono al centro problemi importanti come quello della Sanità e della scuola, dell’alfabetizzazione. Ciò non vuol dire che si stiano risolvendo tutti i problemi: prendete quello, tuttora aperto, dei barrios. E poi c’è la sfida della burocrazia, un cancro che rischia di compromettere il cammino e la stessa destinazione finale della Rivoluzione.
Comunque, il movimento che fa riferimento alla presidenza-Chavez è un movimento composito, articolato, sia politicamente che socialmente. Al suo interno, convivono in un equilibrio tutto sommato precario, tendenze opportunistiche che esaltano acriticamente Chavez e tendenze “di destra” – personificate da Diosdado Cabello e Chacon – che poco hanno in comune con le correnti popolari e “di sinistra” con cui di fatto convivono.
La situazione, in ogni caso, è migliore rispetto a qualche anno fa, dato che la sopraccitata “destra chavista”, la cosiddetta “borghesia rossa”, dopo aver influito negativamente su una serie di processi (come ad esempio il tentativo di dare più poteri ai Consigli Comunali che in Venezuela dovevano diventare, nella prospettiva di Chavez, una sorta di soviet, con le debite proporzioni e contestualizzazione), oggi sono sotto attacco a causa della corruzione dilagante.
Senza considerare l’importanza che riveste il Venezuela nell’ambito dei rapporti internazionali sia all’interno del continente che nel resto del mondo, cosa che basterebbe per esprimere un giudizio positivo su Chavez.
Spero di aver soddisfatto la tua curiosità, anche se, come saprai già benissimo, è difficile condensare in poche parole analisi e giudizi che richiederebbero ore ed ore di conversazione…

BUIO: Ci interessava, infine, conoscere l’attuale situazione del Messico, ritenendolo importante (sia storicamente che geopoliticamente) nel contesto dell’America Latina.

MANUEL: Vi posso dire che la situazione odierna, per quanto concerne le situazione delle realtà rivoluzionarie, non ha, a mio avviso, sbocchi immediati. Le organizzazioni presenti sul territorio urbano e contadino (Fuerzas Armadas Revolucionarias del Pueblo (FARP), Ejército Revolucionario del Pueblo Insurgente (ERPI), … che sono generalmente gruppi nati da scissioni del più famoso E.R.P., Ejército Revolucionario del Pueblo) non si scontrano con lo stato se non in occasioni contingenti come successe nel 2007, quando, in risposta al rapimento di due dirigenti dell’E.R.P., attaccarono una serie di oleodotti). Concentrano il lavoro sull’”attività di massa”.
Per quanto riguarda la situazione dell’E.Z.L.N. (Ejército Zapatista de Liberación Nacional), invece,esiste una situazione di stallo dove viene gestita la quotidianità nell’area.
Infine, a livello sociale, esistono piccole situazioni di lotta come quella dello scontro tra gli elettricisti e la società dell’energia elettrica che ha dato vita a manifestazioni di massa partecipate da milioni di persone e a scontri con la polizia.
A mio parere, la situazione, seppur in un contesto di crisi che ha generato un aumento di vari milioni di disoccupati e della conflittualità, non presenta per il potere particolari criticità.
Il problema attuale in Messico è la rottura del patto di non belligeranza tra lo stato e alcuni cartelli del narcotraffico che ha generato una serie di conflitti di cui è giunto eco anche in Europa con un saldo di circa 16.000 morti in tre anni, che danno la dimensione di un conflitto. L’attacco frontale al narcotraffico è stato esplicitamente richiesto dagli USA, ma lo stato messicano, che deve gestirlo, incontra serie difficoltà.
Parliamo di un cancro che oramai ritengo difficile da estirpare così facilmente visto che si è consolidato in anni e anni di rapporto simbiotico con lo stato e i governi sia del “democristiano” PRI che del “berlusconiano” PAN, e che per le impressionanti moli di denaro che muove costituisce una porzione significativa dell’economia messicana, e che, probabilmente, provocherà una forte scossa sociale e potrebbe avere effetti importanti sulla stabilità del paese.

BUIO: Ma come definisci il rapporto politico-economico tra USA e Messico? Siamo a livello della Colombia dove le decisioni strategiche sono appannaggio degli yankees?

MANUEL: No, assolutamente. Il Messico per tradizione e storia non accetterebbe mai di essere eterodiretto, anche se, logicamente, i rapporti tra il P.AN. (Partido Acción Nacional, il partito attualmente al governo, di destra e smaccatamente filoamericano, che ha sostituito dopo settanta anni il P.R.I., Partido Revolucionario Institucional) e gli USA è assolutamente migliorato, data la tendenza occidentalista del partito.
Teniamo presente che Uribe in Colombia è un vero e proprio fantoccio degli statunitensi, mentre Usa e Messico firmano accordi bilaterali. Ovviamente la dipendenza economica del Messico è evidente, tanto che in alcune zona di confine esistono zone dove la legislazione del lavoro messicana è sospesa a favore della produzione a basso costo di aziende che sono formalmente messicane, ma a controllo statunitense, oltre chiaramente a tutti gli accordi commerciali che legano i due paesi in maniera strettissima, ma fare un paragone con la Colombia mi sembra improprio…
Anche se attualmente, in funzione antidroga, è in vigore un piano di cooperazione militare chiamato “plan Merida”, simile in alcuni aspetti al “plan Colombia”, la presenza militare statunitense sul suolo messicano è un tabù che non è ancora stato intaccato, a differenza della Colombia. Verso gli Stati Uniti esiste ancora in Messico una certa ostilità condivisa sia da settori di sinistra che di destra.

BUIO: grazie Manuel e… hasta l’huego! Speriamo di risentirci presto perché vorrà dire che è accaduto qualche cosa di interessante alle tue latitudini!

MANUEL:  Grazie a voi! Se ci risentiamo l’importante è che qualcosa si sia mosso. Qui o là conta poco. Conta che questo sistema de mierda perda più pezzi possibili… Speriamo di raccontarci molte grandi vittorie; delle sconfitte, seppur onorevoli, mi sono stufato…

http://www.ilbuio.org/index.php?articolo=9_172.txt

nel 2005 era stato condannato a 7 mesi di carcere, poi prosciolto

Csm: rimosso il giudice anti-crocifisso 22.01.2010

Durissima sanzione a Tosti per il suo rifiuto di tenere udienze in aule giudiziarie con il simbolo cristiano

MILANO – Rimozione dall’ordine giudiziario. È la durissima sanzione inflitta dalla sezione disciplinare del Csm al giudice di Camerino Luigi Tosti, divenuto famoso per il rifiuto di tenere udienze in aule dove è esposto il crocifisso. A Palazzo dei Marescialli Tosti non ha fatto ricorso a un avvocato, come pure avrebbe potuto, e nemmeno all’assistenza di un collega magistrato, difendendosi da solo. Mentre si teneva il procedimento a suo carico, davanti alla sede del Csm alcuni radicali hanno manifestato in suo sostegno.

«PAGINA NERA» – «Oggi si è scritta una pagina nera per la laicità dello Stato italiano» ha detto Tosti al termine dell’udienza, annunciando che impugnerà il verdetto «prima davanti alle sezioni unite civili della Cassazione, poi, se sarà confermata una sentenza negativa, alla Corte europea». Secondo il giudice «la sentenza avrà ripercussioni anche sul ricorso che l’Italia vuole inoltrare alla Grande Camera (della Corte europea dei diritti dell’uomo, ndr)», in merito al crocifisso nelle scuole. «Nessuno può essere obbligato a subire una violazione di diritti inviolabili né a violare quelli degli altri – conclude -, e nemmeno il principio costituzionale supremo di laicità».

LA VICENDA – Il caso Tosti risale al maggio 2005, quando il giudice annunciò che non avrebbe più tenuto udienze se dall’aula del tribunale non fosse stato tolto il crocifisso. Un comportamento che ha mantenuto fino a gennaio 2006. Di conseguenza il Csm, che aveva già proceduto con la sospensione tre anni fa, ha optato per il più drastico provvedimento, configurando il rifiuto di compiere atti connessi all’attività giudiziaria. In sede penale Tosti era stato assolto per questa stessa vicenda dall’accusa di omissione di atti d’ufficio (dopo che, a novembre 2005, era stato condannato a 7 mesi di reclusione), ma solo perché era stato sostituito e dunque le udienze erano state regolarmente celebrate.

http://www.corriere.it/cronache/10_gennaio_22/csm-rimozione-giudice-tosti-crocefisso-aula_152fed4c-0753-11df-8946-00144f02aabe.shtml

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Mediattivismo 043

A lezione di network dalle muffe 22.01.2010

Di Caterina Visco

Imparare dal protozoo Physarum polycephalum come costruire reti più efficienti. Lo consiglia una ricerca giapponese su Science

http://www.flickr.com/photos/34146259@N04/sets/72157623136788861/show/

Gli ingegneri dovrebbero andare a lezione dalle muffe per costruire reti per le telecomunicazioni sempre più efficienti. È quanto suggeriscono, dalle pagine di Science, i ricercatori dall’Università dell’Hokkaido dopo aver osservato il Physarum polycephalum, un particolare tipo di muffa unicellulare melmosa.

“Alcuni organismi crescono sottoforma di una rete interconnessa, una strategia per trovare e sfruttare nuove fonti di cibo”, ha spiegato Atushi Tero, autore dello studio. “Physarum è uno di questi”, ha continuato lo scienziato: “una grande muffa ameboide che si muove alla ricerca di fonti di cibo distribuite nello spazio. La sua particolarità sta nel trovare quasi sempre il percorso più breve attraverso un labirinto, e a connettere differenti fonti di cibo tra loro in maniera molto efficiente, spendendo la minore quantità di energia possibile”.

Nello studio i ricercatori giapponesi, insieme a colleghi britannici, hanno posizionato alcuni fiocchi d’avena (i punti bianchi nelle immagini verdi) sopra una superficie umida intorno al P. polycephalum come se il protozoo fosse Tokyo (il grande cerchio giallo nelle immagini verdi) e i fiocchi le città che la circondano. Successivamente gli studiosi hanno studiato come la muffa si muoveva per raggiungere il cibo e hanno osservato che questa si auto-organizza e si diffonde formando una rete comparabile in efficienza (collegamenti brevi e diretti), in affidabilità (una rete solida e capace di rimediare a eventuali traumi o rotture) e nei costi alle infrastrutture che formano la rete ferroviaria di Tokyo.

Comprendere l’essenza di questo sistema biologico e convertirla in semplici regole potrebbe, secondo i ricercatori, risultare molto utile per la costruzione di reti reali. Per questo motivo gli studiosi hanno trasportato le informazioni ottenute sul meccanismo di movimento del P. polycephalum e le hanno utilizzate per costruire un modello matematico da usare come punto di partenza per migliorare l’efficienza e diminuire i costi per la realizzazione , per esempio, di sistemi di sensori remoti (reti specifiche per la telefonia mobile e per il wireless).

“Questo lavoro rappresenta un esempio convincente e affascinante del fatto che la matematica ispirata ai sistemi biologici può portare a algoritmi completamente nuovi e molto efficaci per realizzare sistemi tecnologici con le caratteristiche dei sistemi viventi”, ha commentato Wolfgang Marwan dell’Università tedesca Otto von Guericke di Magdeburg.

http://www.galileonet.it/multimedia/12285/a-lezione-di-network-dalle-muffe

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Mrsa, tracciamento in hi-fi 22.01.2010

Grazie a nuovissima tecnologia si può identificare due batteri distinti per un’unica lettera del Dna, e ripercorrere, indietro nel tempo, la loro diffusione ed evoluzione

Una nuova tecnologia per sequenziare il Dna dei batteri permette di tracciare con precisione la diffusione delle epidemie: partendo da una scala intercontinentale si può risalire persino alla trasmissione del batterio tra due persone all’interno di un ospedale. Il metodo è stato messo a punto dal Wellcome Trust Sanger Institute di Cambridge (Gb), dove i ricercatori lo hanno usato per ripercorrere la storia dell’Mrsa, lo Stafilococco aureo resistente all’antibiotico meticillina, causa di gravi infezioni.

Come riporta Science, si tratta del primo metodo che consente di individuare anche una sola lettera di differenza nel Dna di due batteri dello stesso ceppo. Le più avanzate tecnologie disponibili finora, infatti, non sono mai riuscite a identificare tutti i batteri isolati dai pazienti, lasciando “buchi” e incertezze sulle vie di trasmissione e sull’evoluzione di questi patogeni.

A differenza di questi sistemi, che prendono in esame solo singoli geni o un numero limitato di regioni del genoma, con il nuovo metodo si può comparare l’intero codice di più batteri e stabilire le relazioni di parentela tra i ceppi. Altro punto di forza di questa nuova tecnologia sta nel fatto che non si applica solo al Mrsa, ma a qualsiasi altro batterio.

I ricercatori hanno effettuato due tipi di studi sull’Mrsa. Nel primo hanno analizzato 20 batteri prelevati da pazienti di un unico ospedale che avevano sviluppato l’infezione in un arco di tempo di sette mesi. Il sequenziamento dell’intero genoma di tutti i campioni ha rivelato che non c’erano neanche due batteri uguali. Sulla base di queste sottili differenze genetiche, è stato possibile dividere i pazienti dell’ospedale in due gruppi. Il primo, di 13 individui, erano stati contagiati da cinque ceppi strettamente imparentati (in effetti, queste 13 persone erano state tutte ricoverate nel reparto intensivo, dormivano in stanze adiacenti e avevano contratto l’Mrsa a poche settimane di distanza gli uni dagli altri). Gli altri 7 pazienti, ricoverati in ale distanti dell’ospedale, erano invece stati colpiti da batteri geneticamente più “lontani”. “In questo modo possiamo essere certi che due gruppi isolati di batteri sono stati introdotti nell’ospedale separatamente”, hanno sottolineato i ricercatori.

Risultato altrettanto importante: è stato possibile determinare la velocità con cui si evolve il batterio, ovvero il tasso con cui compaiono le mutazioni. Per uno dei ceppi in esame, per esempio, questo è di una lettera ogni sei settimane.

Per capire meglio l’evoluzione e la diffusione globale su lunghi periodi di tempo, Simon Harris, coautore dell’articolo, ha studiato altri 42 campioni provenienti dal Nord e Sud Africa, Europa, Australia e Asia, prelevati da persone che avevano contratto l’infezione tra il 1982 e il 2003. Identificando ogni singola mutazione e tenendo conto dei momenti in cui i campioni erano stati prelevati, i ricercatori hanno stimato il tasso di mutazione e sviluppato un albero evolutivo dell’Mrsa.

I calcoli mostrano dove e quando questo tipo di Mrsa potrebbe essere sorto: i tipi isolati in Europa si concentrano quasi alla base dell’albero evolutivo, e il tasso di mutazione calcolato suggerisce che il ceppo emerse negli anni Sessanta in Europa. Dato che collima l’ipotesi della correlazione tra epidemia di Mrsa e boom degli antibiotici.

“Capire le differenze tra batteri di uno stesso ceppo è fondamentale per lo sviluppo di una strategia per la salute pubblica, perché permette di seguire e prevedere la diffusione delle infezioni da persona a persona, da ospedale a ospedale, da paese a paese”, ha commentato Stephen Bentley, del Wellcome Trust Sanger Institute, autore senior dello studio. (t.m.)

Riferimento: 10.1126/science.1182395

http://www.galileonet.it/news/12277/mrsa-tracciamento-in-hi-fi

Modello conchiglia per l’esercito 19.01.2010

La struttura tristratificata del guscio di Crysomallon squamiferum potrebbe ispirare una nuova generazione di armature. Lo studio del Mit su Pnas

Un mollusco oceanico potrebbe salvare la vita di molti soldati nei prossimi anni. Secondo uno studio condotto da Christine Ortiz del Mit (Massachussets Institute of Technology, Boston), infatti, copiare il guscio corazzato della lumaca di mare Crysomallon squamiferum potrebbe aiutare a costruire corazze più resistenti. Questo gasteropode, presente nell’Oceano Indiano, posiede un guscio in grado di dissipare una quantità di energia tale da frantumare facilmente una comune conchiglia. La ricerca, pubblicata su Proceeding of the National Academy of Sciences, è stata finanziata in parte dall’esercito e dal Dipartimento della Difesa statunitensi.

L’attenzione della Ortiz si è concentrata sulla C. squamiferum nel 2003, poco dopo la scoperta del mollusco. Questo gasteropode vive sul fondo dell’oceano, nel campo idrotermale di Kairei, un ambiente  pieno di sorgenti di aria calda e particolarmente ostile. Qui la lumaca è esposta continuamente a fluttuazioni della temperatura, a un’alta acidità e agli attacchi di predatori come i granchi. Per difendersi si affida a un’armatura a tre strati: uno strato calcificato più interno, uno sottile centrale, di materia organica, e una copertura più esterna, formata da un strato mineralizzato di un composto di zolfo e ferro (solfuro di ferro). La Crysomallon squamiferum è l’unico animale noto dotato di uno questo strato (molte altre conchiglie presentano solo gli altri due).

Nello studio i ricercatori statunitensi hanno misurato le proprietà meccaniche della conchiglia con una punta di diamante e sottoponendola ad ampi sbalzi di temperatura. Grazie a queste simulazioni hanno potuto osservare che lo strato centrale di materiale organico riesce ad assorbire molta energia durante un attacco violento, migliora la dispersione del calore e l’assorbimento delle fluttuazioni termiche.

“Questo guscio può essere preso come modello per numerose applicazioni”, hanno concluso i ricercatori, “come la realizzazioni di armature e corazze per automezzi blindati. Oppure, in ambito civile, per la realizzazione di parti esterne di automobili e motociclette, di tubature che devono percorrere terreni rocciosi, o di caschi protettivi per numerosi sport”.  (c.v.)

Riferimento: Pnas doi/10.1073/pnas.0912988107

http://www.galileonet.it/news/12263/modello-conchiglia-per-lesercito

27/1/2010 – INTERVISTA. CARLO RATTI: “LE CITTÀ IMPARANO A PARLARE”

Ratti, Internet esce dai computer e rivoluziona oggetti e architettura

“L’universo digitale colonizza il mondo fisico e ci aiuterà a risolvere i grandi problemi”

GABRIELE BECCARIA

Per chi adora l’era digitale le visioni di Carlo Ratti vanno oltre i sogni più scatenati. Le vecchie città ostili, di pietra e cemento, stanno per lanciarsi in volo: si smaterializzano e iniziano a interagire amichevolmente con ogni individuo, come una magia da film in 3D. E’ l’universo di Internet che assume una nuova, ennesima forma.

Architetto Ratti, lei è direttore del «Senseable City Lab» del Mit di Boston – il laboratorio multidisciplinare che prova a inventare il futuro delle metropoli – e domani sarà al «World Economic Forum» di Davos per spiegare quella che si annuncia come un’altra rivoluzione (benigna e senza traumi): la racconta?
«Il titolo sarà “A Future by Design” e le mie osservazioni partiranno dalla frase di Le Corbusier “la civiltà della macchina cerca e deve trovare la sua espressione architettonica”. Oggi al posto della macchina c’è la civiltà digitale&biotech, ma appare la stessa esigenza di ridefinire il paradigma dell’architettura. E stavolta – come nel sogno di Michelangelo – oggetti e costruzioni e le metropoli stesse parleranno e comunicheranno, diventando “responsive”. Sarà la prima volta».

Le immagina come «computer all’aria aperta»?
«E’ così. La tecnologia compenetra lo spazio fisico e si assiste alla fusione tra bits e atomi che crea realtà sempre più interattive. Si realizza un desiderio che percorre la storia occidentale e soprattutto la modernità, come negli “automates” settecenteschi».

Lei è un supporter delle «città intelligenti», eppure fino a poco tempo fa proprio i teorici della dimensione digitale pensavano il contrario: le città – dicevano – sarebbero morte.
«E infatti è un paradosso: le città possono funzionare come sistemi autoregolati in tempo reale ed è interessante che i centri urbani italiani si adattino bene a questa trasformazione: se hanno fatto fatica ad adeguarsi agli imperativi dell’era industriale, la leggerezza e la trasversalità della rivoluzione digitale sono ideali per le loro caratteristiche».

E allora qual è un buon esempio italiano?
«Un progetto su cui lavoriamo in queste settimane è il masterplan per la trasformazione della vecchia Imperiale Manifattura Tabacchi di Rovereto: la sfida è ideare uno spazio intriso di tecnologie digitali, appunto, che serva sia come incubatore di idee sia come luogo di produzione di tecnologie verdi».

Intanto a Londra si immagina «The Cloud»: di che cosa si tratta?
«Vuole essere nei propositi del sindaco Boris Johnson un simbolo delle Olimpiadi del 2012, una Tour Eiffel londinese: progettata da un gruppo multidisciplinare – include me e Walter Nicolino della “carlorattiassociati”, l’artista Tomas Saraceno, il digital designer Alex Haw e l’esperto di nuove strutture leggere Joerg Schlaich, oltre agli architetti della Agence Ter, agli ingegneri della Arup, ai graphic designers di Studio FM e GMJ e a Google – si ispira alle dinamiche della “self-organization” tipica della Rete e dei social networks. L’obiettivo è utilizzare la stessa logica di raccolta diffusa di fondi e idee usata durante la campagna di Barack Obama per dare vita a una realtà fisica. E’ significativo che, se negli ultimi 20 anni si è via via digitalizzato il mondo fisico, ora avviene l’opposto e si promuove così il cambiamento della realtà materiale. E’ solo in questo modo che in futuro potremo affrontare molti dei problemi che ci affliggono, quali il cambiamento climatico».

In pratica come sarà La Nuvola?
«Una torre realizzata con una membrana traslucida, fisica e digitale. Ospiterà un insieme di bolle, che daranno la sensazione di volare, e ciascuna sfera sarà intrisa di pixel che creeranno un mega-display, in perenne trasformazione, democraticamente elaborato come una specie di Wikipedia. Ecco perché The Cloud rappresenterà un emblema: oltre che di Londra, di “global ownership”, di appropriazione collettiva. La immaginiamo come un monumento collettivo sospeso sopra la città: sarà di tutti perché tutti contribuiranno a immaginarla e a finanziarla e poi perché ogni individuo darà un po’ della propria energia alla struttura: si salirà a piedi e si scenderà con “ascensori a recupero”, con un meccanismo simile a quello delle auto ibride».

Pensa che le «città intelligenti» permetteranno anche una migliore mobilità?
«E’ quanto pensiamo di fare a Singapore, dove abbiamo appena aperto una sede: i sistemi di controllo in tempo reale diventano anche in questo caso fondamentali per regolare i flussi di tutti i mezzi, tra cui la bicicletta presentata al summit di Copenhagen: è la “Copenhagen wheel”, sviluppata con Ducati Energia e il ministero dell’Ambiente italiano. Recupera energia in frenata e la restituisce in caso di bisogno, come in salita, e attraverso una serie di applicazioni digitali controlla la qualità dell’aria, segnala dove si trovano i tuoi amici di Rete e, ancora, misura la coppia applicata sui pedali, trasformandosi in trainer, e monitora le emissioni di CO2: calcolando le “miglia verdi” di ciascuno, le città potranno prevedere nuovi incentivi a chi è più ecologicamente virtuoso».

Qual è il prossimo progetto del «Senseable City Lab»?
«Mettiamo etichette intelligenti sui rifiuti e li seguiamo mentre si muovono per ideare strategie con cui riciclarli: il progetto-pilota è partito a New York e Seattle e stiamo analizzando i dati. E’ come mettere un tracciante nel sangue e scoprire che cosa accade in un organismo».

Chi è Carlo Ratti Architetto
RUOLO: E’ DIRETTORE DEL LABORATORIO «SENSEABLE CITY LAB» DEL MASSACHUSETTS INSTITUTE OF TECHNOLOGY DI BOSTON (USA)
IL SITO: HTTP://SENSEABLE.MIT.EDU/

http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplrubriche/scienza/grubrica.asp?ID_blog=38&ID_articolo=1617&ID_sezione=243&sezione=

Pervenuto da Rossana rossana@comodinoposta.org per neurogreen@liste.rekombinant.org il 26.01.2010

Ehren Watada ha vinto la sua battaglia contro una guerra illegale.

Ricordate la storia del tenente dell’esercito statunitense Ehren Watada che si era rifiutato di partecipare alla guerra in Iraq perchè ritenuta illegale e criminale? “E ‘mia conclusione, come un ufficiale delle forze armate, che la guerra in Iraq non solo è moralmente sbagliata, ma una terribile violazione della legge americana. Anche se ho provato a rassegnare le dimissioni in segno di protesta, sono costretto a partecipare a una guerra che è manifestamente illegale. Poiché l’ordine di partecipare a un atto illegale è in definitiva illecito, devo rifiutare l’ordine “.

Ehren Watada: io non voglio essere un criminale di guerra http://www.peacelink.it/pace/a/20293.html

Dopo tre anni di tentativi (2006-2009) per farlo condannare dalla corte marziale, l’esercito di Fort Lewis ha deciso di accettare le dimissioni del tenente Watada. Ken Kagan, uno degli avvocati di Watada, ha dichiarato che il tenente Watada aveva già presentato le sue dimissioni in più di una occasione, ma ogni volta era stata respinta. “Questa volta però è stata accettata. A quanto pare solo quando l’esercito si è reso conto che non poteva sconfiggere il tenente Watada in un’aula di tribunale “.

“Siamo molto felici per Ehren, ha detto Seth Manzel, un veterano dell’Iraq che gestisce un bar caffè. Pensiamo che questa è la prova che le persone possono seguire la propria coscienza e che non si può essere puniti per questo.”

Quella di Watada non è stata una obiezione di coscienza contro tutte le guerre, ma si è basata sulla sua convinzione che la guerra in Iraq fosse illegale come le uccisioni di massa di civili a Falluja e altrove, l’uso
del fosforo bianco contro i civili, gli abusi sui prigionieri di Abu Ghraib e altri crimini di guerra.

Ma esiste una guerra giusta? Può esistere una obiezione di coscienza
selettiva?

Il Selective Service Act  http://www.infoplease.com/ce6/history/A0844347.html fornisce lo stato di obiettore di coscienza a coloro che si oppongono a tutte le guerre per motivi di coscienza morale. Ma gli obiettori non possono scegliere le loro guerre. Amnesty International afferma che vi è un diritto all’ “obiezione selettiva” e che coloro che sono stati puniti per essersi rifiutati di partecipare a una guerra che ritengono immorale sono “prigionieri di coscienza”.

Ci sono circa 250 soldati che hanno disertato la guerra e che sono prigionieri o sono fuggiti in altri paesi. Nel mese di aprile 2009 l’esercito ha condannato Clifford Cornell, un oppositore che è stato costretto a lasciare il suo rifugio in Canada, a dodici mesi in un carcere militare.

L’amnistia per tutti i resistenti alla guerra dipenderà dalla lotta più grande di portare a casa le truppe e porre fine alle guerre illegali, all’occupazione in Iraq e in Afghanistan. Si deve indagare sui funzionari di alto livello che sono responsabili di crimini di guerra. E vergognoso che i responsabili delle guerre e dei suoi crimini siano ancora in libertà mentre i resistenti vengono perseguitati.
http://www.thenation.com/doc/20091109/brecher_smith

dollaro, monete, yuan di Vincenzo Comito

Le monete sono loro, i problemi sono nostri 22/01/2010

Il braccio di ferro tra dollaro e yuan ci porta dritti verso il disastro. I perché di una disputa a due che ignora il resto del mondo. E le vittime predestinate

“…stiamo assistendo alla lenta marcia in avanti del treno del disastro. Dobbiamo fermarlo prima che sia troppo tardi…” (M. Wolf, a)

“…nessuno ha un’idea convincente di come uscirne…” (D. Rodrik)

“…la moneta è la nostra, il problema è il vostro…” (J. Connally, già governatore del Texas)

“…i cinesi stanno giocando un gioco pericoloso…” (P. Krugman, a)

“…il vero scopo (delle richieste di rivalutazione dello yuan) è quello di frenare lo sviluppo cinese…” (Wen Jaobao)

Premessa

La crisi, che non si decide a passare veramente, lascia in eredità al nuovo anno, sul fronte economico e finanziario, una serie di problemi irrisolti. Così il 2010 si apre sulla polemica relativa alla presunta, mancata rivalutazione dello yuan cinese. Si tratta di un tema intorno al quale si intrecciano, in un groviglio complesso, problemi tecnici e problemi politici; nel fondo, se guardiamo alla cosa in maniera benevola, vi troviamo la ricerca di un migliore e più stabile assetto dei rapporti economici e finanziari internazionali, mentre se vi diamo invece uno sguardo più disincantato, individuiamo sostanzialmente una lotta sorda per fissare nuovi rapporti di forza tra Usa e Cina, con l’Europa nel ruolo della comparsa.

Alcuni fatti

A metà del 2005, in relazione anche alle pressioni statunitensi, la Cina ha lasciato che lo yuan si rivalutasse ed in tre anni, sino al luglio 2008, il suo rapporto di cambio con il dollaro è cresciuto così di circa il 21, 5%. Da allora, la valuta cinese è stata tenuta legata al dollaro con un rapporto fisso, pari a 6,825 renminbi per un dollaro. Come è noto, nel frattempo la moneta Usa si è svalutata in misura consistente, tendendo a trascinare in giù anche il rapporto di cambio dello yuan con le altre principali monete, in particolare con l’euro.

Negli ultimi tempi, il coro di quelli che in Occidente chiedono una rivalutazione della moneta cinese –molti stimano che sia necessario che il suo valore cresca del 25% rispetto al dollaro- si è fatto sempre più forte.

A favore della rivalutazione

Sul fronte dei sostenitori di una rivalutazione, insieme a tanti uomini politici statunitensi ed europei, troviamo diversi economisti; tra i tanti, vogliamo citare M. Wolf (Wolf, 2009, a e b), P. Krugman (Krugman, 2009, a e b), M. Feldstein ( Feldstein, 2009), D. Strauss-Khan, nonché, infine, J. P. Trichet.

Questi commentatori argomentano che una rivalutazione dello yuan non aiuterebbe soltanto a ridurre gli sbilanci commerciali e finanziari a livello mondiale e in particolare il deficit commerciale statunitense. Più in generale, essi sottolineano l’esigenza che le famiglie americane risistemino le loro finanze, riducendo in particolare i loro debiti. Questo comporta un aumento nel livello dei risparmi, una riduzione nei livelli di consumo ed un incremento delle esportazioni del paese, cosa che richiederebbe un dollaro più debole. La stretta della cinghia statunitense dovrebbe essere bilanciata da un aumento rilevante nei consumi nei paesi con surplus delle partite correnti e con abbondanti risparmi, la Cina in primo luogo (Banyan, 2009).

Secondo lo stesso tipo di commenti, la rivalutazione dello yuan sarebbe di grande beneficio alla stessa Cina, aiutandola, tra l’altro, a riprendere in mano il controllo della propria politica monetaria; tenendosi legato al dollaro, in effetti, oggi il paese sta importando la politica monetaria statunitense, che è invece troppo permissiva per un paese a crescita rapida come la Cina (The Economist, 2009). Una moneta più forte aiuterebbe anche a riequilibrare l’economia, rendendola meno dipendente dalle esportazioni e collocando così il suo sviluppo futuro su di un sentiero più sostenibile. Essa aumenterebbe in effetti il potere d’acquisto delle famiglie, nonché la quota del lavoro sul pil, mentre aiuterebbe a riorientare gli investimenti, a accrescere il peso dei servizi rispetto all’industria, nonché a controllare l’inflazione (The Economist, 2009). Così, nelle parole di Feldstein (Feldstein, 2009), uno yuan più forte ridurrebbe gli squilibri interni e quelli globali.

La risposta alla crisi, che si è basata sull’aumento nel livello del credito e degli investimenti fissi, mentre ha avuto il merito di sostenere la domanda, ha comportato il mantenimento di un modello di sviluppo centrato sulla creazione di ulteriore capacità produttiva in eccesso e la continuazione del sostegno alle esportazioni. Si tendono a scaricare i costi dell’aggiustamento strutturale degli squilibri mondiali sui partner commerciali. Così per Krugman quella cinese è una politica di stampo mercantilistico, predatoria (Krugman, 2009, b). Tale linea d’azione va bene per gli industriali cinesi, non certo per i consumatori (Krugman, 2009, a).

Le politiche cinesi del cambio e quelle strutturali preoccuperebbero così il mondo. Cosa potrà succedere, si chiede Wolf (Wolf, 2009, a) se i paesi in deficit riducessero il livello della loro spesa in relazione al reddito, mentre i paesi in surplus continuassero nella loro politica di eccesso di produzione sul reddito, esportando la differenza? Ne conseguirebbe una depressione. Cosa succederebbe se invece gli stessi paesi in deficit sostenessero la domanda interna con massicci deficit di bilancio? Una forte crisi nella posizione fiscale degli stessi stati. Nessuna delle due alternative, afferma Wolf, appare accettabile. Abbiamo bisogno, scrive l’autore, di politiche concordate di aggiustamento, senza le quali un’ondata di protezionismo nei paesi in deficit appare inevitabile, con grandi difficoltà in generale per l’assetto dell’economia mondiale.

Per completezza di analisi ricordiamo soltanto che a fine 2009 le riserve valutarie cinesi avevano quasi raggiunto, secondo le cifre ufficiali, i 2.400 miliardi di dollari –il che significa che le cifre reali dovrebbero collocarsi intorno ai 2.700/2.800 miliardi.

Contro la rivalutazione

Da parte cinese, oltre che, anche in questo caso, agli interventi dei politici, si lascia volentieri la parola, sul piano tecnico, a degli esperti occidentali. Così, il quotidiano China Daily (www.chinadaily.com.cn, 2009) riporta le valutazioni di Shaun Rein, fondatore del China Market Research Group, nonché quelle di J. Warner, del Daily Telegraph.

Le loro argomentazioni sono sostenute anche da altri esperti, quali ad esempio J. O’Neill, capo economista della Goldman Sachs e D. Rodrik, professore ad Harvard (O’ Neill, 2009; D. Rodrik, 2009), che, dalle colonne del Financial Times, hanno argomentato in particolare contro le tesi di Wolf.Intanto i cinesi sembrano d’accordo in generale sul fatto che lo yuan debba essere nel lungo termine rivalutato, ma affermano che questo non è il momento giusto. Per cominciare a parlare di rivalutazione, suggerisce qualcuno, l’economia dovrebbe arrivare ad una situazione di maggiore stabilità.

In ogni caso, una rivalutazione dello yuan del 25% sarebbe inaccettabile perché metterebbe fuori mercato molte imprese esportatrici e getterebbe sul lastrico diversi milioni di persone. P. Krugman si preoccupa invece soltanto dei circa 1,5 milioni di lavoratori che perderebbero il lavoro negli Stati Uniti se lo yuan non fosse rivalutato.

Secondo Rodrik, se con la rivalutazione la crescita economica cinese si riducesse in maniera significativa –e secondo i suoi calcoli con un apprezzamento del 25% la riduzione sarebbe superiore a 2 punti percentuali di pil all’anno, ciò che potrebbe portare l’economia cinese al di sotto di quella soglia dell’8% annuo che è considerata critica per mantenere la pace sociale interna-, si tratterebbe di una tragedia per il motore di riduzione della povertà più efficace che ci sia al mondo e, potenzialmente, un disastro in termini di stabilità politica e sociale. Ma forse è quello che, aggiungiamo noi, almeno alcuni politici occidentali auspicano. In sostanza, probabilmente, si vorrebbero ripetere con la Cina le stesse mosse che a suo tempo riuscirono così bene prima con l’Europa nel 1971, con la cancellazione degli accordi di Bretton Woods, che portarono al blocco del boom economico europeo, successivamente con il Giappone, che ad un certo punto, verso la fine degli anni ottanta, fu spinto dagli americani a rivalutare fortemente lo yen, cosa che contribuì non poco alla crisi successiva di quella economia. Ma la Cina non è ne l’Europa, né il Giappone; essa non ha, tra l’altro, alcun debito politico nei confronti della superpotenza Usa.

O’Neill, invece indica che i modelli econometrici di cui si serve alla banca, mentre prima della rivalutazione del 2005 mostravano chiaramente che lo yuan era sottovalutato, ora danno invece una risposta molto più incerta. Egli ricorda inoltre che, in questo momento, le importazioni cinesi stanno crescendo più delle sue esportazioni –in effetti, esso è diventato nel 2009 il secondo importatore mondiale.

C’è chi afferma inoltre che una rivalutazione dello yuan porterebbe solo benefici molto limitati agli Stati Uniti; essa non ridurrebbe di molto il suo deficit commerciale, dal momento che vi è solo una piccola sovrapposizione tra le produzioni americane e quelle cinesi e così gli americani sarebbero costretti a pagare di più per le merci cinesi, costringendo a stringere ancora di più la cinghia le classi medie e popolari. In alternativa, si dovrebbe ricorrere ad altri produttori stranieri, come il Vietnam: le cose non cambierebbero. Sul piano finanziario, poi, la Cina sarebbe meno in grado di comprare buoni del tesoro statunitensi e contribuire così a finanziare la ripresa economica di quel paese.

I cinesi hanno poi buon gioco nel ricordare che il loro attuale boom economico, indotto anche dal controllo della moneta, sta tenendo in piedi l’economia del mondo e che, peraltro, il loro surplus si sta riducendo in maniera significativa. Così, la Banca Mondiale ha previsto di recente che il saldo positivo delle partite correnti cinesi dovrebbe ridursi di quasi la metà nel 2009, passando dal 9,8% del pil nel 2008 al 5,6% nel 2009 per scendere al 4,1% nel 2010 (Dyer, 2009), stima che però i recentissimi incrementi delle esportazioni cinesi verso il resto del mondo rendono in qualche modo dubbiosa, almeno per il 2010.

In ogni caso, gli stessi cinesi possono ricordare che i loro consumi interni stanno già aumentando ad un ritmo molto sostenuto –circa il 16% su base annua di recente- e che ci vuole comunque parecchio tempo per arrivare a riorientare in maniera adeguata la loro economia.

Sul fronte valutario, di fronte a quelli che affermano che nell’ultimo periodo la moneta cinese si è svalutata nei confronti di tutte le altre, essi ricordano che se si parte dagli inizi del 2008 lo yuan si è in realtà apprezzato rispetto alle altre monete, tranne che allo yen.

Per quanto riguarda i suoi interlocutori più diretti, Pechino critica in maniera generale la caduta del livello del dollaro e, più in generale, le politiche fiscali e monetarie statunitensi. Il grande deficit fiscale Usa mette in dubbio la sicurezza degli investimenti cinesi in obbligazioni di quel paese, mentre la combinazione di un dollaro debole e di bassi tassi di interesse incoraggia la speculazione internazionale. Come sostiene a questo proposito anche Rein, il più grave problema valutario in questo momento non è quello della debolezza dello yuan, ma quello del dollaro.

Conclusioni: il treno del disastro

Nella disputa sullo yuan non è alla fine del tutto sicuro né come stiano veramente le cose, né cosa bisogna veramente fare. Assistiamo ad un dialogo tra sordi, mentre torti e ragioni sembrano interconnessi in maniera inestricabile.

La Cina ha certo il diritto di difendere la sua economia e il livello dell’occupazione. Ma, siamo sicuri su quali obiettivi essa stia difendendo veramente? Forse i dirigenti cinesi non pensano tanto ai lavoratori e all’occupazione, ma agli interessi dell’industria pesante e della finanza, in particolare a quelli delle imprese di stato (The Economist, 2009).

Dal canto loro, gli Stati Uniti hanno sempre cercato di scaricare i loro problemi finanziari e monetari sugli altri paesi, con un atteggiamento che le parole di Connally di qualche decennio fa sintetizzano ancora perfettamente. Una volta tanto, però, l’operazione gli riesce oggi più difficile.

In ogni caso, ridurre il surplus in Cina richiede profondi cambiamenti strutturali nell’economia e nella società, così come ridurre il deficit negli Stati Uniti (Spence, 2010).

Nessuno dei due contendenti sembra, tra l’altro, preoccuparsi in alcun modo della sorte dei paesi più deboli.

Intanto chi ne esce anche con le ossa rotte è l’euro (De Cecco, 2010), che assorbe sul cambio gli effetti di quello che sta succedendo altrove, con le prevedibili pesanti conseguenze negative sul commercio estero dei paesi dell’Unione. La preoccupazione maggiore, in questa situazione, va più in generale ai destini del mondo; il sistema delle relazioni economiche internazionali potrebbe essere gravemente danneggiato dalla disputa.

A questo punto ci sentiamo di fare, in conclusione, soltanto due affermazioni. La prima riguarda la necessità di dare la priorità ad una concertazione internazionale, che porti al ripensamento complessivo dell’attuale sistema monetario internazionale, di cui appaiono oggi tutti i limiti. Dovrebbe, tra l’altro, emergere un sistema dei cambi più stabile, mentre, più in generale, bisognerebbe arrivare a ribilanciare il potere economico e finanziario internazionale.

La seconda, più operativa, fa riferimento alla previsione che alla fine, all’orizzonte 2010, si profila probabilmente una rivalutazione molto moderata dello yuan – i mercati stanno già scontando che essa si collocherà intorno al 3%; noi azzardiamo la previsione che essa possa arrivare anche al 4-5%, con un movimento verso l’alto che potrebbe partire sommessamente forse già verso marzo/aprile-; essa potrà preludere a delle misure un po’ più sostenute nell’anno successivo.

Testi citati nell’articolo

– Bayan, Currency contorsion, The Economist, 1 dicembre 2009

– De Cecco M., La tortura dello yuan, La Repubblica, Affari e finanza, 18 gennaio 2010

– Dyer G., China current account surplus set to fall, www.ft.com, 4 novembre 2009

– Feldstein M., Why the renmimbi has to raise to address imbalances, www.ft.com, 29 ottobre 2009

– Krugman P., World out of balance, www.nyt.com, 16 novembre 2009, a

– Krugman P., Chinese new year, www.nyt.com, 31 dicembre 2009, b

– O’Neilly J., Reply, www.ft.com/economistforum, 14 dicembre 2009

– Rodrik D., Reply, www.ft.com/economistforum, 14 dicembre 2009

– Spence M., The West is wrong to obsess about the renmimbi, www.ft.com, 21 gennaio 2010

The Economist, China’s currency. A yuan sided argument, 18 novembre 2009

– Wolf M., Why Exchange rate policy is a common concern, The Financial Times, 9 dicembre 2009, a

– Wolf M., Grim truths Obama should have told Hu, www.ft.com, 18 novembre 2009, b

http://www.chinadaily.com, Expert: push for stronger yuan does no good, 22 novembre 2009

http://www.sbilanciamoci.info/Sezioni/globi/Le-monete-sono-loro-i-problemi-sono-nostri

L’indegno silenzio sul reddito garantito di base

di Giuseppe Allegri

ABSTRACT

Riflessioni a voce alta su riforma degli ammortizzatori sociali e reddito garantito in Italia.

L’assai onorevole Ministro del Welfare Maurizio Sacconi, solo un mese fa, di risposta a una domanda sulla riforma degli ammortizzatori sociali, ebbe a dire: “ho nel cassetto il disegno di legge sullo Statuto dei lavori e sulla riforma degli ammortizzatori sociali. Le posso anticipare che il sistema sarà razionalizzato, ma sarà come oggi a base assicurativa e a due pilastri; niente reddito garantito per nessuno, perché bisogna evitare ogni forma di deresponsabilizzazione e di intrappolamento fuori dal mercato del lavoro”. Era domenica 22 novembre 2009, pagina 5 de Il Sole 24 Ore, autore dell’intervista Fabrizio Forquet.

Neanche un mese dopo, sabato 19 dicembre le pagine economiche dei maggiori quotidiani italiani rilanciano le affermazioni di Mario Draghi, Governatore della Banca d’Italia, in occasione del ricevimento di una laurea honoris causa in Statistica all’Università di Padova: “«Indennità per tutti i disoccupati»” (titolo de La Stampa, p. 27); “«Ammortizzatori sociali, troppi esclusi»” (titolo del Corriere della Sera, p. 44).

Sulla stessa pagina del Corsera un commento di Maurizio Ferrera sostiene la necessità di “istituire uno schema di base con prestazioni omogenee per tutti i lavoratori.” Abbandonando “la vecchia impronta assicurativa (particolarmente punitiva nei confronti dei precari, che spesso non prendono niente)”, per “adottare invece l’approccio dell’«universalismo selettivo»: tutti i disoccupati possono accedere a sussidi differenziati in base alla situazione economica, a patto che si diano da fare per cercare un nuovo posto di lavoro”.

La timida risposta del Ministro Sacconi arriva il giorno successivo: un disegno di legge per lo Statuto dei lavori verrà presentato dopo le elezioni regionali della prossima primavera. Due saranno i pilastri della riforma: «una indennità di disoccupazione su base generalizzata ed un secondo strumento integrativo che sarà soprattutto rivolto a conservare il rapporto di lavoro quando, può ridursi il volume della produzione ed anche le ore lavorate» (così il commento virgolettato dalle pagine de Il Mattino on line).

Appare evidente quanto il Governo sia incapace di articolare un progetto adeguato alle esigenze poste dalla nuova questione sociale, del precariato e del lavoro autonomo senza sicurezze, garanzie e diritti, dinanzi a una crisi che tutti auguriamo di lasciarci alle spalle nel 2010; con l’amara consapevolezza che da quella fuoriuscita non giungerà nuovo lavoro, né tanto meno la possibilità di recuperare i posti di lavoro perduti.

E fanno tenerezza, per non dire rabbia, le reazioni dei sindacati confederali al dialogo a distanza Sacconi-Draghi, a partire da Susanna Camusso (Cgil), la quale si premura di osservare che “sulla riforma degli ammortizzatori sociali non ci risulta sia aperto un tavolo”; “ci auguriamo, comunque, che il governo non decida di procedere come spesso ha già fatto: ossia portando il testo del decreto direttamente alla fiducia, senza discuterlo” (il Ministro Sacconi parla esplicitamente di un Disegno di Legge da presentare alle Camere a primavera, ndr). Per concludere poi, mestamente, che “non vedo nelle parole del ministro nessuna valorizzazione della cig e del suo eventuale allargamento” (così una nota  Ammortizzatori sociali e Statuto dei lavori, impegni per il 2010, on line su AdnKronos/Labitalia). È un misto di lagnanza per l’assenza di consultazione, cui si affianca la rivendicazione di uno strumento, come la cassa integrazione guadagni (straordinaria, ci verrebbe da aggiungere), sicuramente necessario in questi tempi, poiché non c’è nulla di meglio, ma limitato a una fetta assai minoritaria della forza lavoro attiva e in crisi, in questo Paese; e che comunque passa attraverso la mediazione-cogestione sindacale. Elemento centrale quest’ultimo, ribadito anche da Giorgio Santini (Cisl), che auspica “una forma di protezione grazie alla bilateralità e alla cassa ordinaria” (nella stessa nota di agenzia); cioè al potenziamento degli enti bilaterali, in cui il sindacato confederale la fa da padrone, e rilancio dello status quo della cig.

Sembra di assistere ad uno stanco e odioso gioco delle parti. Con il Governo a recitare il ruolo di chi non mette i soldi e lascia del tutto inattuato il processo di estensione delle garanzie e delle tutele alle nuove forme del lavoro; con buona pace di giuslavoristi assassinati sotto le loro case, come Massimo D’Antona e Marco Biagi, che lo stesso Governo cita, senza dare una minima conseguenza al proprio aprire bocca. Al contempo il Governatore di Bankitalia passa a battere cassa in nome del rilancio dell’economia a suon di crescita dei consumi; e se i soldi non ci sono, almeno un po’ di reddito lo Stato deve darlo. Se non altro ha il merito di parlare quasi rawlsianamente di “equità sociale” e di pericolo di tenuta per gli “esclusi” dalle garanzie del Welfare: è un indubbio punto a suo favore! Di contorno le forze sindacali confederali intravedono il rischio di deperimento della loro possibilità di mediazione, controllo, gestione delle relazioni tra economia, politica e lavoro. È questo un passaggio assai delicato, che meriterà ulteriori interlocuzioni e chiarimenti; in particolare con la Cgil: ci si assesterà ancora, e per sempre, sulla difesa resistenziale di un accordo sociale oramai sconosciuto alle ultime due generazioni di precari-e, autonomi e disoccupate/i? Hic Rhodus, hic salta!

È per lo meno da un ventennio che il modello sociale italiano dovrebbe essere adeguato alle trasformazioni della legislazione sul mercato del lavoro. E ormai un trentennio e oltre che l’intero sistema di produzione, tutela e garanzia delle forme del lavoro necessita di un nuovo patto sociale post-fordista, che tuteli l’essere umano e la sua esistenza dignitosa al di là del lavoro. Non ci risulta che riformisti, reazionari, socialisti, liberali, conservatori, nonché più o meno ex comunisti e democristiani, lo abbiano mai fatto. Per tacere dei sindacati confederali, ancorati alla base di pensionati e dipendenti a tempo indeterminato della grande fabbrica e della funzione pubblica centrale e locale.

In mezzo a questo ridicolo e tragico teatrino (ben oltre quello che Artaud poteva immaginare teorizzando il teatro della crudeltà), in cui tutti i soggetti coinvolti mirano alla conservazione di insopportabili e inique rendite di posizione, finiscono stritolate per lo meno due generazioni di venti-quarantenni.

Eppure, nel silenzio assordante di una società immobile e di una classe dirigente autoreferenziale, lo spazio ci sarebbe per cambiare, radicalmente, le cose. Lo chiedono i lavoratori autonomi e consulenti riuniti in ACTA (Associazione Consulenti del Terziario Avanzato), con la loro azione di sensibilizzazione alla Triennale di Milano riguardo alla gestione separata INPS in cambio dell’assenza di qualsiasi tutela sulla continuità di reddito e l’assistenza sociale. Lo pensano sociologi, giuslavoristi, economisti che vogliono farla finita con un modello sociale il cui unico strumento di reale garanzia per le difficoltà dei singoli è la famiglia (e spesso la donna), sia per i più giovani, che per i più anziani.

E questo spazio si situa dentro la certezza della definizione di un reddito garantito, di base, che accompagni le più o meno giovani generazioni dentro e fuori dal mercato del lavoro, insieme con i nuovi espulsi dalle forme del lavoro, ai tempi della crisi. È una questione di civiltà e di rispetto dell’autonomia individuale, della libertà di accettare o rifiutare un lavoro, dell’autodeterminazione per esercitare il proprio diritto all’intrapresa economica. Sarebbe un orizzonte post-lavorista, libertario, sociale e garantista, sul quale varrebbe la pena discutere, ma solo per come applicarlo. Assumendo che la tutela dell’essere umano oltre, e spesso contro, le attuali forme del lavoro, è una questione di dignità umana. E una società che non adegua le forme di tutela e garanzia per rendere più dignitosa l’esistenza dei più giovani (insieme con quella dei più anziani) merita di essere dimenticata dalla Storia.

http://www.bin-italia.org/article.php?id=1481

reperito il 28.01.2010

Lo scrittore è morto a Cornish, New Hampshire. Aveva 91 anni. Nel 1951 uscì il romanzo che lo ha reso un mito giovanile. A cui seguirono decenni di reclusione volontaria

Addio a Salinger, una vita misteriosa tra “Il giovane Holden” e tanto silenzio 28.01.2010

di CLAUDIA MORGOGLIONE

NEW YORK – J. D. Salinger è morto oggi a Cornish, New Hampshire, la cittadina dove ha trascorso gran parte della sua vita appartatissima. Aveva 91 anni. L’autore del Giovane Holden, lo scrittore che col suo romanzo – uscito nel 1951 – ha rappresentato in mito per diverse generazioni di giovani, resterà per sempre un simbolo di ribellione, di inquietudine, per chi sta per attraversare la “linea d’ombra” tra l’infanzia e l’età adulta. Un mito alimentato anche grazie alla sua esistenza misteriosa; all’alone di segretezza, quasi di leggenda, che la sua incredibile riservatezza creò attorno a lui.

Pochissime infatti, nel corso dei decenni, le informazioni sulla sua attività di scrittore. E ancora meno sulla sua vita privata. Quel che è certo è che Jerome David Salinger nacque a New York nel gennaio del 1919. Che partecipò alla Seconda guerra mondiale, prendendo parte anche allo sbarco in Normandia. E nel 1953, due anni dopo l’exploit dovuto alla pubblicazione del suo libro più celebre, si spostò dalla Grande Mela al New Hampshire. Cominciando una reclusione volontaria che si è conclusa solo con la sua morte. Nel 1955 sposò una studentessa, Claire Douglas, da cui ebbe due figli, Margaret e Matt, e dalla quale fu lasciato nel 1966.

Queste sono tra le poche notizie disponibili su di lui. Negli ultimi  cinquant’anni, infatti, lo scrittore ha rilasciato pochissime interviste. Una, nel  1953, a una studentessa per la pagina scolastica The Daily Eagle di Cornish, un’altra, nel 1974, al New York Times. Non si ricordano sue apparizioni pubbliche. E dal 1965 – anno in cui sulla rivista

New Yorker apparve il suo ultimo racconto – non ha mai pubblicato nulla. Esiste però una sorta di leggenda, messa in giro da persone vicine al suo agente, sull’esistenza di una cassaforte piena di manoscritti inediti che avrebbero dovuto essere pubblicati dopo la sua morte.

Nell’attesa di sciogliere questo mistero, di Salinger restano le opere pubblicate. A partire, naturalmente, dal romanzo che gli ha dato fama eterna: Il giovane Holden (titolo originale Catcher in the Rye), appunto. Un romanzo di formazione anomalo, la crisi precoce di un ragazzino di buona famiglia, insofferente a tutto, raccontata in presa diretta. Un eroe anomalo, il suo, un disadattato di lusso con cui tanti adolescenti, in tutto il mondo, non hanno potuto non identificarsi. Tra gli altri suoi lavori, vanno ricordati Alzate l’architrave carpentieri, I nove racconti e Franny e Zooey. Tutti all’insegna del disagio esistenziale.

Un disagio che, probabilmente, spiega gli eccessi di riservatezza di Salinger. Che nell’era dei mass media e delle esistenze celebri sbattute sulle pagine dei giornali assume una valenza quasi eroica. E infatti lui, per difenderla, non esitò ad andare in tribunale, negli anni Ottanta, per impedire la pubblicazione di una sua biografia. “Mi occupo di narrativa”, disse al giudice, e poco altro. Prima di tornare al suo esilio volontario.

http://www.repubblica.it/spettacoli-e-cultura/2010/01/28/news/morto_salinger-2110784

Aiuto, ci siamo persi il privato 29.01.2010

Il sociologo Sofsky denuncia come ormai nemmeno più avvertiamo l’incessante sorveglianza: ogni minimo dato e atto della nostra vita è registrato, eppure nessuno sembra spaventarsi

WOLFGANG SOFSKY

Oggi l’incessante sorveglianza non viene praticamente avvertita dalla maggior parte delle persone. Tecnica e attuazione dello spionaggio quotidiano hanno luogo senza che la gente quasi se ne accorga. Da un pezzo si è abituata alle telecamere, alle tessere degli sconti e ai messaggi pubblicitari. Alcune cose appaiono fastidiose, altre inevitabili, molte sono invisibili e ignote. Le telecamere promettono sicurezza, i servizi informatici offrono comodità. A parte qualche sporadica seccatura, il cittadino trasparente apprezza le facilitazioni dell’era digitale. Senza esitazioni rinuncia a essere inosservato, anonimo, inaccessibile. Non avverte la perdita della libertà personale. Nemmeno immagina che ci sia qualcosa da difendere.

È troppo poco geloso della propria sfera privata per preservarla a costo di altri vantaggi. La privatezza non è un programma politico che possa portare voti. La tutela del segreto non è un compito suscettibile di consenso nelle società della comunicazione dilagante. L’esigenza di essere lasciati in pace è poco diffusa. Contrasta troppo con lo spirito di un’epoca che butta tutto in politica e antepone la notorietà alla privatezza. Ma il fatto che la protesta latita e la difesa è fiacca non implica che il pericolo sia irrisorio.

Le persone lasciano più tracce di quanto immaginano. A nessuno è più concesso di sottrarsi tacitamente alla società e di essere lasciato in pace. La pista è così ampia che investigatori capaci sono in grado di appurare in un attimo dove uno è stato e con chi ha parlato. Non è possibile per il singolo cambiare maschera di nascosto e diventare altro da quello che è. Non può travestirsi né scomparire per qualche tempo. Il suo corpo viene continuamente passato ai raggi, il suo percorso di vita registrato, la sua condotta documentata. E quanto più a lungo i dati restano memorizzati, tanto più scarse le possibilità dell’oblio. Il sapere archiviato aumenta quotidianamente. In caso di dubbio ogni fatto del passato può essere ricostruito. Nulla viene trascurato, ignorato, perdonato. Perciò gli individui sono condannati ad affidarsi totalmente a se stessi. Devono mettere in conto ogni traccia, valutare preventivamente tutte le conseguenze delle proprie azioni. Se ogni negligenza, ogni errore, ogni leggerezza vengono registrati, la spontaneità dell’agire è compromessa. Ogni azione viene esaminata e giudicata. Nulla sfugge all’attenzione. Il passato soffoca il presente, e al futuro non si affida comunque nessuno, perché nessuno è in grado di assumersi la responsabilità delle proprie predilezioni, disattenzioni e inaffidabilità. Se a intervalli regolari non venissero cancellati certi dati e fatte sparire certe tracce, gli esseri umani sarebbero reclusi nel carcere della loro storia. Queste prospettive però non sembrano spaventare nessuno. Nelle odierne società occidentali vige – come si suole dire – la legge del cambiamento, della caducità. Le mode vanno e vengono, i conoscenti mutano, i pensieri sono già svaniti prima ancora di prendere corpo. Ovunque si diventa testimoni involontari di discorsi insulsi. Massa, volume acustico e velocità della comunicazione sono esplosi.

Nonostante i programmi di filtraggio, nessun teleschermo sarebbe in grado di preservare in modo attendibile tutte le tracce sospette nel caos dei suoni e delle immagini. Il primo interesse non è il segreto privato, ma la messa in scena pubblica di se stessi. Chi non si vede, non esiste, dice la legge della società mediatica. Non si teme di essere spiati, ma di non essere notati. La gente di oggi pare costantemente dedita a fissare la propria immagine. Perché mai uno dovrebbe essere infastidito dalla telecamera nel centro commerciale, quando egli stesso corre da un’istantanea all’altra mettendosi subito in posa davanti a ogni nuovo sfondo?

Per farsi ancora notare nel guazzabuglio mediatico e lasciare una traccia nella memoria sociale, oggi molti ricorrono a espedienti stravaganti. Ogni mezzo è buono; le loro esternazioni sono stridule e isteriche, le loro opinioni astruse e demenziali, il loro aspetto bizzarro ed eccentrico. A ogni costo vogliono apparire sui teleschermi nazionali per riversare sui telespettatori le banalità della loro esistenza. Una volta spenti i riflettori, scompaiono di nuovo nella massa senza troppo rumore.

La smania volgare di effimero protagonismo accelera la distruzione del privato. L’economia della notorietà rende ciechi nei confronti del pericolo politico. Il desiderio di emergere personalmente ha perso da un pezzo il senso del privato. Dunque non è il caso di dare il cessato allarme. Peggio ancora: sono proprio necessarie le apparecchiature radioscopiche, se le persone si mettono a nudo volontariamente? Superflue appaiono le intercettazioni ambientali, se i colloqui a quattr’occhi rappresentano soltanto una parte infinitesimale della comunicazione, mentre i dialoghi per telefono, telescrivente o Internet possono essere registrati in qualsiasi momento. È proprio necessario captare e registrare ogni sillaba, se il diluvio di parole delle conversazioni quotidiane cela soltanto il vuoto dell’insignificanza? Non ci sarà neppure più bisogno di telecamere, dato che nel prossimo futuro ognuno porterà con sé una carta di identità grazie alla quale sarà sempre possibile scoprire dove si trova.

© 2007 by Wolfgang Sofsky
© C. H. Beck Verlag 2007
© 2010 G. Einaudi, Torino
Traduzione di Emilio Picco

(fonte: Tuttolibri, in edicola sabato 30 gennaio)

http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplrubriche/Libri/grubrica.asp?ID_blog=54&ID_articolo=2411&ID_sezione=81&sezione=

La superstar della street art Banksy diventa regista 27.01.2010

Di Andrea Girolam

Lui è lo street-artist più famoso al mondo. Ha iniziato ad imbrattare, si fa per dire, i muri di Bristol (dove è nato) e Londra finendo nel giro di qualche anno ad esporre in prestigiose mostre monografiche e ricevendo i complimenti di superstar come Brad Pitt che insiste nel definirlo il suo artista preferito.

Nonostante l’enorme notorietà raggiunta Banksy è riuscito nell’impresa più difficile: mantenere il più totale anonimato. Nessuno conosce il suo volto o ha mai sentito la sua voce. Adesso presenta il suo primo film come regista intitolato Exit Through The Gift Shop, senza rinunciare a questa regola d’invisibilità fondamentale, anzi mescolando ancora di più le carte in tavola.

Neppure i giornalisti presenti al Sundance Festival in corso in questi giorni in America sapevano nulla dell’arrivo della pellicola che è stata inserita tra le proiezioni all’ultimo momento con grande sopresa di tutti. Si tratta di un documentario vero e proprio di cui circola da qualche giorno un bizzarro trailer online e che viene definita come: “Il primo disaster movie al mondo sull’arte di strada“.

La scusa è quella di seguire i passi dell’aspirante artista e video maker Thierry Guetta, deciso a girare un film proprio sulla street art. Vi compaiono alcuni dei più famosi esponenti contemporanei come Shepard Fairey, l’autore dell’iconico poster di Obama “Hope”. Al momento però di avvicinare lo stesso Banksy tutto prende una piega differente: Thierry si vede puntare contro la sua stessa camera e divenire dunque il protagonista di una bizzarra escalation nel mondo dell’arte, descritto come fallace e decadente.

L’arrivo di Exit Through The Gift Shop è stato annunciato solo dalla comparsa di alcuni graffiti dello stesso Bansky nelle principali città dello Utah, stato dove si svolge il Sundance Festival dove il film è stato presentato in anteprima assoluta.

Chi ha avuto la fortuna di vedere il film è stato attento a non svelare nulla più dello stretto necessario ma le prime reazioni sembrano decisamente entusiastiche. Adesso è solo una questione di tempo prima di scoprire con i nostri stessi occhi il talento di un prodigio invisibile come questo anche dietro la macchina da presa. Il film esordirà nelle sale inglesi il 5 marzo.

http://www.wired.it/news/archivio/2010-01/27/la-superstar-della-street-art-banksy-diventa-regista.aspx

al link il trailer

In un’oliva la Calabria di domani 21.01.2010

Croce amava spesso ripetere, a proposito di tutto il meridione: “Il Sud è un paradiso abitato da diavoli”. Ecco una storia positiva di come “fare impresa” in Calabria possa diventare una “battaglia per un nuovo modello di sviluppo” e un progetto di riscatto sociale. Quella di Domenico Cristofaro e della ‘sua’ Ecoplan.

di Ilaria Donatio

La prima cosa che Domenico Cristofaro dice al telefono, è che è un geometra calabrese figlio di due sarti, “per chiarire subito che lui è partito da zero”, che “se in Italia fare gi imprenditori è difficile anche quando si eredita un’impresa bell’e avviata”, partire da zero, può rivelarsi un “handicap”, perché “sei un pioniere, nel bene e nel male”.

La seconda è spiegare perché lo ha fatto: la “volontà di uscire fuori dai soliti schemi assistenzialistici”, la “voglia di dimostrare a se stessi e al territorio di poter fare qualcosa di diverso” e l’idea di “creare ricchezza e sviluppo con l’autoimprenditorialità”. Il territorio: tornerà spesso durante tutta la conversazione, per dire che non è solo teatro o sfondo, ma la chiave di tutto, perché “nulla sarebbe potuto essere fuori dalla Calabria”, questo è “fuori discussione”.

È subito chiaro, dunque, che questo pioniere di Polistena – nella parte orientale della Piana di Gioia Tauro, alle pendici dell’Aspromonte – ha grinta da vendere. Di lui e della sua impresa, Ecoplan, si è molto parlato negli ultimi mesi: un’“idea-progetto” concepita 17 anni fa ma ancora unica e rivoluzionaria per l’industria ambientale: da un impasto realizzato con la sansa esausta di olive (solo nella Piana se ne producono due milioni e mezzo di quintali ogni anno) – risultato dell’ultima spremitura delle olive – e con polipropilene riciclato, ottenuto con i residui della lavorazione di pannolini per bambini, Domenico ha costruito pannelli ecologici molto resistenti, con uno spessore che può arrivare fino a trenta millimetri (tanto che in un comune vicino Milano, ci hanno pavimentato i percorsi pedonali all’interno di un parco pubblico).

Ma le lastre dell’imprenditore calabrese sono adatte a una miriade di utilizzi: pavimenti, scaffali, mobili, arredi scolastici, allestimenti di soppalchi, strutture balneari, pianali di veicoli industriali o di container: tutto senza tagliare un albero. Una plastica speciale – la Ecomat – riciclabile all’infinito (l’azienda ritira e ricicla i propri prodotti a fine ciclo vita, abbattendo i costi di acquisto dei nuovi), ma priva di formaldeide o di altre sostanze cancerogene – spesso contenute nelle colle con cui si producono i pannelli in legno – che potrebbe scompaginare totalmente l’industria dei pannelli e dei laminati.

Così, è nata Ecoplan. Dopo “dieci anni di ricerca e sviluppo, spesi per mettere a punto il prodotto”, la linea di produzione è stata definitivamente messa a punto nel 2007 e già ha fatto notizia in tutto il mondo tanto che “cinesi e coreani” – produttori mondiali di container – “sono venuti a vederla” (ma, con un pizzico di orgoglio, Domenico ci informa che i campioni li ha chiesti anche un big come Norman Foster, grande architetto e designer britannico e L’Oréal li sta esaminando con attenzione, per i pavimenti e gli arredi “ecologici” dei suoi nuovi show room in giro per il mondo).

E la ‘ndrangheta? “Non si è fatta vedere, ancora, forse perché è un settore ad alta tecnologia che per ora non produce ricchezza,”. Ma se bussasse alla sua porta, Domenico non ha dubbi: “Se cedessi alla richiesta del pizzo, sarebbe come cederle un pezzo di mio figlio”. Lui, che di figli ne ha due (di dodici e quattordici anni), ha scelto una gestione sempre trasparente della sua impresa, a qualsiasi prezzo: come quando ha “restituito allo Stato oltre 250 mila euro dei finanziamenti ottenuti” (perchè non li aveva potuti spendere come inizialmente previsto, a causa di problemi legati alla ritardata messa a punto dell’impianto), su un totale di un milione e 300 mila euro di finanziamenti a fondo perduto, cui ha avuto accesso grazie alla legge 44 per l’imprenditoria giovanile (l’investimento complessivo realizzato è pari al doppio, circa due milioni e mezzo).

Neanche la malattia ha piegato questo calabrese vitalissimo e coriaceo che, per curarsi, qualche anno fa se n’è andato da solo a Milano, per poi tornare a occuparsi dell’azienda, “la sua medicina migliore”. E trova, di tanto in tanto, anche la forza di rassicurare chi gli sta accanto: “Mia moglie ha avuto, giustamente, momenti di stanchezza durante tutti questi anni” perché “non è facile seminare sempre e attendere il momento della raccolta: a un certo punto ti chiedi anche se arriverà, prima o poi”.

In futuro, dovrebbe partire un’altra sfida: quella di utilizzare al posto della sansa, la lolla di riso, cioé la parte dell’involucro che contiene il riso e che viene scartata durante il ciclo di lavorazione dello stesso. Nell’ambito del programma di cooperazione ambientale tra Italia e Cina, è allo studio il “progetto Ecomat”: nel dragone rosso la quantità di lolla presente, è talmente elevata da costituire un serio problema per il suo smaltimento. Ed ecco che Domenico pronto a scommettere: quella di realizzare, in Cina, uno o più impianti per la produzione di pannelli, utilizzando scarti industriali di origine vegetale, la lolla del riso, alternativi ai pannelli in legno tropicale perché, spiega, “la produzione di legname per scopi industriali è tra le cause principali della deforestazione nelle aree tropicali”.

La verità è che Italia è piena di progetti innovativi (che non fanno rumore) ma quando “fare impresa” diventa una “battaglia per un nuovo modello di sviluppo” (Ecoplan è stata premiata dalla Fondazione per lo sviluppo sostenibile, presieduta da Edo Ronchi), quando “investi in una terra” la cui economia è governata, in troppi settori, dalla ‘ndrangheta, e sorretta da braccia clandestine, come gli immigrati di Rosarno (a dieci chilometri dai padiglioni della Ecoplan), dove sfruttamento e illegalità sono all’ordine del giorno, allora si tratta di vera “resistenza” condita da un po’ di “sana utopia”.

“Questa, oltre ad essere una missione imprenditoriale”, è anche una “missione sociale, etica, responsabile, stimolatrice”, legata al territorio di cui vuole sfruttare in maniera positiva, peculiarità e caratteristiche. Ma “senza stravolgerne l’assetto, con lo sguardo rivolto al futuro in maniera glocale e, al tempo stesso, ecologica e sostenibile, con l’ambizione di eccellere in innovazione e in qualità”.

In quella Calabria, dove di “aziende produttive vere e proprie ce sono davvero poche; dove, se vuoi fare le cose per bene e nel rispetto della legge trovi difficoltà, mentre se vuoi tagliare per il ‘corto’, magari, tutto diventa più facile e fattibile”. A cominciare dal rapporto con le amministrazioni pubbliche, con le istituzioni, con le banche, con i fornitori con i clienti, con il tessuto sociale e imprenditoriale… “Quante volte mi hanno chiesto di entrare in politica! Ma io mi sentirei incoerente: posso essere parte della classe dirigente anche facendo l’imprenditore”.

Lui che “don Pino De Masi, l’ha visto crescere” ed ha sempre con sé “la tessera di Libera in tasca” (impegnata nella lotta contro tutte le mafie), riferisce il commento del sacerdote (referente dell’associazione per la Piana di Gioia Tauro) ai fatti di Rosarno: “Il problema immigrati non esula dal problema delle mafie perché è la ‘ndrangheta che gestisce tutto ed è sempre la criminalità organizzata che stabilisce i movimenti, le paghe ed il compenso dei caporali”.  Per poi citare quel detto antichissimo, che Benedetto Croce amava spesso ripetere a proposito di tutto il meridione: “Il Sud è un paradiso abitato da diavoli”. E chiudere con le parole del “più grande scrittore calabrese di sempre”, Corrado Alvaro, che nel suo diario, all’inizio di un viaggio che lo avrebbe portato a Torino per insegnare, scriveva “… è anche troppo quello che sono riuscito a combinare con tutti gli inconvenienti con cui sono partito: meridionale, povero, scrittore”.

http://temi.repubblica.it/micromega-online/in-unoliva-la-calabria-di-domani/

Applicazione su Mussolini è la seconda più scaricata in Italia

Articolo di Società cultura e religione, pubblicato giovedì 28 gennaio 2010 in Brasile.

[Epoca]

L’applicazione mostra discorsi e video del fascista nel periodo 1914-1938, quando era il leader in Italia

L’Italia continua ad essere fonte di molte polemiche. L’ultima riguarda le applicazioni della Apple, conosciute come apps, le più scaricate nel paese. Al secondo posto nella classifica c’è un’applicazione con 100 discorsi di Benito Mussolini, il fascista che si alleò con la Germania nazista di Hitler che comandava in Italia durante la Seconda Guerra Mondiale.

L’applicazione si chiama iMussolini, e può essere scaricata dall’Applestore italiano tramite internet al costo di 79 centesimi di euro. È battuta solo da un’applicazione che simula un raggio X e che secondo la pubblicità “ti permette di vedere nude le persone che ti sono accanto”. Creata da Luigi Marino, imprenditore di Napoli di 25 anni, l’applicazione di Mussolini è balzata da 55 downloads al giorno ai più di mille attuali.

L’applicazione contiene discorsi e video dal 1914, quando Mussolini prese il potere, fino al 1938, quando era al suo auge come leader in Italia. I discorsi sono accompagnati da foto dell’italiano con la scritta: “iMussolini, l’uomo che ha cambiato la storia del nostro paese”.

Nella sua pagina di presentazione, il creatore dell’applicazione racconta che è in preparazione una nuova versione con tutto il contenuto dell’era fascista. Sull’indirizzo internet, viene chiesto inoltre agli internauti di non lasciare messaggi inneggianti al fascismo.

“Vorrei ringraziare tutti coloro che scaricano l’applicazione, ma chiedo anche di non postare commenti inneggianti al fascismo. È stato un periodo delicato della nostra storia e l’applicazione offre l’opportunità agli italiani di esaminare e ascoltare ciò che Mussolini diceva. Non è un’applicazione a favore di Mussolini né del fascismo. È uno strumento per conoscere la storia”, ha detto Marino, il suo creatore. Dopo molti commenti polemici sull’applicazione, la Apple ha deciso di chiudere la pagina dei commenti.

[Articolo originale “App sobre Mussolini é o segundo mais baixado na Itália”]

http://italiadallestero.info/archives/8844

Onde radio per trovare le supernove 27.01.2010

Il radiotelescopio Very Large Array ha individuato per la prima volta una supernova attraverso le emissioni radio. Lo studio su Nature

Per la prima volta l’esplosione di una supernova è stata individuata attraverso le emissioni radio e non con l’osservazione dei lampi di raggi gamma rilasciati con lo scoppio. A riuscirci è stato il radio telescopio Very Large Array (Vla)National Science Foundation degli Stati Uniti. Lo raccontano, sulle pagine di Nature, gli astronomi che hanno osservato le registrazioni delle emissioni radio.

Quando alcuni particolari tipi di supernova esplodono, oltre all’energia liberano anche materia pesante a velocità prossime a quella della luce. La fuoriuscita di materia ad alta velocità genera i lampi di raggi gamma o Gamma ray burst (Grb). Fino ad oggi queste supernove erano state identificate soltanto attraverso la registrazione dei Grb. Il telescopio statunitense invece, grazie alle sue osservazioni radio, ha mostrato l’espulsione di materia pesante ad alta velocità durante l’esplosione della supernova SN2009bb – individuata per la prima volta lo scorso marzo – mentre non è stato possibile rilevare i raggi gamma. “È incredibile che le onde radio possano segnalare eventi di così grande energia”, ha commentato Roger Chevalier della University of Virginia.

Lo studio, svincolando l’individuazione delle supernove dall’uso dei satelliti per l’individuazione dei raggi gamma, apre nuove prospettive alla ricerca astronomica. “Le osservazioni radio diventeranno presto uno strumento più potente dei satelliti nella ricerca di questo tipo di supernova”, ha concluso Alice Sodererberg dell’Harvard Smithsonian Center for Astrophysics, “soprattutto grazie alle nuove prospettive offerte dal nuovo radiotelescopio Expanded Very Large Array in arrivo”. Per esempio potrebbero essere individuate stelle in cui i raggi gamma vengono smorzati nel momento dell’esplosione o vengono lanciati lontano dalla Terra. (c.v.)

Riferimenti: Nature doi:10.1038/nature08714

http://www.galileonet.it/news/12297/onde-radio-per-trovare-le-supernova

Sorpresa: l’Italia apre alla produzione di Canapa Terapeutica

Nonostante lo scetticismo di partenza degli stessi proponenti, è passata al Senato la proposta per la produzione di farmaci cannabinoidi da parte dell’Istituto Chimico Farmaceutico Militare di Firenze, partendo dal materiale che potrebbe essere fornito dal Centro di Ricerca per le Colture Industriali di Rovigo. Ecco l’articolo di Paolo Crocchiolo.

di Paolo Crocchialo, 30/01/2010

Mercoledì 20 gennaio si è svolta, presso la sede nazionale del partito radicale, una conferenza stampa organizzata dalla sen. Donatella Poretti per illustrare iniziative e proposte in tema di libertà di cura e cannabis terapeutica, nonché sulle nuove norme in discussione al senato riguardanti la terapia del dolore.

Alla conferenza stampa hanno partecipato, oltre alla Sen. Poretti, il sen. Marco Perduca, il farmacologo Paolo Pesel, l’avvocato Angelo Averni, Claudia Sterzi segretaria dell’associazione radicale antiproibizionista, Luigi Manconi, presidente di A Buon Diritto, Marco Cappato, segretario dell’associazione Luca Coscioni e Paolo Crocchiolo in rappresentanza del Forum Droghe e dell’Associazione Cannabis Terapeutica.

La discussione, oltre alla terapia del dolore (prevalentemente ottenuta mediante l’uso di oppiacei), è stata focalizzata principalmente sull’impiego terapeutico dei cannabinoidi, non solo per contrastare il dolore, ma anche nelle varie sindromi in cui la ricerca ne ha ampiamente dimostrato l’efficacia. Al termine della conferenza, la sen Poretti ha avanzato l’idea di proporre in parlamento un emendamento che preveda la produzione di farmaci cannabinoidi da parte dell’Istituto Chimico Farmaceutico Militare di Firenze, partendo dal materiale che potrebbe essere fornito dal Centro di Ricerca per le Colture Industriali di Rovigo.

La proposta presenterebbe il duplice vantaggio di evitare l’inutile spreco consistente nell’annuale distruzione di tutta la cannabis prodotta da parte del Centro di Rovigo e al tempo stesso di permettere un considerevole risparmio per lo Stato Italiano, che eviterebbe in tal modo di dover importare dall’estero come avviene oggi i farmaci cannabinoidi per i molti pazienti che ne hanno diritto.

Gli stessi estensori della proposta si sono dichiarati scettici sull’accoglimento della stessa da parte di un parlamento profondamente ideologizzato e prevenuto nei confronti della cannabis, ivi inclusa la cannabis terapeutica. Nei giorni successivi invece, contrariamente alle aspettative dei relatori e degli stessi proponenti, è stato reso noto che il governo per bocca del viceministro Fazio sta considerando con favore e attenzione la proposta lanciata durante la conferenza stampa del 20 gennaio. La proposta si è dunque concretizzata in un Ordine del Giorno proposto dai senatori radicali Poretti e Perduca e fatto proprio dal Governo che, nonostante le precisazioni del Dipartimento antidroga, pone le basi per una produzione italiana di farmaci a base di cannabis.

Si tratta ora di intensificare l’azione di lobbying perché anche in Italia i fondamentali diritti ad una corretta e adeguata terapia del dolore, alla libertà di cura in generale ed in particolare alla libertà di cura con la cannabis siano finalmente riconosciuti e concretamente applicabili.

http://www.fuoriluogo.it/sito/home/7330

Elie Wiesel non è nemmeno Elie Wiesel

Il Parlamento italiano ha invitato a parlare del Giorno della Memoria il noto sopravvissuto e premio Nobel Elie Wiesel. Gianfranco Fini ha ascoltato, con il volto atteggiato a compunzione e dolore, la testimonianza del celebre personaggio, che è scampato da Auschwitz-Birkenau.
Eppure c’è il fondato dubbio che Elie Wiesel non sia Elie Wiesel, ma qualcun altro che ne ha preso il posto.
A rivelare la storia ad un giornale ungherese è stato un vero sopravvissuto: Miklos Gruner, che nel maggio 1944, a 15 anni, fu internato con genitori e fratelli ad Auschwitz-Birkenau. Il giovane Gruner lavorò alla fabbrica di benzina sintetica della IG Farben, mentre i suoi parenti morivano l’uno dopo l’altro. Rimasto solo, il ragazzino fece amicizia con altri due internati, più anziani, come lui ungheresi: i fratelli Lazar e Abraham Wiesel.
Lazar Wiesel aveva allora, nel 1944, 31 anni. Gruner non dimenticò il numero con cui il suo amico era stato tatuato dai nazisti: A 7713. Nel gennaio ‘45 i detenuti furono trasferiti a Buchenwald perchè i sovietici si stavano avvicinando al campo; molti morirono nel trasferimento, avvenuto in parte a piedi: morì anche Abraham Wiesel.
L’8 aprile del ‘45 gli americani liberarono Buchenwald, e trasferirono Miklos Gruner, che aveva contratto la tubercolosi, in un sanatorio svizzero. Più tardi, Miklos Gruner si stabilì in Australia. Ma tornò spesso in Europa, e precisamente in Svezia, dove s’era stabilito un suo fratello, altro sopravvissuto. La sua storia era nota ai giornali svedesi, che l’avevano spesso intervistato.
Sicchè nel 1986 (l’anno in cui Elie Wiesel ricevette il Nobel) Miklos Gruner fu contattato dal giornale Sydsvenska Dagbladet a Malmoe, che lo invitò ad incontrare «il suo vecchio amico Elie Wiesel» onde trarne un articolo commovente. «Mai conosciuto uno con questo nome», rispose Gruner interdetto. Gli fu spiegato che «Elie Wiesel» era l’internato che lui aveva conosciuto nel lager come Lazar Wiesel. Allora Gruner accettò lietamente l’invito.
L’incontro avvenne il 14 dicembre 1986 nel Savoj Hotel di Stoccolma. «Quando mi trovai di fronte al cosiddetto Eli Wiesel», ha ricordato Gruner, «con mio grande stupore ho visto un uomo che non conoscevo affatto, che non parlava nemmeno ungherese nè yiddish, ma l’inglese con un forte accento francese. Sicchè il nostro incontro terminò dopo dieci minuti. Quell’uomo mi diede in regalo un suo libro, intitolato «Night» (Notte) di cui diceva di essere l’autore. Accettai il libro, ma dissi a tutti i presenti che quell’uomo non era la persona che diceva di essere».
Quell’uomo rifiutò di mostrare a Gruner il numero tatuato sul suo braccio. Divenuto sospettoso, Gruner spulciò tutti gli elenchi degli internati di quegli anni: un Elie Wiesel non compariva da nessuna parte. Per di più. Gruner scoprì che il libro che «Wiesel» gli aveva donato e di cui si diceva autore, era una traduzione inglese di un libro scritto in ungherese nel 1955 da Lazar Wiesel – il suo vero e vecchio amico di Gruner – e pubblicato anche in tedesco con titolo «Und di Velt hot Gesvigen».
Il Mondo tacque. Il libro che Wiesel gli aveva dato era una specie di riassunto di quello autentico, riscritto prima in francese poi in inglese, e pubblicato col titolo francese «La Nuit», e in inglese come «The Night», nel 1958. Il libro era stato venduto in 6 milioni di copie, e aveva fruttato a «Elie Wiesel» parecchi milioni di dollari.
Allora Gruner si mise alla ricerca del suo vero amico, Lazar Wiesel: voleva contattarlo, farsi spiegare cos’era successo. Non l’ha mai trovato. Il vero Lazar Wiesel è misteriosamente scomparso, e nessuno ne sa più niente.
«Eli Wiesel non ha voluto più incontrarmi», ha raccontato a suo tempo Gruner, «è un uomo di successo, si fa pagare 25 mila dollari per 45 minuti di conferenza sull’olocausto. Ho fatto una formale denuncia all’FBI di Los Angels su questo caso di falsa identità, l’ho denunciato ai giornali e ai governi in USA e in Svezia. Risultati zero. Ho anche ricevuto minacce di morte per questo, ma io non ho paura. Ho depositato il dossier (sul falso Wiesel) in quattro diversi Paesi: se muoio d’improvviso, essi saranno resi pubblici. Il mondo deve sapere che Elie Wiesel è un impostore; sto per pubblicare un libro che si intitolerà ‘Identità Rubata A-7713’».
Questa storia è stata riportata dai giornali ungheresi: Még mindig kísérti a haláltábor. La traduzione americana è questa: Auschwitz Survivor Claims Elie Wiesel is an Impostor.
Cosa pensare? Elie Wiese il Nobel dice di sè di essere romeno e non ungherese, di aver studiato alla Sorbona, e di essere stato collaboratore di Francois Mauriac. C’è dunque qualche ragionevole dubbio sulla sua identità.
Miklos Gruner e Wiesel compaiono nella più celebre foto sull’olocausto, quella presa dagli americani appena entrati nel lager di Buchenwald, il 16 aprile 1945. Gruner è il ragazzo all’estrema sinistra nella fila in basso, mentre Wiesel è il settimo da sinistra nella fila mediana. Così almeno sostiene Elie Wiesel. Gruner però sostiene che quell’uomo non è nè Lazar, nè Eli Wiesel. Chiunque sia, appare un idividuo sulla trentina, un po’ troppo vecchio per essere Eli Wiesel, che dice di essere nato nel 1928 e dunque, all’epoca aveva 17 anni. Basta fare il confronto con Miklos Gruner, il vero internato, che allora era sedicenne.
Allora, chi è l’Elie Wiesel ascoltato con compunzione da Gianfranco Fini? Piacerebbe chiedere anche: quanto ha voluto essere pagato «Elie Wiesel» per rendere la sua veridica testimonianza?
Sappiamo che «Elie Wiesel» aveva affidato tutti i suoi risparmi, 10 milioni di dollari raggranellati coi suoi libri e una vita di conferenze, al finanziere Bernie Madoff: ed ha dunque perso tutto. Deve rifarsi il gruzzolo?
E soprattutto: dov’è finito il vero Wiesel, Lazar, ungherese, numero di matricola A -7713?

di Maurizio Blondet

FONTE : http://www.effedieffe.com

31.01.2010

http://www.valianti.it/cgi-bin/bp.pl?pagina=mostra&articolo=5324

Chi vuole eliminare la geografia?

Maurizio Tiriticco,   31.01.2010

Geografia sì, geografia no, geografia così così! Se ne sta discutendo in questi giorni e non so quanto a proposito! Resta o non resta nei programmi di studio? Facciamo un po’ d’ordine. Ci sono due questioni di fondo da cui occorre partire. La prima riguarda la geografia come “materia” di studio scolastico, perché di questo si sta oggi discutendo. La seconda questione riguarda le strategie e le modalità con cui un soggetto in età evolutiva cresce, si sviluppa e apprende, interiorizza le dinamiche spaziali, interagisce con esse e le utilizza ai fini della sua personale “sopravvivenza” nell’ambiente vicino/lontano in cui si trova ad operare e a vivere

Per quanto riguarda la prima questione, va ricordato che una “disciplina” è, in quanto tale, sempre aperta e mai conclusa. Ciò che ieri era o sembrava certo, oggi è messo in seria discussione. In materia geografica, o meglio in materia dei corpi celesti, Tolomeo ha occupato per secoli una scena che Copernico ha poi letteralmente capovolto. Com’è noto, il sole non sorge e non tramonta, anche se ancora oggi i due verbi, pur se scientificamente scorretti, fanno parte del linguaggio comune. Una “materia”, invece, proprio perché destinata all’insegnamento/apprendimento scolastico è qualcosa di definito, di concluso, in quanto a chi cresce e apprende occorre dare elementi semplici ma precisi per quanto concerne l’acquisizione di quei dati su cui il soggetto è tenuto a costruire le sue prime certezze. Di qui discendono i programmi con le indicazioni dei contenuti da trattare e i libri di testo che vi si conformano. Va, comunque, ricordato che oggi l’insegnare per programmi è in crisi, a fronte dell’insegnare per competenze, ma questo è un altro discorso. Torniamo alla “materia” che, quindi, costituisce una necessaria riduzione della disciplina, certamente non un suo impoverimento. Ciò comporta che chi insegna è pur sempre tenuto a sollecitare in chi apprende il gusto e la pratica della ricerca e della scoperta, soprattutto in situazioni laboratoriali e di gruppo: il che rinvia alle strategie dell’insegnare/apprendere e, nella fattispecie, alla didattica della geografia.
Ma la geografia, in quanto materia, deve fare i conti con il soggetto che apprende. Di qui, il passaggio alla seconda questione, più ampia della precedente perché rinvia alle strategie e ai modi del conoscere e dell’apprendere, che sono assolutamente diversi a seconda delle diverse fasce d’età.

Prendiamo in considerazione ciò che accade in un soggetto che cresce e apprende nella prima fase dell’età evolutiva, in cui di fatto si replica nel giro di un tempo relativamente breve ciò che si è verificato nella nostra specie umana in tempi molto lunghi. Il nostro lontano progenitore ha cominciato a “costruire” la sua intelligenza al fine di organizzare ed asservire la realtà circostante in funzione di suoi primari bisogni di sopravvivenza e di riproduzione. E le prime coordinate del Sé attivo e intelligente sono state quelle che riguardano le due dimensioni dello spazio e del tempo. Per quest’uomo non esiste la geografia, non esiste la storia! Esistono, invece, lo “spazio” che lo circonda e che deve riconoscere, organizzare, piegare alle sue necessità, ed il “tempo” con cui memorizzare dati e informazioni del “prima” per prevedere e progettare il “dopo”.

Nel soggetto che nasce, cresce e apprende nella nostra epoca, la costruzione del Sé e le operazioni intellettive ripercorrono la strada di allora, che non dura secoli ma solo i primi anni di vita. Anche le sollecitazioni esterne sono assolutamente diverse: lo spazio naturale è in larga misura sostituito da quello artificializzato, e il tempo è scandito da orologi e calendari. Ma le modalità di costruzione del “prima” e del “dopo”, del “qui” e del “là” non sono diverse da quelle che la nostra specie ha faticosamente imparato a coordinare e organizzare. Il bambino che cresce costruisce la sua identità personale proprio operando sull’incrocio di queste due coordinate, l’asse verticale del tempo (ieri, oggi, domani…) e l’asse orizzontale dello spazio (qui, là, avanti, dietro…). Sull’asse verticale memorizza, archivia ed elabora dati, costruisce concetti, principi, procedure e strategie per agire. Sull’asse orizzontale costruisce concreti rapporti con gli oggetti che lo circondano e con gli altri del gruppo di cui deve condividere tecniche di sopravvivenza e norme e valori di convivenza.

Il susseguirsi degli eventi implementa costantemente l’incrocio dei due assi: l’ hic et nunc e l’illic et tunc si succedono in un divenire continuo ed irripetibile fino a costituire le condizioni stesse del Sè. I fatti sono condizionati e prodotti dallo e nello spazio/tempo. Pertanto, se spazio e tempo sono concettualmente distinguibili – un cronometro non è una carta geografica – operativamente non sono separabili. Ne consegue che la geografia e la storia si condizionano a vicenda; l’una non può fare a meno dell’altra. Cancellare lo studio della geografia significa rendere monco, se non impossibile, anche lo studio della storia.
Stando a queste considerazioni, discende che la distinzione dello spazio e del tempo e della loro organizzazione concettuale in geografia e storia, come materie o come discipline diverse, se non addirittura separate, non ha assolutamente senso, perché chi cresce e apprende le percorre e le costruisce contestualmente né potrebbe avvenire diversamente.
Tornando all’assunto iniziale, se la geografia possa essere penalizzata, in funzione del fatto che si risparmierebbero ore, cattedre e, soprattutto, soldi, va detto con forza che si tratta di un assunto che non sta assolutamente in piedi! La giustificazione didattica consisterebbe nel fatto che oggi, con un mondo globalizzato, con le comunicazioni fisiche e simboliche sempre più intensificate (i trasporti, i media, il web), lo spazio non è più quello di una volta! Si spende meno tempo, e meno soldi, per arrivare da Piazza Venezia a Parigi che per raggiungere un quartiere periferico! Mappe e carte geografiche sono ormai in tutte le edicole e così via! Pertanto, la geografia si apprenderebbe pressoché spontaneamente nel contesto sociale.

Ma non è così! Il problema non è quello della disponibilità “oggettiva” di ciò che un tempo era il lontano, ma della indisponibilità “soggettiva” dei nuovi nati a saper costruire correttamente da soli e senza input corretti le coordinate spaziali. Queste, di fatto, in chi cresce e apprende non si sviluppano e non si implementano se non intrecciandosi con quelle temporali. Nel nuovo nato che cresce e apprende lo spazio non può fare a meno del tempo! E l’educatore avveduto, soprattutto nella scuola dell’infanzia e nella primaria, sa come agire su ambedue le coordinate.
Ne consegue che nella scuola organizzata per materie la geografia non può fare a meno della storia! Chi propone di ridurre o di cancellare la geografia nella scuola dimostra di non conoscere questa circostanza. E’ come se si proponesse di insegnare a leggere e non a scrivere! E non è un caso che ciò è effettivamente avvenuto, quando una volta alle fanciulle delle famiglie bene i precettori insegnavano solo a leggere, ovviamente i libri sacri e quelli di galateo e di buona creanza! Ma non si insegnava a scrivere, perché la scrittura avrebbe sollecitato il pensiero produttivo, e questo è sempre pericoloso, soprattutto quando chi è deputato a pensare è solo e sempre il maschio!
Insomma, oggi, in una scuola orientata a sviluppare competenze, è già difficile parlare di materie distinte l’una dall’altra da ore, cattedre e campanelle, in forza del fatto che solo proposte e progettazioni pluridisciplinari sono in grado di rispondere alle nuove esigenze di un processo di istruzione. E pensare addirittura di cancellare la geografia è da irresponsabili ignoranti!

http://www.aprileonline.info/notizia.php?id=14059

La rassegna stampa di http://www.caffeeuropa.it/ del 03.02.2010, particolarmente succosa.

Le aperture

Il Corriere della sera apre con il disegno di legge che prevede il legittimo impedimento: “Giustizia, opposizione divisa. Pd e Idv contro la linea morbida di Casini sul legittimo impedimento”.
“Di Pietro: io con Contrada? Non ho venduto Mani pulita”, il leader dell’Idv risponde alla foto pubblicata ieri in cui, nel ’92, appare a tavola con l’allora funzionario del Sisde arrestato poi per associazione esterna mafiosa.
In prima pagina anche una foto del leader tibetano ed il caso Usa-Cina: “Obama: vedrò il Dalai Lama. L’annuncio e la crisi diplomatica con la Cina”. Ancora: “Berlusconi sull’Iran: chiedo sanzioni forti”; ieri il premier ha paragonato Ahmadinejad ad Hitler e ha ricordato che l’Italia ha sensibilmente tagliato l’interscambio commerciale con l’Iran.

La Repubblica dedica il titolo più grande alle parole del Presidente del consiglio: “Iran, Berlusconi con Israele ‘Servono sanzioni forti’”. In primo piano anche il caso diplomatico internazionale del giorno: “Obama: incontrerò il Dalai Lama. Pechino minaccia la rottura con gli Usa”.
La politica interna: “Dietrofront sulla legge-antipentiti”, Alfano è contrario al ddl che svuota le dichiarazioni dei pentiti. L’economia: “Telecom-Telefonica, il governo frena ma la Borsa ci crede”, da Palazzo Chigi Scajola annuncia che vedrà nei prossimo giorni l’A.D. Bernabè, intanto ieri le azioni Telecom hanno avuto un rialzo del 6%.
In prima pagina anche l’analisi di D’Avanzo “Il Cavaliere, il Vaticano e la congiura contro Boffo”.

La Stampa apre con il titolo “Berlusconi contro Ahmadinejad. Il premier: ricorda personaggi nefasti, per l’Iran servono sanzioni forti”. Anche il quotidiano di Torino mette in primo piano il caso diplomatico Usa-Cina: “Sfida alla Cina. Obama vedrà il Dalai Lama. Il leader tibetano negli Usa a metà febbraio”.
Lo sport con Alonso che in un’intervista dice “Finalmente guido un mito”. La politica interna: Opposizione divisa sulla Giustizia. Legittimo impedimento Casini sceglie l’astensione. Pd e Idv contestano l’Udc”.
Anche oggi il quotidiano dedica spazio al caso del giovane romeno ucciso in strada sabato per una sigaretta negata: “Sgozzato a 15 anni. Presi due fratelli”, hanno 26 e 17 anni e sono anche loro di origine romena.
A fondo pagina “Mal di Morgan”, pezzo sulle dichiarazioni secondo cui il cantante e giurato di X-Factor farebbe uso quotidiano di cocaina.

Il Giornale mette in prima pagina una foto di Morgan e titola: “Morgan choc: <<fumo cocaina ogni giorno>>. Titolo grande per il “caso” Di Pietro: “Fotografato con contrada e 007 Usa. Di Pietro colto sul fatto: ora parli. Perché negò l’incontro? Perché quegli scatti sono stati occultati per anni? Perché non avverti il suo capo, Borrelli? E ancora: perché Tonino fu salvato dall’attentato e Borsellino invece no? Che cosa è stato davvero Mani pulite?”. In prima pagina anche le parole del Presidente del Consiglio: “Berlusconi in Israele: Ahmadinejad come Hitler”. E ancora: “Sotto inchiesta il giudice che decapitò i Mastella”, il pm Mariano Maffei rinviato a giudizio dalla procura di Roma per abuso d’ufficio e calunnia”. Libero dedica l’apertura al “caso” Di Pietro: “Le carte che spaventano Tonino. Il dossier su di Pietro. Foto riservate, assegni, viaggi aerei e dazioni all’Idv: i documenti sul tavolo degli 007”. Belpietro dedica il suo editoriale alle dichiarazioni in tribunale di Massimo Ciancimino: “L’odore dei soldi di don Vito”. In primo piano anche una vignetta con veronica Lario dal titolo “Ma quante belle case, Veronica”, in cui si analizza il patrimonio immobiliare della quasi ex moglie di Berlusconi. Infine un articolo di Socci: “Il killer di Boffo è in Vaticano”.Sulla prima pagina de Il Riformista campeggia una grande foto di Marcello Dell’Utri dal titolo “Don Vito (parte II)”, in riferimento alle dichiarazioni rilasciate ieri in aula da Ciancimino Jr, che accusa il senatore di aver avuto rapporti con la mafia. In prima pagina anche l’economia con le voci di un accordo tra Telecom e Telefonica: “Che male c’è se habla espanol?”. Lo spettacolo: “Così Morgan si fuma Sanremo”, dopo le (presunte?) dichiarazioni del cantante sulle sue esperienze quotidiane con la cocaina, a rischio la sua presenza sul palco dell’Ariston.

Ciancimino.

Ampio spazio su tutti i quotidiani, come abbiamo visto, alle dichiarazioni di Ciancimino junior nel processo Mori, per la mancata cattura del boss Provenzano. Altre accuse a Dell’Utri, scrive La Repubblica: “Teneva contatti con Provenzano”. Sul quotidiano le notizie vengono in qualche modo accostate alla polemica scatenata dalle proposte del senatore pdl Valentino, da cui pure il governo ha preso le distanze per bocca del ministro della Giustizia Alfano: in un’intervista il procuratore aggiunto Ingroia dice: “Il progetto pdl colpo di grazia ai processi su Cosa Nostra”.Il Corriere intervista Marcello Dell’Utri, chiamato in causa da Ciancimino, secondo cui il senatore aveva contattti diretti con Provenzano: “Teorema inesistemte, falsità per guastare il processo”, risponde nell’inntervista Dell’Utri.

Israele, Iran.

La visita di Berlusconi in Israele continua ad essere seguita dai quotidiani.“Berlusconi: sanzioni forti all’Iran”, titola Il Sole 24 Ore.

L’Eni ha annunciato a malincuore a nuovi investimenti in Iran per estrarre petrolio, scrive La Repubblica in un dossier intitolato: “Stop agli investimenti in gas e petrolio, così gli affari si piegano alla politica”. Per la prima volta -scrive ancora il quotidiano- Berlusconi, oltre a paragonare il presidente Ahmadinejad ad Hitler, ha dichiarato apertamente che “è nostro dovere sostenere e aiutare l’opposizione in Iran”.E ad uno dei leader dell’Onda verde, il candidato Mousavi, dedica attenzione Il Sole 24 Ore dando conto delle sue dichiarazioni: “Rivoluzione fallita, Teheran come ai tempi dello shah”.Anche su La Stampa: “Mousavi: ‘Oggi è dittatura. La rivoluzione è finita’”. “Un Cav. Tutto israeliano”: così viene intitolata una intera pagina de Il Foglio dedicata alla visita del presidente del Consiglio. Tre articoli da segnalare: “Cosa c’è scritto nel dossier che Gerusalemme presenta agli alleati. Berlusconi vuole ‘sanzioni forti’ contro Teheran e fa il tifo per l’opposizione al regime. La visita di Panetta e il punto debole iraniano”; “Ecco il lauto giro d’affari Italia-Iran, ma si intravede il calo. Dall’Eni alla Sace, ci sono segnali di disinvestimento a Teheran. I timori israeliani per le nostre forniture ‘non civili’ ai pasdaran”; “Il regime iraniano accusa gli oppositori di essere ‘come gli ebrei’. A Teheran l’ayatollah teologo dei Guardiani rispolvera l’antisemitismo islamico medievale per condannare e impiccare i manifestanti”.

Telecom-Telefonica, più che un matrimonio una svendita

Red,   02.02.2010

Il governo si affretta a smentire le indiscrezioni che parlano di un sostanziale accordo. Giovedì 4 febbraio, il ministro dello Sviluppo Economico incontrerà l’amministratore delegato Telecom, Franco Bernabé. Bersani: quella di Palazzo Chigi non è una smentita, vigiliamo. Le voci di fusione fanno decollare il titolo del gruppo italiano in borsa. Consob accende i riflettori

Matrimonio alle porte tra Telecom e Telefonica. La voce che gli spagnoli stiano per mettere l’anello al dito all’ex Sip in vista della nascita di un colosso europeo delle tlc rimbalza da prima di Natale. Ma in queste ore, complice le indiscrezioni di stampa, sembra che il dossier (che prevederebbe la proprietà iberica e il mantenimento della governance italiana) stia davvero per arrivare sui tavoli del Palazzo.

Giovedì 4 febbraio, intanto, il ministro dello Sviluppo Economico incontrerà l’amministratore delegato Telecom, Franco Bernabé, per avere lumi e soprattutto chiedere garanzie. E fino ad allora rispedisce al mittente le voci di una fusione “non più evitabile” Telecom-Telefonica con il benestare di Palazzo Chigi in cambio di “condizioni e paletti”. “Non c’è nessun parere favorevole del Governo. Solo molte parole, molte dichiarazioni, troppe” ha chiosato Scajola. “Nessun incontro, nessun contatto, nessun paletto”, la presa di distanza ufficiale da parte dell’esecutivo.

Prese di distanza che però non convincono l’opposizione. Il responsabile Comunicazioni del Pd, Paolo Gentiloni, ha presentato stamane un’interrogazione ai ministri Tremonti e Scajola proprio sull’affaire Telecom. Pierluigi Bersani promette un Pd “in attesa vigile”: “Le ipotesi che girano non garantiscono il radicamento nazionale di una struttura delicatissima come la rete Telecom, non danno garanzie sul quel profilo lì” spiega il segretario democratico conversando con i giornalisti e poi aggiunge: “E’ difficile pensare che uno paga per comprare una cosa, ma poi comanda un altro…”.
Per Jacopo Venier, responsabile Comunicazione del PdCI – Federazione della sinistra, la smentita di Palazzo Chigi in realtà “è la conferma del via libera del Governo Berlusconi alla svendita a multinazionali straniere di un altro pilastro strategico della nostra economia”. “Dopo aver regalato Alitalia ad AirFrance ora si preparano a consegnare Telecom nelle mani degli spagnoli di Telefonica – accusa l’esponente della sinistra -. L’Italia è diventata terra di conquista di quei settori strategici che un tempo erano nelle mani dello Stato e che garantivano l’autonomia economica e tecnologica del nostro Paese. Siamo di fronte al fallimento di quelle privatizzazioni che dovevano servire ai consumatori e che invece sono state solo lo strumento per enormi speculazioni con il benestare della politica. E’ inutile abbaiare alla luna, servirebbe un piano per riportare lo Stato nel controllo reale dei settori economici fondamentali, a partire proprio da quello delle telecomunicazioni”.
E anche dai banchi del centrodestra c’è chi mette le mani avanti. “La gestione della rete e il suo sviluppo restino italiane”, chiede Maurizio Gasparri. “Nessun contatto” ribadisce il sottosegretario alle Comunicazioni, Paolo Romani. “Siamo preoccupati che una governance non italiana possa decidere di non investire sulla Rete, su questo il governo sta facendo e farà un grosso sforzo”.

Eppure la Borsa festeggia il matrimonio (titolo guadagna oltre il 5 per cento a 1,13 euro con il 10 per cento del capitale ordinario passato di mano), gli azionisti sono in fibrillazione, la Consob si cautela: oltre a interpellare l’esecutivo, che ha prontamente diffuso la sua nota, la Commissione di controllo sulla Borsa ha avviato tutti gli accertamenti a 360 gradi, in primo luogo sull’operatività sul titolo, a cominciare ovviamente da chi ha comprato e chi ha venduto, o su chi sono gli intermediari più attivi e per conto di chi operano. Già due volte nelle settimane passate, in presenza di indiscrezioni di stampa che indicavano per Telecom un futuro nelle mani di Telefonica, la Commissione era intervenuta sugli azionisti italiani di Telco (il 5 gennaio e 22 gennaio) e (sempre il 22 gennaio) attraverso la Cnmv (la Consob spagnola, ndr) anche su Telefonica.
Intanto gli analisti spagnoli – soprattutto guardando ai tanti nodi politici che verrebbero al pettine del nuovo colosso tlc – si dicono scettici.

http://www.aprileonline.info/notizia.php?id=14079

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Telecom Italia in cinque atti 02.02.2010

Atto primo: Telecom Italia patteggia per le intercettazioni eseguite su migliaia di italiani sotto la gestione Tronchetti. Un obolo, solo 7 milioni. Negli Stati Uniti Telecom avrebbe fatto causa a Tronchetti e a Buora che sarebbero in galera con Tavaroli e Cipriani.
Atto secondo: il tronchetto diventa presidente di Mediobanca, la più importante banca d’affari del Paese. Per uno che ha ridotto la Telecom in cenere è il posto giusto per finire il lavoro. Consigliere di amministrazione di Mediobanca rimane sempre Marina Berlusconi, presidente di Mondadori, ottenuta dal padre grazie alla corruzione dei giudici.
Atto terzo: il plurimputato Cesare Geronzi diventa presidente delle Assicurazioni Generali con il supporto di Berlusconi. Le Assicurazioni Generali sono una potenza economica, la prima assicurazione italiana con partecipazioni nazionali e internazionali ovunque.
Atto quarto: Telecom viene venduta a Telefonica, la società di telecomunicazioni spagnola. Tecnicamente è una fusione, in pratica è una cessione. Prima della svendita del merchant banker D’Alema ai capitani coraggiosi Colaninno e Gnutti, che acquistarono l’azienda a debito, era Telecom che poteva comprare Telefonica. 10 anni dopo il Paese è andato a puttane e il rapporto Telecom/Telefonica si è invertito anche grazie al tronchetto che vendette parti strategiche e assett di Telecom uno dopo l’altro, persino a sé stesso come avvenne con gli immobili ceduti a Pirelli Re Estate e invece di usare i dividendi per ridurre il debito e fare investimenti, li incassò insieme ai soci uniti a favolose stock options. Telecom ha oggi una capitalizzazione di 14,5 miliardi contro gli 83 di Telefonica. Il suo titolo è precipitato negli ultimi 8 anni e ha debiti per 35 miliardi di euro, quasi pari al fatturato. Insomma deve vendere per non fallire.
Atto quinto: Telefonica non potrà disconoscere il patteggiamento di Telecom per le intercettazioni (arrivato un istante prima dell’annuncio della fusione…) e il tronchetto non avrà più nulla da temere.
Tutto previsto, i cialtroni hanno questo di bello: sono prevedibili. Anticipai la vendita a Telefonica il 4 agosto 2008. Era l’unico possibile salvagente per non mettere in liquidazione l’azienda e sulla strada 70.000 persone.
Lo scrissi anche a Franco Bernabè il 16 dicembre 2008 : “Lei sa bene chi ha distrutto il valore della Telecom. Conosce i nomi dei responsabili, dei politici e degli imprenditori con le pezze al culo. Non completi la loro opera. Li denunci, chieda loro un cospicuo risarcimento in qualità di amministratore (le carte le ha), venda a Telefonica (tanto prima o poi succederà) e si ritiri nella sua Vipiteno.”
Bernabè rispose il 23 dicembre 2008 in una lettera in cui diceva: “Il mio obiettivo è di fare di Telecom Italia quello che avrebbe già dovuto essere dopo 10 anni di liberalizzazione: l’asse portante della modernizzazione di questo Paese. Il resto lo lascio alla Magistratura, per ciò di cui è competente, e agli Azionisti, che stanno supportando questo sforzo anche loro non senza sacrifici. Quindi mi spiace deluderla, non venderò a nessuno, e soprattutto voglio ritirarmi a Vipiteno, o magari altrove se lei me lo consente, solo quando avrò finito il mio lavoro.
Ecco, ora che ha finito il suo lavoro (quale?), che i precedenti amministratori sono liberi, ricchi, impuniti e promossi e che Telecom sarà venduta (guarda caso) a Telefonica, è veramente giunto il momento di ritirarsi a Vipiteno.

http://www.beppegrillo.it/2010/02/telecom_italia_in_cinque_atti/index.html?s=n2010-02-02

Firma la petizione per l’impedimento della chiusura delle sedi Rai di Beirut, il Cairo, Nairobi, Nuova Delhi e Buenos Aires e il canale Rai Med!

Contro la chiusura Rai all'estero

3/2/2010 – TECNOLOGIA. DOPO L’ASTRONAVE “SPACESHIP TWO” PER ANDARE IN ORBITA IL TYCOON INVENTA IL TURISMO DEGLI ABISSI

L’aereo per scoprire gli oceani

Il nuovo sottomarino jet di Branson: così agile da inseguire i delfini

MAURIZIO MOLINARI

Un aereo sottomarino per inseguire balene e delfini, immergendosi nelle profondità degli abissi descritti da Jules Verne, ma con in più i comfort del XXI secolo: è questo l’ultimo gioiello di Richard Branson.

Il miliardario britannico che ha già inventato i voli Upper Class di Virgin Atlantic, dove tutti i posti sono di business, e che nel 2009 ha testato nel deserto californiano del Mojave la «SpaceShipTwo», destinata a portare nel cosmo turisti in grado di pagare biglietti da 200 mila dollari, adesso offre ai più ricchi del Pianeta un altro avvincente svago da guinness. L’aereo sottomarino si chiama «Necker Nymph», il prototipo è costato 664 mila dollari ed è destinato ad essere posizionato nella Necker Island, l’isolotto nell’arcipelago delle Virgin Islands che Branson possiede integralmente e dove ha costruito un complesso di ville dove il lusso sconfina nella fantasia. L’idea di Branson è di offrire ai suoi clienti vip un pacchetto così composto: 88 mila dollari per sette notti sul catamarano «Necker Belle», attraccato nel porticciolo dell’isola, oppure 300 mila per una settimana nelle ville sull’isola per poter avere la possibilità di pagarne altri 25 mila per ogni immersione della durata di 120 minuti con l’aereo sottomarino, sul quale possono prendere posto due persone accanto al pilota.

La «Ninfa di Necker» al momento è in grado di immergersi per un massimo di 40 metri sotto la superficie, ma Branson assicura che l’obiettivo è perfezionare motori, propulsione, velocità e pressurizzazione dell’abitacolo per poter scendere fino a migliaia di metri di profondità. Riuscendoci, i passeggeri potrebbero osservare con i loro occhi alcune delle creature più misteriose della fauna marina. Se «SpaceShipTwo» consentirà di guardare la Terra dal di fuori, «Necker Nymph», invece, offrirà la visione dalle profondità del Mar dei Caraibi e dell’Oceano Atlantico.

L’aereo è realizzato in fibre ottiche, dispone della tecnologia-base che distingue i jet militari di ultima generazione e ciò di cui gli ingegneri di Virgin vanno più fieri è il sistema di immersione basato su due «ascensori verso il basso», posizionati sotto le piccole ali laterali che ricordano la tecnica degli aerei a decollo e atterraggio, verticale. Ciò significa che chi vi salirà a bordo avrà la sensazione di essere su un aereo da caccia, soltanto che il volo avverrà sott’acqua ad una velocità compresa fra 2 e 5 miglia nautiche, con il pilota che «decollerà verso il basso, adoperando la superficie dell’acqua come una pista d’aeroporto e controllando i comandi con un joystick come quello delle comuni Playstation», si legge in un comunicato del costruttore.

Inoltre i due posti per i turisti – a destra e sinistra del pilota – sono attrezzati per consentirgli di sentirsi come se fossero seduti su una poltrona di business di Virgin Atlantic: potranno distendersi, fare fotografie e ci saranno anche degli schermi digitali per avere una visione a tutto tondo di quanto avviene attorno al velivolo, ripreso da alcune microtelecamere digitali. Dovranno solo indossare delle normali maschere da sub e a bordo della «Ninfa» ci saranno le bombole d’ossigeno. «The Nymph è un veicolo di tipo completamente nuovo – spiega al londinese “Daily Mail” Karen Hawkes, portavoce dell’americana Hawkes Ocean Techologies che lo ha realizzato – perché è stato ideato per immergersi nelle acque tropicali. Non si tratta di un sottomarino tradizionale, ma di un vero e proprio aereo che, muovendosi, è agile al punto da poter inseguire le balene, modificando con grande rapidità la rotta e offrendo ai passeggeri una visione a 360 gradi». L’unica condizione da rispettare per i passeggeri sarà quella di sottoporsi ad un breve corso da sub per essere in grado di lasciare in fretta il «Necker Nynph», se qualcosa dovesse andare storto.

Branson assicura che a partire dal 20 febbraio sarà possibile per gli ospiti del suo resort di prenotare i primi «voli sottomarini» e promette «visioni uniche» di flora e fauna, nonché dei «relitti di galeoni» che abbondano sui fondali dei Caraibi, a qualsiasi profondità. Il tutto ovviamente – assicura Branson – «sarà eco-compatibile, perchè il basso livello di luce e di emissioni acustiche è stato realizzato per assicurare il minimo impatto ambientale». L’aereo-sub, inoltre, è progettato per sfiorare e «non poter atterrare sulle barriere coralline».

I costruttori californiani ritengono che il turismo di lusso sarà però solo il trampolino di lancio dell’aereo-sottomarino, le cui caratteristiche «lo rendono idoneo anche a girare film, contribuire a ricerche scientifiche e a progetti industriali».

http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplrubriche/scienza/grubrica.asp?ID_blog=38&ID_articolo=1628&ID_sezione=243&sezione=

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Il punto di vista (!) di Lyndon LaRouche, la newsletter di http://www.movisol.org/ del 02.02.2010

LaRouche espone l’agenda in vista della “fine dell’amministrazione Obama”

Nella sua teleconferenza (webcast) del 30 gennaio da Washington, Lyndon LaRouche ha esposto la prospettiva per evitare al mondo la minaccia di una Nuova Epoca Buia, dopo la “fine dell’amministrazione Obama”. Sia nell’intervento introduttivo che nel dialogo con i partecipanti, egli ha ripetutamente sottolineato la necessità di rimuovere gli ostacoli, tra cui il Presidente Obama, per condurre gli Stati Uniti, con le sue uniche caratteristiche storiche positive, nell’alleanza che si sta formando tra Russia, Cina e India, verso un futuro orientato allo sviluppo ad alta tecnologia.

Nella sua esposizione, LaRouche si è avvalso di una mappa mondiale divisa in tre aree evidenziate con diversi colori, a mostrare la divergenza di orientamento economico, soprattutto per quanto riguarda la politica energetica, tra le nazioni dell’Asia-Pacifico e le nazioni Atlantiche, in particolare l’Europa occidentale. Ha descritto così il concetto:

“Ora, ho disegnato tre aree caratteristiche, con tre tipi di direzione politica. Una è in Asia. L’Asia si muove con investimenti pesanti e accelerati nell’energia nucleare – sia i reattori comuni a uranio, che quelli a plutonio e torio, e i derivati di queste tecnologie, compresi i reattori autofertilizzanti. C’è un’accelerazione di energia ad alta densità di flusso in tutto il mondo.

“Il gruppo opposto, quello del nucleo duro verde, ha ripudiato l’alta tecnologia per la propria popolazione [sulla carta, l’Europa centrale e occidentale colorata in verde]. Queste nazioni hanno scelto come energia i mulini a vento e i pannelli solari, che è la dottrina degli idioti, come spiegherò”.

“Poi c’è un’area intermedia, quella marrone [Nordamerica, Africa e Medio Oriente, Australia e parti del Sudamerica], in cui la situazione, in termini della politica e delle tendenze attuali, è senza speranza”.

“In altre parole, la sorte dell’Europa occidentale, all’incirca a occidente del confine con la Bielorussia, è attualmente segnata. E la fine sta arrivando oggi! Per esempio, l’Unione Europa è una colonia dell’Impero Britannico. Cioè, ogni nazione membro dell’Unione Europea è un fantoccio e una semplice colonia dell’Impero Britannico, del sistema britannico. Non vi è libertà e non vi è sovranità.”

Il problema è che il blocco “rosso” non ha abbastanza potere per condurre il mondo fuori dalla sua crisi terminale. Perché accada, gli Stati Uniti devono essere portati ad aderire ad una missione mondiale, che LaRouche ha descritto nel modo seguente:

“Dobbiamo condurre gli Stati Uniti attraverso il Pacifico verso le nazioni dell’Asia – dimenticate l’Atlantico, che ora è un’area problematica – in Siberia, Cina, Corea del Sud, Giappone, India e così via, e sulla sponda africana dell’Oceano Indiano. Una volta fatto ciò, possiamo muoverci! Possiamo costruire una rete internazionale di sistemi ferroviari a levitazione magnetica che collegheranno tutti i continenti tranne l’Australia. E questa è la via che volevano percorrere John Quincy Adams e i suoi seguaci nella traduzione americana.”

La crisi del debito sovrano si allarga

Nonostante l’intervento della “mano invisibile” della BCE per salvare i titoli di stato greci il 25 gennaio, attraverso un acquisto da parte di banche private, la crisi del debito sovrano nell’Eurozona continua ad allargarsi. Un’ondata massiccia di speculazione investe i titoli greci, spagnoli, portoghesi e irlandesi, provocando un aumento quotidiano nel loro spread, considerato in relazione al rendimento delle obbligazioni di stato tedesche. Questo significa che aumenta il costo del rifinanziamento di quel debito. La Grecia è riuscita a collocare l’ultima emissione, ma solo offrendo un rendimento annuale del 6,2%. Il paese non può sostenere a lungo quei costi del debito.

Come nel 1992, quando George Soros guidò l’attacco speculativo contro la sterlina inglese e la lira italiana, gli speculatori scommettono al ribasso sulle obbligazioni greche, spagnole, portoghesi, irlandesi e italiane (il gruppo di paesi che i razzisti britannici chiamano “PIIGS”). Tutti questi paesi, salvo l’Italia, hanno un deficit tra 6 e 10 punti sopra il limite del 3% imposto dal trattato di Lisbona. È praticamente impossibile ridurre questi livelli, come viene invece richiesto dall’Unione Europea; farlo significherebbe ricorrere a prestiti dall’esterno, la cui emissione è vietata in condizioni normali per gli Stati Membri e per la BCE.

Tuttavia, l’UE ha deciso che, per salvare l’euro, questi paesi devono essere distrutti. Francia e Germania stanno preparando un pacchetto di salvataggio, da essere varato a condizione che la Grecia distrugga la propria economia. La prossima della serie è la Spagna. Con un deficit dell’11,4%, per la prima volta lo spread sulle obbligazioni di stato spagnole ha superato quello sulle obbligazioni italiane la scorsa settimana.

Anche i titoli di stato triennali italiani hanno sofferto la scorsa settimana, e il governo ha deciso di venderne una quantità leggermente minore per evitare di pagare un sovrapprezzo. Il deficit italiano è relativamente basso, circa il 5%, ma il debito è il terzo nel mondo, 115% del PIL. Il deficit del Portogallo è al 9,3%, quello dell’Irlanda all’11,5%. La decisione folle di perseguire la riduzione del deficit nella tempistica dettata dall’UE – entro il 2011-2013 – fornisce agli speculatori un parametro di riferimento, e potendo utilizzare i derivati dispongono di una leva finanziaria superiore a quella degli stati sotto attacco. Ironicamente, le munizioni stesse vengono fornite dalla BCE, che accetta i titoli di stato come garanzia per le emissioni di contanti!

Cina e India puntano alla Luna e da lì su Marte

La dinamica di progresso economico e tecnologico che è venuta a caratterizzare la regione Asia-Pacifico, in forte contrasto con le fantasie da “green economy” che dominano le nazioni deindustrializzande della regione Atlantica, si riflette negli ambiziosi programmi di esplorazione dello spazio perseguiti da Cina e India.

Il programma di esplorazione lunare della Cina è stato presentato l’11 gennaio dallo scienziato capo del progetto, Ouyang Ziyuan, alla consegna del premio della Scienza e Tecnologia nazionale per il “Progetto Sonda Lunare”. La sonda Chang’ e-2, che sarà lanciata alla fine dell’anno, è il preludio a una serie di voli che comprendono anche prove di allunaggio e la localizzazione della zona dove alluneranno le future navicelle.

“Non solo l’astronave cinese può raggiungere la luna, ma può anche allunare, gettando una solida base per le future missioni di andata e ritorno e per il volo umano”, ha detto Ouyang Ziyuan. La costruzione di basi sulla luna sarà orientata verso l’esplorazione di altri pianeti, ma queste basi serviranno anche ad assicurare le forniture di energia per la terra nel futuro. Infatti, mentre sulla terra c’è poco più di 10 tonnellate di Elio-3, ha spiegato Ouyang, la superficie lunare nel contiene circa un milione di tonnellate. L’Elio potrebbe essere estratto e usato come combustibile per gli attuali reattori nucleari, ma anche per i futuri reattori a fusione. Per soddisfare l’attuale fabbisogno energetico della Cina occorrerebbero solo 8 tonnellate di Elio-3, mentre per ottenere l’equivalente di energia col petrolio ne occorrerebbero 220 milioni di tonnellate e col carbone un miliardo! “Il carbone, il petrolio e il gas naturale prima o poi si esauriranno, per cui vale la pena considerare lo sfruttamento delle risorse sulla luna per sostenere lo sviluppo sulla terra”, ha detto Ouyang.

La base lunare è considerata come centro per l’esplorazione dello spazio, e quindi pullulerà di ingegneri, geologi, astronomi e biologi. Il terreno è stato già preparato dalla sonda indiana Chandrayaan-1, che ha compiuto numerosi esperimenti di mineralogia. L’ex presidente dell’ente spaziale indiano, l’ISRO, Madhavan Nair, ha dichiarato che la base lunare “sarà la frontiera per l’esplorazione dell’universo”.

La prossima sonda lunare, Chandrayaan-2, che sarà lanciata nel 2013, è prevista allunare e sbarcare un veicolo telecomandato sulla superficie. L’ISRO sta pianificando anche una missione umana. L’attuale capo dell’ISRO, K. Radhakrishnan, ha dichiarato che gli scienziati di tutto il mondo parlano di missioni e colonie umane sulla luna entro il 2030, suggerendo che l’India non si trova indietro. “Il primo programma spaziale umano dell’India, che prevede di lanciare due astronauti in orbita terrestre, dovrebbe essere pronto tra circa sei anni”.

Internet-bavaglio? No, grazie! Stoppiamo il decreto del Governo sugli audiovisivi

PckNews del 04.02.2010

Appello di PeaceLink ai parlamentari e ai cittadini della Rete
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Rischia di entrare in vigore una normativa che sta allarmando i gestoridei siti web e gli stessi Internet provider che potrebbero essereincaricati di doveri di controllo preventivo e di rettifica dei contenutiaudiovisivi, non previsti dalla direttiva europea.
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Siamo preoccupati per l’imminente varo del decreto legislativo con cui ilgoverno intende dettare nuove norme sulla comunicazione audiovisiva sulweb.
Tali norme, così come sono attualmente formulate, rischiano di porre“sotto tutela” questo settore strategico per la libertà di espressionemultimediale.

Il governo coglie infatti l’occasione del “dovere di recepimento” di unadirettiva europea (la 2007/65/CE) per sconfinare su questioni cheattengono alla libertà di comunicazione su Internet e per varare norme assai discutibili di “controllo preventivo” sui contenuti, norme chedebordano dai fini della direttiva europea stessa.

Lo schema di decreto legislativo di attuazione è stato approvato dalConsiglio dei ministri ed è stato inviato alle Camere nel mese didicembre. E’ ora al vaglio delle commissioni competenti della camera dei deputati e del senato, che stanno per esprimere il loro parere.

In pochi giorni rischia così di entrare in vigore una normativa che staallarmando i gestori dei siti web e gli stessi Internet provider chepotrebbero essere incaricati di doveri di controllo preventivo e di
rettifica dei contenuti audiovisivi, non previsti dalla direttiva europea.

Le nuove norme del governo prevedono un futuro regolamento collegato ainuovi limiti e divieti relativi al diritto d’autore (e quindi sarannopreviste nuove sanzioni). Ma già lo stesso schema stabilisce sanzioni
pecuniarie fino a 150 mila euro nel caso in cui non si dia seguito aordini amministrativi sul punto (art. 6).

Non è difficile vedere in tutto ciò un sottinteso intento di controllorestrittivo delle nuove potenzialità audiovisive del web con cui icittadini stanno gestendo la comunicazione su Internet. I cittadini che
montano, elaborano e condividono immagini, filmati, suoni, informazioniper finalità sociali e anche didattiche, rischiano di diventare oggetto dicontrollo preventivo da parte degli stessi siti web e dei fornitori di servizi Internet, che finiscono per assumere responsabilità di garanzia everifica che non competono loro ad esempio nel campo del diritto d’autore.

Ecco perché PeaceLink fa appello ai parlamentari e al “popolo di Internet”affinché:
a) sia fermato l’iter del decreto legislativo al fine di compiere unadiscussione più attenta e allargata;
b) sia “depurato” il decreto da quelle norme restrittive e di controllodella comunicazione audiovisiva via web che non sono attuazione delladirettiva 2007/65/CE;
c) in particolare sia rivisto l’articolo 6 sulla “protezione del dirittod’autore” che si applica “indipendentemente dalla piattaforma utilizzataper la trasmissione dei contenuti audiovisivi”.

Lanciamo un appello a tutti i parlamentari in difesa della Costituzioneperché sia scongiurato il rischio che il decreto del governo sicaratterizzi per un eccesso di poteri. Non si può’ legiferare, infatti, in assenza del consenso del parlamento, che ha delegato solo l’attuazione dinorme previste dalla direttiva sui media audiovisivi. Introdurre conquesto decreto legislativo norme che la direttiva e il parlamento non
hanno previsto, modificando in pochi giorni sistemi normativi cosìcomplessi (sulla televisione, sul cinema, sul diritto d’autore) sarebbeincostituzionale.

Se il governo intende legiferare con questo strumento – introducendo normerestrittive e di controllo che la direttiva europea esplicitamente escludeper i siti web – agirà quindi contro la Costituzione.

Se invece questo non è l’intento del governo, chiediamo che scriva achiare lettere nello schema del decreto legislativo che i siti web e i fornitori di servizi Internet non sono in alcun modo toccati dalle nuove
norme sulla comunicazione audiovisiva e dalla revisione del testo unico della radiotelevisione che il decreto legislativo va a modificare inserendo nuove definizioni tecniche e terminologiche (come “piattaforma per la trasmissione dei contenuti audiovisivi”) all’interno delle quali è facile contemplare anche i servizi Internet in qualche modo collegati almondo audiovisivo.

E’ auspicabile pertanto una revisione e condivisione democratica dellenuove norme sulla comunicazione audiovisiva mediante le nuove tecnologie, e ciò deve avvenire con il consenso e non “contro” quella società civile che utilizza il web per la comunicazione audiovisiva.

— PICCOLA FAQ PER INQUADRARE IL PROBLEMA –

Ma da cosa nasce e cosa prevede la nuova direttiva europea?

L’avvento di nuove tecnologie che affiancano la TV tradizionale ha spinto
le autorità europee a definire, tramite un’apposita direttiva, uncomplesso minimo di norme coordinate da applicare a tutti i servizi di media audiovisivi. Tale direttiva è la 2007/65/CE che modifica la precedente direttiva comunitaria 89/552/CEE.

Perché e su che basi sta intervenendo il governo?

Il Parlamento (con una legge che ogni anno si occupa delle direttiveeuropee da recepire) ha delegato l’attuazione di questa direttiva al governo, che quindi in questi casi recepisce i criteri fissati dal parlamento e prepara un decreto legislativo, il cui iter prevede l’esame del testo in sede consultiva (l’espressione di pareri) da parte di alcune commissioni parlamentari e poi la definitiva approvazione.

– Cosa prevede lo schema di decreto legislativo del governo?

Questo schema modifica a fondo il sistema di norme (testo unico) sulla televisione, che in sostanza (compresi gli obblighi e la necessità di chiedere alcune autorizzazioni) verrebbe a riferirsi d’ora in poi non più
all’assetto del sistema radiotelevisivo e alle trasmissioni televisive, ma alla prestazione di servizi di media audiovisivi e di radiofonia – lineari e a richiesta – “su qualsiasi piattaforma di diffusione”. L’art. 6 dello
schema del decreto legislativo si occupa di protezione del diritto d’autore: i fornitori di servizi di media audiovisivi si devono astenere dal trasmettere o ritrasmettere, o mettere comunque a disposizione degli
utenti, su qualsiasi piattaforma programmi o parti di tali programmi senza il consenso dei titolari.

– Perché questo schema rischia di debordare dalla normativa europea?

La direttiva 2007/65/CE specifica testualmente che essa “non dovrebbe comprendere le attività precipuamente non economiche e che non sono in concorrenza con la radiodiffusione televisiva, quali i siti internet privati e i servizi consistenti nella fornitura o distribuzione di
contenuti audiovisivi generati da utenti privati a fini di condivisione o di scambio
nell’ambito di comunità di interesse”. La direttiva intende inoltre “escludere tutti i servizi la cui finalità
principale non è la fornitura di programmi, vale a dire i servizi nei quali il contenuto audiovisivo è meramente incidentale e non ne costituisce la finalità principale. È il caso, ad esempio, dei siti internet che contengono elementi audiovisivi a titolo puramente accessorio, quali elementi grafici animati, brevi spot pubblicitari o
informazioni relative a un prodotto o a un servizio non audiovisivo”. La direttiva specifica ancora che nessuna sua disposizione “dovrebbe obbligare o incoraggiare gli Stati membri a imporre nuovi sistemi di
concessione di licenze o di autorizzazioni amministrative per alcun tipo di servizi di media audiovisivi”.

In queste dichiarazioni è chiarissima la finalità di evitare conseguenze quali quelle che si stanno delineando.

– A parte i problemi di compatibilità con la direttiva 2007/65/CE, lo Stato italiano è libero di intervenire su Internet?

Lo schema del decreto legislativo del governo non solo entra in contrasto con la direttiva 2007/65/CE che intende attuare, ma sembra in contrasto anche con la direttiva 2000/31/CE sul commercio elettronico e altri
servizi della società dell’informazione (e con il decreto di attuazione, ossia il D.Lgs. 70/2003, in particolare artt. da 14 a 17) che vieta di introdurre un obbligo di vigilanza – attraverso la previsione di
responsabilità – da parte di soggetti che non forniscono contenuti ma li veicolano (era già chiaro nel 2000 che sarebbe stato impensabile imporre un tale obbligo). La nuova normativa obbligherebbe alla preventiva
rimozione di contenuti che si ritiene violino le normative sul diritto d’autore, con rischi di sanzioni che, per ora, possono arrivare a 150.000 euro. Sorgerebbero anche numerosi problemi d’interpretazione e
contenziosi.

Non è superfluo sottolineare che, si legge nella 2007/65/CE, “ai fini della presente direttiva, la definizione di fornitore di servizi di media dovrebbe escludere le persone fisiche o giuridiche che si occupano solo
della trasmissione di programmi per i quali la responsabilità editoriale incombe a terzi”.

– Quali sono le preoccupazioni del mondo Internet?

Secondo AIIP (Associazione Italiana Internet Provider) il testo proposto alle Camere non sarebbe conforme alle disposizioni della Direttiva europea perché estendendo alla totalità di Internet alcuni principi della
comunicazione televisiva, supera nei fatti le intenzioni del Legislatore comunitario che non intendeva certo mettere “sotto tutela” l’intera Rete né, tantomeno, negare l’applicazione della Direttiva Commercio
Elettronico.

Non solo. Persino Google, per esempio, teme di essere considerata, sulla base del nuovo decreto legislativo del governo, alla stregua di una “emittente televisiva”, come hanno spiegato i suoi consulenti italiani
dichiarando la loro preoccupazione.

Ma problemi, dubbi e confusione toccherebbero infine ogni utente di Internet, inserendo nello spazio Internet elementi e fattori di diffidenza e litigiosità.

Pancho Pardi: “L’8 per mille ai disoccupati” 01.02.2010

Un operaio di 35 anni in cassa integrazione prende l’auto e si allontana da casa. In una piazzola di sosta si ferma, si rovescia addosso una tanica di benzina, la rimette in auto e poi si dà fuoco. Muore dopo poche ore tra le sofferenze atroci che toccano agli ustionati. Alla moglie, che avrà condiviso lo smarrimento per la sicurezza svanita, tocca di colpo e senza preavviso il peso della scelta suicida.

In Francia sono ormai svariate decine i suicidi tra i licenziati di France Telecom. Ognuno avrà avuto la sua motivazione personale.
Ma in tutti i suicidi per mancanza di lavoro e reddito si impone un elemento comune, a dispetto di tutte le differenze individuali. A chi lo sceglie il suicidio appare come l’unica forma possibile di rivolta individuale contro l’ingiustizia.

La precarietà è già all’origine il prodotto della solitudine. Proprio perché ognuno è ridotto fin dall’inizio alla sua singolarità, il mercato può imporgli l’assenza predeterminata della lotta collettiva. Il precario non potrà essere un soggetto singolo che arricchisce una forza comune, da dividere e irrobustire insieme con altri. Il precario è privato per definizione delle risorse che scaturiscono dalla solidarietà consapevole e militante. Gli resta dunque la rivolta estrema.

Così, come quasi nessuna delle vittime dell’usura decide di uccidere l’usuraio e finisce per uccidere sé stessa e, magari, la propria intera famiglia, allo stesso modo la vittima della mancanza di lavoro e reddito rivolge con le proprie mani contro di sé la violenza immanente che l’aveva già condannato all’impotenza.

Consigliare alle vittime una speranza impossibile è retorica ipocrita. Chi vuole incoraggiare la speranza indichi obbiettivi realistici.
Proponiamo l’8 per mille a favore dei disoccupati.

http://temi.repubblica.it/micromega-online/pancho-pardi-l8-per-mille-ai-disoccupati/

Perché la Cina vincerà la Quarta Guerra Mondiale (!Mah) 27.01.2010

Di Michele Santini

La seconda “lunga marcia”, questa volta della Cina in quanto potenza, ovvero la sua partecipazione alla grande contesa mondiale che decide quali saranno i futuri assetti ed equilibri mondiali, se disturba il sonno degli americani, occupa oramai un grande spazio negli scaffali delle librerie di ogni angolo del mondo. Esistono oramai, soprattutto in lingua inglese, centinaia di pubblicazioni che tentano di decifrare l’enigma cinese e di prevederne il futuro. Due sono le grandi scuole di pensiero. La prima ritiene che la Cina sia destinata a diventare, in un paio di decenni, la prima super-potenza mondiale, prendendo il posto degli USA; la seconda, al contrario, considerando insanabili i contrasti interni al gigante asiatico, ne prevede un crollo, con tanto di esplosione sociale cataclismatica, prima o poi.

Santini appartiene alla prima scuola. Non solo questo, egli si spinge ad auspicare questo sorpasso cinese come salvifico per il mondo intero, considerando dal punto di vista geo-politico “l’imperialismo” cinese come “progressivo”. Un punto di vista controverso, che come antimperialisti non condividiamo. Tre sono le questioni. Anzitutto: siamo sicuri che l’impero americano accetti la sua retrocessione? Sarebbe la prima volta che una potenza imperialista lascia lo scettro del predomino ad un’altra senza ricorrere al redde rationem della guerra. In secondo luogo: siamo proprio sicuri, nel caso la Cina diventi in futuro il perno di un nuovo ordine mondiale, che questo avrà natura imperialistica e non dischiuda invece qualcosa completamente nuovo? In terzo luogo, ove la Cina non facesse che cambiare il colore del predominio, per noi vale il principio che non esistono imperialismi buoni. Se davvero si hanno a cuore le sorti dell’umanità  è lo stesso modo capitalistico di produzione che la Cina ha impugnato da ricusare ad substantiam. Pubblichiamo il denso contributo del Santini aprendo su questo sito un vero e proprio forum sulla Cina, con l’augurio che altri vogliano intervenire. Non solo specialisti.

Perché la Cina vincerà la Quarta Guerra Mondiale

di Michele Santini

«Siamo noi che decidiamo se dare o non dare battaglia»

Sunzi

«Mio padre, invece, camminava avanti e indietro, pensieroso.

Non era preoccupato per le difficoltà della vita quotidiana e neanche per il suo destino politico, ma pensava agli ultimi decenni della rivoluzione cinese, alla strada percorsa dal partito e dalla Repubblica popolare, alle vittorie ottenute, alle sconfitte subite, alle speranze disilluse e alle lezioni dolorose.  Pensava al passato, al presente e al futuro della Nazione Cinese. Giorno dopo giorno, i suoi passi disegnarono nella terra rossa e sabbiosa del cortile un vero e proprio sentiero».

Deng Rong, figlia di Deng Xiaoping, così descrive lo stato d’animo del padre, durante il periodo della persecuzione politica e dell’isolamento umano.

Gli eventi di questi giorni – come in particolare l’affondo di Hillary Clinton verso la Cina – se riletti alla luce degli scossoni finanziari, economici e politici dell’ultimo periodo, danno ormai chiaramente la dimensione manifesta e ben visibile, per chi vuol vedere naturalmente, di un confronto strategico definitivo tra Cina e Usa. Confronto strategico, che potrà certamente avere differenti sbocchi immediati o epifenomenici. Ma che si tratti di un confronto strategico, contrassegnato da un bipolarismo planetario, è del tutto evidente.

China Daily (22-01-2010) ha denunciato i tentativi della CIA e della Casa Bianca di usare la Rete per innescare “rivoluzioni a colori” negli Stati liberi dal dominio americanista. Il giornale ha citato, in particolare, il caso internazionale dell’assedio anti-persiano da quando il Presidente Ahmadinejad ha legittimamente trionfato nel corso delle normali elezioni.

Coloro che pensavano che internet avrebbe cambiato la Cina si stanno ricredendo. Il contrario. Se il caso Google doveva essere un test sulla “voglia di democrazia” della web generation cinese, il risultato è stato invece un trionfo interno dell’orgoglio nazionale cinese e della fiducia pressoché generale verso lo Stato e verso il Presidente Hu Jintao.

Dobbiamo essere concisi e sintetici, pur essendo assai difficile, data la natura delicatissima dell’argomento. Ebbene, ci proviamo!

Il centro strategico della seconda guerra mondiale: l’Asia

La seconda guerra mondiale, di cui la storiografia attuale, in tutte le sue svariate correnti, è ben lontana dal cogliere la autentica essenza, ebbe il suo reale centro strategico nel conflitto tra America ed Asia. L’Europa, nella visione delle elites strategico-politiche americaniste più avvedute, che avevano fatto tesoro della  brillante sintesi di messianismo e pragmatismo, lasciata in eredità da Wilson, diventava gradualmente una sorta di retrovia di profondità tattica, niente affatto strategica.

L’essenza della partita strategica, negli anni quaranta, venne combattuta tra America e Giappone prima. Per concludersi poi, definitivamente, con la “guerra di Corea”.

La partita con il Giappone si poteva dire parzialmente chiusa, per le elites americaniste, e ricordiamo che per la vittoria, strategicamente fondamentale appunto, veniva dispiegato l’uso di un terrore atomico, che ben esemplificava, da solo, l’eccezionalità dell’evento.

Si aprivano però – subito a ridosso della sconfitta dell’esercito imperiale nipponico, sconfitta peraltro meramente politica, non militare, in quanto fu l’Imperatore, contro la volontà dell’aristocrazia militare, ad alzare bandiera bianca – e si sarebbero gradualmente aperti fronti nazionali e “nazionalisti” molto più che marxisti, si deve convenire!, (cinese, coreano, vietnamita, cambogiano), rispetto ai quali le “lotte sociali” del proletariato occidentale facevano appena sorridere gli strateghi d’oltreoceano. Han Suyin, nel saggio fondamentale Le siècle di Zhou Enlai, ricorda che dopo l’intesa concordata da Zhoun Enlai con Mosca – febbraio 1950 – riguardo la restituzione alla Cina dei territori occupati dalle truppe russe in Manciuria, Mao commenta: “Siamo riusciti a togliere qualche boccone dalla bocca della tigre”, per concludere che il Partito comunista era sostanzialmente una forza di ancor maggiore nazionalismo grande-cinese rispetto allo stesso modello patriottico di Chiang Kai-shek.

La terza guerra mondiale

La terza guerra mondiale, (USA-URSS), a nostro avviso non era inizialmente prevista. E’ innegabile che l’appoggio americano aiutò comunque la Russia ad uscire vittoriosa dalla seconda guerra mondiale. Ma è altrettanto indubbio il fatto che la virtù strategica e la grandiosa tattica della ragion di Stato, di cui sapeva dare prova Iosif Stalin, in modo particolare dal 1941 sino alla misteriosa morte, assieme ad una radicale, impressionante, presa di coscienza del grande popolo russo, della sua assoluta missione storica e politica (non più soltanto astrattamente metafisica ed escatologica) nella competizione verso una politica di potenza mondiale, ponevano di fatto la Russia nella sfida strategica globale tra superpotenze. Il fatto che talvolta, Stalin, continuò ad attardarsi nel pesante dogmatismo ideologico che ereditò, al punto da pensare che vi sarebbe stato “un confronto inter-imperialistico” e non un assedio strategico antisovietico, pose chiaramente le fondamenta della vittoria “di civiltà” americanista.

Ma nonostante tutto, occorse agli USA, a  tal punto, l’apertura tattica cinese, che si rivelerà fondamentale, in funzione essenzialmente antirussa, per avere ragione del Patto di Varsavia. Dobbiamo ora avere presente cosa fu la terza guerra mondiale o “guerra fredda”, per comprendere la quarta. Fu una guerra assolutamente asimmetrica. I russi, in fondo impreparati ad una simile sfida, dettero alla stessa, sia prima sia dopo Stalin, un significato ideologico-militare con mere diversioni tattiche: fallendo completamente. Gli americani, viceversa, seppur imbevuti di ideologia messianico-americanista, seppero sostanzialmente continuare la grandiosa lezione wilsoniana e dando prova di abilissimo pragmatismo politico, si meritarono l’ennesima vittoria strategica. Ma Zhou Enlai e Deng Xiaoping, la cosiddetta “linea nera” o linea destra del Partito Comunista Cinese, che noi chiamiamo “nuova destra”,[1] nella privilegiata posizione di osservatori – apparentemente passivi – durante la guerra fredda, sapranno fare di più. Teorizzeranno che il pragmatismo politico per essere realmente pragmatico, non deve essere solo abile: deve essere fluido. Quando gli americani potevano celebrare la vittoria strategica sull’URSS, la nuova Cina di Deng Xiaoping aveva già preso, sul piano della diplomazia (che in un orizzonte di guerra asimmetrica è politica di potenza), almeno dieci anni di vantaggio sull’Occidente.

La quarta guerra mondiale: il risveglio imperialista cinese

Siamo dunque consapevoli che ormai, ancor più che durante la guerra fredda, le precedenti definizioni ed immagini di guerra che avevamo in mente vanno assolutamente scartate, in quanto non solo inattuali ma addirittura del tutto improprie per comprendere il fenomeno. In base alla visione strategica cinese, in modo particolare quella denghista, la vera guerra, il vero conflitto strategico si ha durante la fase apparentemente morta, inerte, della non guerra. Si tratta di uno spostamento strategico portato sul piano tattico, o meglio di un completo occultamento della strategia nella tattica. E’ il principio taoista dell’agire senza azione (wu-wei-wu) condotto sul piano della politica internazionale o “grande politica”.

Colui che aggredisce in modo scoperto e manifesto, sul piano in cui i nemici si aspettano tra l’altro l’aggressione (ad esempio quello militare), parte già con il piede sbagliato. Ha grandissime possibilità di venire sconfitto in senso strategico. Questo tralasciando il fatto che nell’era nucleare, le possibilità di confronto militare convenzionale tra superpotenze sono ridotte al minimo.

Nel momento in cui ci rendiamo conto che tutte queste azioni di non guerra possono essere i nuovi fattori costitutivi dello scenario di guerra del futuro, dobbiamo inevitabilmente trovare un nuovo nome per questa nuova forma di guerra, uno scenario che trascende qualsiasi confine e limite. In poche parole: una guerra senza limiti. [2]

Da Deng in poi, la Cina ha portato la guerra politica totale all’Occidente, esasperando e radicalizzando il concetto d’asimmetria del conflitto, concentrando le proprie forze dove il nemico era più debole ed occultandole dove il nemico era più forte: integrando questa visione strategica, altresì, nel quadro planetario della guerra illimitata, con la usuale tattica della guerra non ortodossa. I piani tattici omnidirezionali, sincronici, contrassegnati da obbiettivi limitati e misure potenzialmente illimitate, nel gioco strategico di un coordinamento unitario multidimensionale nel quale le azioni militari si identificano e sintetizzano con quelle svolte nel campo non militare, che finisce dunque per estendere il principio della cooperazione civile-militare della “guerra rivoluzionaria”, sono stati gradualmente praticati e sperimentati in modo più intenso in tutti i settori cosiddetti “scoperti” (economico, tecnologico, diplomatico, culturale nel senso più amplio del termine) piuttosto che in quelli nei quali il nemico, ancora attardato al momento essenzialmente ideologico della guerra fredda, si attendeva.

Significativo, ad esempio, quanto avvenuto alla fine del novembre 2007, quando il direttore generale del MI5, il servizio controspionistico anglosassone, inviava una lettera a 300 tra amministratori delegati e responsabili per la sicurezza di banche, imprese di revisione e studi legali per avvisarli che erano sotto attacco diretto da parte dello Stato cinese. Era la prima volta che il governo anglosassone accusava direttamente Pechino di cyberspionaggio.[3]

In questo senso, attualmente la diplomazia cinese ha decenni di vantaggio su quella americana e su quella occidentale in genere.. Altro enorme vantaggio strategico cinese è caratterizzato dal fatto che il gruppo dirigente cinese attuale, essendo culturalmente indipendente da influenze messianiche di natura dogmatica ed ideologica, nella comprensione fondamentale dello “spirito del tempo” riesce a volgere a vantaggio della ragion di Stato (come già abbiamo rilevato nel nostro precedente articolo pubblicato su questo sito) anche fondamentali strumenti di mercato, che rendono improponibile l’incondizionato dominio – che si verifica invece in USA – da parte di capitalisti antinazionali e finanzieri usurocrati. Questo significa che la Cina è dogmaticamente comunista, come vorrebbero molti estremosinistri occidentali? O che la Cina è fascista, come vorrebbero molti analisti peraltro acuti, come Bruce Gilley o Federico Rampini? No, no, niente di questo. La Cina ha un tipo di gestione e di approccio al mondo politico ed economico, incomprensibile con le lenti euro-occidentali. La Cina sta attualmente sperimentando una prassi politico-economica, che non ha precedenti nella storia. Certamente alla base, a nostro avviso, vi è “l’ideologia” ( ma nel senso di strategia politica non di dogma pietrificato) della pura ragion di Stato ed “un nazionalismo morale ed etico” grande Han, pragmaticamente combinati con un socialismo di mercato, ma ciò non ci autorizza a scomodare categorie della dottrina politica europea, in quanto sarebbe già assai arduo mostrare che le lotte di “liberazione nazionale” di Mao e dello stesso Ho Chi Minh siano ortodossamente “comuniste” invece che nazionaliste, progressive e rivoluzionarie in senso lato, per quanto, soprattutto nel caso del maoismo, influenzate da certe correnti filosofiche occidentali “materialiste”; ancora più arduo sarebbe identificare con categorie politiche europee il “nuovo corso” denghista, ben proseguito da Jiang Zemin e Hu Jintao.

Tutti questi elementi brevemente sintetizzati, che presuppongono che il lettore abbia minimamente chiaro il panorama geopolitico internazionale, che vede la Cina all’offensiva totale in Africa, Europa, saldata strategicamente ad una potenza regionale di primo piano del Vicino Oriente come l’Iran ma al tempo stesso anche con settori politico-militari centrali del Pakistan, sempre più vicina ad un accordo strategico di lunghissimo respiro – dalle conseguenze internazionali decisive – con il Giappone, in buone relazioni diplomatiche, che non vuole assolutamente far degenerare con Russia ed India, in continua avanzata tatticistica in Sud-America (Brasile, Venezuela, Bolivia), tentano di mostrare come la grande Cina si avvii a passi da gigante verso il primato mondiale. Inoltre, la Cina, contemporaneamente alla campagna militare intrapresa da Bush in seguito all’11 settembre 2001, si è attivata nella costruzione di basi e porti navali lungo le rotte marittime del Medio Oriente, del Pakistan, dello Sri Lanka, di Myanmar, per proiettare oltre oceano la sua potenza e proteggere le forniture petrolifere, dando anche in tal caso dimostrazione di lucidità sperimentalistica rispetto all’aggressività militarista americana in Iraq ed Afghanistan.

Giustamente il lettore informato potrà obiettare che sul piano della tecnologia militare, sembra esservi ancora un notevole divario tra USA e CINA. Prescindendo ora dal fatto che difficilmente osservatori che si trovano al di fuori del giro strategico quali siamo noi, possono conoscere realmente lo stato attuale della potenza nucleare e convenzionale cinese, pensiamo in fondo che la Cina – oltre ad avere tutte le armi di deterrenza strategica necessarie a sconsigliare chicchessia ad un’aggressione diretta – abbia progettato la sua espansione strategica planetaria – il consenso di Pechino – in netta antitesi all’aggressività militarista ideocratica americanista la quale, per quanto mascherata dal fondamentalismo dirittoumanitarista democraticista ed edonista, ha sostanzialmente contrassegnato, da sempre, il consenso di Washington, gettandone anche, del resto, una sinistra luce.

Oscar Weggel, prestigioso studioso tedesco che ha analizzato lo sviluppo e la recente riorganizzazione dell’ELP – i cui fondamentali studi strategici, naturalmente!, in Italia sono passati completamente inosservati, prescindendo dal valente studioso marxista Roberto Casella – [4] ha diviso in tre fasi la sua storia. La prima fase, “miglio e fucile”, è sostanzialmente all’insegna dello spirito di Yan’an, dal nome della capitale della Cina della “lunga marcia”, la seconda fase, “ferro ed acciaio”, è all’insegna della modernizzazione sotto la supervisione russa, in cui abbiamo la fanteria quale forza integrata con gli altri sistemi d’arma, la terza fase è quella in cui predomina la reale strategia denghista. Quest’ultima supera completamente le precedenti fasi, soprattutto quella ortodossa maoista di “miglio e fucile”, a vantaggio di una visione militare sintetizzata dal concetto di “difesa attiva” e “deterrenza flessibile” con la formulazione esplicita del principio “guerra di popolo più deterrenza nucleare” che contiene la seguente triade: all’inizio guerra convenzionale, poi deterrenza nucleare e in ultimo guerra di popolo. In tale fase viene abbandonata la concezione maoista della “ineluttabilità della guerra” sostituita da quella della necessità per il procedere delle “modernizzazioni” di operare in un sistema internazionale pacifico. [5]

Aviazione, Marina e “seconda artiglieria” sono il fiore all’occhiello della strategia denghista. Il rafforzamento della Marina è visto con preoccupazione dalle altre potenze mondiali, in quanto la Marina è chiaramente una forza d’attacco. In vari casi, riviste specializzate, come Schiffart, hanno annunciato l’acquisto di portaerei dalla Russia o dall’Ucraina, o la costruzione in proprio, e ciò ha suscitato l’allarme mondiale, ma la dirigenza militare cinese ha sempre mantenuto al riguardo il massimo riserbo. He Zhanxiu (membro dell’Accademia cinese per le scienze, per lunghi anni assistente del “padre dell’atomica e dei missili cinesi” Qian Xuesen) ha spiegato negli anni novanta che l’obiettivo della Cina non è quello di diventare una superpotenza nucleare, ma quello di avere un potenziale di armi limitato ma adatto ad una credibile dissuasione. La Cina, come ci spiega Roberto Casella, [6] pratica la politica di potenza con una dottrina nucleare che riecheggia la concezione gollista della “Force de frappe”.

Il fortissimo regionalismo interno, che ha fatto parlare taluni della necessità di un federalismo cinese, lo sviluppo ineguale della Cina Blu (la Cina costiera) con la Cina Gialla (la Cina interna), non debbono però trarre in inganno. Siamo d’accordo con Casella che l’ascesa politica ed economica mondiale della Grande Cina faccia di questa già, di fatto, “una potenza imperialista mondiale”, ma non daremmo, di contro al Nostro, eccessivo peso alle spinte centrifughe periferiche, fino a ventilare la prospettiva della democraticizzazione e del puro liberismo economico.

Siamo invece con Gerard Segal, con il suo concetto di Grande Cina. Ossia, nell’Impero di Mezzo, il nazionalismo Han è il principio spirituale morale organizzatore, il centro strategico sia della fase politica interna sia di quella esterna. E’ un “nazionalismo della porta aperta”, certamente, come lo ha chiamato la Bergère nel suo studio su Sun Yat Sen, ma siamo certi che il conflitto planetario si stia già giocando sul piano della visione nazionale della globalizzazione. Su questo piano, falliscono e falliranno tutti coloro che parlano e parleranno di una corrispondenza ed omogeneità tra i funzionari del capitale cinesi ed americani, tra l’imperialismo americano e quello cinese, tra un “proletariato cinese” e le masse salariate americane. Il “nazionalismo della porta aperta” Han, per quanto abbia conquistato il mondo mediante la tattica della rivoluzione economica, ha una forza interna morale e spirituale che il nazionalismo imperialista americanista ha certamente perduto. Sun, padre di questo nazionalismo aperto, direbbe: “Noi ci appoggiamo sui valori morali e sul

desiderio di pace che ci sono particolari per unificare il mondo e fondare il governo della Grande Armonia”.

Centralità della prassi politica come eticizzazione universale

“Tutto sotto il cielo”: la dirigenza strategica cinese vuole appunto modernizzare ed attualizzare questo principio antico di tremila anni, appartenente alla dinastia Zhou. “Ripartendo” da qui, affermandosi anzitutto portando armonia, pace, benessere, nelle zone economicamente conquistate, curando e conservando le differenze in base al principio di cooperazione nel segno del reciproco vantaggio, Pechino ha impostato così la sua sfida strategica all’imperialismo esclusivamente militarista unilateralista nordamericano. La visione geostrategica cinese non conosce – a differenza di quella angloamericana – il concetto di “lotta decisiva”, “scontro di civiltà”, “sfida finale” per il trionfo cosmico di Dio, ossia della democrazia mercatista. No, Pechino lavora sotto traccia – asimmetricamente – cercando in tutti i modi di rendere il nemico di oggi amico di domani, concretizzando il principio confuciano dell’armonia, universalizzando, come Deng insegnò, la missione dello “spirito di popolo” cinese. Se il mondo fino ad oggi sì è progressivamente americanizzato, in quanto si è imposto il dominio unipolare americanista, Pechino vuole impostare una sfida strategica mondo-centrica, non sino-centrica. E’ ben evidente, d’altra parte, che pur considerando il confronto militare diretto come ultima ed estrema istanza, la Cina sarà senz’altro pronta anche su quel piano.

La forza della cultura tradizionale della Cina, la sua impressionante capacità di assimilare e sviluppare le scienze fisiche e tecnologiche, sbigottiscono quell’America che già si credeva padrone del mondo, e che ora scopre di non sapere più cosa fare per mettere il bastone tra le ruote di un carro che marcia in modo inarrestabile. Non può pensare di aggredire direttamente Pechino, magari con il concorso del Giappone o di Taiwan, perché sa di non disporre di forze adeguate e di dover mettere in conto un intervento diretto di Mosca.

Consapevole delle limitazioni politico-culturali dei governi americani, Pechino a sua volta gestisce i rapporti con Washington con l’accortezza e l’intelligenza con cui lo psichiatra si confronta con il pazzo. [7]

Come già è stato detto, sotto la spinta del grande-nazionalismo denghista, la Cina ha riportato all’ordine del giorno il nomos dello Stato politico che non è una mera macchina burocratica, ma una vera e propria entità spirituale forte di una tradizione ultrasecolare. La Grande Cina ha quindi restaurato, su un piano globale, la centralità spirituale della retta prassi politica.

Rivoluzione, controrivoluzione, ogni chiusura ideologica dogmatica sparisce e resta assorbita nello sforzo violento dello Spirito che raggiunge le vette dell’eticità universale, ove l’agire umano è realmente libero. La Politica dunque si fa autentica creazione morale. Sembra inconcepibile in quest’Europa….

Su tal piano, puramente spirituale, si ha la buona tirannia, nel senso hegeliano del termine, ove il processo autocosciente sembra giunto finalmente a compimento.

Deng non ha ceduto, infatti, sul piano fondamentale: la certezza americanista che l’unico destino imperialista potesse svilupparsi sotto il segno di una democrazia fortemente imbevuta di un astratto oggettivismo economicista annientatrice di una superiore Forza trattenitrice (katekhon). Deng non ha ceduto al fondamentalismo fanatico e astratto dirittoumanitarista. Deng non ha ceduto alla democrazia in salsa ideocratico-americanista. Sfidando asimmetricamente il nemico sul suo stesso privilegiato piano, quello economico, Egli ha esortato il popolo Han a “marciare verso il mondo”, ha messo in moto un nuovo pluralismo mandarino, ha dinamizzato su scala universale le esigenze dello Spirito di popolo, ma si è guardato dal cedere all’Occidente sul piano politico, quello fondamentale: proprio ciò che quest’ultimo avrebbe voluto. In realtà l’autentica rivoluzione denghista non è stata economica, ma si è svolta sul piano dello Stato. Deng ha grandiosamente abbattuto senza scrupolo alcuno i reazionari di destra, gli astratti utopisti dell’estrema sinistra, i democratici libertari in tutte le loro farneticanti varianti relativistiche e nichilistiche. Tutti considerati i “nemici principali” dello sviluppo cinese e delle modernizzazioni. Deng non ha perso il suo tempo con i riformismi “made in Washington”, ma ha chiamato il suo popolo a quello che è stato probabilmente lo sforzo più duro, la marcia sacrificale per antonomasia della sua pur grande storia.

La marcia verso il mondo esigeva l’unità assoluto del popolo con lo Stato, l’autentico centro totale della vita politica, occorreva dunque eliminare ogni pur minima opposizione ideologica. Egli ha riacceso infatti la grandiosa fiaccola della millenaria diplomazia mandarina, quando gli sconvolgimenti fanatici dell’anarchismo teppistico da Rivoluzione culturale avevano fatto regredire di decenni la vita civile e mostrato la fragilità dello Stato maoista. Diplomazia e modernizzazione economica da grande potenza: questo è stato il vero balzo in avanti, imperialista, della Grande Cina, come dirà anni dopo Jiang Zemin, il “presidente dell’high tech”, facendo l’apologia di Deng.

La “politica di apertura” di Deng, nel 1978, fu all’insegna della cosiddetta “liberazione del pensiero”: “siamo realisti e liberiamo la mente” significava che la eterna tradizione spirituale politica mandarina non doveva essere abbattuta o astrattamente sovvertita, ma doveva solamente prendere coscienza del piano empirico, sensibile, ossia della coscienza tecnologica occidentale e forte della sua millenaria spiritualità “giocare” con l’Occidente, che sembrava non conoscere altra spiritualità che quella dell’astratta materia, sul suo stesso terreno. Dal 1978 al 1999 vi furono poco più di venti anni, che furono sufficienti a realizzare la “prima liberazione del pensiero”. Fu uno sforzo magnifico del popolo HAN che rimanda alle costruzioni ciclopiche dell’antichità.

La “seconda liberazione del pensiero” vi è stata nel 1999 quando la Cina entrava nel WTO. Il nazionalismo morale della Grande Cina si proiettava ormai su scala globale mediante il tatticismo della rivoluzione economica. Il gatto aveva acciuffato il topo, con tempi ben più rapidi di quelli prospettati da Deng. La via denghista avrebbe risvegliato e portato all’autocoscienza spiriti assopiti da centinaia e centinaia di anni. Nuova Delhi, che non è mai riuscita a praticare una coerente linea Deng, una verace rivoluzione culturale dall’alto, che unificasse tutte le frazioni dell’avanguardia politica e economica, ci riprova oggi con Sonia Gandhi. E questa volta, quasi sicuramente, ci riuscirà. In Asia, torna a soffiare il vento dello spirito di Bandung, solo che questa volta non ha nessuna utopia ideologica da proporre, ma traccia la linea della potenza politica imperiale, del nazionalcapitalismo, della modernizzazione per il primato mondiale. L’Unione Asiatica, sul modello formale dell’Unione Europea, ma dotata, a differenza di quest’ultima, di una strategia politica dove Cina, Giappone, India arrivino ad una unificazione economica tattica, fu già teorizzata dalla linea di Aiyar (Ministro dell’energia del governo indiano Singh) ed  oggi sta tornando al centro del dibattito politico asiatico. Senza parlare del blocco Teheran-Pechino, che sembra ormai una vera e propria alleanza strategica.

La gioventù asiatica, inoltre, è radicalmente nazionalista. Milioni e milioni di giovani cinesi vengono sin dalla più tenera infanzia educati al culto patriottico di Sun e di Mao quale “eroi della liberazione nazionale”. Lo stesso avviene in India ed in Vietnam.

E’ stato – in conclusione – Deng Xiaoping, il Politico, il sovrano, naturalmente, a fare scacco matto. L’uomo, su cui si rispecchiava l’anima del mondo, trionfava ancora sulla necessità che appariva ineluttabile.

Ancora, il mondo che crede di essere libero, non ha minimamente preso coscienza della rivoluzionaria attualità strategico-politica denghista. Ma a breve dovrà farlo: suo malgrado. In quanta la marcia cinese è ben lungi dall’arrestarsi.

D’altronde, proprio Deng, quando era Capo della commissione militare centrale, teorizzò una “strategia dei 24 caratteri” nella quale si diceva, tra l’altro, di “celare le nostre capacità”…

Il “sentiero” che Egli decenni fa tracciò, nell’estrema solitudine dell’infamia ingiustamente subita, nella persecuzione politica ovunque diffusa e nella delegittimazione morale, entra ora nel pieno della sua folgorante illuminazione strategica. L’asse spirituale della storia, che si credeva arrestato alla pura sovversione mercatista, al puro democraticismo astratto, è rimesso violentemente in moto.

Il mondo realmente libero, Gliene sarà grato in eterno.

Note

[1] Noi, chiaramente, non andiamo particolarmente dietro le varie “linee nere” o “linee rosse” (peraltro Deng Xiaoping, nel 1980, ricordava che il partito comunista cinese era stato travagliato da almeno 10 lotte per la linea!), né ci lasciamo irretire dai “diavoli-buoi” o dai “demoni serpenti” che si sarebbero fatti la guerra dalla Grande Muraglia alle rive dello Yangtze, ma nonostante ciò usiamo tali categorie per meglio delineare al lettore lo scontro in atto all’interno della dirigenza cinese. Il termine esatto, a nostro avviso, è “nuova destra cinese” in quanto, durante e ancor più dopo la Grande rivoluzione culturale proletaria, la tradizionale linea nera o linea destra, facente capo a Liu Shao Chi, tradizionalmente filosovietica, venne del tutto seppellita nel corso di quelle lotte intestine.

[2] QIAO LANG – WANG XIANGSUI, Guerra senza limiti. L’arte della guerra asimmetrica fra terrorismo e globalizzazione, Gorizia 2001, pag. 47.

[3] A. Spaventa – S. Monni, Al largo di Okinawa. Petrolio, armi, spie e affari nella sfida tra Cina e Usa, Roma-Bari 2009.

[4] R. Casella, I giganti dell’Asia, Edizioni LOTTA COMUNISTA, Milano 2005, pp. 14-17.

[5] Ivi, pag. 16.

[6] Ivi, pag. 21.

[7] L. Lauriola, Scacco matto all’America e a Israele, Bari 2007, pag. 123.

http://www.campoantimperialista.it/index.php?option=com_content&view=article&id=844:scacco-matto&catid=25:cina-cat&Itemid=37

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